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Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio, che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé. Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante e un po' peccaminosa della propria città, la possibilità di intrigare e di essere intrigati, rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo. Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva. Si prova lo stesso irresistibile piacere...
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16 dicembre 2011
Alfonso Pascale recensisce il libro di Pierre Rabhi "Manifesto per la terra e per l'uomo"
Anche chi è allergico ai toni estremi degli ecologisti apocalitticifarebbe bene a leggere il libro di Pierre Rabhi intitolato “Manifesto per laterra e per l’uomo” (add editore, Torino, 2011). L’Autore è un contadinofrancese di origine algerina. Prima di trasferirsi nell’Ardèche per coltivarela terra, lavorava a Parigi come operaio specializzato. Fa dunque parte diquella schiera di nuovi agricoltori che provengono dalla città e hanno sceltodi vivere in campagna non come ripiego ma come adozione di un diverso stile divita. Negli anni Novanta ha fondato l’associazione “Terre & Humanisme” perla trasmissione dell’etica e della pratica agroecologica e nel 2006 “Colibris”.Con questo libro, egli intende lanciare un appello alle persone di buona volontàperché assumano comportamenti responsabili nei confronti del pianeta avantaggio delle generazioni future.
Rabhi pone sotto accusa l’agricoltura industrializzata,tacciandola senza mezzi termini come meccanismo perverso “che può produrre solodistruggendo” e come “una delle grandi responsabili della fame nel mondo”. E ilmangiare, che ha la funzione di conservare la vita, nelle forme che ha assuntonella contemporaneità viene indicato come un vettore non secondario di morte. Esecondo questa visione, un’agricoltura che non potrebbe produrre senzadistruggere porterebbe in sé anche i germi della propria distruzione.
Dopo aver tratteggiato a tinte così fosche gli scenari presentie futuri, Rabhi indica l’ecologia come uno stato di coscienza e ossatura di unanuova etica individuale. Non è sufficiente – si può sintetizzare così il suopensiero – mangiare biologico, riciclare l’acqua, riscaldarci con l’energiasolare, decidere aggiustamenti o approvare leggi restrittive e repressive persalvaguardare il pianeta, ma occorre riformare profondamente il nostro modo dipensare e di comportarci. La bellezza potrebbe salvare il mondo se per bellezzaintenderemo la compassione, la condivisione, la moderazione, l’equità, lagenerosità, il rispetto della vita in tutte le sue forme. E si può averesuccesso perché questo tipo di bellezza “si nutre di quel fluido misterioso dicui niente può eguagliare la potenza costruttiva, e che noi chiamiamo Amore”. Nella prima parte del libro questi temi sono affrontati daun punto di vista diciamo teorico. Si tenta, in sostanza, di costruire un nuovoparadigma di umanesimo universale, innervandolo in una concezione dell’ecologiache da scienza diventa etica. Nella seconda parte sono indicate le scelteconcrete che ogni individuo dovrebbe compiere per assumere gli stili di vita egli impegni corrispondenti agli imperativi morali che la presa di coscienza propone. Sono così indicate le modalità dicoltivare la terra ispirandosi ai principi e alle tecniche dell’agroecologia; imodelli educativi per modificare le logiche di consumo e sostituire lacompetizione con la collaborazione, la dipendenza con l’autonomia, ilrendimento con il rigoglio; i percorsi per costruire iniziative individuali coerenticoi principi ecologici e reti di economia solidale. L’originalità del libro staproprio nella presentazione di esperienze concrete e di realizzazioni indiversi contesti territoriali.
Molte indicazioni che il libro offre appaiono senz’altrocondivisibili; ed io le sento particolarmente mie perché esse sono in pienasintonia coi principi a cui già i padri costituenti, nel redigere l’art. 44della Costituzione riguardante la terra come bene comune, fecero esplicitoriferimento: la salvaguardia del territorio e il conseguimento della giustiziasociale. Ma tali suggerimenti possono benissimo essere recepiti dachiunque, senza tuttavia doverle giustificare con la previsione di scenariallarmistici e con accuse non fondate nei confronti dell’agricolturaindustrializzata. Condividere e praticare stili di vita, modelli produttivi edi consumo alternativi a quelli usuali, non significa essere più buoni mentregli altri che non adottano tali scelte sono i cattivi. E’ falso affermarlo ed èpericoloso lasciarlo intendere. Nel momento in cui s’inculca questa idea scattail meccanismo amico/nemico che tanto orrore ha provocato nel Novecento.
Questo non vuol dire che i comportamenti irresponsabilidelle imprese non debbano essere stigmatizzati ma bisogna farlo nonappellandosi a scelte etiche individuali o di gruppo, bensì costruendo unalegislazione, un’autoregolamentazione e una collaborazione mediante il dialogocostruttivo con tutti i soggetti coinvolti in un determinato problema. Non usciremo dalle difficoltà economiche e non contribuiremoa salvare il pianeta, dividendoci aprioristicamente tra chi vuole costruire unmondo migliore e chi invece vorrebbe distruggerlo. Vi è bisogno di approfondirei problemi, dedicandoci all’ascolto reciproco per trovare soluzioni condiviseche ci permettano di acquisire consapevolezza del mondo in cui viviamo eaccrescere così ciascuno la nostra libertà. Leggere il libro di Rabhi è importante perché,indipendentemente dalle nostre convinzioni personali, induce a riflettere e acomprendere meglio i punti di vista che sono in campo.
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29 maggio 2011
Alfonso Pascale recensisce "Et in terra pax", un film che aiuta a capire la condizione odierna delle periferie metropolitane
Ieri sera ho visto il
film ambientato a Corviale e ho partecipato al dibattito con gli autori
e l'intero cast nel Cinema "Aquila". “Et in terra pax” è un’opera prima
cinematografica che induce a riflettere sulla condizione odierna delle
periferie di una qualsiasi metropoli del mondo. Una condizione di
forte disagio dovuta all’emarginazione, alla mancanza di legami
comunitari e al clima di violenza e sopraffazione che caratterizza le
relazioni umane. La psicologia dei personaggi viene approfondita dai
due giovani registi, Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, mediante la
cura meticolosa dei dialoghi e del linguaggio, da cui non emerge più il
conflitto sociale tra gruppi che abitano nei centri delle città e
gruppi che vivono nei luoghi periferici, divaricati fino agli anni
Sessanta del secolo scorso entro spazi che si intendevano colmare con
l’emancipazione e la promozione sociale. Al conflitto sono ora
subentrate la violenza e la solitudine come esiti di uno sradicamento e
di una perdita d’identità. La lotta quotidiana per la sopravvivenza si
alimenta della mancanza di regole, in un’atmosfera diffusa di crimini e
soprusi; e sembra non avere più vie di fuga e di riscatto. Non
c’è la vecchia contrapposizione città-anticittà da riconnettere con
un’azione educativa e d’intervento sociale, ma ogni spazio è diventato
“non luogo” dove domina il silenzio dell’incomunicabilità e
dell’isolamento, della rabbia e della rassegnazione, della noia e
dell’autodistruzione compulsiva; e questa condizione è ormai diventata
un tratto comune del mondo globale in ogni latitudine. In
siffatto scenario, ogni tentativo di redenzione e di crescita
individuale appare inutile. Quando Marco esce dal carcere, non vorrebbe
tornare al crimine, ma la deriva è ineluttabile. Ogni speranza sembra
spegnersi perché pure chi, come Sonia, è innocente e vorrebbe tentare
percorsi normali di studio e lavoro, diventa inesorabilmente vittima e
le viene impedito di sognare. Dice Marco: “Se mangi, se cammini, se
respiri, non vuol dire che sei vivo”. E si avverte in questa
considerazione una ricerca di senso, che è l’unica cosa in grado di
mettere in discussione l’abbrutimento degli individui e lo svuotamento
delle relazioni interpersonali. Egli allora tenta di salvarsi guardando e
osservando il mondo che si muove intorno; e riflette seduto da solo su
una panchina. Un giorno Sonia si siede accanto a Marco
ed egli indica alla ragazza questa via d’uscita che sta sperimentando
individualmente. E’ la conquista di un percorso di riscatto di cui lei
apprezza pienamente il valore e così scocca l’invito a rinnovare
l’incontro. E forse quando, sull’onda di questo frammento di
reciprocità in cui sguardi e parole sono donati gratuitamente e sembra
nascere finalmente una relazione tra i due giovani, la storia
bruscamente s’interrompe, arretrando con pudore da un inaspettato e
magico barlume di sentimento quasi a non voler affievolire la crudezza
del racconto. L’attenzione degli autori non è puntata
sulle cause del degrado sociale ma sull’intensità e qualità dei
rapporti interpersonali, senza giudicare i comportamenti e stabilire
dov’è il bene e dov’è il male, ma evidenziando la volontà e capacità di
ciascuno di trovare in sé stesso e nel rapporto con l’altro un
possibile sbocco. La descrizione di queste vite dannate è condotta in
modo secco e irruente ma senza mai indugiare sulle scene di violenza o
di sesso, che ci vengono restituite quasi in una dimensione metafisica.
Un crescendo di ruvidezza e di emozioni amplificato dal provocatorio
contrasto con la colonna sonora ricavata dal secondo movimento
“Andante” del “Gloria” di Vivaldi. E un set d’eccezione, qual è il
nuovo Corviale, che si staglia maestoso e compatto coi suoi colori
grigi e la sua simbologia contraddittoria in un cielo terso in cui non
si scorge nemmeno una stella. In mancanza di soggetti
collettivi capaci di accompagnare i processi sociali, anche in questa
cruda e aspra periferia romana la via d’uscita sembra affidata alla
ricerca spontanea di senso da parte di individui e gruppi sociali,
culturali e artistici, che hanno incominciato ad osservare le risorse
del territorio per una possibile rivitalizzazione rivolta
al bene comune. Una ricerca di ricostituzione di legami comunitari che
parta dal ritrovamento di sé stessi, delle proprie identità e di quelle
territoriali. Sarebbe davvero bello se gli autori del film e l’intero
cast, che hanno vissuto come impegno collettivo e artistico la
realizzazione dell’opera senza fare riferimento ad una specifica
situazione concreta, si ritrovino ora con gli abitanti del quartiere
dove il film è stato girato, nel condividere i distinti percorsi come
in una possibile ricerca-azione comune.
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17 maggio 2011
Alfonso Pascale recensisce un libro di Paolo Rossi sull'idea del mangiare
Paolo Rossi, professore emerito nell’Università di Firenze e
membro dell’Accademia dei Lincei, è uno storico delle idee e della “lunga
durata”, abituato a sottolineare anche i “moti pendolari” della storia. E’ con
questo approccio che ha scritto uno stimolante libro intitolato “Mangiare”,
edito da “Il Mulino” (2011).
Chi coltiva esclusivamente una visione edonistica del cibo,
senza curare altri aspetti fondamentali che ad esso si legano, forse non
troverà soddisfacente la lettura del volume perché l’autore non racconta solo le storie
fatte di cose piacevoli ma anche quelle piene di orrori che si configurano, a
volte, come inimmaginabili. Tutti noi non vorremmo vederle mescolate quando si
parla del cibo, ma purtroppo sono dannatamente intrecciate; e questo libro ci
dà la misura di quanto siano legate indissolubilmente tra loro. La lettura è,
tuttavia, avvincente perché il testo è molto documentato, a partire dalle
testimonianze dirette di chi si è trovato o si trova a vivere le esperienze
drammatiche che vengono descritte.
Il tema della fame primeggia perché ancora oggi quasi un
miliardo di persone nel mondo sono denutrite. Ma il problema non riguarda solo
quella parte del pianeta dove non c’è cibo a sufficienza. Anche da noi, che
fortunatamente viviamo dove il cibo è in abbondanza, s’incontrano persone per
le quali il mangiare è fonte di preoccupazione quotidiana: ci sono quelle che,
per sfamarsi, frugano nella spazzatura e ci sono giovani persone per le quali
il mangiare costituisce un nemico a cui opporre uno strenuo, distruttivo e
totale controllo. Vengono così raccontati gli studi sull’inedia come malattia
che conduce alla morte, sia quelli condotti su volontari, come l’”Esperimento
Minnesota”, sia quelli ricavati dalle memorie di medici che vissero l’atroce
esperienza del ghetto di Varsavia, nel 1940, quando gli ebrei residenti vennero
ermeticamente rinchiusi entro un’area di 14 chilometri quadrati. E descrivendo
gli studi sulle carestie del Novecento, in Ucraina e in Cina, nonché quelli
sulle deportazioni nei lager nazisti e nei gulag sovietici, lo storico conclude
che la tragedia della fame è stata di certo strutturalmente connessa al mondo
dei campi di concentramento, ma anche laddove non s’intravede una precisa
volontà di genocidio è stata comunque il frutto di errate o incaute scelte
politiche.
Oltre ai capitoli sul cannibalismo e il vampirismo, ampio
spazio è dedicato ai disturbi alimentari e alle malattie del benessere. Prima
di tutto l’obesità, diventata ormai una vera e propria epidemia, che colpisce i
paesi ricchi ma anche quelli emergenti. L’autore riporta le conclusioni del
recente lavoro del neuroscienziato André Holley, in cui si afferma che “dopo
mezzo secolo di ricerche e dopo aver speso centinaia di migliaia di dollari per
demonizzare i grassi nell’alimentazione, la scienza della nutrizione non è
riuscita a provare che una dieta con pochi grassi può aiutare a vivere a lungo”;
e questo perché “di fronte a fatti così complessi come quelli che
caratterizzano la nutrizione, non ci è concesso di affidare l’indagine a un
solo ramo del sapere”. Occorre, in sostanza, mettere insieme più discipline e
assumere un approccio olistico per fronteggiare la malattia. E questo ancora
non si fa.
Più drammatico è il caso dell’anoressia, una malattia
mentale che si accompagna ad una vera e propria propaganda volta a diffonderla
tra le nuove generazioni. E’ forse l’unico caso di apologia di un morbo. Ci
sono, infatti, decine di siti web che incitano i giovani al controllo totale
del cibo come mezzo di autoaffermazione. Inoltre, il mondo della moda adotta
modelli di bellezza che si fondano sull’idea dell’essere magri a tutti i costi.
I mezzi di comunicazione di massa hanno assunto come valori esclusivi della
nostra società la bellezza e l’efficienza fisica e diffondono questo messaggio
con un’aggressività e volgarità senza misura. Si è in tal modo verificata una
sorta di saldatura tra modelli culturali di vita e forme patologiche. Negli
ultimi decenni, una folla di filosofi, antropologi, psicologi, psicanalisti e
psichiatri ha insistito sugli effetti deleteri provocati dall’immagine di un
corpo emaciato che viene divinizzato fino a configurarsi come un’entità da raggiungere
posta ad un’infinita distanza e, per questa ragione, mai raggiungibile.
Nonostante tale impegno – conclude sconsolato l’autore – nel mondo della moda
non diventano ancora decisive e vincenti quelle posizioni che si richiamano a
problemi etici o a faccende che riguardano la coscienza o la responsabilità che
si assume davanti agli altri.
Un’attenzione particolare il volume dedica anche al rapporto
tra il digiuno e la religione, richiamando i diversi riti di buddisti,
induisti, musulmani, ebrei e cristiani. Nel riferire sulla recente letteratura
riguardante la vita delle sante e il loro rifiuto ascetico del cibo, si
condivide l’opinione dello psichiatra Paolo Santonastaso, secondo il quale
vanno evitate semplificazioni grossolane ed erronee identificazioni, accostando
le forme di digiuno della prima età moderna all’anoressia dei nostri giorni,
perché i significati dei fenomeni non sono facilmente separabili dai contesti.
E si mette, inoltre, in risalto come nella Chiesa cattolica la riduzione della
pratica del digiuno a due sole giornate all’anno - mercoledì delle ceneri e
venerdì santo – abbia aperto veri e propri crepacci nelle sue secolari mura se
si sono dovute registrare reazioni di segno opposto da parte dei teologi: di preoccupazione quella di Enzo Bianchi, che
vede nella scomparsa del digiuno il rischio per il credente di una caduta nella
capacità di confessare la propria fede anche attraverso il corpo; di
insoddisfazione quella di Adriana Zarri, che avrebbe voluto una più drastica
eliminazione della cultura penitenziale e un maggiore spazio nella letteratura
religiosa alla dimensione festosa delle mense, partendo dall’idea di Cristo che
si fa cibo e offre se stesso da mangiare ai suoi discepoli sotto i segni del
pane e del vino.
E’ qui che l’autore sembra cogliere un filo sottile che lega
il riemergere di due antichi temi: quello del cibo come convivialità e quello della
condanna dell’impresa umana volta al controllo della natura. “E’ come se nel
mondo del benessere – scrive Paolo Rossi – fosse presente una nascosta forma di
nostalgia per il mondo del malessere”. E’ in realtà il rimpianto per i tempi
felici che non ritornano, per l’ipotetica vita innocente e serena di
“primitivi” che nella realtà vivono molto duramente, muoiono giovani e vedono
morire molti dei loro figli. “Ancora una volta si realizza – osserva l’autore richiamandosi
a Odo Marquard – quel frequente mutuo scambio tra fedi progressiste e angosce
apocalittiche (che sono spesso alla base del primitivismo) attraverso un
meccanismo quasi automatico: i vantaggi che la cultura concede all’uomo
dapprima vengono accolti con favore, successivamente diventano ovvii, in
ultimo, si scorge in loro il nemico. Sicché “proprio la liberazione dalle
minacce fa diventare minaccioso ciò che libera”, come la medicina, la
rivoluzione chimica e la stessa democrazia parlamentare. E’ all’interno di
questi processi culturali che si affermano convinzioni errate come queste: “un
tempo si mangiava naturale” oppure “per i nostri nonni e bisnonni il cibo era
genuino e gustoso”. “Luoghi comuni che dovrebbero crollare – rileva lo storico
- di fronte ai dati e alle serie ricerche. Invece resistono impavidamente”.
I toni del libro sono qua e là polemici, ma il discorso è
condotto con argomentazioni stringenti richiamando spesso sia opere letterarie,
teatrali e cinematografiche che studi scientifici non tanto di storici,
filosofi, sociologi e antropologi, quanto invece di agronomi, chimici, biologi,
neurobiologi e psicologi comportamentali. Il tutto partendo da una descrizione
puntuale di ciò che è “natura” e di ciò che è “cultura” e dimostrando come la
preparazione del cibo e il mangiare siano sempre una mediazione tra l’una e
l’altra.
Ma c’è un aspetto che non
convince nel testo. L’attenzione crescente che nei paesi ricchi si riserva al
cibo, tanto da far ritenere ad una studiosa del fenomeno come Alessandra
Guigoni che l’alimentazione sarà, nel
terzo millennio, uno dei grandi scenari dell’antropologia, è considerata
da Paolo Rossi “qualcosa di molto simile ad un’ossessione”. Ed eccessiva appare
allo studioso anche l’affermarsi di una cultura locale del cibo. E’ un giudizio
che francamente appare un po’ sbrigativo. Ci si sarebbe aspettati anche qui
dall’autore l’individuazione di uno di quei “moti pendolari” della storia sottolineati
per altri risvolti del problema alimentare: il ruolo dei mercati locali, della
convivialità, dei legami informali, dei beni collettivi e delle economie del
dono; la loro capacità di garantire forme reciprocamente solidali nel tenere
insieme le comunità e di contenere in tal modo gli orrori della fame; nonché la
loro possibile rivitalizzazione in forme moderne, così come sta avvenendo con
l’agricoltura sociale, al fine di creare nuove opportunità alle odierne società
del benessere per sconfiggere i nuovi flagelli e le nuove ingiustizie. Ma tale
rilievo ha come attenuante la mancanza di studi storici al riguardo, se si fa
eccezione per quelli condotti da Paolo Grossi sui diritti collettivi e di
Corrado Barberis sul legame delle produzioni tipiche con la cultura locale. Mancano
ricerche sulle pratiche solidali legate al cibo e alle attività agricole. Al di
là di queste lacune, il libro è utile per comprendere che i grandi dilemmi
posti dall’idea del mangiare hanno bisogno per essere affrontati di far interagire
sfere diverse della conoscenza scientifica, scongiurando il pericolo di
affidarsi a credenze e a saperi nostalgici.
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12 maggio 2011
Un articolo di Alfonso Pascale: "La profezia di Rossi-Doria in una lettera a Nuto Revelli
La modernizzazione dell’Italia avvenne tra gli anni
Cinquanta e Sessanta del secolo scorso producendo un doloroso e intenso
processo di spopolamento delle campagne. In pochi anni circa tre milioni di
persone cambiarono residenza. Questa storia è stata recentemente raccontata da Sandro
Rinauro nel documentato volume “Il cammino della speranza: l’emigrazione
clandestina degli italiani nel secondo dopoguerra” (Einaudi, 2009). Finiva il
mondo contadino che aveva retto con le sue regole dal Medio Evo fino alla metà
del Novecento, permeando di sé sia gli eventi tragici della storia unitaria che
i momenti di tenuta della nazione, dalla Grande Guerra alla costruzione
dell’Italia repubblicana. E nasceva l’agricoltura moderna; quella che vediamo,
taciturna e ferace, percorrendo l’autostrada o affacciandoci al finestrino del
treno che attraversa la penisola.
Quella svolta epocale avvenne senza un governo o una qualche
forma di accompagnamento per renderla meno traumatica. Così avrebbe annotato
Nuto Revelli, a metà degli anni Settanta, nella prefazione al “Mondo dei vinti.
Testimonianze di vita contadina” (Einaudi, 1977), con riferimento a quanto era
accaduto nel cuneese: “E’ il terremoto dell’industrializzazione che negli anni
Sessanta ha sconvolto irrimediabilmente la campagna (…). Tutti i problemi di
allora si sono poi risolti da soli, con l’esodo che si è trasformato in
valanga”. Nell’opera sono raccolte centinaia di lunghe interviste che
testimoniano il profondo disagio di quel passaggio della nostra vita nazionale. Il dramma dell’esodo degli emigranti dalle regioni interne
del meridione alle aree ricche d’Europa è raccontato anche dalle inchieste
sociali di Giovanni Russo, che nel 1964 pubblicò per i tipi di Laterza il
saggio “Chi ha più santi in paradiso”.
Lo studioso meridionalista Manlio Rossi-Doria si sforzò, in
quella fase, di far comprendere all’opinione pubblica italiana quanto lo
svuotamento delle campagne meridionali fosse già scritto nel processo di
modernizzazione e che sarebbe stato illusorio pensare di scansare quell’evento
doloroso. Senza una riduzione degli addetti non sarebbe stato possibile
ottenere una crescita della produttività in agricoltura e un innalzamento dei
redditi agricoli. Tuttavia, egli si rendeva conto che mentre l’emigrazione
dalle zone ad agricoltura intensiva aveva prodotto benefici evidenti, lo
spopolamento delle zone interne era stato traumatico perché aveva procurato
un’accentuazione dei divari, che solo una politica di programmazione globale
avrebbe potuto attutire. Di qui il suo impegno nell’ideare una metodologia di
analisi economica fondata sulla zonizzazione dell’agricoltura da porre a base
della programmazione economica. Una bella e completa biografia dello studioso,
in cui si parla di questi argomenti, è stata appena data alle stampe da Simone
Misiani (“Manlio Rossi-Doria. Un riformatore del Novecento”, Rubbettino, 2010).
L’economista di Portici volle leggere l’emigrazione in
positivo, invitando il mondo politico dell’epoca a trovare soluzioni innovative
al problema come elemento qualificante di un disegno di sviluppo delle zone
interne. Sicché, in un convegno organizzato a Torino dalla giovane Fondazione
Einaudi, agli inizi degli anni Sessanta, per iniziativa di Francesco Compagna e
Franco Venturi, Rossi-Doria propose al centrosinistra una politica di
assistenza agli emigrati-operai che popolavano il triangolo industriale,
individuandoli come i soggetti sociali che avrebbero potuto guidare nel
Mezzogiorno il processo di crescita economica e civile delle aree depresse. A
conforto della sua impostazione riprese le suggestioni del programma di
sostegno per il ritorno degli emigranti elaborato nel 1910 da Leopoldo Franchetti
e Pasquale Villari e lo aggiornò alla condizione dell’Italia del benessere.
Diede così veste di sistematicità ad un progetto pilota per il ritorno degli
emigrati qualificati come volano di sviluppo nelle aree in ritardo.
Ma tale impegno da parte dello studioso non suscitò
interesse né a sinistra né nel mondo cattolico. Invano nel 1971, in occasione
del convegno svoltosi a Potenza sul tema “Emigrazione e sviluppo delle zone
interne”, organizzato dalla Chiesa locale, egli annunciò una ricerca del Centro
di Portici con cui veniva avviato un censimento degli emigranti nei comuni di
origine. L’indagine conoscitiva modificava radicalmente la metodologia fino ad
allora adoperata. Spostava, infatti, il censimento dai luoghi di arrivo a
quelli di partenza. Questa impostazione forniva elementi fondamentali per una
conoscenza del fenomeno migratorio e
avrebbe potuto dare, nell’idea rossidoriana, un ritorno operativo. In sostanza,
la raccolta di tali dati avrebbe reso possibile programmare un rientro degli
emigrati nelle zone particolarmente segnate dal fenomeno migratorio. Le
indagini si svolsero in Alta Irpinia e nella Sicilia interna, in collaborazione
con il Formez, e i risultati vennero pubblicati nel 1978.
La ricerca condotta da un gruppo di studiosi guidato da
Rossi-Doria suscitò l’indignazione di
Nuto Revelli che espresse allo studioso, suo amico, questo suo sentimento in
una lettera con la quale gli annunciava di voler studiare in futuro i matrimoni
tra i contadini del Nord e le donne emigranti del Sud nel cuneese. Un’esperienza
che avrebbe poi raccolto nel volume “L’anello forte. La donna: storie di vita
contadina” (Einaudi, 1985). “E’ la realtà sociale delle campagne che sta
cambiando tra l’indifferenza di tutti” scrisse lo scrittore piemontese a
Rossi-Doria . “Far parlare questa gente, scoprire queste due Italie povere che
si incontrano, questo il mio interesse di oggi”.
A queste considerazioni seguì una risposta dello studioso di
Portici in cui invitò lo scrittore ad avere fiducia nei segnali di
rivitalizzazione del mondo rurale, attraverso un processo di ricostruzione
dell’agricoltura contadina nel quadro di un’economia mista
agricolo-industriale-decentrata anche attraverso le opportunità dell’avvio
delle misure di sostegno comunitario. Attraverso tale via si sarebbe potuto far
rivivere in forme diverse i valori umani e civili di un mondo che solo in
apparenza era scomparso. “Oggi – anche se di difficile sviluppo e bisognose di
essere sorrette da un vigoroso slancio civile – tali premesse ci sono. Non
bisogna, quindi, disperare. C’è nell’aria e nelle cose, e c’è particolarmente
in molti giovani, qualcosa che giunge in questa direzione. Fino all’ultimo
fiato persone come te e me sono tenute a dare sostanza a questo che a molti
appare irrealistico disegno. Il tuo lavoro – sia quello precedente sulla guerra
sia quello raccolto sul grande esodo – è e sarà essenziale per dar forza ad
altri nel lavorare in questa direzione. E’ mia convinzione – e oggetto di
fantasiose costruzioni mentali – che tra gli esiliati all’estero o nelle grandi
città dell’industrializzazione selvaggia e caotica, la nostalgia oscura di
quello che hanno perduto possa – non
dico in tutti, ma in molti – trasformarsi in interessamento e fors’anche in
partecipazione a razionali processi di riordino, di rimessa e di sviluppo delle
contrade, nelle quali hanno ancora il cuore e le radici. Mi chiedo, quindi, per
il tuo Piemonte – come per la mia Irpinia e Lucania o Calabria – se non si
possa andare tra coloro che sono partiti, per rilegarli tra loro in
associazioni aperte ai problemi delle valli e degli altipiani dove sono nati.
Sarebbe questo lo sbocco al quale - anche se non hai voluto confessarlo a te
stesso – hai sempre pensato”.
Quell’appello di Rossi-Doria, ripetuto più volte in quel
periodo nelle sedi più svariate, non venne raccolto né dalla politica né dai
sindacati. Nessuno andò tra gli emigrati “per rilegarli tra loro in
associazioni aperte ai problemi delle valli e degli altopiani dove erano nati”.
E, tuttavia, quell’appello aveva un sapore profetico perché proprio in quegli
anni si avviava quel lento processo spontaneo di trasferimento di tante persone
dalle città nelle aree periurbane e nei territori rurali, soprattutto giovani e
donne, che avrebbero ricostruito su basi nuove l’agricoltura contadina,
riproducendone le virtù civiche: cultura del dono nella reciprocità e senso
profondo dei legami comunitari. Un fenomeno esteso e vivace che nessuno ha
voluto e vuole vedere e che andava e andrebbe solo accompagnato.
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12 maggio 2011
Un articolo di Alfonso Pascale: "Quando i percorsi di Rossi-Doria e Dolci sembrarono incrociarsi
Manlio Rossi-Doria e Danilo Dolci ebbero modo di incontrarsi
a metà del secolo scorso ma il loro contatto non sfociò in collaborazione. Li
dividevano i differenti approcci ai temi dello sviluppo e soprattutto le
diverse visioni del rapporto tra autogoverno della società civile e pubbliche
istituzioni. Il professore di Portici riteneva che lo sviluppo del Mezzogiorno
poteva avvenire nel solco di una programmazione pubblica degli interventi e poi
di una gestione concreta delle azioni da realizzare in un rapporto di
collaborazione tra lo Stato e la società civile. Il sociologo che dal Piemonte
si era trasferito in Sicilia contrapponeva, invece, ad un modello di intervento
dall’alto finalizzato allo sviluppo, una pianificazione dal basso affidata alla
crescita degli strumenti dell’auto-educazione e della pedagogia attiva e
militante. Decisero ad un certo punto dei loro percorsi, che si muovevano in
parallelo, di verificare la possibilità di integrare i due diversi approcci, ma
non ci riuscirono.
La scuola di Portici si proponeva l’ambizioso obiettivo di
rinnovare il metodo di pianificazione territoriale, sperimentando la
possibilità di dar luogo ad uno sviluppo a misura d’uomo. Aveva stretto un
rapporto privilegiato con Angela Zucconi, fondatrice del Cepas, la scuola laica
per assistenti sociali, e interloquiva costantemente con il movimento di
Adriano Olivetti sui temi urbanistici. Nello stesso periodo, aveva avviato un
intenso rapporto intellettuale con Ceriani Sebregondi della sezione sociologica
della Svimez. Ma il vivo interesse di Rossi-Doria per le indagini sociali si
era manifestato durante il soggiorno in Italia dell’antropologo americano,
Edward Banfield, con cui aveva avuto diversi momenti di confronto nel corso
delle ricerche che quest’ultimo aveva condotto in un comune della Basilicata.
Tuttavia, il professore di Portici non era tanto interessato alle questioni
teoriche degli antropologi e sociologi statunitensi, quanto invece alle
ricadute pratiche delle indagini sociologiche come mezzo per correggere i
limiti applicativi delle politiche pubbliche. In tal modo l’approccio
rossidoriano si avvicinava a quello di Albert Hirschman, che conduceva in
quegli stessi anni le sue ricerche in Colombia e che cominciava a mettere in
discussione i fondamenti dell’economia dello sviluppo. Per entrambi gli
studiosi non era scontato lo sviluppo lineare fondato sul nesso automatico tra
investimenti pubblici e crescita del livello di democrazia del benessere. Il
gruppo di Portici assegnava, pertanto, all’antropologia e alla sociologia
rurale il compito di condurre un’opera di educazione rivolta a rendere i
contadini consapevoli delle loro opportunità di crescita economica e civile,
una funzione complementare alle riforme economiche e sociali, da esercitare
mediante l’attivazione delle leve della democrazia, e non una funzione di
rottura anticapitalistica, avversa alla logica dello sviluppo.
Negli stessi anni, Danilo Dolci aveva intrapreso una battaglia
non violenta di ispirazione gandhiana per richiamare l’attenzione dell’opinione
pubblica sul disagio economico e civile della popolazione di Trappeto e
Partinico, comuni di una zona della Sicilia occidentale dove il sociologo si
era trasferito. Praticando il digiuno e le forme dello “sciopero alla
rovescia”, tentava di ottenere l’avvio dei lavori pubblici e dare risposta alla
disoccupazione. Nel febbraio del 1956 era stato arrestato, processato e
condannato. Attorno all’iniziativa di Dolci si era mobilitata l’opinione
pubblica internazionale ed era sorto un comitato che aveva raccolto il sostegno
attivo delle principali associazioni di volontariato laico italiano ed estero.
Dalle principali città del Nord si erano trasferiti a Partinico giovani appartenenti
alla borghesia: richiamati dal fascino messianico esercitato da Dolci erano
entrati a far parte del suo movimento gandhiano.
Tra il 1954 e il 1955 l’Italia aveva ottenuto dalla Banca
mondiale la concessione di un prestito di 300 milioni di dollari per realizzare
il cosiddetto “Schema Vanoni”, dal nome del ministro del Bilancio che lo aveva
proposto. Lo Schema era finalizzato allo sviluppo del Sud e il finanziamento
rappresentava l’investimento più importante della Banca mondiale in Europa. Nel frattempo, era stata rinnovata la legge istitutiva della
Cassa per il Mezzogiorno che assumeva lo Schema come principale strumento
attuativo: in sostanza come piano nazionale per il coordinamento di piani
regionali.
Rossi-Doria venne coinvolto nell’iniziativa di Dolci da Umberto
Zanotti Bianco, fondatore dell’Animi – Associazione Nazionale per gli Interessi
del Mezzogiorno d’Italia, proprio mentre partiva la fase di attuazione dello
Schema Vanoni e al gruppo di Portici veniva affidata la redazione del piano
campano, che doveva fungere da modello per gli altri piani regionali.
L’economista agrario propose, pertanto, di ricondurre l’azione promossa da
Dolci nel quadro della politica a favore delle zone depresse. Sicché, nell’estate
del 1956, egli si recò in Sicilia, accompagnato da Angela Zucconi e Rocco
Mazzarone, per una prima indagine e il 30 settembre consegnò una relazione in
cui veniva posta l’esigenza di costituire un comitato nazionale per coordinare
le energie del volontariato dirette dall’iniziativa individualista e
disordinata di Dolci. La relazione indicò, nel merito, l’opportunità di
concentrare lo sforzo nel solo comune di Trappeto, centro più piccolo e
governabile con le forze esistenti, che poteva assumere il ruolo di comune
pilota. Inoltre, suggerì di promuovere un più stretto coordinamento tra
l’iniziativa di intervento sociale con gli organi della regione siciliana e
dello Stato.
Nel gennaio del 1957, in un incontro a Sermoneta, ospiti dei
Caetani, un gruppo di sostenitori della causa di Dolci decise la costituzione
dell’Associazione per l’iniziativa sociale (Ais). In rappresentanza del
sociologo parteciparono Goffredo Fofi, Antonino Romano e Pietro Nuccio. La
guida effettiva dell’Associazione fu assunta da Rossi-Doria, Angela Zucconi e
Paolo Balbo, segretario dell’Animi. E fu decisa come prima tappa una nuova
inchiesta in Sicilia per mettere a punto
il precedente piano tecnico per poter integrare gli elementi socio-educativi
con quelli economici.
Dolci rifiutò di rispondere alle direttive dell’Associazione
perché non accettava di soggiacere ad alcuna autorità nella gestione della sua
iniziativa locale. Non intendeva collaborare con la Regione Siciliana
e con lo Stato, nei confronti dei quali voleva conservare il massimo di
autonomia. E così il 3 giugno si riunì il comitato direttivo dell’Ais a Roma, nella
sede dell’Animi, a Palazzo Taverna. Rossi-Doria, Angela Zucconi e Balbo si
presentarono dimissionari. Dolci fu irremovibile nella sua posizione. E così fu
deciso con voto unanime di sciogliere l’Ais
e di affidare all’Animi la gestione delle risorse raccolte dai diversi
comitati. La collaborazione tra i tecnici agrari e gli operatori sociali si
spostò in Abruzzo nel progetto pilota diretto dalla Zucconi. Gli operatori
sociali avrebbero dovuto agire nell’ambito della pianificazione territoriale
promossa dalle istituzioni. Il problema non si risolse nemmeno in questa nuova esperienza abruzzese. Nel frattempo, Rossi-Doria e Dolci si erano
persi di vista definitivamente.
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6 maggio 2011
Alfonso Pascale recensisce il libro di Antonio Funiciello sul cinismo e l'arte della politica
Antonio Funiciello ha scritto un
libro dal titolo “Il politico come cinico. L’arte del governo tra menzogna e
spudoratezza” (Donzelli, 2010). Un testo piacevole e intelligente sulle passioni
umane, per questo infarcito di citazioni letterarie e filosofiche, e sulla
politica, quella però lontana dal grigiore della cronaca e vicina, invece, a
chi si interroga se ci siano ancora le condizioni per cambiare la realtà con
atti di consapevolezza collettiva.
Si parte da Antistene e Diogene,
i filosofi cinici che presero le distanze dalla polis per mettere in
discussione l’essenza stessa della politica, la mescola sapiente di dike
(giustizia) e aidos (pudore): “Dike –scrive Funiciello- è
l’equivalente di quanto oggi comunemente indichiamo come un progetto politico; aidos
è il fondamento del consenso a suo supporto. Attraverso la pratica dell’arte
politica gli uomini possono ideare ordinamenti giuridici che regolino la vita
collettiva (dike), creando un consenso, un’unità di amicizia (aidos),
intorno all’idea di giustizia più condivisa”. In particolare, i cinici negano
il pudore (aidos) e praticano la spudoratezza (anaideaia):
“la loro spudoratezza ha lo scopo di mostrare ai politici, in un immaginario
specchio magico del pensiero, quanto i veri spudorati siano loro: quanto cinica
sia la loro attitudine di fare del senso comune del pudore (aidos)
quello che occorre ai loro obiettivi”.
Ma è nella modernità e con
l’avvento delle sue istituzioni democratiche che il cinismo filosofico viene
fatto proprio dalla politica. Per mescolare dike e aidos, il
politico moderno non può accontentarsi di rispettare e lasciare intatti la dike
e l'aidos altrui perché non riuscirebbe mai a convincere nessuno della
bontà delle proprie ragioni. Egli fa propria, pertanto, un'idea di dike
consolidata e rielabora i vincoli di unità d'amicizia, stabilendo una scala di
priorità tra le cose da fare.
Funiciello distingue il “cinismo
dei fini” del totalitarismo dal “cinismo dei mezzi”del liberalismo democratico:
nel primo caso ogni mezzo giustifica l’obiettivo di giustizia che si vuole
realizzare; nel secondo, al contrario, i mezzi sono in qualche modo anche un
fine a sé, almeno nel senso che fine sono anche “i diritti fondamentali
dell’individuo” che l’azione deve sempre e comunque preservare. E’ la necessità
di creare consenso, il “pudore spudorato”, l’elemento che accomuna le
democrazie totalitarie e quelle liberali. Ma è il “cinismo dei mezzi” a rendere
il liberalismo lo strumento migliore per esercitare il cinismo politico.
Il politico moderno, inoltre, mente
quando manipola scientemente la realtà al fine di mantenere l'integrità della
sua idea di giustizia per ricercare aidos, il consenso. Esagera i lati
positivi o negativi di una certa riforma, o di una legge, o di un fenomeno
sociale per convincere l’elettore. Funiciello elogia la menzogna del politico
quando questa gli permette di trascendere la realtà data e di prefigurare con
la mente i suoi possibili sviluppi futuri, le sue nuove conformazioni: “Egli
può sfidare l’ovvio sotto gli occhi di tutti, smentendo che possa avere in
futuro la stessa veritiera validità che ha avuto in passato, in nome di una
visione delle cose che nega la verità del presente, in vista di una verità a
cui dare forma domani”.
Ma l’esercizio della menzogna
consapevole – mi chiedo - non mette in discussione la fiducia
nell’interlocutore e, dunque, la possibilità di ricercare il consenso? Il
dibattito pubblico su valori e scelte nelle democrazie liberali non dovrebbe
avvenire su basi di sincerità e verità? La questione è complicata perché già i
greci e poi i cristiani distinguevano una parresìa (parlare franco) positiva
e una negativa per non confondere la sincerità con il parlare a vanvera, il
dire qualsiasi cosa si pensi senza avere
adeguata cognizione di quel che si dice. Forse converrebbe esercitare una parresìa
più vicina al silenzio, alla meditazione, al dubbio, alla problematicità,
all’ascolto dell’altro per evitare sia l’immoralità della menzogna che la
stupidità del chiasso e ottenere così un vero dialogo pubblico.
Il politico come cinico dovrebbe,
dunque, essere consapevole di esercitare un’arte, l’arte del governo, una
creatività necessariamente mistificatrice di quanto esiste solo nell’attimo.
Scrive Funiciello: “ Senza immaginarsi l’uomo com’è e, insieme, come dovrebbe o
vorrebbe essere, senza questa tripla figurazione non si dà alcuna creazione
artistica – né letteraria, né politica”. Ma un attore sul palcoscenico sa
comprendere le vere aspirazioni del suo pubblico e distingue la richiesta del mero
gioco estetico dalla disponibilità a lasciarsi coinvolgere in un’avventura
collettiva che porti al cambiamento. Oggi sono in molti a varcare la scena
politica per intrattenere con l’elettorato solo un rapporto estetico,
cavalcando l’antipolitica che è dilagata nell’ultimo periodo; e a questo punto
diventa reale il rischio che la spudoratezza prenda il sopravvento e cancelli
ogni tentativo di ricercare la giustizia. Il libro di Funiciello ci offre gli
strumenti analitici per comprendere la portata di questo rischio.
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11 settembre 2010
Gli allievi del Progetto FID visitano due fattorie sociali
Il Progetto FID – Formazione per l’Inclusione di Disabili, realizzato dall’Istituto Statale d’Arte “Roma 2”, il Consorzio
Tiresia, la Fondazione “Parco della Mistica” e la Rete Fattorie Sociali,
è entrato nel vivo del suo percorso. Si è, infatti, conclusa la fase di
orientamento con la visita degli allievi alla Cooperativa “L’Orto Magico” di
Roma e alla Fattoria Sociale “Fabioland” di Nerola (Rm) e presto si avvierà il
corso di formazione per operatori dell’agricoltura sociale. Nella splendida
cornice del Parco agricolo della Marcigliana, dove opera “L’Orto Magico”, vi è
stato così un contatto diretto con le attività di raccolta dei pomodori ed
altri ortaggi svolte dai giovani con varie forme di disagio soci della
cooperativa, mentre sulle colline della Sabina Romana si sono potuti osservare
gli ulivi, alcuni piantati addirittura all’epoca dell’antica Roma e ancora in
produzione, nonché gli attrezzi per la raccolta e la molitura delle olive, che
Fabio Bischetti, un ragazzo disabile, insieme ai suoi familiari utilizzano
nella propria azienda.
Gli allievi hanno, in tal modo, verificato di persona come
le molteplici funzioni dell’agricoltura - dalla coltivazione
alla trasformazione e vendita dei prodotti, dalla produzione di energia
rinnovabile alla fornitura di servizi sociali, educativi, ricreativi e di
accoglienza - stimolano le capacità delle persone e creano maggiori opportunità
per loro nel promuovere il proprio benessere fisico e psichico.
Il percorso formativo – previsto dal
Progetto promosso dalla Provincia di Roma e cofinanziato dall’Unione Europea -
verterà nella costruzione di inserimenti lavorativi di diverso tipo, non solo
assunzioni in aziende agricole ma anche autoimprenditorialità su terreni
pubblici e privati. Si tratta di valorizzare sia l’agricoltura professionale,
esercitata dalle imprese agricole e dalle cooperative, sia il part-time e
l’agricoltura amatoriale, che oggi si praticano in modo diffuso su una miriade
di piccoli appezzamenti coltivati a fini di autoconsumo e di benessere fisico e
intorno a cui gravita un indotto fatto di tante attività economiche e di
servizi.
A tale fine, varanno creati laboratori di
confronto con enti locali, fattorie sociali, agricoltori, proprietari di tenute
e casali, familiari e amici degli allievi per progettare reti di economia
civile, inclusiva e sostenibile con lo scopo di rivitalizzare interi territori
rurali e periurbani, coniugando sviluppo economico, tutela ambientale e welfare
locale.
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28 luglio 2010
Agricoltura Sociale in Provincia di Roma: dal Progetto FID alle Strade della Solidarietà
E’ partito il percorso formativo di 55 giovani con
varie forme di disabilità nell’ambito del Progetto FID - Formazione per
l’Inclusione Disabili, realizzato dall’Istituto Statale d’Arte “Roma 2”, il
Consorzio Tiresia, la
Fondazione “Parco della Mistica” e la Rete Fattorie Sociali.
Alla fase di orientamento di 100 ore seguiranno
altre 200 ore di formazione e ulteriori 300 ore di tirocini nelle aziende. Una
ventina di allievi si stanno orientando a diventare operatori dell’agricoltura
sociale. In sostanza, riceveranno una formazione e un accompagnamento per
lavorare in aziende agricole come dipendenti o imprenditori.
Questo progetto della Provincia di Roma,
cofinanziato dall’Unione Europea, si basa infatti sull’idea che l’agricoltura
sia in grado di includere persone con
svantaggi o disagi. Le molteplici attività agricole - dalla coltivazione alla
trasformazione e vendita dei prodotti, dalla produzione di energia
rinnovabile alla fornitura di servizi sociali, educativi, ricreativi e di
accoglienza - stimolano le capacità delle persone e creano maggiori opportunità
per loro nel promuovere il proprio benessere fisico e psichico.
Il progetto prevede una serie di incontri con enti
locali, fattorie sociali, agricoltori, familiari e amici degli allievi per
costruire insieme sbocchi lavorativi di diverso tipo, non solo assunzioni in
aziende agricole ma anche autoimprenditorialità su terreni pubblici e privati.
Una formula da sperimentare con le famiglie e le loro reti di relazioni è quella
di valorizzare il part-time e l’agricoltura amatoriale, che oggi si praticano in
modo diffuso su una miriade di piccoli appezzamenti coltivati a fini di
autoconsumo e di benessere fisico e intorno a cui gravita un indotto fatto di
tante attività economiche e di servizi.
Si potrebbero, in tal modo, creare le
“Strade della Solidarietà”, da intrecciare con le “Strade dei Vini e degli Oli”,
al fine di collegare piccole e medie unità produttive che tanti cittadini
proprietari potrebbero mettere a disposizione per dar vita, insieme alle persone
provate da svantaggi e disagi, a veri e propri distretti di economia civile,
inclusiva e sostenibile.
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14 luglio 2010
Gli Ogm tornano ad essere un problema economico
La Commissione europea ha adottato
nuove proposte per consentire agli Stati membri di autorizzare,
restringere o proibire la coltivazione di Ogm sulla totalità o una
parte del proprio territorio per ragioni sociali, economiche e morali.
Non potranno farlo per motivi che riguardano la salute dell’uomo e la
tutela dell’ambiente. Tali aspetti resteranno di competenza europea e
saranno alla base della procedura di autorizzazione di nuove sementi
Ogm, che resta invariata. Non è proprio una decisione lineare. La
politica agricola è stata sempre di competenza comunitaria fin
dall’avvio del processo di costruzione europea e non si era mai
verificato che un suo pezzo venisse devoluto agli Stati membri. Ma la
Commissione Ue si è vista costretta a farlo per le forti resistenze
opposte da alcuni Paesi nell’ adempiere agli obblighi derivanti dalle
decisioni europee in materia di Ogm. Il lungo braccio di ferro si è ora
risolto con una decisione salomonica: la Commissione continuerà a
decidere se autorizzare la messa in commercio di semi geneticamente
modificati valutando l’impatto sulla salute e sull’ambiente e gli Stati
membri potranno autorizzarne la coltivazione ma considerando solo gli
aspetti socioeconomici ed etici.
In realtà, con siffatta decisione
nessuno dei due schieramenti che si fronteggiano può cantare vittoria.
Non è, infatti, scontato l’orientamento che prevarrà adesso che il
dibattito può svelenirsi e perdere i caratteri ideologici che finora ha
avuto. Non discuteremo più se gli Ogm fanno male o bene alla salute o
se danneggiano la biodiversità. Per tale valutazione entrambi gli
schieramenti si rimettono alle risultanze tecniche e scientifiche degli
organismi europei. In sostanza, non c’è più un pregiudizio che fa di
questo tema un tabù..
Del resto, già da qualche mese nei siti
internet della coalizione anti-Ogm circola un dossier dal titolo “Ogm,
le ragioni di chi dice no”, in cui sono abbandonati i toni apocalittici
e si torna all’onestà intellettuale propria di chi affronta l’argomento
con un approccio scientifico. Il problema che ora si pone è come
organizzare un dibattito pubblico che finalmente potrebbe diventare
comprensibile. Si dovrebbe parlare, infatti, di convenienze economiche,
di quello che fanno gli altri Paesi e di quello che potremmo fare noi,
dei costi e dei benefici di una scelta rispetto ad un’altra. Sarebbe
però sbagliato accentrare ogni decisione nella Conferenza
Stato-Regioni. L’Unione europea lascia liberi gli Stati membri di
decidere e lo Stato italiano dovrebbe a sua volta lasciare libere le
Regioni di decidere. Che senso ha che la maggioranza delle Regioni
imponga alle altre i propri orientamenti? E nelle Regioni chi dovrebbe
decidere e con quale coinvolgimento dei cittadini? Sono tutti
interrogativi su cui ora dovremo aprire un dibattito serrato. Finora
un cavallo di battaglia del fronte anti-Ogm è stato quello di
contrapporre i prodotti tipici ai prodotti geneticamente modificati,
presentando quest’ultimi come la quintessenza dell’agricoltura
industrializzata e del modello agricolo americano. In realtà,
l’utilizzo dell’ingegneria genetica è perfettamente compatibile con le
molteplici agricolture italiane ed europee. La storia della ricerca
biotech nel nostro Paese dimostra, infatti, una chiara scelta volta ad
utilizzare la tecnologia per accrescere la biodiversità e salvare
specie in estinzione. I ricercatori che operavano nelle strutture
pubbliche italiane negli anni ’80 e ’90 erano sinceramente mossi
dall’idea di rafforzare i caratteri tipici della nostra agricoltura e
di andare oltre la visione produttivistica e quantitativa che aveva
caratterizzato la “rivoluzione verde”. Non è, dunque, un dato
irreversibile che il biotech sia oggi legato al modello
produttivistico. Dipende dalle scelte che i diversi sistemi
territoriali vorranno fare. L’idea che il tipico sia incompatibile con
il biotech rientra in strategie commerciali legittimamente assunte da
organismi privati ma non dovrebbe essere fatta propria dalle
istituzioni pubbliche. Quello che si può affermare sul piano del
marketing non è detto che sia corretto dal versante culturale e del
bene comune. E in questo caso la storia dell’alimentazione italiana ci
dice che non è plausibile tale contrapposizione. La storia ci
insegna, infatti, che identità e radici sono cose diverse. L’ identità
sono i valori e i modelli che ci qualificano qui ed ora. Le radici sono
i luoghi e gli “spunti” da cui la nostra identità ha tratto origine: ma
non necessariamente appartengono a noi. Le radici del nostro cibo “made
in Italy” spesso sono asiatiche e americane, come dimostra la storia
della pasta secca e del pomodoro. L’alimentazione mediterranea è frutto
di continue contaminazioni culturali. Introdurre l’ingegneria genetica
per migliorare e salvaguardare la biodiversità, evitando l’estinzione
di prodotti tipici attaccati dalle malattie, non è un attentato
all’identità italiana, ma semplicemente un modo per innestare nuove e
più fertili radici nella nostra identità alimentare, che è stata da
sempre il frutto dell’osmosi tra saperi contestuali e nuovi traguardi
della conoscenza scientifica. Ora che gli Ogm tornano ad essere un problema economico, riapriamo finalmente la discussione su questo tema. Alfonso Pascale Da "LaVeraCronaca.com"
| inviato da lostruscio il 14/7/2010 alle 20:30 |
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13 luglio 2010
La cultura politica dei miglioristi in un libro di Enrico Morando
In un volume piacevole e assai
documentato dal titolo Riformisti e comunisti? Dal Pci al Pd. I miglioristi
nella politica italiana (Donzelli, 2010), Enrico Morando ricostruisce il contributo
fornito alla sinistra da un gruppo di dirigenti che si richiamavano alla lezione
di Giorgio Amendola.
Morando è stato un giovane
esponente di quel gruppo capeggiato da Giorgio Napolitano. E la rievocazione delle vicende che
caratterizzarono il quinquennio 1989-1994
ci aiuta a fare i conti con la memoria. Cosa sempre utile anche per
evitare – come scrive Biagio de Giovanni nell’introduzione - le repliche dure o
ironiche della storia.
La tesi che l’autore si prefigge
di dimostrare è che la componente riformista del Pci-Pds avrebbe potuto svolgere
una funzione determinante nel costruire un partito come perno dell’alternativa
al centrodestra perché il potenziale innovativo – di cui i suoi esponenti erano
portatori – era maturato ben prima della svolta dell’89. Eppure tale contributo
non ci fu nella misura che sarebbe stata necessaria se solo in questi ultimi
anni si è potuto dar vita al Pd e concludere – almeno per quanto riguarda il
nuovo soggetto politico – la lunga transizione avviatasi con la caduta del Muro
di Berlino.
Morando s’interroga su questa
sorta di autolimitazione e individua tre ragioni essenziali del suo
manifestarsi:
1) la concezione del partito che
fa della sua unità un feticcio, una priorità assoluta a dispetto dello stesso
superamento formale del centralismo democratico, e del suo “centro” un luogo politico
vocato a governare quasi per diritto naturale da condizionare senza mai
sfidarlo con chiare alternative di linea e di personale politico;
2) la scelta di porre l’accento
sugli elementi di continuità con il percorso originale del Pci e, in particolare,
della destra comunista nel marcare una distinzione con il confuso “nuovismo” di
Occhetto, sacrificando però a questa esigenza tattica l’affermazione esplicita
di un’idea di partito che assumesse la socialdemocrazia per quella che era
nella vicenda europea e cioè un’idea antitetica al comunismo;
3) la riluttanza ad acquisire il
socialismo liberale come terreno di ricerca del nuovo partito, confinandolo
invece in uno spazio politico e culturale altro da sé con cui confrontarsi
soltanto.
La parte più utile per l’oggi è
ovviamente la terza se dopo vent’anni il nostro paese non ha ancora conosciuto
la sua rivoluzione liberale. Ma l’analisi delle due prime ragioni di difficoltà
– concezione del partito ed eccesso di continuità – aiuta i più giovani a
capire meglio la tortuosità della trasformazione del Pci in un partito
effettivamente diverso da quello precedente.
Mi soffermerò sul terzo motivo
del ritardo per la sua attualità. Morando racconta come i miglioristi –
esponenti del Pci che escludevano la prospettiva della fuoriuscita dal
capitalismo e agivano per migliorare la situazione esistente propugnando
politiche riformiste – cercavano una
sintesi tra liberalismo e socialismo democratico. Agivano però con le cautele
necessarie per rendere quell’innovazione compatibile con la loro appartenenza a
un partito comunista, quasi mimetizzandole. E contribuivano in tal modo essi
stessi a non rendere visibili e attrattive la loro ricerca e le loro posizioni
dentro e fuori il partito.
L’autore ricorda come già nei
primi anni ’80 Salvatore Veca avesse incominciato ad offrire gli strumenti
culturali per misurarsi con l’individualismo di massa esploso a seguito del ’68
e avesse introdotto nella riflessione pubblica italiana il pensiero di Rawls.
Una ricerca che, in coincidenza con la caduta del Muro di Berlino, si riversa
nel fortunato volume di Martinelli, Salvati e Veca “Progetto ’89. Tre saggi su
libertà, eguaglianza e fraternità” che pone con forza l’esigenza di elaborare
una sintesi tra socialismo riformista e liberalismo.
Morando richiama, inoltre, le
concomitanti ricerche di Ranieri e Minopoli, giovani esponenti miglioristi, sul
pensiero di Edward Bernstein e Carlo Rosselli e sul tentativo impossibile
compiuto da Amendola nel suo percorso politico e culturale di coniugare
comunismo e liberalismo, nonché i saggi di Napolitano sull’esperienza della
solidarietà nazionale, in cui egli riflette sul tabù della “centralità del
lavoro” e sui primi tentativi compiuti da lui stesso nel 1977 di metterlo
esplicitamente in discussione per assumere nelle politiche di riforma una
visione completa del cittadino non solo come produttore ma anche come consumatore
e risparmiatore.
Puntigliosamente l’autore conduce
la sua indagine sull’evoluzione della cultura politica dell’area riformista
ricostruendo la vicenda dell’Alleanza democratica come soggetto politico
dell’alternativa di governo, la nascita del Centro di iniziativa del Socialismo
democratico e liberale in Alleanza democratica, con Giorgio Ruffolo ed altri
esponenti di area laica e socialista, e la scelta del Pds di restringere la
coalizione in quella dei Progressisti, un’alleanza di sinistra-sinistra che
porterà alla vittoria di Berlusconi nel 1994.
E’ in quel frangente che prende
corpo tra i miglioristi una discussione sulla natura del partito riformista
attorno al quale organizzare il nuovo centro-sinistra: un nuovo partito
socialista che si allea con altri soggetti politici o un partito che nel
costruire un’alleanza di governo pone le basi per un nuovo soggetto politico
che sia esso stesso di centrosinistra? Una divaricazione sulla natura del nuovo
partito che però fa salva la politica (la costruzione di un vasto schieramento
progressista di centro-sinistra, attorno a un grande partito riformista che ne
costituisca l’asse e ne garantisca la guida) e le politiche (oltre il vecchio
paradigma socialdemocratico, per coniugare eguaglianza ed efficienza, in una
nuova alleanza tra meriti e bisogni), su cui vi era una sostanziale unità di
vedute.
Ma quella divergenza sulla natura
del nuovo soggetto politico portò allo scioglimento dell’area riformista,
determinando di fatto l’irrilevanza politica dell’iniziativa dei singoli
dirigenti. Né si ricomporrà quando nel 2001 Morando presenterà una mozione al
congresso di Pesaro per sfidare apertamente Piero Fassino e Giovanni Berlinguer
su chiare posizioni liberalsocialiste, proponendo un nuovo soggetto politico
coi geni di quello che sarebbe stato il futuro partito democratico.
Fu davvero inevitabile far
discendere dalla diversità di vedute sulla natura del nuovo partito la scelta
di non agire più come componente riformista proprio nella fase in cui si stava
per dar vita all’Ulivo e il nuovo centro-sinistra si preparava a governare il
Paese? E’ racchiuso, a mio avviso, in quella decisione il succo della vicenda
dei miglioristi: il fallimento della loro iniziativa non fu solo il frutto di
un’autodifesa e di una sorta di ritrosia a non apparire come quelli che
aprivano alla deriva socialdemocratica ma anche l’esito inesorabile – condiviso
con la maggioranza del partito - di una presunzione e di un senso di
autosufficienza perfino nel promuovere una cultura liberalsocialista. Nel
Pci-Pds quella cultura era quasi completamente assente se non in tracce molto
limitate che si potevano ritrovare in singole personalità, come Amendola e
Napolitano, e in giovani esponenti predisposti all’innovazione che però dovevano
alimentare l’ansia di mutamento dialogando e collaborando con forze esterne al
partito. L‘errore fu nel non aver ritenuto necessario già in quel momento sciogliere
l’esperienza comunista in un nuovo partito che, unificando i diversi filoni
riformisti della nostra storia repubblicana, ampliasse le forze culturali da
impegnare nella ricerca di una sintesi del liberalismo democratico, cattolico e
laico, e del socialismo democratico. Se i miglioristi fossero rimasti uniti
anche su questo punto, probabilmente la cultura liberalsocialista si sarebbe
affermata più facilmente; ed oggi nel Pd - che comunque è stato creato - non
assisteremmo al triste spettacolo di una dialettica interna tutta fondata sulle
vecchie culture di provenienza: un modo di stare insieme come separati in casa,
coltivando ciascuna parte l’antico vizio della presunzione autoreferenziale.
Nel ricostruire il filo del dibattito
culturale che ha visto coinvolta l’area riformista del Pci-Pds, Morando
affronta un tema di grande interesse su cui si è ancora riflettuto poco: il ’68
come grande occasione perduta dal Pci per rinnovare profondamente la propria
cultura politica. Ne ha parlato qualche anno fa Biagio de Giovanni sostenendo
una tesi condivisibile: se la Dc di Moro e il Pci di Berlinguer avessero
assunto nella propria politica la centralità delle libertà e dei diritti
dell’individuo che il ‘68 proponeva, si sarebbero forse collegati con un pezzo
forte e nuovo della società italiana e avrebbero contribuito a fare uscire il
Paese dall’immobilismo politico e sociale. Non lo fecero. E Craxi, che pure
dette l’impressione di aver compreso l’importanza di quella corrente di
mutamento che scuoteva il Paese, non si mise in condizione di approfittarne.
In un saggio intitolato “Il ’68
delle campagne” avevo anch’io affrontato questo tema, mettendo in risalto le
radici agricole della dimensione individuale di massa e l’incapacità della
politica di offrire una risposta a quella profonda aspirazione antiautoritaria
e libertaria che era emersa a metà degli anni ‘60 nella società italiana -
nelle sue diverse pieghe: dalle campagne alle fabbriche e alle università -
profondamente provata da un processo accelerato e caotico di modernizzazione
indotto dai grandi soggetti collettivi del secondo dopoguerra.
Morando annota con amara ironia
come sia stato Berlusconi, a modo suo, a dare una sponda alla domanda di
libertà dell’individuo che veniva da quell’onda lunga. Ma né l’Ulivo né il Pd,
se non in alcune sue componenti molto ristrette, contemplano una presenza
autentica di cultura liberale e
socialista. Eppure la lunga transizione finirà solo quando questi due
filoni, oggi dispersi in mille rivoli, daranno finalmente vita ad una nuova
cultura politica che sappia gestire quella rivoluzione liberale che il Paese
ancora attende da così lungo tempo. Il pensiero politico ed economico di autori
liberaldemocratici come Martha Nussbaum, Amartya Sen, Robert Nozick non è mai
arrivato nel nostro paese. Manca una riflessione pubblica sui temi della
bioetica, sul rapporto tra società dell’informazione e democrazia, sulla
relazione tra efficienza e solidarietà, sul pluralismo degli ethos del mercato,
da quello utilitaristico fondato sul reciproco vantaggio a quello dell’economia
civile fondato sul mutuo aiuto. Ora che i grandi mutamenti del mondo hanno
modificato il senso di tante cose, il libro di Morando, insieme ad altri pochi
recenti contributi, può aiutarci a riaprire la discussione.
Alfonso Pascale
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