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Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

Diario | La vetrina | I paesaggi | I fatti | Le cantate | I passaggi |
 
Diario
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16 dicembre 2011

Alfonso Pascale recensisce il libro di Pierre Rabhi "Manifesto per la terra e per l'uomo"

Anche chi è allergico ai toni estremi degli ecologisti apocalitticifarebbe bene a leggere il libro di Pierre Rabhi intitolato “Manifesto per laterra e per l’uomo” (add editore, Torino, 2011). L’Autore è un contadinofrancese di origine algerina. Prima di trasferirsi nell’Ardèche per coltivarela terra, lavorava a Parigi come operaio specializzato. Fa dunque parte diquella schiera di nuovi agricoltori che provengono dalla città e hanno sceltodi vivere in campagna non come ripiego ma come adozione di un diverso stile divita. Negli anni Novanta ha fondato l’associazione “Terre & Humanisme” perla trasmissione dell’etica e della pratica agroecologica e nel 2006 “Colibris”.Con questo libro, egli intende lanciare un appello alle persone di buona volontàperché assumano comportamenti responsabili nei confronti del pianeta avantaggio delle generazioni future.

Rabhi pone sotto accusa l’agricoltura industrializzata,tacciandola senza mezzi termini come meccanismo perverso “che può produrre solodistruggendo” e come “una delle grandi responsabili della fame nel mondo”. E ilmangiare, che ha la funzione di conservare la vita, nelle forme che ha assuntonella contemporaneità viene indicato come un vettore non secondario di morte. Esecondo questa visione, un’agricoltura che non potrebbe produrre senzadistruggere porterebbe in sé anche i germi della propria distruzione.

Dopo aver tratteggiato a tinte così fosche gli scenari presentie futuri, Rabhi indica l’ecologia come uno stato di coscienza e ossatura di unanuova etica individuale. Non è sufficiente – si può sintetizzare così il suopensiero – mangiare biologico, riciclare l’acqua, riscaldarci con l’energiasolare, decidere aggiustamenti o approvare leggi restrittive e repressive persalvaguardare il pianeta, ma occorre riformare profondamente il nostro modo dipensare e di comportarci. La bellezza potrebbe salvare il mondo se per bellezzaintenderemo la compassione, la condivisione, la moderazione, l’equità, lagenerosità, il rispetto della vita in tutte le sue forme. E si può averesuccesso perché questo tipo di bellezza “si nutre di quel fluido misterioso dicui niente può eguagliare la potenza costruttiva, e che noi chiamiamo Amore”.

Nella prima parte del libro questi temi sono affrontati daun punto di vista diciamo teorico. Si tenta, in sostanza, di costruire un nuovoparadigma di umanesimo universale, innervandolo in una concezione dell’ecologiache da scienza diventa etica. Nella seconda parte sono indicate le scelteconcrete che ogni individuo dovrebbe compiere per assumere gli stili di vita egli impegni corrispondenti agli imperativi morali che la presa di coscienza propone. Sono così indicate le modalità dicoltivare la terra ispirandosi ai principi e alle tecniche dell’agroecologia; imodelli educativi per modificare le logiche di consumo e sostituire lacompetizione con la collaborazione, la dipendenza con l’autonomia, ilrendimento con il rigoglio; i percorsi per costruire iniziative individuali coerenticoi principi ecologici e reti di economia solidale. L’originalità del libro staproprio nella presentazione di esperienze concrete e di realizzazioni indiversi contesti territoriali.

Molte indicazioni che il libro offre appaiono senz’altrocondivisibili; ed io le sento particolarmente mie perché esse sono in pienasintonia coi principi a cui già i padri costituenti, nel redigere l’art. 44della Costituzione riguardante la terra come bene comune, fecero esplicitoriferimento: la salvaguardia del territorio e il conseguimento della giustiziasociale.

Ma tali suggerimenti possono benissimo essere recepiti dachiunque, senza tuttavia doverle giustificare con la previsione di scenariallarmistici e con accuse non fondate nei confronti dell’agricolturaindustrializzata. Condividere e praticare stili di vita, modelli produttivi edi consumo alternativi a quelli usuali, non significa essere più buoni mentregli altri che non adottano tali scelte sono i cattivi. E’ falso affermarlo ed èpericoloso lasciarlo intendere. Nel momento in cui s’inculca questa idea scattail meccanismo amico/nemico che tanto orrore ha provocato nel Novecento.

Questo non vuol dire che i comportamenti irresponsabilidelle imprese non debbano essere stigmatizzati ma bisogna farlo nonappellandosi a scelte etiche individuali o di gruppo, bensì costruendo unalegislazione, un’autoregolamentazione e una collaborazione mediante il dialogocostruttivo con tutti i soggetti coinvolti in un determinato problema.

Non usciremo dalle difficoltà economiche e non contribuiremoa salvare il pianeta, dividendoci aprioristicamente tra chi vuole costruire unmondo migliore e chi invece vorrebbe distruggerlo. Vi è bisogno di approfondirei problemi, dedicandoci all’ascolto reciproco per trovare soluzioni condiviseche ci permettano di acquisire consapevolezza del mondo in cui viviamo eaccrescere così ciascuno la nostra libertà.

Leggere il libro di Rabhi è importante perché,indipendentemente dalle nostre convinzioni personali, induce a riflettere e acomprendere meglio i punti di vista che sono in campo.

   

29 maggio 2011

Alfonso Pascale recensisce "Et in terra pax", un film che aiuta a capire la condizione odierna delle periferie metropolitane

Ieri sera ho visto il film ambientato a Corviale e ho partecipato al dibattito con gli autori e l'intero cast nel Cinema "Aquila". “Et in terra pax” è un’opera prima cinematografica che induce a riflettere sulla condizione odierna delle periferie di una qualsiasi metropoli del mondo. Una condizione di forte disagio dovuta all’emarginazione, alla mancanza di legami comunitari e al clima di violenza e sopraffazione che caratterizza le relazioni umane. La psicologia dei personaggi viene approfondita dai due giovani registi, Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, mediante la cura meticolosa dei dialoghi e del linguaggio, da cui non emerge più il conflitto sociale tra gruppi che abitano nei centri delle città e gruppi che vivono nei luoghi periferici, divaricati fino agli anni Sessanta del secolo scorso entro spazi che si intendevano colmare con l’emancipazione e la promozione sociale. Al conflitto sono ora subentrate la violenza e la solitudine come esiti di uno sradicamento e di una perdita d’identità. La lotta quotidiana per la sopravvivenza si alimenta della mancanza di regole, in un’atmosfera diffusa di crimini e soprusi; e sembra non avere più vie di fuga e di riscatto.

 

Non c’è la vecchia contrapposizione città-anticittà da riconnettere con un’azione educativa e d’intervento sociale, ma ogni spazio è diventato “non luogo” dove domina il silenzio dell’incomunicabilità e dell’isolamento, della rabbia e della rassegnazione, della noia e dell’autodistruzione compulsiva; e questa condizione è ormai diventata un tratto comune del mondo globale in ogni latitudine.

 

In siffatto scenario, ogni tentativo di redenzione e di crescita individuale appare inutile. Quando Marco esce dal carcere, non vorrebbe tornare al crimine, ma la deriva è ineluttabile. Ogni speranza sembra spegnersi perché pure chi, come Sonia, è innocente e vorrebbe tentare percorsi normali di studio e lavoro, diventa inesorabilmente vittima e le viene impedito di sognare. Dice Marco: “Se mangi, se cammini, se respiri, non vuol dire che sei vivo”. E si avverte in questa considerazione una ricerca di senso, che è l’unica cosa in grado di mettere in discussione l’abbrutimento degli individui e lo svuotamento delle relazioni interpersonali. Egli allora tenta di salvarsi guardando e osservando il mondo che si muove intorno; e riflette seduto da solo su una panchina.

 

Un giorno Sonia si siede accanto a Marco ed egli indica alla ragazza questa via d’uscita che sta sperimentando individualmente. E’ la conquista di un percorso di riscatto di cui lei apprezza pienamente il valore e così scocca l’invito a rinnovare l’incontro. E forse quando, sull’onda di questo frammento di reciprocità in cui sguardi e parole sono donati gratuitamente e sembra nascere finalmente una relazione tra i due giovani, la storia bruscamente s’interrompe, arretrando con pudore da un inaspettato e magico barlume di sentimento quasi a non voler affievolire la crudezza del racconto.

 

L’attenzione degli autori non è puntata sulle cause del degrado sociale ma sull’intensità e qualità dei rapporti interpersonali, senza giudicare i comportamenti e stabilire dov’è il bene e dov’è il male, ma evidenziando la volontà e capacità di ciascuno di trovare in sé stesso e nel rapporto con l’altro un possibile sbocco. La descrizione di queste vite dannate è condotta in modo secco e irruente ma senza mai indugiare sulle scene di violenza o di sesso, che ci vengono restituite quasi in una dimensione metafisica. Un crescendo di ruvidezza e di emozioni amplificato dal provocatorio contrasto con la colonna sonora ricavata dal secondo movimento “Andante” del “Gloria” di Vivaldi. E un set d’eccezione, qual è il nuovo Corviale, che si staglia maestoso e compatto coi suoi colori grigi e la sua simbologia contraddittoria in un cielo terso in cui non si scorge nemmeno una stella.

 

In mancanza di soggetti collettivi capaci di accompagnare i processi sociali, anche in questa cruda e aspra periferia romana la via d’uscita sembra affidata alla ricerca spontanea di senso da parte di individui e gruppi sociali, culturali e artistici, che hanno incominciato ad osservare le risorse del territorio per una possibile rivitalizzazione  rivolta al bene comune. Una ricerca di ricostituzione di legami comunitari che parta dal ritrovamento di sé stessi, delle proprie identità e di quelle territoriali. Sarebbe davvero bello se gli autori del film e l’intero cast, che hanno vissuto come impegno collettivo e artistico la realizzazione dell’opera senza fare riferimento ad una specifica situazione concreta, si ritrovino ora con gli abitanti del quartiere dove il film è stato girato, nel condividere i distinti percorsi come in una possibile ricerca-azione comune.

17 maggio 2011

Alfonso Pascale recensisce un libro di Paolo Rossi sull'idea del mangiare

Paolo Rossi, professore emerito nell’Università di Firenze e membro dell’Accademia dei Lincei, è uno storico delle idee e della “lunga durata”, abituato a sottolineare anche i “moti pendolari” della storia. E’ con questo approccio che ha scritto uno stimolante libro intitolato “Mangiare”, edito da “Il Mulino” (2011).

Chi coltiva esclusivamente una visione edonistica del cibo, senza curare altri aspetti fondamentali che ad esso si legano, forse non troverà soddisfacente la lettura del volume  perché l’autore non racconta solo le storie fatte di cose piacevoli ma anche quelle piene di orrori che si configurano, a volte, come inimmaginabili. Tutti noi non vorremmo vederle mescolate quando si parla del cibo, ma purtroppo sono dannatamente intrecciate; e questo libro ci dà la misura di quanto siano legate indissolubilmente tra loro. La lettura è, tuttavia, avvincente perché il testo è molto documentato, a partire dalle testimonianze dirette di chi si è trovato o si trova a vivere le esperienze drammatiche che vengono descritte.

Il tema della fame primeggia perché ancora oggi quasi un miliardo di persone nel mondo sono denutrite. Ma il problema non riguarda solo quella parte del pianeta dove non c’è cibo a sufficienza. Anche da noi, che fortunatamente viviamo dove il cibo è in abbondanza, s’incontrano persone per le quali il mangiare è fonte di preoccupazione quotidiana: ci sono quelle che, per sfamarsi, frugano nella spazzatura e ci sono giovani persone per le quali il mangiare costituisce un nemico a cui opporre uno strenuo, distruttivo e totale controllo. Vengono così raccontati gli studi sull’inedia come malattia che conduce alla morte, sia quelli condotti su volontari, come l’”Esperimento Minnesota”, sia quelli ricavati dalle memorie di medici che vissero l’atroce esperienza del ghetto di Varsavia, nel 1940, quando gli ebrei residenti vennero ermeticamente rinchiusi entro un’area di 14 chilometri quadrati. E descrivendo gli studi sulle carestie del Novecento, in Ucraina e in Cina, nonché quelli sulle deportazioni nei lager nazisti e nei gulag sovietici, lo storico conclude che la tragedia della fame è stata di certo strutturalmente connessa al mondo dei campi di concentramento, ma anche laddove non s’intravede una precisa volontà di genocidio è stata comunque il frutto di errate o incaute scelte politiche.

Oltre ai capitoli sul cannibalismo e il vampirismo, ampio spazio è dedicato ai disturbi alimentari e alle malattie del benessere. Prima di tutto l’obesità, diventata ormai una vera e propria epidemia, che colpisce i paesi ricchi ma anche quelli emergenti. L’autore riporta le conclusioni del recente lavoro del neuroscienziato André Holley, in cui si afferma che “dopo mezzo secolo di ricerche e dopo aver speso centinaia di migliaia di dollari per demonizzare i grassi nell’alimentazione, la scienza della nutrizione non è riuscita a provare che una dieta con pochi grassi può aiutare a vivere a lungo”; e questo perché “di fronte a fatti così complessi come quelli che caratterizzano la nutrizione, non ci è concesso di affidare l’indagine a un solo ramo del sapere”. Occorre, in sostanza, mettere insieme più discipline e assumere un approccio olistico per fronteggiare la malattia. E questo ancora non si fa.

Più drammatico è il caso dell’anoressia, una malattia mentale che si accompagna ad una vera e propria propaganda volta a diffonderla tra le nuove generazioni. E’ forse l’unico caso di apologia di un morbo. Ci sono, infatti, decine di siti web che incitano i giovani al controllo totale del cibo come mezzo di autoaffermazione. Inoltre, il mondo della moda adotta modelli di bellezza che si fondano sull’idea dell’essere magri a tutti i costi. I mezzi di comunicazione di massa hanno assunto come valori esclusivi della nostra società la bellezza e l’efficienza fisica e diffondono questo messaggio con un’aggressività e volgarità senza misura. Si è in tal modo verificata una sorta di saldatura tra modelli culturali di vita e forme patologiche. Negli ultimi decenni, una folla di filosofi, antropologi, psicologi, psicanalisti e psichiatri ha insistito sugli effetti deleteri provocati dall’immagine di un corpo emaciato che viene divinizzato fino a configurarsi come un’entità da raggiungere posta ad un’infinita distanza e, per questa ragione, mai raggiungibile. Nonostante tale impegno – conclude sconsolato l’autore – nel mondo della moda non diventano ancora decisive e vincenti quelle posizioni che si richiamano a problemi etici o a faccende che riguardano la coscienza o la responsabilità che si assume davanti agli altri.

Un’attenzione particolare il volume dedica anche al rapporto tra il digiuno e la religione, richiamando i diversi riti di buddisti, induisti, musulmani, ebrei e cristiani. Nel riferire sulla recente letteratura riguardante la vita delle sante e il loro rifiuto ascetico del cibo, si condivide l’opinione dello psichiatra Paolo Santonastaso, secondo il quale vanno evitate semplificazioni grossolane ed erronee identificazioni, accostando le forme di digiuno della prima età moderna all’anoressia dei nostri giorni, perché i significati dei fenomeni non sono facilmente separabili dai contesti. E si mette, inoltre, in risalto come nella Chiesa cattolica la riduzione della pratica del digiuno a due sole giornate all’anno - mercoledì delle ceneri e venerdì santo – abbia aperto veri e propri crepacci nelle sue secolari mura se si sono dovute registrare reazioni di segno opposto da parte dei teologi:  di preoccupazione quella di Enzo Bianchi, che vede nella scomparsa del digiuno il rischio per il credente di una caduta nella capacità di confessare la propria fede anche attraverso il corpo; di insoddisfazione quella di Adriana Zarri, che avrebbe voluto una più drastica eliminazione della cultura penitenziale e un maggiore spazio nella letteratura religiosa alla dimensione festosa delle mense, partendo dall’idea di Cristo che si fa cibo e offre se stesso da mangiare ai suoi discepoli sotto i segni del pane e del vino.

E’ qui che l’autore sembra cogliere un filo sottile che lega il riemergere di due antichi temi: quello del cibo come convivialità e quello della condanna dell’impresa umana volta al controllo della natura. “E’ come se nel mondo del benessere – scrive Paolo Rossi – fosse presente una nascosta forma di nostalgia per il mondo del malessere”. E’ in realtà il rimpianto per i tempi felici che non ritornano, per l’ipotetica vita innocente e serena di “primitivi” che nella realtà vivono molto duramente, muoiono giovani e vedono morire molti dei loro figli. “Ancora una volta si realizza – osserva l’autore richiamandosi a Odo Marquard – quel frequente mutuo scambio tra fedi progressiste e angosce apocalittiche (che sono spesso alla base del primitivismo) attraverso un meccanismo quasi automatico: i vantaggi che la cultura concede all’uomo dapprima vengono accolti con favore, successivamente diventano ovvii, in ultimo, si scorge in loro il nemico. Sicché “proprio la liberazione dalle minacce fa diventare minaccioso ciò che libera”, come la medicina, la rivoluzione chimica e la stessa democrazia parlamentare. E’ all’interno di questi processi culturali che si affermano convinzioni errate come queste: “un tempo si mangiava naturale” oppure “per i nostri nonni e bisnonni il cibo era genuino e gustoso”. “Luoghi comuni che dovrebbero crollare – rileva lo storico - di fronte ai dati e alle serie ricerche. Invece resistono impavidamente”.

I toni del libro sono qua e là polemici, ma il discorso è condotto con argomentazioni stringenti richiamando spesso sia opere letterarie, teatrali e cinematografiche che studi scientifici non tanto di storici, filosofi, sociologi e antropologi, quanto invece di agronomi, chimici, biologi, neurobiologi e psicologi comportamentali. Il tutto partendo da una descrizione puntuale di ciò che è “natura” e di ciò che è “cultura” e dimostrando come la preparazione del cibo e il mangiare siano sempre una mediazione tra l’una e l’altra.

Ma c’è un aspetto che non convince nel testo. L’attenzione crescente che nei paesi ricchi si riserva al cibo, tanto da far ritenere ad una studiosa del fenomeno come Alessandra Guigoni che l’alimentazione sarà, nel  terzo millennio, uno dei grandi scenari dell’antropologia, è considerata da Paolo Rossi “qualcosa di molto simile ad un’ossessione”. Ed eccessiva appare allo studioso anche l’affermarsi di una cultura locale del cibo. E’ un giudizio che francamente appare un po’ sbrigativo. Ci si sarebbe aspettati anche qui dall’autore l’individuazione di uno di quei “moti pendolari” della storia sottolineati per altri risvolti del problema alimentare: il ruolo dei mercati locali, della convivialità, dei legami informali, dei beni collettivi e delle economie del dono; la loro capacità di garantire forme reciprocamente solidali nel tenere insieme le comunità e di contenere in tal modo gli orrori della fame; nonché la loro possibile rivitalizzazione in forme moderne, così come sta avvenendo con l’agricoltura sociale, al fine di creare nuove opportunità alle odierne società del benessere per sconfiggere i nuovi flagelli e le nuove ingiustizie. Ma tale rilievo ha come attenuante la mancanza di studi storici al riguardo, se si fa eccezione per quelli condotti da Paolo Grossi sui diritti collettivi e di Corrado Barberis sul legame delle produzioni tipiche con la cultura locale. Mancano ricerche sulle pratiche solidali legate al cibo e alle attività agricole. Al di là di queste lacune, il libro è utile per comprendere che i grandi dilemmi posti dall’idea del mangiare hanno bisogno per essere affrontati di far interagire sfere diverse della conoscenza scientifica, scongiurando il pericolo di affidarsi a credenze e a saperi nostalgici.

 

 

12 maggio 2011

Un articolo di Alfonso Pascale: "La profezia di Rossi-Doria in una lettera a Nuto Revelli

La modernizzazione dell’Italia avvenne tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso producendo un doloroso e intenso processo di spopolamento delle campagne. In pochi anni circa tre milioni di persone cambiarono residenza. Questa storia è stata recentemente raccontata da Sandro Rinauro nel documentato volume “Il cammino della speranza: l’emigrazione clandestina degli italiani nel secondo dopoguerra” (Einaudi, 2009). Finiva il mondo contadino che aveva retto con le sue regole dal Medio Evo fino alla metà del Novecento, permeando di sé sia gli eventi tragici della storia unitaria che i momenti di tenuta della nazione, dalla Grande Guerra alla costruzione dell’Italia repubblicana. E nasceva l’agricoltura moderna; quella che vediamo, taciturna e ferace, percorrendo l’autostrada o affacciandoci al finestrino del treno che attraversa la penisola.

Quella svolta epocale avvenne senza un governo o una qualche forma di accompagnamento per renderla meno traumatica. Così avrebbe annotato Nuto Revelli, a metà degli anni Settanta, nella prefazione al “Mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina” (Einaudi, 1977), con riferimento a quanto era accaduto nel cuneese: “E’ il terremoto dell’industrializzazione che negli anni Sessanta ha sconvolto irrimediabilmente la campagna (…). Tutti i problemi di allora si sono poi risolti da soli, con l’esodo che si è trasformato in valanga”. Nell’opera sono raccolte centinaia di lunghe interviste che testimoniano il profondo disagio di quel passaggio della nostra vita nazionale. Il dramma dell’esodo degli emigranti dalle regioni interne del meridione alle aree ricche d’Europa è raccontato anche dalle inchieste sociali di Giovanni Russo, che nel 1964 pubblicò per i tipi di Laterza il saggio “Chi ha più santi in paradiso”.

 Lo studioso meridionalista Manlio Rossi-Doria si sforzò, in quella fase, di far comprendere all’opinione pubblica italiana quanto lo svuotamento delle campagne meridionali fosse già scritto nel processo di modernizzazione e che sarebbe stato illusorio pensare di scansare quell’evento doloroso. Senza una riduzione degli addetti non sarebbe stato possibile ottenere una crescita della produttività in agricoltura e un innalzamento dei redditi agricoli. Tuttavia, egli si rendeva conto che mentre l’emigrazione dalle zone ad agricoltura intensiva aveva prodotto benefici evidenti, lo spopolamento delle zone interne era stato traumatico perché aveva procurato un’accentuazione dei divari, che solo una politica di programmazione globale avrebbe potuto attutire. Di qui il suo impegno nell’ideare una metodologia di analisi economica fondata sulla zonizzazione dell’agricoltura da porre a base della programmazione economica. Una bella e completa biografia dello studioso, in cui si parla di questi argomenti, è stata appena data alle stampe da Simone Misiani (“Manlio Rossi-Doria. Un riformatore del Novecento”, Rubbettino, 2010).

L’economista di Portici volle leggere l’emigrazione in positivo, invitando il mondo politico dell’epoca a trovare soluzioni innovative al problema come elemento qualificante di un disegno di sviluppo delle zone interne. Sicché, in un convegno organizzato a Torino dalla giovane Fondazione Einaudi, agli inizi degli anni Sessanta, per iniziativa di Francesco Compagna e Franco Venturi, Rossi-Doria propose al centrosinistra una politica di assistenza agli emigrati-operai che popolavano il triangolo industriale, individuandoli come i soggetti sociali che avrebbero potuto guidare nel Mezzogiorno il processo di crescita economica e civile delle aree depresse. A conforto della sua impostazione riprese le suggestioni del programma di sostegno per il ritorno degli emigranti elaborato nel 1910 da Leopoldo Franchetti e Pasquale Villari e lo aggiornò alla condizione dell’Italia del benessere. Diede così veste di sistematicità ad un progetto pilota per il ritorno degli emigrati qualificati come volano di sviluppo nelle aree in ritardo.

Ma tale impegno da parte dello studioso non suscitò interesse né a sinistra né nel mondo cattolico. Invano nel 1971, in occasione del convegno svoltosi a Potenza sul tema “Emigrazione e sviluppo delle zone interne”, organizzato dalla Chiesa locale, egli annunciò una ricerca del Centro di Portici con cui veniva avviato un censimento degli emigranti nei comuni di origine. L’indagine conoscitiva modificava radicalmente la metodologia fino ad allora adoperata. Spostava, infatti, il censimento dai luoghi di arrivo a quelli di partenza. Questa impostazione forniva elementi fondamentali per una conoscenza  del fenomeno migratorio e avrebbe potuto dare, nell’idea rossidoriana, un ritorno operativo. In sostanza, la raccolta di tali dati avrebbe reso possibile programmare un rientro degli emigrati nelle zone particolarmente segnate dal fenomeno migratorio. Le indagini si svolsero in Alta Irpinia e nella Sicilia interna, in collaborazione con il Formez, e i risultati vennero pubblicati nel 1978.

La ricerca condotta da un gruppo di studiosi guidato da Rossi-Doria  suscitò l’indignazione di Nuto Revelli che espresse allo studioso, suo amico, questo suo sentimento in una lettera con la quale gli annunciava di voler studiare in futuro i matrimoni tra i contadini del Nord e le donne emigranti del Sud nel cuneese. Un’esperienza che avrebbe poi raccolto nel volume “L’anello forte. La donna: storie di vita contadina” (Einaudi, 1985). “E’ la realtà sociale delle campagne che sta cambiando tra l’indifferenza di tutti” scrisse lo scrittore piemontese a Rossi-Doria . “Far parlare questa gente, scoprire queste due Italie povere che si incontrano, questo il mio interesse di oggi”.

A queste considerazioni seguì una risposta dello studioso di Portici in cui invitò lo scrittore ad avere fiducia nei segnali di rivitalizzazione del mondo rurale, attraverso un processo di ricostruzione dell’agricoltura contadina nel quadro di un’economia mista agricolo-industriale-decentrata anche attraverso le opportunità dell’avvio delle misure di sostegno comunitario. Attraverso tale via si sarebbe potuto far rivivere in forme diverse i valori umani e civili di un mondo che solo in apparenza era scomparso. “Oggi – anche se di difficile sviluppo e bisognose di essere sorrette da un vigoroso slancio civile – tali premesse ci sono. Non bisogna, quindi, disperare. C’è nell’aria e nelle cose, e c’è particolarmente in molti giovani, qualcosa che giunge in questa direzione. Fino all’ultimo fiato persone come te e me sono tenute a dare sostanza a questo che a molti appare irrealistico disegno. Il tuo lavoro – sia quello precedente sulla guerra sia quello raccolto sul grande esodo – è e sarà essenziale per dar forza ad altri nel lavorare in questa direzione. E’ mia convinzione – e oggetto di fantasiose costruzioni mentali – che tra gli esiliati all’estero o nelle grandi città dell’industrializzazione selvaggia e caotica, la nostalgia oscura di quello che hanno perduto  possa – non dico in tutti, ma in molti – trasformarsi in interessamento e fors’anche in partecipazione a razionali processi di riordino, di rimessa e di sviluppo delle contrade, nelle quali hanno ancora il cuore e le radici. Mi chiedo, quindi, per il tuo Piemonte – come per la mia Irpinia e Lucania o Calabria – se non si possa andare tra coloro che sono partiti, per rilegarli tra loro in associazioni aperte ai problemi delle valli e degli altipiani dove sono nati. Sarebbe questo lo sbocco al quale - anche se non hai voluto confessarlo a te stesso – hai sempre pensato”.

Quell’appello di Rossi-Doria, ripetuto più volte in quel periodo nelle sedi più svariate, non venne raccolto né dalla politica né dai sindacati. Nessuno andò tra gli emigrati “per rilegarli tra loro in associazioni aperte ai problemi delle valli e degli altopiani dove erano nati”. E, tuttavia, quell’appello aveva un sapore profetico perché proprio in quegli anni si avviava quel lento processo spontaneo di trasferimento di tante persone dalle città nelle aree periurbane e nei territori rurali, soprattutto giovani e donne, che avrebbero ricostruito su basi nuove l’agricoltura contadina, riproducendone le virtù civiche: cultura del dono nella reciprocità e senso profondo dei legami comunitari. Un fenomeno esteso e vivace che nessuno ha voluto e vuole vedere e che andava e andrebbe solo accompagnato. 

 

12 maggio 2011

Un articolo di Alfonso Pascale: "Quando i percorsi di Rossi-Doria e Dolci sembrarono incrociarsi

Manlio Rossi-Doria e Danilo Dolci ebbero modo di incontrarsi a metà del secolo scorso ma il loro contatto non sfociò in collaborazione. Li dividevano i differenti approcci ai temi dello sviluppo e soprattutto le diverse visioni del rapporto tra autogoverno della società civile e pubbliche istituzioni. Il professore di Portici riteneva che lo sviluppo del Mezzogiorno poteva avvenire nel solco di una programmazione pubblica degli interventi e poi di una gestione concreta delle azioni da realizzare in un rapporto di collaborazione tra lo Stato e la società civile. Il sociologo che dal Piemonte si era trasferito in Sicilia contrapponeva, invece, ad un modello di intervento dall’alto finalizzato allo sviluppo, una pianificazione dal basso affidata alla crescita degli strumenti dell’auto-educazione e della pedagogia attiva e militante. Decisero ad un certo punto dei loro percorsi, che si muovevano in parallelo, di verificare la possibilità di integrare i due diversi approcci, ma non ci riuscirono.

La scuola di Portici si proponeva l’ambizioso obiettivo di rinnovare il metodo di pianificazione territoriale, sperimentando la possibilità di dar luogo ad uno sviluppo a misura d’uomo. Aveva stretto un rapporto privilegiato con Angela Zucconi, fondatrice del Cepas, la scuola laica per assistenti sociali, e interloquiva costantemente con il movimento di Adriano Olivetti sui temi urbanistici. Nello stesso periodo, aveva avviato un intenso rapporto intellettuale con Ceriani Sebregondi della sezione sociologica della Svimez. Ma il vivo interesse di Rossi-Doria per le indagini sociali si era manifestato durante il soggiorno in Italia dell’antropologo americano, Edward Banfield, con cui aveva avuto diversi momenti di confronto nel corso delle ricerche che quest’ultimo aveva condotto in un comune della Basilicata. Tuttavia, il professore di Portici non era tanto interessato alle questioni teoriche degli antropologi e sociologi statunitensi, quanto invece alle ricadute pratiche delle indagini sociologiche come mezzo per correggere i limiti applicativi delle politiche pubbliche. In tal modo l’approccio rossidoriano si avvicinava a quello di Albert Hirschman, che conduceva in quegli stessi anni le sue ricerche in Colombia e che cominciava a mettere in discussione i fondamenti dell’economia dello sviluppo. Per entrambi gli studiosi non era scontato lo sviluppo lineare fondato sul nesso automatico tra investimenti pubblici e crescita del livello di democrazia del benessere. Il gruppo di Portici assegnava, pertanto, all’antropologia e alla sociologia rurale il compito di condurre un’opera di educazione rivolta a rendere i contadini consapevoli delle loro opportunità di crescita economica e civile, una funzione complementare alle riforme economiche e sociali, da esercitare mediante l’attivazione delle leve della democrazia, e non una funzione di rottura anticapitalistica, avversa alla logica dello sviluppo.

Negli stessi anni, Danilo Dolci aveva intrapreso una battaglia non violenta di ispirazione gandhiana per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul disagio economico e civile della popolazione di Trappeto e Partinico, comuni di una zona della Sicilia occidentale dove il sociologo si era trasferito. Praticando il digiuno e le forme dello “sciopero alla rovescia”, tentava di ottenere l’avvio dei lavori pubblici e dare risposta alla disoccupazione. Nel febbraio del 1956 era stato arrestato, processato e condannato. Attorno all’iniziativa di Dolci si era mobilitata l’opinione pubblica internazionale ed era sorto un comitato che aveva raccolto il sostegno attivo delle principali associazioni di volontariato laico italiano ed estero. Dalle principali città del Nord si erano trasferiti a Partinico giovani appartenenti alla borghesia: richiamati dal fascino messianico esercitato da Dolci erano entrati a far parte del suo movimento gandhiano.

Tra il 1954 e il 1955 l’Italia aveva ottenuto dalla Banca mondiale la concessione di un prestito di 300 milioni di dollari per realizzare il cosiddetto “Schema Vanoni”, dal nome del ministro del Bilancio che lo aveva proposto. Lo Schema era finalizzato allo sviluppo del Sud e il finanziamento rappresentava l’investimento più importante della Banca mondiale in Europa. Nel frattempo, era stata rinnovata la legge istitutiva della Cassa per il Mezzogiorno che assumeva lo Schema come principale strumento attuativo: in sostanza come piano nazionale per il coordinamento di piani regionali.

Rossi-Doria venne coinvolto nell’iniziativa di Dolci da Umberto Zanotti Bianco, fondatore dell’Animi – Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia, proprio mentre partiva la fase di attuazione dello Schema Vanoni e al gruppo di Portici veniva affidata la redazione del piano campano, che doveva fungere da modello per gli altri piani regionali. L’economista agrario propose, pertanto, di ricondurre l’azione promossa da Dolci nel quadro della politica a favore delle zone depresse. Sicché, nell’estate del 1956, egli si recò in Sicilia, accompagnato da Angela Zucconi e Rocco Mazzarone, per una prima indagine e il 30 settembre consegnò una relazione in cui veniva posta l’esigenza di costituire un comitato nazionale per coordinare le energie del volontariato dirette dall’iniziativa individualista e disordinata di Dolci. La relazione indicò, nel merito, l’opportunità di concentrare lo sforzo nel solo comune di Trappeto, centro più piccolo e governabile con le forze esistenti, che poteva assumere il ruolo di comune pilota. Inoltre, suggerì di promuovere un più stretto coordinamento tra l’iniziativa di intervento sociale con gli organi della regione siciliana e dello Stato.

Nel gennaio del 1957, in un incontro a Sermoneta, ospiti dei Caetani, un gruppo di sostenitori della causa di Dolci decise la costituzione dell’Associazione per l’iniziativa sociale (Ais). In rappresentanza del sociologo parteciparono Goffredo Fofi, Antonino Romano e Pietro Nuccio. La guida effettiva dell’Associazione fu assunta da Rossi-Doria, Angela Zucconi e Paolo Balbo, segretario dell’Animi. E fu decisa come prima tappa una nuova inchiesta in Sicilia  per mettere a punto il precedente piano tecnico per poter integrare gli elementi socio-educativi con quelli economici.

Dolci rifiutò di rispondere alle direttive dell’Associazione perché non accettava di soggiacere ad alcuna autorità nella gestione della sua iniziativa locale. Non intendeva collaborare con la Regione Siciliana e con lo Stato, nei confronti dei quali voleva conservare il massimo di autonomia. E così il 3 giugno si riunì il comitato direttivo dell’Ais a Roma, nella sede dell’Animi, a Palazzo Taverna. Rossi-Doria, Angela Zucconi e Balbo si presentarono dimissionari. Dolci fu irremovibile nella sua posizione. E così fu deciso con voto unanime di sciogliere l’Ais  e di affidare all’Animi la gestione delle risorse raccolte dai diversi comitati. La collaborazione tra i tecnici agrari e gli operatori sociali si spostò in Abruzzo nel progetto pilota diretto dalla Zucconi. Gli operatori sociali avrebbero dovuto agire nell’ambito della pianificazione territoriale promossa dalle istituzioni. Il problema non si risolse nemmeno in  questa nuova esperienza abruzzese.  Nel frattempo, Rossi-Doria e Dolci si erano persi di vista definitivamente.

  

6 maggio 2011

Alfonso Pascale recensisce il libro di Antonio Funiciello sul cinismo e l'arte della politica

Antonio Funiciello ha scritto un libro dal titolo “Il politico come cinico. L’arte del governo tra menzogna e spudoratezza” (Donzelli, 2010). Un testo piacevole e intelligente sulle passioni umane, per questo infarcito di citazioni letterarie e filosofiche, e sulla politica, quella però lontana dal grigiore della cronaca e vicina, invece, a chi si interroga se ci siano ancora le condizioni per cambiare la realtà con atti di consapevolezza collettiva.

Si parte da Antistene e Diogene, i filosofi cinici che presero le distanze dalla polis per mettere in discussione l’essenza stessa della politica, la mescola sapiente di dike (giustizia) e aidos (pudore): “Dike –scrive Funiciello- è l’equivalente di quanto oggi comunemente indichiamo come un progetto politico; aidos è il fondamento del consenso a suo supporto. Attraverso la pratica dell’arte politica gli uomini possono ideare ordinamenti giuridici che regolino la vita collettiva (dike), creando un consenso, un’unità di amicizia (aidos), intorno all’idea di giustizia più condivisa”. In particolare, i cinici negano il pudore (aidos) e praticano la spudoratezza (anaideaia): “la loro spudoratezza ha lo scopo di mostrare ai politici, in un immaginario specchio magico del pensiero, quanto i veri spudorati siano loro: quanto cinica sia la loro attitudine di fare del senso comune del pudore (aidos) quello che occorre ai loro obiettivi”.

Ma è nella modernità e con l’avvento delle sue istituzioni democratiche che il cinismo filosofico viene fatto proprio dalla politica. Per mescolare dike e aidos, il politico moderno non può accontentarsi di rispettare e lasciare intatti la dike e l'aidos altrui perché non riuscirebbe mai a convincere nessuno della bontà delle proprie ragioni. Egli fa propria, pertanto, un'idea di dike consolidata e rielabora i vincoli di unità d'amicizia, stabilendo una scala di priorità tra le cose da fare.

Funiciello distingue il “cinismo dei fini” del totalitarismo dal “cinismo dei mezzi”del liberalismo democratico: nel primo caso ogni mezzo giustifica l’obiettivo di giustizia che si vuole realizzare; nel secondo, al contrario, i mezzi sono in qualche modo anche un fine a sé, almeno nel senso che fine sono anche “i diritti fondamentali dell’individuo” che l’azione deve sempre e comunque preservare. E’ la necessità di creare consenso, il “pudore spudorato”, l’elemento che accomuna le democrazie totalitarie e quelle liberali. Ma è il “cinismo dei mezzi” a rendere il liberalismo lo strumento migliore per esercitare il cinismo politico.

Il politico moderno, inoltre, mente quando manipola scientemente la realtà al fine di mantenere l'integrità della sua idea di giustizia per ricercare aidos, il consenso. Esagera i lati positivi o negativi di una certa riforma, o di una legge, o di un fenomeno sociale per convincere l’elettore. Funiciello elogia la menzogna del politico quando questa gli permette di trascendere la realtà data e di prefigurare con la mente i suoi possibili sviluppi futuri, le sue nuove conformazioni: “Egli può sfidare l’ovvio sotto gli occhi di tutti, smentendo che possa avere in futuro la stessa veritiera validità che ha avuto in passato, in nome di una visione delle cose che nega la verità del presente, in vista di una verità a cui dare forma domani”.

Ma l’esercizio della menzogna consapevole – mi chiedo - non mette in discussione la fiducia nell’interlocutore e, dunque, la possibilità di ricercare il consenso? Il dibattito pubblico su valori e scelte nelle democrazie liberali non dovrebbe avvenire su basi di sincerità e verità? La questione è complicata perché già i greci e poi i cristiani distinguevano una  parresìa (parlare franco) positiva e una negativa per non confondere la sincerità con il parlare a vanvera, il dire qualsiasi cosa si pensi  senza avere adeguata cognizione di quel che si dice. Forse converrebbe esercitare una parresìa più vicina al silenzio, alla meditazione, al dubbio, alla problematicità, all’ascolto dell’altro per evitare sia l’immoralità della menzogna che la stupidità del chiasso e ottenere così un vero dialogo pubblico.    

Il politico come cinico dovrebbe, dunque, essere consapevole di esercitare un’arte, l’arte del governo, una creatività necessariamente mistificatrice di quanto esiste solo nell’attimo. Scrive Funiciello: “ Senza immaginarsi l’uomo com’è e, insieme, come dovrebbe o vorrebbe essere, senza questa tripla figurazione non si dà alcuna creazione artistica – né letteraria, né politica”. Ma un attore sul palcoscenico sa comprendere le vere aspirazioni del suo pubblico e distingue la richiesta del mero gioco estetico dalla disponibilità a lasciarsi coinvolgere in un’avventura collettiva che porti al cambiamento. Oggi sono in molti a varcare la scena politica per intrattenere con l’elettorato solo un rapporto estetico, cavalcando l’antipolitica che è dilagata nell’ultimo periodo; e a questo punto diventa reale il rischio che la spudoratezza prenda il sopravvento e cancelli ogni tentativo di ricercare la giustizia. Il libro di Funiciello ci offre gli strumenti analitici per comprendere la portata di questo rischio.

11 settembre 2010

Gli allievi del Progetto FID visitano due fattorie sociali

Il Progetto FID – Formazione per l’Inclusione di Disabili, realizzato dall’Istituto Statale d’Arte “Roma 2”, il Consorzio Tiresia, la Fondazione “Parco della Mistica” e la Rete Fattorie Sociali, è entrato nel vivo del suo percorso. Si è, infatti, conclusa la fase di orientamento con la visita degli allievi alla Cooperativa “L’Orto Magico” di Roma e alla Fattoria Sociale “Fabioland” di Nerola (Rm) e presto si avvierà il corso di formazione per operatori dell’agricoltura sociale. Nella splendida cornice del Parco agricolo della Marcigliana, dove opera “L’Orto Magico”, vi è stato così un contatto diretto con le attività di raccolta dei pomodori ed altri ortaggi svolte dai giovani con varie forme di disagio soci della cooperativa, mentre sulle colline della Sabina Romana si sono potuti osservare gli ulivi, alcuni piantati addirittura all’epoca dell’antica Roma e ancora in produzione, nonché gli attrezzi per la raccolta e la molitura delle olive, che Fabio Bischetti, un ragazzo disabile, insieme ai suoi familiari utilizzano nella propria azienda.

 

Gli allievi hanno, in tal modo, verificato di persona come le molteplici funzioni dell’agricoltura - dalla coltivazione alla trasformazione e vendita dei prodotti, dalla produzione di energia rinnovabile alla fornitura di servizi sociali, educativi, ricreativi e di accoglienza - stimolano le capacità delle persone e creano maggiori opportunità per loro nel promuovere il proprio benessere fisico e psichico.

 

Il percorso formativo – previsto dal Progetto promosso dalla Provincia di Roma e cofinanziato dall’Unione Europea - verterà nella costruzione di inserimenti lavorativi di diverso tipo, non solo assunzioni in aziende agricole ma anche autoimprenditorialità su terreni pubblici e privati. Si tratta di valorizzare sia l’agricoltura professionale, esercitata dalle imprese agricole e dalle cooperative, sia il part-time e l’agricoltura amatoriale, che oggi si praticano in modo diffuso su una miriade di piccoli appezzamenti coltivati a fini di autoconsumo e di benessere fisico e intorno a cui gravita un indotto fatto di tante attività economiche e di servizi.

 

A tale fine, varanno creati laboratori di confronto con enti locali, fattorie sociali, agricoltori, proprietari di tenute e casali, familiari e amici degli allievi per progettare reti di economia civile, inclusiva e sostenibile con lo scopo di rivitalizzare interi territori rurali e periurbani, coniugando sviluppo economico, tutela ambientale e welfare locale.

 

28 luglio 2010

Agricoltura Sociale in Provincia di Roma: dal Progetto FID alle Strade della Solidarietà

E’ partito il percorso formativo di 55 giovani con varie forme di disabilità nell’ambito del Progetto FID - Formazione per l’Inclusione Disabili, realizzato dall’Istituto Statale d’Arte “Roma 2”, il Consorzio Tiresia, la Fondazione “Parco della Mistica” e la Rete Fattorie Sociali.

Alla fase di orientamento di 100 ore seguiranno altre 200 ore di formazione e ulteriori 300 ore di tirocini nelle aziende. Una ventina di allievi si stanno orientando a diventare operatori dell’agricoltura sociale. In sostanza, riceveranno una formazione e un accompagnamento per lavorare in aziende agricole come dipendenti o imprenditori.


Questo progetto della Provincia di Roma, cofinanziato dall’Unione Europea, si basa infatti sull’idea che l’agricoltura  sia in grado di includere persone con svantaggi o disagi. Le molteplici attività agricole - dalla coltivazione alla trasformazione e vendita dei prodotti, dalla produzione di energia rinnovabile alla fornitura di servizi sociali, educativi, ricreativi e di accoglienza - stimolano le capacità delle persone e creano maggiori opportunità per loro nel promuovere il proprio benessere fisico e psichico.


Il progetto prevede una serie di incontri con enti locali, fattorie sociali, agricoltori, familiari e amici degli allievi per costruire insieme sbocchi lavorativi di diverso tipo, non solo assunzioni in aziende agricole ma anche autoimprenditorialità su terreni pubblici e privati. Una formula da sperimentare con le famiglie e le loro reti di relazioni è quella di valorizzare il part-time e l’agricoltura amatoriale, che oggi si praticano in modo diffuso su una miriade di piccoli appezzamenti coltivati a fini di autoconsumo e di benessere fisico e intorno a cui gravita un indotto fatto di tante attività economiche e di servizi.


Si potrebbero, in tal modo, creare le “Strade della Solidarietà”, da intrecciare con le “Strade dei Vini e degli Oli”, al fine di collegare piccole e medie unità produttive che tanti cittadini proprietari potrebbero mettere a disposizione per dar vita, insieme alle persone provate da svantaggi e disagi, a veri e propri distretti di economia civile, inclusiva e sostenibile.     

14 luglio 2010

Gli Ogm tornano ad essere un problema economico

La Commissione europea ha adottato nuove proposte per consentire agli Stati membri di autorizzare, restringere o proibire la coltivazione di Ogm sulla totalità o una parte del proprio territorio per ragioni sociali, economiche e morali. Non potranno farlo per motivi che riguardano la salute dell’uomo e la tutela dell’ambiente. Tali aspetti resteranno di competenza europea e saranno alla base della procedura di autorizzazione di nuove sementi Ogm, che resta invariata.
Non è proprio una decisione lineare. La politica agricola è stata sempre di competenza comunitaria fin dall’avvio del processo di costruzione europea e non si era mai verificato che un suo pezzo venisse devoluto agli Stati membri. Ma la Commissione Ue si è vista costretta a farlo per le forti resistenze opposte da alcuni Paesi nell’ adempiere agli obblighi derivanti dalle decisioni europee in materia di Ogm. Il lungo braccio di ferro si è ora risolto con una decisione salomonica: la Commissione continuerà a decidere se autorizzare la messa in commercio di semi geneticamente modificati valutando l’impatto sulla salute e sull’ambiente e gli Stati membri potranno autorizzarne la coltivazione ma considerando solo gli aspetti socioeconomici ed etici.

In realtà, con siffatta decisione nessuno dei due schieramenti che si fronteggiano può cantare vittoria. Non è, infatti, scontato l’orientamento che prevarrà adesso che il dibattito può svelenirsi e perdere i caratteri ideologici che finora ha avuto. Non discuteremo più se gli Ogm fanno male o bene alla salute o se danneggiano la biodiversità. Per tale valutazione entrambi gli schieramenti si rimettono alle risultanze tecniche e scientifiche degli organismi europei. In sostanza, non c’è più un pregiudizio che fa di questo tema un tabù..

Del resto, già da qualche mese nei siti internet della coalizione anti-Ogm circola un dossier dal titolo “Ogm, le ragioni di chi dice no”, in cui sono abbandonati i toni apocalittici e si torna all’onestà intellettuale propria di chi affronta l’argomento con un approccio scientifico.
Il problema che ora si pone è come organizzare un dibattito pubblico che finalmente potrebbe diventare comprensibile. Si dovrebbe parlare, infatti, di convenienze economiche, di quello che fanno gli altri Paesi e di quello che potremmo fare noi, dei costi e dei benefici di una scelta rispetto ad un’altra.
Sarebbe però sbagliato accentrare ogni decisione nella Conferenza Stato-Regioni. L’Unione europea lascia liberi gli Stati membri di decidere e lo Stato italiano dovrebbe a sua volta lasciare libere le Regioni di decidere. Che senso ha che la maggioranza delle Regioni imponga alle altre i propri orientamenti? E nelle Regioni chi dovrebbe decidere e con quale coinvolgimento dei cittadini? Sono tutti interrogativi su cui ora dovremo aprire un dibattito serrato.
Finora un cavallo di battaglia del fronte anti-Ogm è stato quello di contrapporre i prodotti tipici ai prodotti geneticamente modificati, presentando quest’ultimi come la quintessenza dell’agricoltura industrializzata e del modello agricolo americano. In realtà, l’utilizzo dell’ingegneria genetica è perfettamente compatibile con le molteplici agricolture italiane ed europee. La storia della ricerca biotech nel nostro Paese dimostra, infatti, una chiara scelta volta ad utilizzare la tecnologia per accrescere la biodiversità e salvare specie in estinzione. I ricercatori che operavano nelle strutture pubbliche italiane negli anni ’80 e ’90 erano sinceramente mossi dall’idea di rafforzare i caratteri tipici della nostra agricoltura e di andare oltre la visione produttivistica e quantitativa che aveva caratterizzato la “rivoluzione verde”. 
Non è, dunque, un dato irreversibile che il biotech sia oggi legato al modello produttivistico. Dipende dalle scelte che i diversi sistemi territoriali vorranno fare. L’idea che il tipico sia incompatibile con il biotech rientra in strategie commerciali legittimamente assunte da organismi privati ma non dovrebbe essere fatta propria dalle istituzioni pubbliche. Quello che si può affermare sul piano del marketing non è detto che sia corretto dal versante culturale e del bene comune. E in questo caso la storia dell’alimentazione italiana ci dice che non è plausibile tale contrapposizione.
La storia ci insegna, infatti, che identità e radici sono cose diverse. L’ identità sono i valori e i modelli che ci qualificano qui ed ora. Le radici sono i luoghi e gli “spunti” da cui la nostra identità ha tratto origine: ma non necessariamente appartengono a noi. Le radici del nostro cibo “made in Italy” spesso sono asiatiche e americane, come dimostra la storia della pasta secca e del pomodoro. L’alimentazione mediterranea è frutto di continue contaminazioni culturali. Introdurre l’ingegneria genetica per migliorare e salvaguardare la biodiversità, evitando l’estinzione di prodotti tipici attaccati dalle malattie, non è un attentato all’identità italiana, ma semplicemente un modo per innestare nuove e più fertili radici nella nostra identità alimentare, che è stata da sempre il frutto dell’osmosi tra saperi contestuali e nuovi traguardi della conoscenza scientifica.
Ora che gli Ogm tornano ad essere un problema economico, riapriamo finalmente la discussione su questo tema.

Alfonso Pascale

Da "LaVeraCronaca.com"




permalink | inviato da lostruscio il 14/7/2010 alle 20:30 | Versione per la stampa

13 luglio 2010

La cultura politica dei miglioristi in un libro di Enrico Morando

In un volume piacevole e assai documentato dal titolo Riformisti e comunisti? Dal Pci al Pd. I miglioristi nella politica italiana (Donzelli, 2010), Enrico Morando ricostruisce il contributo fornito alla sinistra da un gruppo di dirigenti che si richiamavano alla lezione di Giorgio Amendola.

Morando è stato un giovane esponente di quel gruppo capeggiato da Giorgio Napolitano. E la  rievocazione delle vicende che caratterizzarono il quinquennio 1989-1994  ci aiuta a fare i conti con la memoria. Cosa sempre utile anche per evitare – come scrive Biagio de Giovanni nell’introduzione - le repliche dure o ironiche della storia.

 

La tesi che l’autore si prefigge di dimostrare è che la componente riformista del Pci-Pds avrebbe potuto svolgere una funzione determinante nel costruire un partito come perno dell’alternativa al centrodestra perché il potenziale innovativo – di cui i suoi esponenti erano portatori – era maturato ben prima della svolta dell’89. Eppure tale contributo non ci fu nella misura che sarebbe stata necessaria se solo in questi ultimi anni si è potuto dar vita al Pd e concludere – almeno per quanto riguarda il nuovo soggetto politico – la lunga transizione avviatasi con la caduta del Muro di Berlino.  

Morando s’interroga su questa sorta di autolimitazione e individua tre ragioni essenziali del suo manifestarsi:

1) la concezione del partito che fa della sua unità un feticcio, una priorità assoluta a dispetto dello stesso superamento formale del centralismo democratico, e del suo “centro” un luogo politico vocato a governare quasi per diritto naturale da condizionare senza mai sfidarlo con chiare alternative di linea e di personale politico;

2) la scelta di porre l’accento sugli elementi di continuità con il percorso originale del Pci e, in particolare, della destra comunista nel marcare una distinzione con il confuso “nuovismo” di Occhetto, sacrificando però a questa esigenza tattica l’affermazione esplicita di un’idea di partito che assumesse la socialdemocrazia per quella che era nella vicenda europea e cioè un’idea antitetica al comunismo;

3) la riluttanza ad acquisire il socialismo liberale come terreno di ricerca del nuovo partito, confinandolo invece in uno spazio politico e culturale altro da sé con cui confrontarsi soltanto.

La parte più utile per l’oggi è ovviamente la terza se dopo vent’anni il nostro paese non ha ancora conosciuto la sua rivoluzione liberale. Ma l’analisi delle due prime ragioni di difficoltà – concezione del partito ed eccesso di continuità – aiuta i più giovani a capire meglio la tortuosità della trasformazione del Pci in un partito effettivamente diverso da quello precedente.

 

Mi soffermerò sul terzo motivo del ritardo per la sua attualità. Morando racconta come i miglioristi – esponenti del Pci che escludevano la prospettiva della fuoriuscita dal capitalismo e agivano per migliorare la situazione esistente propugnando politiche riformiste  – cercavano una sintesi tra liberalismo e socialismo democratico. Agivano però con le cautele necessarie per rendere quell’innovazione compatibile con la loro appartenenza a un partito comunista, quasi mimetizzandole. E contribuivano in tal modo essi stessi a non rendere visibili e attrattive la loro ricerca e le loro posizioni dentro e fuori il partito.

L’autore ricorda come già nei primi anni ’80 Salvatore Veca avesse incominciato ad offrire gli strumenti culturali per misurarsi con l’individualismo di massa esploso a seguito del ’68 e avesse introdotto nella riflessione pubblica italiana il pensiero di Rawls. Una ricerca che, in coincidenza con la caduta del Muro di Berlino, si riversa nel fortunato volume di Martinelli, Salvati e Veca “Progetto ’89. Tre saggi su libertà, eguaglianza e fraternità” che pone con forza l’esigenza di elaborare una sintesi tra socialismo riformista e liberalismo.

Morando richiama, inoltre, le concomitanti ricerche di Ranieri e Minopoli, giovani esponenti miglioristi, sul pensiero di Edward Bernstein e Carlo Rosselli e sul tentativo impossibile compiuto da Amendola nel suo percorso politico e culturale di coniugare comunismo e liberalismo, nonché i saggi di Napolitano sull’esperienza della solidarietà nazionale, in cui egli riflette sul tabù della “centralità del lavoro” e sui primi tentativi compiuti da lui stesso nel 1977 di metterlo esplicitamente in discussione per assumere nelle politiche di riforma una visione completa del cittadino non solo come produttore ma anche come consumatore e risparmiatore.

Puntigliosamente l’autore conduce la sua indagine sull’evoluzione della cultura politica dell’area riformista ricostruendo la vicenda dell’Alleanza democratica come soggetto politico dell’alternativa di governo, la nascita del Centro di iniziativa del Socialismo democratico e liberale in Alleanza democratica, con Giorgio Ruffolo ed altri esponenti di area laica e socialista, e la scelta del Pds di restringere la coalizione in quella dei Progressisti, un’alleanza di sinistra-sinistra che porterà alla vittoria di Berlusconi nel 1994.

 

E’ in quel frangente che prende corpo tra i miglioristi una discussione sulla natura del partito riformista attorno al quale organizzare il nuovo centro-sinistra: un nuovo partito socialista che si allea con altri soggetti politici o un partito che nel costruire un’alleanza di governo pone le basi per un nuovo soggetto politico che sia esso stesso di centrosinistra? Una divaricazione sulla natura del nuovo partito che però fa salva la politica (la costruzione di un vasto schieramento progressista di centro-sinistra, attorno a un grande partito riformista che ne costituisca l’asse e ne garantisca la guida) e le politiche (oltre il vecchio paradigma socialdemocratico, per coniugare eguaglianza ed efficienza, in una nuova alleanza tra meriti e bisogni), su cui vi era una sostanziale unità di vedute.

Ma quella divergenza sulla natura del nuovo soggetto politico portò allo scioglimento dell’area riformista, determinando di fatto l’irrilevanza politica dell’iniziativa dei singoli dirigenti. Né si ricomporrà quando nel 2001 Morando presenterà una mozione al congresso di Pesaro per sfidare apertamente Piero Fassino e Giovanni Berlinguer su chiare posizioni liberalsocialiste, proponendo un nuovo soggetto politico coi geni di quello che sarebbe stato il futuro partito democratico.

Fu davvero inevitabile far discendere dalla diversità di vedute sulla natura del nuovo partito la scelta di non agire più come componente riformista proprio nella fase in cui si stava per dar vita all’Ulivo e il nuovo centro-sinistra si preparava a governare il Paese? E’ racchiuso, a mio avviso, in quella decisione il succo della vicenda dei miglioristi: il fallimento della loro iniziativa non fu solo il frutto di un’autodifesa e di una sorta di ritrosia a non apparire come quelli che aprivano alla deriva socialdemocratica ma anche l’esito inesorabile – condiviso con la maggioranza del partito - di una presunzione e di un senso di autosufficienza perfino nel promuovere una cultura liberalsocialista. Nel Pci-Pds quella cultura era quasi completamente assente se non in tracce molto limitate che si potevano ritrovare in singole personalità, come Amendola e Napolitano, e in giovani esponenti predisposti all’innovazione che però dovevano alimentare l’ansia di mutamento dialogando e collaborando con forze esterne al partito. L‘errore fu nel non aver ritenuto necessario già in quel momento sciogliere l’esperienza comunista in un nuovo partito che, unificando i diversi filoni riformisti della nostra storia repubblicana, ampliasse le forze culturali da impegnare nella ricerca di una sintesi del liberalismo democratico, cattolico e laico, e del socialismo democratico. Se i miglioristi fossero rimasti uniti anche su questo punto, probabilmente la cultura liberalsocialista si sarebbe affermata più facilmente; ed oggi nel Pd - che comunque è stato creato - non assisteremmo al triste spettacolo di una dialettica interna tutta fondata sulle vecchie culture di provenienza: un modo di stare insieme come separati in casa, coltivando ciascuna parte l’antico vizio della presunzione autoreferenziale. 

 

Nel ricostruire il filo del dibattito culturale che ha visto coinvolta l’area riformista del Pci-Pds, Morando affronta un tema di grande interesse su cui si è ancora riflettuto poco: il ’68 come grande occasione perduta dal Pci per rinnovare profondamente la propria cultura politica. Ne ha parlato qualche anno fa Biagio de Giovanni sostenendo una tesi condivisibile: se la Dc di Moro e il Pci di Berlinguer avessero assunto nella propria politica la centralità delle libertà e dei diritti dell’individuo che il ‘68 proponeva, si sarebbero forse collegati con un pezzo forte e nuovo della società italiana e avrebbero contribuito a fare uscire il Paese dall’immobilismo politico e sociale. Non lo fecero. E Craxi, che pure dette l’impressione di aver compreso l’importanza di quella corrente di mutamento che scuoteva il Paese, non si mise in condizione di approfittarne.

In un saggio intitolato “Il ’68 delle campagne” avevo anch’io affrontato questo tema, mettendo in risalto le radici agricole della dimensione individuale di massa e l’incapacità della politica di offrire una risposta a quella profonda aspirazione antiautoritaria e libertaria che era emersa a metà degli anni ‘60 nella società italiana - nelle sue diverse pieghe: dalle campagne alle fabbriche e alle università - profondamente provata da un processo accelerato e caotico di modernizzazione indotto dai grandi soggetti collettivi del secondo dopoguerra.

Morando annota con amara ironia come sia stato Berlusconi, a modo suo, a dare una sponda alla domanda di libertà dell’individuo che veniva da quell’onda lunga. Ma né l’Ulivo né il Pd, se non in alcune sue componenti molto ristrette, contemplano una presenza autentica di cultura liberale e  socialista. Eppure la lunga transizione finirà solo quando questi due filoni, oggi dispersi in mille rivoli, daranno finalmente vita ad una nuova cultura politica che sappia gestire quella rivoluzione liberale che il Paese ancora attende da così lungo tempo. Il pensiero politico ed economico di autori liberaldemocratici come Martha Nussbaum, Amartya Sen, Robert Nozick non è mai arrivato nel nostro paese. Manca una riflessione pubblica sui temi della bioetica, sul rapporto tra società dell’informazione e democrazia, sulla relazione tra efficienza e solidarietà, sul pluralismo degli ethos del mercato, da quello utilitaristico fondato sul reciproco vantaggio a quello dell’economia civile fondato sul mutuo aiuto. Ora che i grandi mutamenti del mondo hanno modificato il senso di tante cose, il libro di Morando, insieme ad altri pochi recenti contributi, può aiutarci a riaprire la discussione.

 

                                                                         Alfonso Pascale

 

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