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Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

Diario | La vetrina | I paesaggi | I fatti | Le cantate | I passaggi |
 
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4 novembre 2013

Alfonso Pascale recensisce "L'equivoco del Sud" di Carlo Borgomeo

L’equivoco del Sud di Carlo Borgomeo (Laterza 2013) è un buon libro perché ci fa capire quello che non ha funzionato e continua a non funzionare nel Mezzogiorno. Sostiene una tesi che mi sento di condividere: per avviare, consolidare e qualificare percorsi di sviluppo auto-propulsivo è necessario che le comunità locali abbiano un sufficiente livello di coesione sociale. Insomma, il consolidamento dei legami comunitari sono una premessa, non un effetto dello sviluppo. E’ la debolezza del capitale sociale a condizionare lo sviluppo. E’ lo scaricare da parte di noi meridionali le responsabilità sempre sugli altri e l’abitudine a non prenderci mai le nostre che rende il Sud incapace di guardare al futuro. Solo la crescita di una nuova società civile può far evolvere positivamente le istituzioni e il mercato. E’ dunque dalla comunità - che si dà regole condivise e le rispetta perché le sente proprie – che si può e si deve ripartire.

Se si riparte dalla costruzione delle comunità si può finanche aprire una seria riflessione sul federalismo e guardare con maggiore coraggio al ruolo che il Sud può giocare nel Mediterraneo. Ma bisogna riprendere l’idea federalista di Cattaneo che concepiva l’autonomia come interdipendenza. Rilanciare il concetto di economia civile che Antonio Genovesi contrapponeva all’economia politica di Adam Smith. E fare nostra la lezione del grande storico Fernand Braudel di un Mediterraneo che sviluppa scambi culturali ancor prima di quelli commerciali e mutua saperi scientifici ed esperienziali in una logica di reciproca integrazione e contaminazione.

Per Borgomeo la coesione sociale non è qualcosa che si colloca in una dimensione etico-solidaristica. Ma attiene a contenuti concreti che vanno verso una più coerente offerta politica.

L’autore elenca una serie molto articolata di ambiti di intervento che sostanzia la coesione sociale: da quello del capitale umano e quindi dell’educazione a quello riguardante gli investimenti in ricerca e istruzione. E molti altri. Senza sottovalutare – devo annotare con piacere - quello del welfare produttivo che combina erogazione di servizi sociali qualificati e creazione di economie civili. In tale ambito possono svolgere una funzione essenziale nel promuovere legami comunitari anche le agricolture che tornano, in forme moderne, a generare beni relazionali e valori di reciprocità e mutuo aiuto.

La parte del volume che ho trovato di maggiore interesse è però quella in cui viene fatto un bilancio politico sull’intervento pubblico per il Sud partendo dall’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno e dalla prima fase della sua operatività.

Il giudizio dell’autore è articolato. Positiva è la fase iniziale della riforma fondiaria e dell’intervento straordinario. Le opere infrastrutturali, quelle di bonifica e gli interventi di riforma agraria predispongono nel giro di pochissimi anni le condizioni per avviare uno sviluppo autopropulsivo del Sud. Ma esso si sarebbe dovuto accompagnare con un’azione lenta e complessa sul capitale umano. Molti operatori di comunità, infatti, si mettono in moto, da Danilo Dolci ad Adriano Olivetti, da Giorgio Ceriani Sebregondi a Manlio Rossi-Doria, da Umberto Zanotti-Bianco ad Angela Zucconi. Ma invece di perseguire questo obiettivo si sceglie frettolosamente un’altra prospettiva: puntare su una forte – e rapida – industrializzazione guidata dall’alto. E su questa linea – che ebbe in Pasquale Saraceno il più grande e lucido interprete – il giudizio dell’autore è nettamente negativo.

Borgomeo afferma senza mezzi termini che fino a quando tutte le forze politiche e sociali non riconosceranno in modo inequivocabile questo errore di fondo non sarà possibile correggere la rotta. Un errore che rimane come un retropensiero duro a morire, una sorta di maledizione che avvolge ogni volta qualsiasi tipologia di intervento per il Sud.

L’autore sostiene in modo convincente che lo sbaglio non riguardò solo le forze di governo, che evidentemente ebbero le maggiori responsabilità, ma anche quelle di opposizione. Il Pci fece propria la scelta di promuovere una intensa e veloce industrializzazione per due motivi: il primo è condiviso con la Dc e con le altre forse di governo e attiene all’urgenza di contenere il dramma dell’emigrazione di massa verso il triangolo industriale; il secondo è più specificamente politico e riguarda la mitizzazione di una classe operaia meridionale intesa come elemento decisivo per far crescere i livelli di democrazia tra le popolazioni.

Insomma per motivazioni solo in parte diverse si volle quasi unanimemente forzare la crescita senza una visione complessiva dello sviluppo. Ma fu un fallimento. Totale. E l’autore analizza una per una le motivazioni addotte dai maggiori protagonisti per dimostrare – dati alla mano - che nessuna delle esigenze considerate furono soddisfatte. L’occupazione non aumentò ma diminuì. Le grandi industrie non furono per nulla in grado di contaminare in senso imprenditoriale il territorio. Anzi la loro dimensione, la loro portanza, la loro capacità di assicurare (e spesso solo promettere) “posti stabili” finì per scoraggiare i percorsi imprenditoriali minuti. E infine la creazione di fattori esterni richiesti dall’impianto di un grande stabilimento in pochissimi punti ben delineati non solo non si rivelò più agevole che creare, per una parte estesa dell’area meridionale, e quindi in modo diffuso, condizioni propizie allo sviluppo economico, ma si trattò di una prospettiva del tutto campata in aria.

L’errore di fondo non riguarda, tuttavia, solo la dimensione o l’articolazione dell’intervento ma ha a che vedere con il percorso che lo caratterizza. Anche successivamente, negli anni Ottanta e Novanta, l’intervento pubblico per il Sud – connotato da azioni più attente alle piccole dimensioni e alle specificità territoriali - non ha prodotto risultati positivi. E dunque non ha senso – sostiene persuasivamente l’autore - dividersi tra quanti vogliono pochi e grandi interventi e quanti prospettano tanti piccoli interventi “attenti al territorio”.

La vera distinzione – scrive Borgomeo - è tra quanti pensano che le politiche di sviluppo si fanno investendo sulla domanda, mestiere faticoso e necessariamente “lento”, e quanti pensano che tutto si gioca sul versante dell’offerta.

Nei processi di sviluppo in cui vince la logica dell’offerta, cioè quella che ci impone di diventare semplici destinatari o incettatori di finanziamenti pubblici, non produce alcun risultato. Occorre, dunque, ripartire dalla domanda. E qui l’autore ricorda alcune esperienze che lo hanno visto in prima linea come responsabile delle misure per l’imprenditorialità giovanile e poi del prestito d’onore. In tale veste e in collaborazione con il sociologo Aldo Bonomi, ha promosso per sei anni il programma Missioni di sviluppo, con 54 punti territoriali e 712 idee progettuali trasformatesi in realtà imprenditoriali. E tale esperienza anticipa quella dei Patti territoriali promossi dal Cnel presieduto da De Rita.

E’ noto che la pratica dei Patti territoriali si è rivelata un fallimento. E sicuramente ci sono stati difetti di conduzione e tradimenti dello spirito iniziale, che era fortemente innovativo e sperimentale. Ma Borgomeo avanza anche un’altra ipotesi che mi pare fondata. Egli riconduce la sconfitta dei Patti territoriali a motivazioni squisitamente politiche: “il meccanismo aveva messo in moto, e rischiava di mettere sempre più in moto, spinte non facilmente governabili, incontrollabili e da un certo punto di vista eversive. Chi aveva in quella fase la maggiore responsabilità in materia, a livello politico e istituzionale, preferì non rischiare nuove mediazioni, nuove sintesi, nuovi percorsi”.

E’ così che si chiude la parentesi della progettazione “dal basso” e si torna di nuovo alla logica tranquillizzante dell’offerta con la cosiddetta “Nuova Programmazione”. E il Sud perde una grande occasione per migliorare la propria condizione.

Solo se si rimette al centro la domanda e si lavora sulla coesione sociale – è questo il succo del libro - si potrà riprendere il percorso che si era smarrito e che ci può ricondurre verso uno sviluppo possibile.

3 novembre 2013

Intervento di Maurizio Di Mario in occasione della presentazione di Radici & Gemme tenutasi a Fondi il 25 ottobre 2013

Radici & Gemme è la riscrittura di un intero pezzo di storia italica, dal Risorgimento fino ai nostri giorni. Un pezzo di storia, come già molto bene evidenziato da Franco Ferrarotti nella sua prefazione al volume, riscritto però sotto una luce nuova, “altamente originale”, rispetto alla tradizionale storiografia.

L’originalità del lavoro di Alfonso Pascale risiede infatti nel ribaltamento del punto di vista geografico da cui sono ripercorse le vicende storiche; ossia guardando “dall’esterno”, dalla campagna e dal mondo agricolo e rurale, a differenza di quello più consueto di marca urbano-industriale.

L’originalità del lavoro sta però, soprattutto, nell’aver assunto il territorio come protagonista assoluto della storia; il territorio interpretato non più soltanto come il sostrato fisico degli avvenimenti, ma piuttosto quale spazio materiale e immateriale esito del millenario intreccio di usi e relazioni umane; inteso cioè come il paradigma stesso dell’inestricabile ed indissolubile rapporto natura-uomo.

Il diverso punto di vista e il nuovo protagonista della narrazione storica proposta non sono tuttavia escludenti. In Radici & Gemme, infatti, la lettura olistica dei fenomeni e delle vicende - spaziando dall’agronomia all’urbanistica, dalla politica all’economia, dalla sociologia alla letteratura, dall’ecologia alla tecnologia, dalla genetica alla medicina, fino alle scienze che si occupano dei comportamenti degli animali - ci restituisce un quadro storico dei periodi trattati più ricco e più complesso di quanto finora tramandato.

Un altro requisito fondamentale di Radici & Gemme è la narrazione delle idee – e delle persone che le hanno incarnate – che nel processo storico - benché abbiano concorso a costruire la spina dorsale stessa del nostro “Bel Paese” – sono risultate sconfitte.

Si tratta di tutte quelle idee - sconfitte sì, ma non ancora vinte - che guardavano al territorio e ai suoi abitanti nella loro integralità, senza steccati culturali o funzionali tra città e campagna, tra industria ed agricoltura, tra mondo operaio e mondo contadino. Ossia a tutte quelle idee che rimandavano al concetto di “comunità”.

È un lungo filo rosso quello che lega in Radici & Gemme figure come Carlo Cattaneo, Stefano Jacini, Adriano Olivetti, Carlo Levi, Manlio Rossi Doria, Danilo Dolci, Umberto Zanotti Bianco, Ruggero Grieco, Emilio Sereni, Rocco Scotellaro, Giuseppe Avolio e molte altre; un filo rosso che si dispiega ininterrotto nel tempo della rivoluzione industriale, del socialismo utopico, del risorgimento italiano, delle crisi tra le due guerre mondiali, del dopoguerra, del ’68 fino ai nostri giorni.

Emblematiche in tal senso sono le pagine dedicate all’esperienza urbanistica di Adriano Olivetti - dal Piano della Valle d’Aosta ai progetti per il Canavese e per Matera – o alle teorizzazioni della “progettazione integrata zonale”, o del recupero del demanio agro-silvo-pastorale montano scaturite dalla Scuola Agraria di Portici sotto la guida di Manlio Rossi Doria.

Oggigiorno, nel tempo della cosiddetta globalizzazione, quando per ciclicità – o forse nemesi – storica si stanno riproducendo fenomeni già vissuti - dall’abbandono delle montagne con conseguente dissesto idrogeologico al riversamento nelle pianure e nelle gronde di fondovalle di milioni di persone che si spostano in fuga dalle città e dalle lande più povere e desolate dell’Italia e del mondo intero; dalla dismissione inesorabile delle attività agricole per effetto delle oscillazioni del mercato planetario alla devastazione dei paesaggi metropolitani; dagli enormi problemi sociali alla crisi energetica fino agli inquietanti scenari di una civiltà post-carbon -, la storia riscritta da Alfonso Pascale getta una luce malinconica e sinistra sulle tante occasioni perdute come sull’ignoranza e la miopia della nostra attuale classe politica e dirigente.

Difatti, le impostazioni olivettiane sono rimaste una chimera, mentre la “progettazione integrata zonale” è ancora sepolta al tempo delle sperimentazioni della Scuola di Portici. E oggi, nonostante a quei criteri e a quegli strumenti di governo del territorio spinga anche l’Unione Europea con la rimodulazione in corso degli obiettivi del finanziamento comunitario per le politiche agricole, infrastrutturali, sociali e di innovazione tecnologica, le esperienze di “progettazione integrata territoriale” che si stanno sviluppando anche alle nostre italiche latitudini faticano invece a farsi spazio, mortificando così anche quel potenziale che in queste stesse esperienze risiede per orientare quelle riforme a carattere multidisciplinare di cui la vigente programmazione e legislazione urbanistica, di tutela ambientale e paesaggistica, per lo sviluppo economico-sociale e delle reti di welfare tout court avrebbe urgentissimo bisogno.

Purtroppo, il recente varo da parte del Governo del Disegno di legge presentato dal Ministro delle Politiche Agricole Nunzia De Girolamo, dal titolo Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato, dimostra il grave ritardo culturale che si sta ancora scontando nell’affrontare i problemi del nostro tempo.

In barba agli obiettivi dichiarati, questa proposta legislativa - che riassume in sé il comune denominatore “urbanocentrico” anche delle precedenti proposte del Ministro Mario Catania al tempo del Governo Monti, nonché di quelle n. 70/2013 e n. 1050/2013 presentate nella odierna legislatura, rispettivamente, dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle – conferma infatti l’approccio completamente separato tra spazi rurali e spazi urbani, dove i primi vengono cristallizzati e paralizzati mediante la reiterazione di prassi burocratico-vincolistiche nonché condannati al ruolo di “ambiti di riserva” da conservare per una “consumazione” edificatoria differita nel tempo, mentre i secondi restano l’unico e incontrastato dominus dell’attenzione legislativa, densi come sono di interessi in gioco, vuoi per la loro “espansione” vuoi per la loro “densificazione”, comunque da gestire.

A fronte di questo ennesimo desolante (perché rapinoso o semplicemente ottuso) trionfo della visione “urbanocentrica”, penso che il lavoro di Alfonso Pascale abbia i requisiti per poter scuotere le intelligenze e rianimare un dibattito da troppo tempo mortificato.

Ecco perché mi auguro che Radici & Gemme consegua non solo il successo editoriale che merita, ma, soprattutto, che possa divenire uno dei punti di riferimento, un faro, teorico e pratico insieme, per la rinascita culturale e politica che da troppo tempo attendiamo.

15 ottobre 2013

Roberto Finuola recensisce "Radici & Gemme" di Alfonso Pascale

Il ponderoso volume di Alfonso Pascale intitolato "Radici & Gemme" costituisce un suggestivo e rigoroso affresco dell’evoluzione della società civile - nelle campagne italiane dall’Unità ad oggi - nel quale il rigore scientifico della narrazione si unisce ad una, non sempre comune, capacità di descrizione pittorica degli avvenimenti in grado di rendere vive e vicine al lettore le dinamiche descritte.

Il grande mosaico che ne deriva fa scomparire nel lettore il luogo comune dell’agricoltura come settore arretrato, luogo di povertà e di sottosviluppo, e gli lascia al contrario, alla fine della lettura, la vivida sensazione di una vitalità del contesto rurale che ha radici lontane con esperienze di eccellenza in ogni periodo (le “radici” e le “gemme” del titolo), vitalità che non si è mai sopita anche nei periodi più difficili e che oggi, finalmente, riemerge con la riscoperta dei valori della campagna che ha nel nostro Paese caratteri tanto peculiari quanto unici in termini di ricchezza e di diversità.
L’aspetto certamente più caratterizzante del lavoro è quello di offrire una visione multidimensionale dei fenomeni descritti: di ciascun periodo storico vengono contestualmente esaminati gli aspetti economici, quelli sociali, quelli sociologici, quelli politici, quelli storici,…. evidenziandone in ogni occasione le interrelazioni e le interdipendenze. Questa capacità di cogliere i vari aspetti della storia agricola e di analizzarli sotto diverse angolazioni nel medesimo tempo e senza perdere l’unitarietà della narrazione, trae certamente origine dalla storia stessa dell’Autore che proviene, lui medesimo, da quel mondo rurale che tanto sapientemente descrive e che al mondo contadino ha dedicato tutta la sua vita come dirigente sindacale prima e come acuto studioso poi.

Ne consegue una visione a tutto tondo della evoluzione della società civile delle campagne che caratterizza l’opera e ne fa un unicum nel panorama delle analisi storiche, sociologiche ed economiche dell’agricoltura italiana. Economisti agrari, sociologi, storici, studiosi della politica troveranno infatti nel volume un indubbio arricchimento delle loro specifiche conoscenze con in più la possibilità di leggere la storia agricola nazionale anche sotto altri punti di vista spesso obliterati da quelle logiche di analisi parcellizzata troppo spesso presenti nell’Accademia.

In più, l’Autore, attraverso una rigorosa e documentata analisi della storia dell’agricoltura italiana nei diversi periodi esaminati, (dall’Unità alla prima guerra mondiale, dal primo dopoguerra al fascismo ed alla II guerra mondiale, dal secondo dopoguerra alle crisi degli anni ’70, dalle vicende della prima e della seconda Repubblica ad oggi), offre più di uno spunto originale per una reinterpretazione di tali vicende in grado di superare visioni stereotipate, come ad esempio nel caso delle presunte “arretratezze” della nostra agricoltura che hanno caratterizzato tanti lavori di ricerca anche recenti, o come nel caso delle analisi relative agli squilibri territoriali.

Dall’analisi di Pascale emerge, infatti, chiaramente come quelli che venivano un tempo definiti elementi di debolezza dell’agricoltura italiana (forte presenza di piccole aziende basate spesso sull’autoconsumo e/o part-time, bassa meccanizzazione con l’utilizzo di tecniche di coltivazione tradizionali,...) costituiscono invece oggi il presupposto dell’attuale fase di rivalorizzazione e di ritorno di molti giovani all’agricoltura.
I guasti ambientali e le ricadute sulla qualità degli alimenti dovuti a orientamenti produttivistici estremi stimolati in un primo tempo dalla stessa UE, nonché la crescita della consapevolezza della società civile non rurale circa i costi di una tale agricoltura, hanno infatti per converso portato a rivalorizzare quell’agricoltura tradizionale non inquinante, largamente diversificata e fortemente radicata nel territorio che in passato veniva additata come arretrata. L’analisi storica di Pascale ci porta così, passo dopo passo, a scoprire quei pionieri che in tutte le epoche e un po’ dovunque nel territorio - e fortemente anche nel Mezzogiorno - si sono fatti paladini e conservatori di quelle metodiche e di quelle tradizioni rurali che oggi tanto vengono vantate dai più.

Altrettanto stimolante è la disamina del periodo immediatamente successivo all’Unità d’Italia nel quale molte verità storiche, finora lette alla luce della visione dei vincitori, vengono portate alla ribalta minando fortemente il mito del Nord progressista ed illuminato contrapposto al buio ed alla arretratezza borbonica. Ne sono esempi l’uso collettivo delle terre nel Regno delle Due Sicilie e le opere di bonifica nell’Appennino meridionale realizzate dal Regno Borbonico. Ne è esempio l’interessate rilettura che l’Autore fa della prima guerra civile nazionale (la cosiddetta “lotta al brigantaggio”) vista nel volume essenzialmente come reazione del mondo contadino totalmente escluso dalle dismissioni delle terre demaniali e dell’asse ecclesiastico.

Un discorso a parte merita la ricostruzione della storia della rappresentanza sindacale del mondo agricolo che vanta tradizioni elevatissime. Mosso certamente dalla propria storia personale di dirigente di un’organizzazione agricola, l’Autore fa rivivere i grandi personaggi del sindacalismo ricordando con motivato orgoglio che proprio nel mondo agricolo nasce, ai primi del Novecento, la prima organizzazione di rappresentanza sociale con la Federazione nazionale dei lavoratori della terra (Federterra, 1901).

Si stagliano quindi nella ricostruzione di Pascale le grandi figure che, nelle loro grandezze e nelle loro contraddizioni, hanno popolato le campagne a partire da quella Argentina Altobelli che, nel 1905 viene eletta segretaria nazionale di Federterra a testimonianza del ruolo primario che le donne hanno rivestito da sempre nel settore primario e che le vede ancora oggi in primo piano nel presente “ritorno alla terra”.

Un altro merito del volume è, infine, quello di non limitarsi ad una analisi storica, ancorché ampiamente documentata e largamente innovativa nell’approccio, bensì di tentare un aggancio con le attuali dinamiche facendo intravvedere possibili futuri sviluppi per un mondo rurale che può e deve porsi nuovi traguardi globali per una alimentazione equamente distribuita e sicura, per il superamento della dicotomia fra città e campagne, per un nuovo possibile sistema di welfare basato sui tradizionali valori contadini della mutua assistenza e della reciprocità.

Le problematiche relative al cibo ed alla sicurezza alimentare, alle contraddizioni dello sviluppo agricolo capace di raggiungere elevati valori produttivi troppo spesso a scapito dell’ambiente e della qualità della vita, al difficile rapporto fra città e campagne con la prima che finisce per depauperare la seconda attraendone gli abitanti e riducendo gli spazi verdi con la cementificazione, portano a recuperare modelli antichi che per fortuna il mondo rurale non ha mai totalmente perso.

Così vengono valorizzate quelle che Pascale chiama le “reti della consapevolezza”, che, intorno ai temi del cibo, della solidarietà e dell’accoglienza, si organizzano silenziosamente mettendo in discussione i vecchi modelli dando vita ad una nuova società civile di cui sono espressione, ad esempio, quelle fattorie sociali in grado di offrire servizi ed assistenza a soggetti deboli (disabili, anziani, …) cui il tradizionale sistema di welfare non sembra più in grado di offrire i servizi necessari.
Significativamente il volume si conclude con una domanda: “ci sarà un futuro per l’agricoltura?” A questa domanda Pascale risponde che spontaneamente si sono delineate tre prospettive (“traiettorie”) di sviluppo, apparentemente contraddittorie fra loro ma in realtà complementari: l’agricoltura industrializzata che adegua continuamente la crescita della dimensione di scala e adotta strategie di sostenibilità per sopravvivere; l’agricoltura multifunzionale che realizza economie di scopo e crea nuovi mercati; l’agricoltura che disattiva la funzione produttiva per privilegiare altre attività (creazione di energia, fornitura di servizi sociali, ambientali, ricreativi,…).

Oggi “in maniera suicida” queste tre agricolture sono viste in contrapposizione fra loro mentre, secondo L’Autore, potrebbero convivere se si esaltassero i rispettivi aspetti positivi a scapito di quelli negativi, alimentando le loro interconnessioni al fine di accrescere la coesione sociale e superando gli interessi egoistici che, almeno in Italia, hanno quasi sempre guidato il settore.

Il volume si chiude quindi con un appello a “quegli elementi tipici del mondo contadino che appartengono al Dna della nostra società ma che sono da tempo latenti”: legami sociali, conoscenza, fraternità civile, solidarietà,… valori che sentiamo di condividere e che, dopo la lettura del saggio di Pascale, sentiamo di conoscere meglio in vista di una loro realizzazione.

(Tratto da "SPECIALE CULTURA" dell'Agenzia quotidiana "agra press" 15 ottobre 2013)

8 ottobre 2013

Franco Paolinelli: DAI CONTADINI AGLI ORTISTI URBANI

La scala dei processi e dei cambiamenti economico-sociali e la loro velocità sono, oggi, tali da ampliare enormemente la visione necessaria a fare scelte, siano esse quelle dei politici, degli imprenditori, degli scienziati, o quelle del quotidiano di ognuno di noi.


Il libro “Radici & Gemme” di Alfonso Pascale ha, nel suo specifico, questa vastità. Abbraccia, infatti, la storia socio – economica dell’agricoltura italiana, nel suo percorso evolutivo dal’Unità d’Italia ad oggi.

Si può, in un’estrema sintesi, dire che il libro narri la fase cruciale e centrale del percorso che ha portato le comunità italiane dal vivere nelle campagne all’ammassarsi nelle città, come, peraltro, è successo in tutti i paesi sviluppati.

Traccia, quindi, il passaggio dalle lotte dei contadini per la terra, al superamento della centralità del primario nell’economia, quindi all’abbandono della terra stessa, per arrivare poi alla nostalgia per il mondo rurale ed alla sua evoluzione verso il terziario turistico e socio-terapeutico.


Oggi, infatti, nelle nostre campagne, ormai per lo più peri-urbane, alle poche imprese di produzione alimentare, si associa un mondo complesso legato ai servizi che la ruralità può offrire, incluso il teatro di se stessa.


Se le prime, legate al mercato dei prodotti ed integrate nelle filiere di riferimento, frutto di un pluridecennale percorso di liberazione socio-economica e culturale, ben poco hanno, ormai, di “contadino”, le seconde, paradossalmente, ne conservano il valore simbolico, avendone, però, perduto la rilevanza come fonte di produzione primaria.


Si basa su questo valore, infatti, la realizzazione di servizi che ha luogo negli agriturismi, nelle fattorie sociali e didattiche, negli orti sociali e terapeutici….


Ma, a ben vedere, nasce da questo valore anche la spesa che ha luogo nelle micro aziende agricole, quelle nate dalla riscoperta della campagna o quelle conservate dai nonni, insieme che sfuma, senza soluzione di continuità nel vastissimo mondo delle case in campagna. Vi si fruisce, infatti, dell’atmosfera rurale e si spende, e tanto, per poterlo fare.


Paradossalmente, è, quindi, in questo secondo ambito, più che nel primo, che persistono, più di quanto non si possa immaginare, le forme ed i comportamenti del mondo “contadino”.


Infatti, sia chi ha conservato, sia chi ha ricomprato, affida, ai pochi metri quadri di terra accanto al paese, alla rappresentazione della ruralità, la propria identità, la ricerca di “radici”, elemento simbolico che la metropoli oggi non riesce più a dare.


L’evoluzione dell’idea di ”imprenditore agricolo” e le tappe del percorso di liberazione dalle tante tutele onerose che gravavano sul mondo rurale sono ottimamente tracciate, ma la riflessione, con buona pace di chi ancora non vuole né vedere, né crescere, non si ferma.


Apre, infatti, con l’allargarsi dell’obbiettivo, al presente ed al futuro. Vede, quindi, come l’agricoltura possa e debba andare ancora oltre, diventando, in un’ottica globale, nuovamente centrale, per la qualità della vita, per la sicurezza alimentare globale, per l’ambiente. Suscita, quindi, la domanda: l’agro-teatro di questi anni sarà forse l’humus della rinascita agricola?


Il volume così diventa, o dovrebbe diventare, strumento di riflessione per tutti coloro che possono contribuire all’evoluzione dell’economia del territorio, che siano nella politica, nell’amministrazione, nell’assistenza tecnica, nella formazione, nella ricerca o nelle imprese.


Perché abbiano il coraggio di capire la scala delle trasformazioni in atto, quindi di accettare ed affrontare la realtà di un settore che non può più contare sull’assistenzialismo e deve riscoprire il proprio ruolo economico, culturale e sociale e gli spazi d’impresa che questo determina.


Perché abbiano il senso di responsabilità globale necessario a rinunciare ai loro piccoli o grandi snodi di potere, ai loro potenziali di veto, che finora hanno venduto caro. Cosicché il settore possa, con le semplificazioni di cui ha bisogno, alzarsi in volo e conquistare la sua nuova, possibile, dignità, assumendo in pieno il proprio ruolo, primario e terziario.


Ne raccomando, peraltro, la lettura a quei tanti ragazzi che, motivati, per lo più, da sogni, si iscrivono alle Facoltà d’Agraria. Perché li possa aiutare a conservare e rafforzare la loro “mission”, ma con la consapevolezza della complessità del settore e della sua storia. Perché, quindi, possano, nei loro studi, puntare agli spazi reali che la trasformazione apre, oltre il replicarsi di cattedre e sgabelli inutili.


Per le stesse ragioni spero che il volume arrivi tra le mani di quegl’altri ragazzi, per lo più di città che, di nuovo, sognano il “ritorno alla terra”, ma lo vivono nei vuoti della metropoli stessa. Perché non siano ingenui e sognatori, com’è stata gran parte dei loro genitori o nonni del tempo delle cooperative e delle comuni, ma non perdano neanche la loro freschezza, eventualmente trascinati ed invischiati da chi promette spartizioni per il solo obbiettivo di avere un piedistallo ed una corte.


Franco Paolinelli, presidente Ass. Cult. Silvicultura Agrocultura Paesaggio



Alfonso Pascale, "Radici & Gemme. La società civile delle campagne", Cavinato Editore International, 2013, pp. 360, Euro 20

28 settembre 2013

Mario Campli: l'agricoltura non è un mondo a parte. A proposito di un libro di Alfonso Pascale


Mi auguro che questo libro possa dare un piccolo contributo a chiunque voglia guardare al futuro con più consapevolezza, continuando a coltivare ragionevoli speranze”.


Così conclude, Alfonso Pascale, la Introduzione al suo Radici & Gemme.


Il libro di Alfonso Pascale, può essere letto da tanti lettori (ed io me lo auguro fortemente) e con diversi approcci e aspettative: per farsi una conoscenza di massima,  e nello stesso tempo accurata, della partecipazione (o del coinvolgimento) del cosiddetto “mondo agricolo” (economia e società, persone e sviluppi storici, tecnologici e politici) alla storia e alla vita di questo paese; per ricostruire, attraverso la lettura dell’evoluzione delle dinamiche  sociali, economiche, politiche,  il percorso della progressiva contaminazione di un “settore” della economia e della società (una volta, definito “primario”; quando l’industria veniva definita “secondario” e tutto  il resto, “terziario”)  che da “autonomo”, via via, si è ritrovato interconnesso e contaminato a tutti i livelli. Oppure ci si può accostare al bel volume di Pascale per amore della terra e/o  per stanchezza del vivere nei tessuti urbani; per “saperne di più”; ecc. ecc.


Io (che di questa realtà ne ho una qualche consapevolezza per la compartecipazione alla vita, ad una famiglia e alle attività agricole nella mia tenera età e successivamente per la lunga professione di dirigente nelle organizzazioni di rappresentanza in Italia e nella Unione Europea) prediligo il secondo approccio.

Di più: credo che il valore, oggi,  di questa importante  fatica  di Alfonso Pascale  stia proprio nel prendere per mano il lettore (soprattutto i giovani e, in generale, i contemporanei) e fargli scoprire che quel mondo non è un mondo a parte. E, in un certo senso, non lo è mai stato.

Quello di pensare  l’agricoltura, il rurale, le campagne, gli agricoltori, un “mondo a parte”  (a volte con distacco altezzoso – tempo fa, altre volte con appassionata “amorevolezza” - di recente) è una manifestazione di inadeguatezza culturale e/o di ritornante fuga dall’esigenza di governo della complessità di una società.  Soprattutto ora, nel mezzo di una globalizzazione contraddittoria e non governata, ma reale e non aggirabile.

Faccio di questa lettura la più urgente lettura, non solo perché “oggi tutti i prodotti che troviamo sia al mercato sia sui banchi di un supermercato, negli orti come nelle colture intensive, sono ottenuti dall’ innovazione. Questo vuol dire che necessitano delle competenze di agronomi, patologi, entomologi….Senza scambio di sapere non si ottiene nulla”  (come ben afferma un altro Pascale, Antonio, nel suo: Pane e Pace - il cibo, il progresso, il sapere nostalgico, Chiarelettere editore, 2012).

 

Considero, questo,  il contributo più significativo del lavoro di Alfonso Pascale, in quanto proprio oggi  “nostalgici ritorni” – indotti  da normalissime  esigenze di sanità e qualità degli alimenti, certe, sicure e controllate,  spesso confondono le menti di tanti cittadini e cittadine. Spingendoli a pensare e dire: “una volta non era così”, “una volta tutto era genuino e sano”. Non è vero.


Il lavoro di Pascale  (anche con  l’ausilio della ottima “Guida bibliografica”, che – lo ricordo ai lettori – sostituisce la cosiddetta bibliografia;  è uno stile  diplomatico dell’autore per dirci:  alla base di questa, inevitabilmente veloce, galoppata ci sono a disposizione studi e ricerche puntuali per approfondire) ci dimostra che anche quando la separatezza del mondo/settore agricolo sembrava  “indiscutibile”, essa era espressione non del settore/mondo in quanto tale, ma di un assetto della società complessiva, pensata e governata (e perciò, vissuta) come “mondi” separati. I conflitti sociali e la organizzazione del potere, infatti, si incaricavano di collegare  e tenere in ordine mondi che apparivano distanti o separati. C’erano  anche “agenzie speciali” (ad esempio, ma non solo, la religione e le chiese) che si incaricavano della omogeneizzazione dell’ordine e del sistema, organizzati  per compartimenti, riconducendo il tutto ad un unicum del potere costituito; anche attraverso la elaborazione di ben finalizzate dottrine generali (il diritto naturale, la teologia della volontà di Dio e dell’ordine, ecc.).


L’andamento della ricerca di Pascale  ha, dunque, questo filo rosso conduttore: un mondo creduto ( e “persino” credutosi) a parte, si presenta  come mondo sempre intrecciato con la grande  società, sempre “vitale”, anche nelle sue specifiche inadeguatezze, anche con le transitorie “assenze” che rinviavano e rinviano (e questo vale anche per lo studioso che si accosta alle fonti) ad assetti e complessi storico-sociali generali.


Stiamo parlando, ovviamente, della storia moderna.


Scrive Pascale a margine della conferenza economica della Confcoltivatori: “i limiti della conferenza economica andrebbero ricercati nell’analisi ancora parziale delle modificazioni che si erano prodotte nell’economia e nella società e che avevano trasformato i rapporti tra città e campagne. Erano, infatti, cambiati in modo vistoso i comportamenti degli agricoltori e deisoggetti rurali che ormai non si distinguevano più dagli altri soggetti degli ambienti urbani. (…) il cambiamento più profondo avrebbe meritato un’analisi più accurata per individuare con maggiore precisione i soggetti e la molteplicità di relazioni e integrazioni che si stavano producendo” (p. 268).


E non si tratta, da parte dell’autore, di una notazione en passant.


E’ tutta la impostazione del lavoro che è situata in questa consapevolezza, a cominciare dal sottotitolo, dove l’autore usa la terminologia e la configurazione socio-economica di “società civile”, per indagare lo stato e l’evoluzione degli assetti  sociali, le dinamiche  delle sue componenti e le interrelazioni. Non ricorre, per essere più espliciti, alla consunta terminologia di “categoria” o ad altre similari.


D’altra parte, se i protagonisti principali dell’agricoltura sono gli agricoltori e le agricoltrici, essa (l’agricoltura) appartiene alla società e  vive nelle articolazioni di società complesse.


Su questa “evidente” appartenenza dovranno essere impostati sempre di più i vari  “negoziati” tra i protagonisti dell’agricoltura e la società, a partire da quella Politica agricola comune che ancora oggi necessita di una reimpostazione integrale e integrata.


Sono certo che la lettura di questo libro può contribuire a  coltivare quelle ragionevoli speranze di cui parla Alfonso Pascale, a cui faccio i migliori complimenti per questa sua impegnativa e meditata ricerca. E complimenti anche a Cavinato editore, per il coraggio civile che ha manifestato dando alle stampe un libro che si rivela importante nell’editoria di studi e ricerche collegate al cosiddetto “mondo agricolo”. Di queste Gemme abbiamo bisogno, per riscoprire  con più consapevolezze anche le Radici.

 

Mario Campli

(Consigliere del Comitato Economico e Sociale Europeo)


Alfonso Pascale, Radici & Gemme. La società civile delle campagne dall'Unità ad oggi, Cavinato Editore International, 2013


6 agosto 2013

Tommaso Russo recensisce "Radici & Gemme" di Alfonso Pascale

Alfonso Pascale da Tito appartiene a quella numerosa schiera di lucani in Italia che non farà più ritorno al paese. Vive e lavora a Roma. Alfonso è però anche l’autore di un libro molto bello: "Radici & Gemme". Attenzione. Non è l’ennesimo repertorio di piante officinali e neppure un trattato di erboristeria, ma un vero e proprio lavoro di storia sociale dell’agricoltura. Lo conferma il sottotitolo: "La società civile delle campagne dall’Unità ad oggi" (Cavinato Editore International, Brescia, 2013, pp. 11-359, 2013). Franco Ferrarotti, padre della sociologia italiana, noto in Basilicata dai tempi dell’olivettiano Movimento di Comunità e dei Circoli eponimi, regala al suo amico autore una densa prefazione in cui, fra le altre cose, ribadisce la fine della “mitica civiltà contadina” e non solo. Il libro non contiene note (anche Croce non ne usava) a piè di pagina e ciò farà dire a qualche accademico locale che il testo è privo "di metodologia scientifica" e pertanto non va letto. Tanto peggio per lui. Non sa cosa si perde. Le otto parti in cui è suddiviso il volume sono sostenute da un’aggiornatissima e ragionata bibliografia che spazia da Braudel a Della Peruta, da Sereni a James O’Connor, il politologo californiano che per primo indagò la crisi fiscale dello Stato e il complesso militar-industriale come sua valvola di salvezza (che Einaudi pubblicò nel 1979), fino a Crainz e Malanima, giusto per fare dei nomi che valgono una sintesi persuasiva per i lettori. Nel parterre dei ringraziamenti fatti dall’A. si segnalano due lucani emigrati: Mimmo Guaragna e Michele Padula, prodighi di incoraggiamenti e consigli specifici.


La mancanza di note rende leggera la lettura. La cifra linguistica utilizzata, piana e vagamente anglosassone, contribuisce a dare un tocco narrativo all’esposizione di fatti e circostanze. La scrittura si ripiega spesso sul racconto, sull’affabulazione, e concorre a rendere meno faticoso salire i tornanti degli oltre 100 anni di storia patria che, muovendo dalla centralità dell’agricoltura e dei contadini, si avvolgono intorno a veri e propri nodi tematici e problematici. E così si parte da quel grande e ancora irrisolto corpo tematico che a qualche palato pruriginoso o a qualche mente labile può apparire irritante. Si tratta della violenza e delle alleanze nella lotta di classe nelle campagne (il soggetto stizzoso suggerisca un altro concetto se lo possiede) ovvero quello che Pascale chiama “il conflitto tra forze egemoni e soggetti sociali subalterni”. Tema questo che l’A. inserisce nell’alveo della democrazia moderna di cui il Risorgimento italiano ne costituì una manifestazione sui generis. L’Unità, dice Pascale, nacque “con un vizio d’origine” vale a dire la logica dell'“esclusione di altre élite importanti”. Di qui il brigantaggio postunitario che egli presenta come “ultima guerra contadina dell’Occidente e, nel contempo, prima guerra civile italiana”.

L’altro tema è il rapporto tra i contadini e la natura: qui si vede che l’A. sa il fatto suo e le pagine dedicate sono tutte molto belle. Vengono al pettine nodi come il rapporto mezzi- fini, le relazioni tra la terra e l’uomo, l’ambiente, i bisogni e le risorse con conseguente trasformazione da “ ecosistemi naturali in agrosistemi”. E anche se Pascale delle volte cerca di tenerlo a freno, Monsieur le Capital fa la sua rumorosa e mortifera comparsa cercando di trasformare l’agricoltura in un comparto “all’aperto” del sistema di produzione capitalistico. Poi c’è l’altro legame, quello tra agricoltura e saperi specialistici ovvero “la nascita dell’agricoltura, combinandosi con l’uso di simboli, misure, calcolo, scritture, rese possibile lo sviluppo della scienza applicata”. Pascale non lo confessa esplicitamente ma qui c’è un amore coltivato a lungo e in silenzio, testardo come un mulo avrebbe detto Prévert, per la fisiocrazia o se si preferisce per la supremazia di terra, agricoltura e natura come fattori di sviluppo, di buone pratiche produttive, di positive relazioni fra gli uomini. Infatti, il diverso modo di concepire i termini di quei rapporti è frutto di un riposizionamento al centro dell’agricoltura che in tal modo può svolgere la sua funzione di “ generatrice di comunità”. In questa visione di uno sviluppo mite, di un’agricoltura umanizzante e a suo compimento e corollario sembra porsi un nuovo topos narrativo: la paesologia di Franco Arminio, scrittore nato a Bisaccia nell’Irpinia d’Oriente come ama dire di se stesso.

Non si pensi che Pascale s’incammini solo su sentieri sociologici e narrativi. La sua ricostruzione dell’agricoltura si storicizza e si contestualizza nei passaggi più importanti della storia italiana e ad essi si lega intimamente: dall’età liberale, attraverso il fascismo, all’occupazione delle terre, fino al centro-sinistra. Decenni questi che vedono il passaggio e la definitiva trasformazione dell’Italia da paese agricolo a paese industriale, dalla parsimonia dei consumi al boom economico e con esso all’eclissi della civiltà contadina. Qui, dentro questi tormentati decenni del Novecento, vi sono momenti ed episodi cruciali e importanti: le lotte per la terra e per una diversa sintassi dei rapporti giuridici e sociali tra le classi, le bonifiche, le trasformazioni produttive…. fino alla domanda del terzo millennio: ci sarà un futuro per l’agricoltura? Pascale è ottimista. Individua tre direttrici: quella industrializzata, quella multifunzionale, quella che serve per produrre servizi ed energia. Questa triplice scansione per l’agricoltura può offrire un orizzonte di senso solo se “si recupera il valore dei legami sociali, delle capacità individuali e del senso del limite”. Soprattutto quest’ultimo viene da dire; ma fino a quando la pedagogia della menzogna e l’egolatria (qualche politico nazionale ne è affetto a dismisura) costituiranno un ostacolo occorrerà ancora lottare per vedere realizzato “ il sogno di una cosa”.

TOMMASO RUSSO

(Da "LA NUOVA DEL SUD" 3 agosto 2013)

4 settembre 2012

Ecco le idee riformiste che mi piacciono. A proposito di un libro di Morando e Tonini

           

Ho finito di leggere un buon libro che s’intitola: “L’Italiadei democratici. Idee per un manifesto riformista”, edito da Marsilio.  Gli autori sono due senatori, Enrico Morandoe Giorgio Tonini, entrambi protagonisti di primo piano della nascita del Pd, maprovenienti da esperienze politiche diverse. Il primo fu tra i promotori, conGiorgio Napolitano ed Emanuele Macaluso, della corrente migliorista del Pci. Unazzardo in quel partito dove persino i termini “riformismo” e“socialdemocrazia” erano banditi e chi li pronunciava veniva guardato consospetto. L’altro è stato presidente della Fuci e sindacalista della Cisl: sibatte a ragione perché la laicità sia intesa come libertà religiosa, nel quadrodi una concezione pluralistica e poliarchica della società, e non già come unasorta di ideologia, che pretende il controllo monopolistico della sferapubblica da parte dello Stato, relegando le religioni alla mera sfera privata.Entrambi operano per far crescere nel Pd una cultura liberaldemocratica.

Il libro intende essere un contributo al dibattito internoal Pd per aiutarlo a diventare un luogo di partecipazione, culturalmenteplurale e adeguato alla sfida del governo. E perciò gli autori chiedono aBersani di indire un congresso prima delle elezioni politiche del 2013, perlanciare una candidatura alla premiership - prima del confronto elettorale -che possa godere di una fresca e forte legittimazione democratica.

A queste temi che riguardano il sistema politico, lecoalizioni, il progetto del Pd a vocazione maggioritaria, la funzione delgoverno Monti come ultima finestra per completare la transizione, sono dedicatigli ultimi due capitoli.  Gli autori sisono sforzati di trovare nuovi argomenti a sostegno di tesi abbastanza noteagli addetti ai lavori. E chi ha voglia e tempo per partecipare alla vitapolitica attiva può trovare spunti importanti per farsi un’opinione sulla postain gioco.

Devo però confessare che ho letto con maggiore interesse iprimi tre capitoli, che costituiscono fortunatamente la parte preponderante dellibro. E ne consiglio la lettura a quegli amici che, come me, non trovano o nontrovano più alcuno stimolo a partecipare alla vita dei partiti e dedicanoprevalentemente o totalmente il proprio tempo libero alle attività promosse daorganizzazioni e reti della società civile, che operano in modo distinto eindipendente dalla politica.

Gli autori offrono un affrescosintetico ma completo della situazione mondiale in cui ci troviamo. Danno unalettura aggiornata della globalizzazione e del mondo “postamericano”, segnatodalla crescita degli altri, di quelli che non sono America e Occidente. E lacrisi così: non è la fine del mercato e la rinascita dello stato, né il crollodel capitalismo, ma la conclusione dell’egemonia del pensiero “neoconservatore”.  Giustamente polemizzando con chi riducel’origine della crisi all’avidità dei poteri finanziari. Individuano, pertanto,le due principali faglie nelle forti disuguaglianze sociali e negli squilibritra le diverse aree del mondo.

In tale quadro sono analizzati,dapprima, il tentativo di Obama e del pensiero new-dem di individuare un paradigma diverso da quello fondato sullediseguaglianze, ma nella consapevolezza di non poter tornare all’erasocialdemocratica,  e poi la gabbia incui si è rinchiusa l’Europa, divisa tra i paesi in surplus, che lamentano icosti eccessivi dell’integrazione europea e il moral azard della solidarietà nei confronti dei paesi “cicala”, e ipaesi indebitati, sempre meno propensi a sopportare l’imposizione del rigorefinanziario da parte di chi nega uno sforzo comune per la crescita.

Ma come si riducono gli squilibrinel mondo? Nel libro si parla dei tentativi dell’America e dell’Occidente dinegoziare coi paesi emergenti  un aumentodella loro domanda interna, nel quadro di un nuovo multilateralismo e di unariorganizzazione della governance: dal G20 all’Onu, dalla Banca mondiale e dalFondo monetario al Wto. Una strada tutta in salita su cui andrebbe affrontataanche una questione che stranamente non trova spazio nel libro: la riforma delsistema finanziario, per la quale il governo cinese ha riproposto e aggiornatoun’idea di Keynes, che venne battuta alla conferenza di Bretton Woods nel 1944.E non ho trovato nemmeno un qualche riferimento al dibattito sulla tassazionedelle rendite finanziarie.

Per quanto riguarda la gabbia in cuil’Europa si è cacciata, gli autori fanno riferimento a due chiavi: una starebbea Berlino e l’altra a Roma. Ma né la Germania (che rappresenta il nucleo forte)né l’Italia (che potrebbe guidare l’area debole) hanno finora tentato diaprirla.  Ci vorrebbe un compromesso trale due Europe, mettendo insieme disciplina fiscale e crescita trainata dagrandi investimenti finanziati dal debito europeo. E’ il tentativo su cui Montista scommettendo dopo aver costruito nuove alleanze.

Gli autori delineano, in sostanza,le tappe di una complessa iniziativa per dar vita ad una nuova governance mondiale,nonché ad un’Europa più unita e, al tempo, stesso più mediterranea.

La lettura del libro da parte di chiopera nella società civile potrebbe essere utile per elevare il livello dellapropria azione, dibattendo tali obiettivi e partecipando nelle reti internazionaliper favorire soluzioni condivise.

Ma per fare questo dovremmo scrollarcidi dosso un neonazionalismo autarchico, che da anni si è affermato nel nostropaese, trasversale, gretto, rinchiuso nella difesa ad oltranza di una malintesaitalianità (che non è affatto il derivato della nostra storia, quella dellalunga durata, ma il raggrumarsi di subculture che rispondono ai nuovi equilibrimondiali chiudendosi a riccio). 

Non mi riferisco solo alla Lega, maa quella spuria alleanza, edificatasi con ingenti risorse pubblicheimmediatamente dopo la caduta del primo governo Prodi, e ora,  con Alemanno, Petrini, Capanna,organizzazioni agricole e ambientaliste, in grado di intimare al Parlamento ilvaro di mozioni che sostengono la conferma di una Pac protezionistica (con lascusa della fame nel mondo!?) e l’approvazione di leggi (dall’etichettaturadegli alimenti alla percentuale di agrumi nelle bevande) da usare come armipuntate verso gli organismi europei, a cui è invece demandato il compito dilegiferare in tali materie.

E’ forse tale asse una componente diquella comunità della paura e del rancore di cui parla Aldo Bonomi , le cuianalisi sociologiche vengono ampiamente riprese nel libro? Ci sarebbe materiaper un approfondimento senza veli e ipocrisie.

L’altro grande tema trattato dagliautori è il debito pubblico del nostro paese: soprattutto i modi peraffrontarlo al fine di evitare il fallimento.

E’ descritta nel libro una strategiain tre mosse: 1) pareggio di bilancio strutturale in tempi medi e immediataricostituzione di un significativo avanzo primario, sopra il 3% del Pil; 2)utilizzo (alienazione e valorizzazione) del patrimonio pubblico per unariduzione del volume globale del debito, concentrata nei primi anni dellosforzo di rientro; 3) impiego a riduzione del debito dell’intero gettito diun’imposta patrimoniale straordinaria ad aliquota molto bassa, gravanteesclusivamente sui patrimoni del 10% delle famiglie italiane che detengono il46% della ricchezza patrimoniale.

Mi sono apparsi molto utili gliapprofondimenti su due aspetti in particolare. Il primo riguarda l’adozione diuna particolare modalità di programmazione della spesa pubblica per poterlasottoporre a verifica di utilità e adeguatezza (spending review). Se la società civile si attrezzasse per seguire evigilare sull’applicazione di questa procedura, potrebbe influire sulle decisioni della politica in modo più incisivoper ottenere un riordino della legislazione e un adeguamento della macchinaamministrativa. Il secondo aspetto concerne il patrimonio pubblico da venderein blocco, ai valori di mercato,  a unasocietà appositamente costituita, in accordo con regioni e comuni, che lo pagafinanziandosi sul mercato dei capitali, attraverso l’emissione di titoligarantiti dal valore del patrimonio acquisito. Se la società civileapprofondisse questa proposta e la sostenesse chiedendo di partecipare - con ilcoinvolgimento del movimento cooperativo e mediante forme di azionariatodiffuso-  alla creazione di questosoggetto collettivo, che diventerebbe proprietario del patrimonio pubblico, sipotrebbe finalmente rilanciare quella forma di proprietà collettiva, che con leleggi napoleoniche e quelle dell’Italia liberale fu quasi interamenteprosciugata per formare la proprietà privata e quella pubblica. La presenzadella società civile organizzata garantirebbe l’ inserimento nello statutodell’impresa di  tre vincoli essenziali:la tutela dei beni ambientali, il mantenimento della destinazione d’uso per ibeni agricoli e l’inalienabilità. Ecco un modo per responsabilizzare icittadini nella tutela dei beni comuni, sottraendoli all’inefficiente gestionedelle amministrazioni pubbliche.

Forse affrontando così il problemadel patrimonio pubblico potrebbe risultare più facile superare quello cheMorando e Tonini chiamano il “tabù della patrimoniale”. Si tratta dellaproposta volta a tassare quel 10% di famiglie più ricche che detiene il 46% delpatrimonio privato, gravandolo per tre anni di un’aliquota pari all’1%.  Non è il ceto medio che ha la casa diabitazione in proprietà, ma sono coloro che possiedono patrimoni superiori almilione e mezzo di euro. Eppure c’è un’opposizione che sembra generale a questaimposta. Forse un dibattito a tutto campo e trasparente sul patrimonio pubblicoe su quello privato aiuterebbe a trovare soluzioni idonee per ridurre il debitopubblico, responsabilizzando i cittadini e la società civile nella tutela deibeni comuni.

Il libro enuncia, infine, le politiche per crescere. A taleproposito emerge una considerazione condivisibile: le società moderne sono piùavide di crescita che di ricchezza. Si vive meglio in un paese che stacrescendo e in fretta anziché in un paese già ricco e ormai in stagnazione. Edunque c’è un nesso più forte tra felicità e crescita che tra felicità ericchezza. Altro che decrescita felice alla Latouche! Ci dà più gioia crescere,che non significa necessariamente arricchirci, distruggendo i beni comuni. Sipuò benissimo crescere acquisendo consapevolezza critica, responsabilitàsociale e modelli di produzione e di consumo sostenibili.

Gli aspetti più innovativi trattati in questa parte dellibro sono la riforma del mercato dei capitali per le Pmi, creando meccanismiche diano fiducia ai piccoli risparmiatori, e il superamento della commistionetra banca commerciale e banca d’investimento (in sostanza tra credito efinanza). Un’azione riformista su tali aspetti aprirebbe ai cittadini che siautorganizzano porte e finestre per entrare in un mondo, quello finanziario,che va civilizzato popolandolo di persone.

Mancano del tutto riferimenti – è forse la lacuna del libroche più mi ha colpito – a due temi. Il primo è l’economia civile, su cui alcunistudiosi italiani, come Zamagni, Becchetti e Bruni, stanno dando un contributosignificativo per creare un welfare produttivo e strumenti efficaci di consumocritico, senza trovare interlocutori politici attenti. Il secondo è l’approcciodello sviluppo umano e delle capacità, su cui ha molto insistito un filone delpensiero liberaldemocratico, rappresentato dalla Nussbaum e da Sen, che stacontribuendo alla definizione di nuovi indici per definire il benessere. E’ unpensiero ancora in evoluzione, non su tutto condivisibile, ma con cui vale lapena confrontarsi per formulare un manifesto riformista.

 

                                                                Alfonso Pascale 

11 agosto 2012

Articolo di Alfonso Pascale: "Prodotti etici o prodotti tossici?"

Da quando un grande studioso dei temi della giustizia e della democrazia, John Rawls, ha individuato nel maximin, ovvero nel massimizzare il benessere degli ultimi, il modo migliore per risolvere congiuntamente il problema individuale della povertà di senso e quello sociale della creazione di valore economico, si sono moltiplicate le iniziative di imprese e organizzazioni per introdurre elementi di moralità nell’economia e creare mercati di prodotti etici. Si tratta di percorsi utili a ridurre la povertà,  l’esclusione delle persone svantaggiate e le cause del dissesto ambientale e del problema demografico.

Un tale approccio impone, tuttavia, coerenza di comportamenti da parte delle imprese e delle organizzazioni della società civile che intendono adottarlo, per evitare di far passare per maximin azioni nocive per i più diseredati e di camuffare  prodotti tossici per i poveri  - perché li impoveriscono ancor di più - con prodotti etici. Proviamo, dunque, asviscerare succintamente il tema della moralità nell’economia per individuare opportunità, problemi e criticità.   

 

Fraternità anche negli scambi

Uno dei più deleteri fraintendimenti del mondo contemporaneo si è concretizzato quando l’idea di libertà, contenuta nella teoria politica del liberalismo, è stata trasferita nell’omonima teoria economica. In realtà, Adam Smith collocava la libera concorrenza nell’ambito di scambi tra uomini liberi, in contesti cioè dove libertà individuale e libero commercio vanno di pari passo. Ma quando, successivamente, nelle filiere agroalimentari, ad esempio, la grande distribuzione,  l’industria di trasformazione e gli innumerevoli intermediari si appropriavano della parte più consistente del valore del prodotto a discapito dei produttori delle materie prime, si è compreso che la libertà di scelta del produttore agricolo era seriamente compromessa.

In tali condizioni, continuare a trasferire la nozione di libertà allo scambio in quanto tale piuttosto che farne un criterio di qualità di uno scambio tra uomini liberi costituisce un mutamento di senso profondo. Le caratteristiche del concetto di libertà degli uomini non possono essere attribuite al concetto di scambio commerciale. Adoperare, pertanto, il concetto di libertà in riferimento allo scambio economico in modo avulso dalla libertà degli uomini è un’impostura. In economia questa idea deve essere riportata al suo significato originario: la libertà delle persone in carne ed ossa  (PhilippeKourilsky).

Se si riconduce la nozione di libertà al suo vero significato è possibile introdurre nel sistema economico il complemento della libertà, che è la fraternità. Quest’ultima va intesa non nella sua dimensione affettiva o religiosa, ma universale e doverosa, come impegno intenzionale ad agire razionalmente per preservare e rinforzare le libertà degli altri individui o della collettività. Si tratta, in sostanza, di accrescere le libertà altrui mentre accresciamo le nostre.

In un’economia civile il valore della libertà dovrebbe coniugarsi con il dovere della fraternità e a quel punto è possibile distinguere il valore etico di un prodotto dal suo valore commerciale.  Le parti dello scambio – che ridiventa libero perché le persone che lo compiono sono libere – potranno valutare in modo indipendente il loro dovere di fraternità.  

Bisogna, tuttavia, considerare che i contenuti etici di un prodotto sono assimilabili alle esternalità, cioè agli effetti indiretti, positivi o negativi, indotti dall’azione degli agenti economici ma che non sono considerati nella dimensione economica dello scambio. Sicché, tali contenuti etici possono avere un valore positivo ma anche un valore mediocre o negativo.E i prodotti, anziché etici, diventano tossici qualora, invece di ampliare, restringono le libertà degli altri individui o quelle della collettività.

Per far crescere  un’economia civile va, pertanto, introdotta nello scambio una tappa di negoziazione aggiuntiva, fondata sul dovere di fraternità. In tal modo si creano mercati di prodotti etici.

 

Ilcommercio equo e solidale

Tra gli esempi di economia civile nell’ambito del risparmio vanno menzionati il microcredito,la finanza etica e i fondi etici, mentre nell’ambito del consumo, va ricordata innanzitutto l’esperienza pioneristica del commercio equo e solidale.  Esaminiamo velocemente quest’ultima.

Qualche decennio fa, per ovviare al basso potere contrattuale dei produttori di materie prime nei pressi della soglia della povertà, alcuni cittadini olandesi hanno creato un’impresa importatrice di prodotti da paesi ex coloniali con l’obiettivo di costruire una filiera alternativa, nella quale gli agricoltori vengono remunerati fino a due volte di più di quanto avviene nella filiera tradizionale. Per evitare la trappola di un sussidio statico, gli stessi ideatori del circuito investono una parte di risorse derivanti dalla vendita del prodotto finale nel finanziamento in sanità, istruzione, formazione professionale e assistenza tecnica, al fine di dare ai produttori primari l’opportunità di aumentare la loro produttività e di svolgere un ruolo di maggiore protagonismo sul mercato che consenta di farli uscire dalla situazione di povertà in cui si trovano.

I prodotti equosolidali, proprio per queste caratteristiche “costose” di acquisizione di una parte maggiore di valore da parte dei produttori di base e di investimento per promuovere una loro maggiore inclusione nei circuiti produttivi, vengono venduti nei mercati finali a prezzi non inferiori e spesso leggermente più elevati di quelli tradizionali. Nonostante ciò, molti consumatori decidono di acquistarli riconoscendo il valore etico incorporato nei prodotti.

Proponendo rapporti volontari di fraternità e tutoraggio tra importatori e produttori e dando l’opportunità ai consumatori di “votare con il proprio portafoglio” e così promuovere le libertà di chi sta ai margini del sistema economico, si restituisce al mercato la sua vera funzione civilizzatrice di strumento che rende gli uomini e la collettività più liberi.

Dopo alcuni decenni di sperimentazione, il commercio equo e solidale si è rivelato un’innovazione sociale di grande interesse e non sono pochi i competitori, compresa la grande distribuzione, che amano avere nei propri scaffali i  prodotti con questo marchio. Oggi il maggior distributore di caffe equosolidale non sono le “botteghe del mondo”, ovvero i punti vendita al dettaglio dedicati esclusivamente al commercio equo e solidale, ma la catena Starbucks, presente in modo capillare dappertutto. Sicché l’effetto contagio ha ampliato ulteriormente il mercato.

Gli studi d’impatto hanno evidenziato molti aspetti positivi, ma hanno messo in risalto anche alcune criticità. Un aspetto trascurato nei criteri d’individuazione dei prodotti sono le condizioni di lavoro degli eventuali dipendenti dei produttori. Non è infrequente, infatti, che i produttori a più alto reddito occupino degli stagionali e nessun criterio equosolidale si preoccupa delle loro condizioni. E’ evidente che la pressione per rispettare tutti gli altri criteri rischia di ridurre l’attenzione nei confronti di questo aspetto trascurato. Bisogna dunque migliorare il rating per ridurre il gap informativo tra produttori e consumatori, aiutando questi ultimi a capire cosa effettivamente stanno comprando. 

 

Leagricolture sociali

Un altro esempio di economia civile è costituito dalle agricolture sociali. Esistono diversi modelli. Il più importante vede persone con svantaggi o disagi dare un senso alle proprie capacità e alle loro esistenze mediante l’attività agricola. Un altro modo di fare agricoltura sociale è quando una comunità locale si giova di servizi sociali, come agrinidi o attività d’integrazione interculturale nei confronti d’immigrati, forniti da aziende agricole.

La sostenibilità economica di siffatte iniziative è assicurata dalla loro principale risorsa competitiva, ossia, esattamente come nel caso del pioniere equosolidale, sulla loro responsabilità sociale (o meglio, si dovrebbe dire civile), per la quale le persone coinvolte sono disposte a pagare qualcosa (il “premio etico”), qualunque sia il loro ruolo. Lo sono gli operatori agricoli e sociali che accettano di lavorare, a parità di qualifica, a condizioni economicamente meno favorevoli di quelle tipiche dell’agricoltura o dei servizi sociali, perché compensati dalle motivazioni intrinseche e dalle soddisfazioni non monetarie. Lo sono le persone svantaggiate che passano da una condizione di essere curati a quella di prendersi cura di qualcuno o di qualcosa e che da utenti di un servizio si trasformano in agricoltori, perché consapevoli di puntare in tal modo alla propria autorealizzazione. Lo sono le reti locali dei servizi sociali e socio-sanitari che si fanno carico di affrontare la difficoltà di interagire con competenze diverse e risorse non usuali, perché convinti di conseguire risposte più efficaci ai bisogni delle persone con un minor costo per la collettività. Lo sono, infine, i consumatori che accettano di pagare un prezzo leggermente superiore dei prodotti che acquistano, perché sanno di sostenere in tal modo direttamente progetti sociali noti e condivisi.

La caratteristica fondamentale delle diverse agricolture sociali è che alla logica della concorrenza concepita come unaguerra di tutti contro tutti subentra l’idea della competizione cooperativa (cum-petere= dirigersi verso, incontrarsi, crescere insieme).  Si tratta di una modalità in cui tutti gliattori dello scambio - ognuno conservando il proprio ruolo - sono protagonisti attivi del progetto imprenditoriale e agiscono come un team. E il risultato concreto è che tutti ne ricavano un beneficioa partire dalla collettività.


Quali ulteriori percorsi diresponsabilità civile in agricoltura?

L’idea dell’economia tradizionale per la quale le imprese devono occuparsi solo della massimizzazione del profitto, mentre i problemi di bene comune devono essere risolti dalle istituzioni è sempre menosostenibile. La globalizzazione, con l’inevitabile deficit di istituzioni globali, rende non più valida questa separazione di attività. In un mondo in cui le imprese possono andare a produrre o ad approvvigionarsi di materie prime in “terre di nessuno”, e puntano esplicitamente alla ricerca di quei paesi dove l’asticella dei diritti sociali e ambientali è più bassa, la “separazione delle competenze” e i “due tempi” non hanno più senso.

Si tratta allora di puntare con maggiore determinazione allo sviluppo dell’economia civile in una dimensione globale. Occorre volontariamente legare il dovere di fraternità alla libertà, promuovendo – conrazionalità e in modo intenzionale -  condizioni più giuste per gli altri e per la collettività in una dimensione universale e non più particolaristica(corporativa, territoriale e nazionale).

Se l’agricolturaitaliana vuole evolvere come economia civile dovrà rinunciare  ad un approccio settoriale, protezionistico eautarchico e costruire relazioni fondate sulla fraternità civile con tutti gliattori della filiera agroalimentare e coi produttori di altri paesi.

L’idea che possiamo farcela da soli perché il mondo fuori ci è nemico è uno dei lasciti più avvelenati del fascismo. Così l’idea di sfruttare appieno le nostre potenzialità, il nostro ingegno italico, impegnarci a portare avanti i nostri prodotti e rifiutare quelli stranieri è la sostanza dell’autarchia. Non c’è ministro dell’agricoltura (di destra, di sinistra o dicentro) che non la sposa perché ha un largo consenso. Ma è la negazione della fraternità e l’affermazione di un atteggiamento egoistico, perché proprio il cibo è da sempre il veicolo con cui le culture si sono incontrate e integrate. Avremmo bisogno di tanti Artusi, che dopo aver creato una cucina italiana, facendo conoscere quelle regionali, ne creino una europea e mondiale valorizzando, promuovendo, scambiando e integrando le mille cucine del mondo.

L’innovazione non si fonda sullo scambio di prodotti autarchicamente pronti e finiti, ma sullo scambio di idee. E’ per questo che oggi si tende a chiamarla innovazione sociale. Solo mettendo insieme le idee, partecipando culturalmente a un processo, integrando apporti scientifici multidisciplinari, riusciamo a produrre un prodotto di uso collettivo. Questo avviene per i cellulari, per la mia bicicletta e per la maglietta che indosso: per tutte le cose. E perché per l’agricoltura dovrebbe essere diverso?

C’è poi un discorso che riguarda la giustizia sociale in un mondo alle prese con la povertà che aumenta e l’insicurezza alimentare che si dilata. Soprattutto dal 2008 con la crisi che viviamo. Continuare,pertanto, a chiedere riforme della Pac di tipo protezionistico significa impedire ai paesi poveri di sviluppare le proprie agricolture e nutrirsi. E l’aspetto più ipocrita e irritante di questa posizione difensiva è legarla al problema della fame nel mondo, cioè ad un discorso etico.

Perseverare in progetti economici all’insegna del “tutto e solo italiano” significa mettere sul mercaton on già prodotti etici ma prodotti tossici. Questi sono, infatti, nocivi per i produttori di altri paesi alla mercé di intermediari senza scrupoli che riforniscono i trasformatori e la grande distribuzione sfruttando la loro debolezza economica.

La strada da intraprendere per rafforzare l’eticità della nostra agricoltura è del tutto opposta: ideare e realizzare progetti commerciali che vedano la partecipazione di produttori e operatori italiani e stranieri, accomunati dalla volontà di aggiungere allo scambio economico anche un livello di negoziazione aggiuntiva, fondata sulla fraternità civile. L’obiettivo dev’essere quello di riconoscere una maggiore quota di valore ai produttori, specie quelli dei paesi più poveri del nostro, e di assicurare risorse perinvestimenti che permettano una loro maggiore inclusione nei mercati, affrontando gli aspetti igienico-sanitari, ambientali e di sicurezza del lavororelativi ai prodotti.

Progetti di questo tipo non solo riscuoterebbero l’interesse dei cittadini consumatori ma anche dei cittadini contribuenti. I quali potrebbero essere più propensi a mantenere integre le risorse pubbliche nazionali e comunitarie finora destinate all’agricoltura, qualora una  parte consistente di queste fosse orientata al sostegno di tali obiettivi.

Al momento non c’è nessuna forza politica o sociale che propone quest’idea. Eppure ogni giorno tutti si sciacquano la bocca con le parole “etica” e “comportamenti morali”.

 

8 agosto 2012

Articolo di Alfonso Pascale sullo spot di Aldo, Giovanni & Giacomo

In un recente spot pubblicitario,Aldo, Giovanni e Giacomo hanno proposto un desueto ma reale contesto dicampagna e si sono dovuti sorbire la reazione infastidita del ministro dellepolitiche agricole, Mario Catania. Il quale, ha denunciato il permanere delpregiudizio anticontadino come espressione delle subculture urbane eindustriali.

 

Nel Medioevo la satira contro ilvillano ha costituito un luogo comune di tutte le letterature. Menestrelli egiullari giravano le corti d’Europa e, utilizzando il siffatto stereotipo,divertivano i loro datori di cibo. In che modo? Mettendo in ridicolo la lorocontroparte sociale: il contadino appunto.

Anche la poesia popolare satiricaè stata carica di disprezzo verso i contadini. Era, infatti, il frutto velenosodell’antagonismo medievale tra gli artigiani delle città e gli abitanti dellecampagne.

 

Ma poi all’inizio del Seicento,Giulio Cesare Croce propone una letteratura d’evasione fondata sull’eroecontadino, Bertoldo, “scarpe grosse, cervello fino”. Il quale, alla corte delre longobardo, Alboino, gode – come sottolinea Piero Camporesi - della“permissività tradizionalmente riconosciuta agli eroi di carnevale, allemaschere, ai mostri”. E’ la messinscena del “mondo alla rovescia” che permettealle plebi rurali, una volta ogni tanto, di farsi re e cortigiani. Un baccanaleche si ripete ancora oggi, quando nei raduni agricoli di luglio ministri egiullari s’alternano al podio e i re contadini si divertono a farli applaudireo fischiare dai convenuti.

 

Orbene, se si guarda conattenzione lo spot della discordia, si può notare che la gag non s’ispira néalla poesia satirica anticontadina né al racconto onirico della maschera diBertoldo: la vicenda è realisticamente collocata nel nuovo contestopostindustriale, globalizzato e telematico delle campagne contemporanee. E cidice una verità che è sotto gli occhi di tutti e pochi hanno voglia di vedere:nel nuovo mondo le antiche distinzioni sono finite, la campagna si è presa lasua rivincita, come c’insegna Corrado Barberis da ormai trent’anni con leinnumerevoli ricerche dell'Insor. Pertanto, la satira pungola non già, comenegli stornelli contro il villano o nel mondo onirico bertoldiano,l’agricoltore ignorante e rozzo, ma un certo tipo di cittadino che continua avedere il mondo come se si fosse fermato a cinquant’anni fa. E’ un superstitedella corte di Alboino, che dopo la sbornia dell’urbanizzazione selvaggia edell’industrializzazione fallita, è del tutto disorientato dalla novità.

 

Non a caso reagiscono conveemenza coloro che, nel nuovo scenario, non si ritrovano più: sono i bertoldie bertoldini che replicano, dal versante agricolo, il gioco inesistente delmondo diviso in due (urbano e rurale), per continuare a spartirsi le residuerendite di posizione. Li unisce una proposta protezionistica sulla Pac, cherichiama in qualche modo la “battaglia del grano” in chiave europea, e unaposizione autarchica dell’agricoltura italiana e del territorio agricolo, ches’ispira direttamente alla lotta contro l’urbanesimo. Entrambe queste ideetrovano le proprie radici nelle culture totalitarie del Novecento. E non a casosi pretende che anche la satira debba essere asservita a quel progettopolitico.

 

Ma fortunatamente abbiamo comici,come Aldo, Giovanni e Giacomo, che si sottraggono a tale diktat e rappresentanoil mondo per quello che è.

 

 

 

12 gennaio 2010

Alfonso Pascale commenta i fatti di Rosarno

Quanti sono gli immigrati che lavorano nelle campagne italiane?
Nel nostro Paese tutti gli occupati in agricoltura sono 923 mila. Erano un milione e 120 mila nel 2000. Nello stesso anno, gli immigrati che lavoravano nel settore agricolo si contavano in 102 mila unità. Erano 23 mila dieci anni prima e oggi raggiungono le 172 mila unità.
In Calabria erano meno di un migliaio 20 anni fa e sono arrivati a 9 mila. In Puglia da 6 mila sono passati nel ventennio a circa 26 mila. Gli incrementi più consistenti si sono verificati nelle regioni del Centro e del Nord, dove si sono decuplicati. Oggi in Lombardia sono 17 mila, in Veneto 19 mila, nel Trentino 15 mila, in Emilia Romagna 18 mila, in Toscana 10 mila, nel Lazio 6 mila.
Ma questi sono i risultati di un’indagine dell’INEA (2009) che ha potuto elaborare solo dati ufficiali. Non sono considerati i tanti immigrati irregolari che spesso vengono sfruttati soprattutto nelle regioni del Sud, dove arrivano con la speranza di racimolare un po’ di denaro raccogliendo pomodori, pulendo le vigne dalle erbacce, strappando frutti alla terra, e si ritrovano invece in condizioni da incubo, alla mercè di caporali, intenti a regolare e controllare non solo il lavoro ma la vita dei nuovi schiavi. Questi, infatti, negli ultimi anni spesso sono scomparsi nel nulla o sono morti in circostanze misteriose. I giornali ne hanno parlato nella cronaca nera ma il giorno dopo si è voltato pagina.

Nel Rapporto di Medici Senza Frontiere (2007) si dice senza mezzi termini che ad avallare siffatta situazione di profonda illegalità e ingiustizia sociale troviamo “un atteggiamento ambiguo o ipocrita del sistema istituzionale italiano nei confronti dell’immigrazione irregolare. Da una parte si registrano misure di contenimento del fenomeno migratorio con politiche dal pugno di ferro tese a combattere la clandestinità a difesa della legalità. Dall’altra le stesse istituzioni nazionali e locali si tappano occhi, orecchie e bocche dinanzi al massiccio sfruttamento di stranieri nelle produzioni agricole del Meridione perché necessari al sostentamento delle economie locali. L’utilizzo di forza lavoro a basso costo, il reclutamento in nero, la negazione di condizioni di vita decenti, il mancato accesso alle cure mediche sono aspetti ben noti e tollerati. I sindaci, le forze di Stato, gli ispettorati del lavoro, le associazioni di categoria e di tutela, i ministeri: tutti sanno e tutti tacciono”. E’ una denuncia che proviene da chi frequenta quei luoghi e cerca in solitudine di bagnare le labbra assetate di quei poveri cristi.


Nelle pianure meridionali, soprattutto polacchi, romeni, bulgari, e non più soltanto africani, hanno preso il posto dei vecchi contadini. E caporali spesso stranieri, al servizio dei proprietari italiani, si sono sostituiti ai vecchi caporali, dando vita alla più grande rivoluzione antropologica del Mezzogiorno rurale negli ultimi vent’anni.
I nuovi braccianti non sono più le donne e gli uomini dei paesi dell’interno che, privi di qualsiasi altra prospettiva, partivano d’estate ogni mattina coi pulmini verso le aree costiere, ma sono giovani maschi appena giunti in Italia, disposti a svolgere qualsiasi mansione pur di guadagnare un po’ di soldi per poi cercare un impiego più stabile in altri settori e in altre regioni europee.
E i nuovi caporali non sono i semplici intermediari che ci eravamo abituati a vedere nelle pianure meridionali al tempo di raccogliere i prodotti dalle piante, ma sono diventati - col tacito accordo dei proprietari dei terreni – gli asettici gestori di un “campo di lavoro”, dove i diritti minimi e ogni forma di ragionevolezza sono soppressi e i corpi delle persone sono ridotte a”nuda vita” da afferrare, manipolare, violentare, sopprimere.
Riempiendosi di questi “campi” fuori dalla legge, le campagne meridionali non sono regredite nell’Italia contadina di una volta, come potrebbe apparire ad un osservatore frettoloso, ma sono state catapultate nella postmodernità più cruenta, verso un grado di sfruttamento di quella “nuda vita” quasi totalitario, che gli stessi caporali vissuti ai tempi di Di Vittorio avrebbero faticato a ideare.

Gli atti di efferata aggressività, compiuti da alcuni anni a questa parte come uno stillicidio continuo da un caporalato siffatto, sono sfociati nella guerriglia che abbiamo visto svolgersi a Rosarno. Un’autentica jacquerie, una ribellione odiosa ma inevitabile quando la schiavitù diventa intollerabile. E come ci ha spiegato Antonio Cisterna, sostituto procuratore Antimafia, “quando la gente si è sentita aggredita, si è rivolta ai mafiosi che sono stati costretti ad intervenire per non perdere la faccia”. Sicché, alcune squadracce di giovani caporali sono stati inviati per incutere terrore.

Ma la jacquerie potrebbe diffondersi in altre aree del Mezzogiorno perché vicende come quella calabrese sono, in realtà, sedimenti di storia. Si tratta di una violenza irrisolta che ritorna ad esplodere in forme marcatamente diverse dal passato ma che trova linfa in comuni radici. E’ un’onda lunga che riaffiora. E siccome noi tutti – come ammonisce Alessandro Leogrande nel suo libro-inchiesta “Uomini e caporali” (2008) - chi per un verso e chi per un altro, veniamo da quella storia, conviene che insieme dipaniamo questi fili invisibili che portano alle matasse aggrovigliate del passato.
Nei primi anni Venti e alla fine degli anni Quaranta, gli agricoltori aggredivano di persona o facevano massacrare braccianti e contadini senza terra spinti dal timore di perdere i propri possedimenti. Tornando dal fronte affamati di un pezzo di terra dove ricominciare una vita degna di essere vissuta, i cafoni costituivano agli occhi di tanti proprietari terrieri, o di massari e fittavoli che si ingegnavano a diventarlo, una minaccia ineluttabile per la sicurezza dei loro beni. E le frequenti occupazioni di terre di proprietà privata, spesso condotte in forme spontanee e anarcoidi fuori dal controllo dei partiti di sinistra e dei sindacati, venivano percepite come prepotenze ingiustificate e finivano per alimentare odio e rancore.
Si sono così ulteriormente forgiate relazioni sociali che si manifestano solo con la violenza e l’aggressività specie nei periodi in cui le insicurezze si allargano a macchia d’olio.

Forse non è la miseria il principale retaggio del passato, ma la disumanità delle relazioni e la bestialità della sopraffazione. E’ la violenza quando non riesce ad essere contenuta da comportamenti improntati ai valori della reciprocità e della gratuità, che pure affondano le proprie radici nel mondo rurale.
E’ per questo che, nelle fasi più acute dei conflitti sociali del secolo scorso, quando la violenza non ha trovato canali di sbocco nella costruzione di organizzazioni sociali affidabili e di processi politici volti ad incivilire le contese, essa ha lasciato spazio ad involuzioni autoritarie. Quando viceversa, come nel secondo Dopoguerra, la violenza diffusa nelle campagne è stata incanalata dai partiti di massa nelle lotte per la democrazia, essa ha lasciato il campo al rigenerarsi di quei valori di mutuo aiuto e di solidarietà del mondo contadino che hanno potuto permeare le relazioni sociali nei decenni successivi.

Oggi tutto questo pare essere scomparso di nuovo. E nell’acuirsi dei conflitti sociali di un’Italia multietnica e multiculturale, nelle campagne meridionali non solo sono venute a mancare le lotte ma brillano per la loro assenza i partiti e le organizzazioni sociali. E vanno via i giovani, alcuni perché non trovano opportunità di impiego in dinamiche economiche sganciate dalle risorse territoriali, altri perché rinunciano ad avviare nuovi percorsi. E tutto è lasciato al degrado con l’arrivo di nuovi “cafoni”, nuovi “bravi” e nuovi signori feudali che stabiliscono la posta in gioco in territori ormai privi di comunità.

Forse solo un processo di ricomposizione dei legami comunitari nelle campagne, che veda protagoniste leve di giovani autoctoni e di giovani stranieri in nuove attività economiche legate all’agricoltura di servizi e alle reti relazionali in grado di ritessere le trame sociali di mutuo aiuto e di gratuità, potrebbe permettere al nostro Mezzogiorno di affrancarsi dagli atavici venti di violenza che soffiano impetuosi nelle sue lande e di produrre un’innovazione che si innesti sulle radici migliori della tradizione.
Tale processo non si avvia spontaneamente, ma solo se nascono nuovi movimenti, nuovi partiti e nuove organizzazioni sociali che si assumono il ruolo di promuoverlo.
E' per questo che, dopo i fatti di Rosarno, dobbiamo rimettere al centro dell'iniziativa politica e sociale il Mezzogiorno e i giovani, le due priorità che ci ha indicato Giorgio Napolitano la sera di S. Silvestro. Aggiungendo una terza priorità che il presidente ha tralasciato: l’agricoltura. Su questi tre temi prioritari dobbiamo elaborare obiettivi concreti su cui costruire movimenti che durino, progetti che innestino percorsi reali di sviluppo e di cambiamento.

 

 

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