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Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

Diario | La vetrina | I paesaggi | I fatti | Le cantate | I passaggi |
 
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3 novembre 2013

Intervento di Maurizio Di Mario in occasione della presentazione di Radici & Gemme tenutasi a Fondi il 25 ottobre 2013

Radici & Gemme è la riscrittura di un intero pezzo di storia italica, dal Risorgimento fino ai nostri giorni. Un pezzo di storia, come già molto bene evidenziato da Franco Ferrarotti nella sua prefazione al volume, riscritto però sotto una luce nuova, “altamente originale”, rispetto alla tradizionale storiografia.

L’originalità del lavoro di Alfonso Pascale risiede infatti nel ribaltamento del punto di vista geografico da cui sono ripercorse le vicende storiche; ossia guardando “dall’esterno”, dalla campagna e dal mondo agricolo e rurale, a differenza di quello più consueto di marca urbano-industriale.

L’originalità del lavoro sta però, soprattutto, nell’aver assunto il territorio come protagonista assoluto della storia; il territorio interpretato non più soltanto come il sostrato fisico degli avvenimenti, ma piuttosto quale spazio materiale e immateriale esito del millenario intreccio di usi e relazioni umane; inteso cioè come il paradigma stesso dell’inestricabile ed indissolubile rapporto natura-uomo.

Il diverso punto di vista e il nuovo protagonista della narrazione storica proposta non sono tuttavia escludenti. In Radici & Gemme, infatti, la lettura olistica dei fenomeni e delle vicende - spaziando dall’agronomia all’urbanistica, dalla politica all’economia, dalla sociologia alla letteratura, dall’ecologia alla tecnologia, dalla genetica alla medicina, fino alle scienze che si occupano dei comportamenti degli animali - ci restituisce un quadro storico dei periodi trattati più ricco e più complesso di quanto finora tramandato.

Un altro requisito fondamentale di Radici & Gemme è la narrazione delle idee – e delle persone che le hanno incarnate – che nel processo storico - benché abbiano concorso a costruire la spina dorsale stessa del nostro “Bel Paese” – sono risultate sconfitte.

Si tratta di tutte quelle idee - sconfitte sì, ma non ancora vinte - che guardavano al territorio e ai suoi abitanti nella loro integralità, senza steccati culturali o funzionali tra città e campagna, tra industria ed agricoltura, tra mondo operaio e mondo contadino. Ossia a tutte quelle idee che rimandavano al concetto di “comunità”.

È un lungo filo rosso quello che lega in Radici & Gemme figure come Carlo Cattaneo, Stefano Jacini, Adriano Olivetti, Carlo Levi, Manlio Rossi Doria, Danilo Dolci, Umberto Zanotti Bianco, Ruggero Grieco, Emilio Sereni, Rocco Scotellaro, Giuseppe Avolio e molte altre; un filo rosso che si dispiega ininterrotto nel tempo della rivoluzione industriale, del socialismo utopico, del risorgimento italiano, delle crisi tra le due guerre mondiali, del dopoguerra, del ’68 fino ai nostri giorni.

Emblematiche in tal senso sono le pagine dedicate all’esperienza urbanistica di Adriano Olivetti - dal Piano della Valle d’Aosta ai progetti per il Canavese e per Matera – o alle teorizzazioni della “progettazione integrata zonale”, o del recupero del demanio agro-silvo-pastorale montano scaturite dalla Scuola Agraria di Portici sotto la guida di Manlio Rossi Doria.

Oggigiorno, nel tempo della cosiddetta globalizzazione, quando per ciclicità – o forse nemesi – storica si stanno riproducendo fenomeni già vissuti - dall’abbandono delle montagne con conseguente dissesto idrogeologico al riversamento nelle pianure e nelle gronde di fondovalle di milioni di persone che si spostano in fuga dalle città e dalle lande più povere e desolate dell’Italia e del mondo intero; dalla dismissione inesorabile delle attività agricole per effetto delle oscillazioni del mercato planetario alla devastazione dei paesaggi metropolitani; dagli enormi problemi sociali alla crisi energetica fino agli inquietanti scenari di una civiltà post-carbon -, la storia riscritta da Alfonso Pascale getta una luce malinconica e sinistra sulle tante occasioni perdute come sull’ignoranza e la miopia della nostra attuale classe politica e dirigente.

Difatti, le impostazioni olivettiane sono rimaste una chimera, mentre la “progettazione integrata zonale” è ancora sepolta al tempo delle sperimentazioni della Scuola di Portici. E oggi, nonostante a quei criteri e a quegli strumenti di governo del territorio spinga anche l’Unione Europea con la rimodulazione in corso degli obiettivi del finanziamento comunitario per le politiche agricole, infrastrutturali, sociali e di innovazione tecnologica, le esperienze di “progettazione integrata territoriale” che si stanno sviluppando anche alle nostre italiche latitudini faticano invece a farsi spazio, mortificando così anche quel potenziale che in queste stesse esperienze risiede per orientare quelle riforme a carattere multidisciplinare di cui la vigente programmazione e legislazione urbanistica, di tutela ambientale e paesaggistica, per lo sviluppo economico-sociale e delle reti di welfare tout court avrebbe urgentissimo bisogno.

Purtroppo, il recente varo da parte del Governo del Disegno di legge presentato dal Ministro delle Politiche Agricole Nunzia De Girolamo, dal titolo Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato, dimostra il grave ritardo culturale che si sta ancora scontando nell’affrontare i problemi del nostro tempo.

In barba agli obiettivi dichiarati, questa proposta legislativa - che riassume in sé il comune denominatore “urbanocentrico” anche delle precedenti proposte del Ministro Mario Catania al tempo del Governo Monti, nonché di quelle n. 70/2013 e n. 1050/2013 presentate nella odierna legislatura, rispettivamente, dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle – conferma infatti l’approccio completamente separato tra spazi rurali e spazi urbani, dove i primi vengono cristallizzati e paralizzati mediante la reiterazione di prassi burocratico-vincolistiche nonché condannati al ruolo di “ambiti di riserva” da conservare per una “consumazione” edificatoria differita nel tempo, mentre i secondi restano l’unico e incontrastato dominus dell’attenzione legislativa, densi come sono di interessi in gioco, vuoi per la loro “espansione” vuoi per la loro “densificazione”, comunque da gestire.

A fronte di questo ennesimo desolante (perché rapinoso o semplicemente ottuso) trionfo della visione “urbanocentrica”, penso che il lavoro di Alfonso Pascale abbia i requisiti per poter scuotere le intelligenze e rianimare un dibattito da troppo tempo mortificato.

Ecco perché mi auguro che Radici & Gemme consegua non solo il successo editoriale che merita, ma, soprattutto, che possa divenire uno dei punti di riferimento, un faro, teorico e pratico insieme, per la rinascita culturale e politica che da troppo tempo attendiamo.

15 ottobre 2013

Roberto Finuola recensisce "Radici & Gemme" di Alfonso Pascale

Il ponderoso volume di Alfonso Pascale intitolato "Radici & Gemme" costituisce un suggestivo e rigoroso affresco dell’evoluzione della società civile - nelle campagne italiane dall’Unità ad oggi - nel quale il rigore scientifico della narrazione si unisce ad una, non sempre comune, capacità di descrizione pittorica degli avvenimenti in grado di rendere vive e vicine al lettore le dinamiche descritte.

Il grande mosaico che ne deriva fa scomparire nel lettore il luogo comune dell’agricoltura come settore arretrato, luogo di povertà e di sottosviluppo, e gli lascia al contrario, alla fine della lettura, la vivida sensazione di una vitalità del contesto rurale che ha radici lontane con esperienze di eccellenza in ogni periodo (le “radici” e le “gemme” del titolo), vitalità che non si è mai sopita anche nei periodi più difficili e che oggi, finalmente, riemerge con la riscoperta dei valori della campagna che ha nel nostro Paese caratteri tanto peculiari quanto unici in termini di ricchezza e di diversità.
L’aspetto certamente più caratterizzante del lavoro è quello di offrire una visione multidimensionale dei fenomeni descritti: di ciascun periodo storico vengono contestualmente esaminati gli aspetti economici, quelli sociali, quelli sociologici, quelli politici, quelli storici,…. evidenziandone in ogni occasione le interrelazioni e le interdipendenze. Questa capacità di cogliere i vari aspetti della storia agricola e di analizzarli sotto diverse angolazioni nel medesimo tempo e senza perdere l’unitarietà della narrazione, trae certamente origine dalla storia stessa dell’Autore che proviene, lui medesimo, da quel mondo rurale che tanto sapientemente descrive e che al mondo contadino ha dedicato tutta la sua vita come dirigente sindacale prima e come acuto studioso poi.

Ne consegue una visione a tutto tondo della evoluzione della società civile delle campagne che caratterizza l’opera e ne fa un unicum nel panorama delle analisi storiche, sociologiche ed economiche dell’agricoltura italiana. Economisti agrari, sociologi, storici, studiosi della politica troveranno infatti nel volume un indubbio arricchimento delle loro specifiche conoscenze con in più la possibilità di leggere la storia agricola nazionale anche sotto altri punti di vista spesso obliterati da quelle logiche di analisi parcellizzata troppo spesso presenti nell’Accademia.

In più, l’Autore, attraverso una rigorosa e documentata analisi della storia dell’agricoltura italiana nei diversi periodi esaminati, (dall’Unità alla prima guerra mondiale, dal primo dopoguerra al fascismo ed alla II guerra mondiale, dal secondo dopoguerra alle crisi degli anni ’70, dalle vicende della prima e della seconda Repubblica ad oggi), offre più di uno spunto originale per una reinterpretazione di tali vicende in grado di superare visioni stereotipate, come ad esempio nel caso delle presunte “arretratezze” della nostra agricoltura che hanno caratterizzato tanti lavori di ricerca anche recenti, o come nel caso delle analisi relative agli squilibri territoriali.

Dall’analisi di Pascale emerge, infatti, chiaramente come quelli che venivano un tempo definiti elementi di debolezza dell’agricoltura italiana (forte presenza di piccole aziende basate spesso sull’autoconsumo e/o part-time, bassa meccanizzazione con l’utilizzo di tecniche di coltivazione tradizionali,...) costituiscono invece oggi il presupposto dell’attuale fase di rivalorizzazione e di ritorno di molti giovani all’agricoltura.
I guasti ambientali e le ricadute sulla qualità degli alimenti dovuti a orientamenti produttivistici estremi stimolati in un primo tempo dalla stessa UE, nonché la crescita della consapevolezza della società civile non rurale circa i costi di una tale agricoltura, hanno infatti per converso portato a rivalorizzare quell’agricoltura tradizionale non inquinante, largamente diversificata e fortemente radicata nel territorio che in passato veniva additata come arretrata. L’analisi storica di Pascale ci porta così, passo dopo passo, a scoprire quei pionieri che in tutte le epoche e un po’ dovunque nel territorio - e fortemente anche nel Mezzogiorno - si sono fatti paladini e conservatori di quelle metodiche e di quelle tradizioni rurali che oggi tanto vengono vantate dai più.

Altrettanto stimolante è la disamina del periodo immediatamente successivo all’Unità d’Italia nel quale molte verità storiche, finora lette alla luce della visione dei vincitori, vengono portate alla ribalta minando fortemente il mito del Nord progressista ed illuminato contrapposto al buio ed alla arretratezza borbonica. Ne sono esempi l’uso collettivo delle terre nel Regno delle Due Sicilie e le opere di bonifica nell’Appennino meridionale realizzate dal Regno Borbonico. Ne è esempio l’interessate rilettura che l’Autore fa della prima guerra civile nazionale (la cosiddetta “lotta al brigantaggio”) vista nel volume essenzialmente come reazione del mondo contadino totalmente escluso dalle dismissioni delle terre demaniali e dell’asse ecclesiastico.

Un discorso a parte merita la ricostruzione della storia della rappresentanza sindacale del mondo agricolo che vanta tradizioni elevatissime. Mosso certamente dalla propria storia personale di dirigente di un’organizzazione agricola, l’Autore fa rivivere i grandi personaggi del sindacalismo ricordando con motivato orgoglio che proprio nel mondo agricolo nasce, ai primi del Novecento, la prima organizzazione di rappresentanza sociale con la Federazione nazionale dei lavoratori della terra (Federterra, 1901).

Si stagliano quindi nella ricostruzione di Pascale le grandi figure che, nelle loro grandezze e nelle loro contraddizioni, hanno popolato le campagne a partire da quella Argentina Altobelli che, nel 1905 viene eletta segretaria nazionale di Federterra a testimonianza del ruolo primario che le donne hanno rivestito da sempre nel settore primario e che le vede ancora oggi in primo piano nel presente “ritorno alla terra”.

Un altro merito del volume è, infine, quello di non limitarsi ad una analisi storica, ancorché ampiamente documentata e largamente innovativa nell’approccio, bensì di tentare un aggancio con le attuali dinamiche facendo intravvedere possibili futuri sviluppi per un mondo rurale che può e deve porsi nuovi traguardi globali per una alimentazione equamente distribuita e sicura, per il superamento della dicotomia fra città e campagne, per un nuovo possibile sistema di welfare basato sui tradizionali valori contadini della mutua assistenza e della reciprocità.

Le problematiche relative al cibo ed alla sicurezza alimentare, alle contraddizioni dello sviluppo agricolo capace di raggiungere elevati valori produttivi troppo spesso a scapito dell’ambiente e della qualità della vita, al difficile rapporto fra città e campagne con la prima che finisce per depauperare la seconda attraendone gli abitanti e riducendo gli spazi verdi con la cementificazione, portano a recuperare modelli antichi che per fortuna il mondo rurale non ha mai totalmente perso.

Così vengono valorizzate quelle che Pascale chiama le “reti della consapevolezza”, che, intorno ai temi del cibo, della solidarietà e dell’accoglienza, si organizzano silenziosamente mettendo in discussione i vecchi modelli dando vita ad una nuova società civile di cui sono espressione, ad esempio, quelle fattorie sociali in grado di offrire servizi ed assistenza a soggetti deboli (disabili, anziani, …) cui il tradizionale sistema di welfare non sembra più in grado di offrire i servizi necessari.
Significativamente il volume si conclude con una domanda: “ci sarà un futuro per l’agricoltura?” A questa domanda Pascale risponde che spontaneamente si sono delineate tre prospettive (“traiettorie”) di sviluppo, apparentemente contraddittorie fra loro ma in realtà complementari: l’agricoltura industrializzata che adegua continuamente la crescita della dimensione di scala e adotta strategie di sostenibilità per sopravvivere; l’agricoltura multifunzionale che realizza economie di scopo e crea nuovi mercati; l’agricoltura che disattiva la funzione produttiva per privilegiare altre attività (creazione di energia, fornitura di servizi sociali, ambientali, ricreativi,…).

Oggi “in maniera suicida” queste tre agricolture sono viste in contrapposizione fra loro mentre, secondo L’Autore, potrebbero convivere se si esaltassero i rispettivi aspetti positivi a scapito di quelli negativi, alimentando le loro interconnessioni al fine di accrescere la coesione sociale e superando gli interessi egoistici che, almeno in Italia, hanno quasi sempre guidato il settore.

Il volume si chiude quindi con un appello a “quegli elementi tipici del mondo contadino che appartengono al Dna della nostra società ma che sono da tempo latenti”: legami sociali, conoscenza, fraternità civile, solidarietà,… valori che sentiamo di condividere e che, dopo la lettura del saggio di Pascale, sentiamo di conoscere meglio in vista di una loro realizzazione.

(Tratto da "SPECIALE CULTURA" dell'Agenzia quotidiana "agra press" 15 ottobre 2013)

8 ottobre 2013

Franco Paolinelli: DAI CONTADINI AGLI ORTISTI URBANI

La scala dei processi e dei cambiamenti economico-sociali e la loro velocità sono, oggi, tali da ampliare enormemente la visione necessaria a fare scelte, siano esse quelle dei politici, degli imprenditori, degli scienziati, o quelle del quotidiano di ognuno di noi.


Il libro “Radici & Gemme” di Alfonso Pascale ha, nel suo specifico, questa vastità. Abbraccia, infatti, la storia socio – economica dell’agricoltura italiana, nel suo percorso evolutivo dal’Unità d’Italia ad oggi.

Si può, in un’estrema sintesi, dire che il libro narri la fase cruciale e centrale del percorso che ha portato le comunità italiane dal vivere nelle campagne all’ammassarsi nelle città, come, peraltro, è successo in tutti i paesi sviluppati.

Traccia, quindi, il passaggio dalle lotte dei contadini per la terra, al superamento della centralità del primario nell’economia, quindi all’abbandono della terra stessa, per arrivare poi alla nostalgia per il mondo rurale ed alla sua evoluzione verso il terziario turistico e socio-terapeutico.


Oggi, infatti, nelle nostre campagne, ormai per lo più peri-urbane, alle poche imprese di produzione alimentare, si associa un mondo complesso legato ai servizi che la ruralità può offrire, incluso il teatro di se stessa.


Se le prime, legate al mercato dei prodotti ed integrate nelle filiere di riferimento, frutto di un pluridecennale percorso di liberazione socio-economica e culturale, ben poco hanno, ormai, di “contadino”, le seconde, paradossalmente, ne conservano il valore simbolico, avendone, però, perduto la rilevanza come fonte di produzione primaria.


Si basa su questo valore, infatti, la realizzazione di servizi che ha luogo negli agriturismi, nelle fattorie sociali e didattiche, negli orti sociali e terapeutici….


Ma, a ben vedere, nasce da questo valore anche la spesa che ha luogo nelle micro aziende agricole, quelle nate dalla riscoperta della campagna o quelle conservate dai nonni, insieme che sfuma, senza soluzione di continuità nel vastissimo mondo delle case in campagna. Vi si fruisce, infatti, dell’atmosfera rurale e si spende, e tanto, per poterlo fare.


Paradossalmente, è, quindi, in questo secondo ambito, più che nel primo, che persistono, più di quanto non si possa immaginare, le forme ed i comportamenti del mondo “contadino”.


Infatti, sia chi ha conservato, sia chi ha ricomprato, affida, ai pochi metri quadri di terra accanto al paese, alla rappresentazione della ruralità, la propria identità, la ricerca di “radici”, elemento simbolico che la metropoli oggi non riesce più a dare.


L’evoluzione dell’idea di ”imprenditore agricolo” e le tappe del percorso di liberazione dalle tante tutele onerose che gravavano sul mondo rurale sono ottimamente tracciate, ma la riflessione, con buona pace di chi ancora non vuole né vedere, né crescere, non si ferma.


Apre, infatti, con l’allargarsi dell’obbiettivo, al presente ed al futuro. Vede, quindi, come l’agricoltura possa e debba andare ancora oltre, diventando, in un’ottica globale, nuovamente centrale, per la qualità della vita, per la sicurezza alimentare globale, per l’ambiente. Suscita, quindi, la domanda: l’agro-teatro di questi anni sarà forse l’humus della rinascita agricola?


Il volume così diventa, o dovrebbe diventare, strumento di riflessione per tutti coloro che possono contribuire all’evoluzione dell’economia del territorio, che siano nella politica, nell’amministrazione, nell’assistenza tecnica, nella formazione, nella ricerca o nelle imprese.


Perché abbiano il coraggio di capire la scala delle trasformazioni in atto, quindi di accettare ed affrontare la realtà di un settore che non può più contare sull’assistenzialismo e deve riscoprire il proprio ruolo economico, culturale e sociale e gli spazi d’impresa che questo determina.


Perché abbiano il senso di responsabilità globale necessario a rinunciare ai loro piccoli o grandi snodi di potere, ai loro potenziali di veto, che finora hanno venduto caro. Cosicché il settore possa, con le semplificazioni di cui ha bisogno, alzarsi in volo e conquistare la sua nuova, possibile, dignità, assumendo in pieno il proprio ruolo, primario e terziario.


Ne raccomando, peraltro, la lettura a quei tanti ragazzi che, motivati, per lo più, da sogni, si iscrivono alle Facoltà d’Agraria. Perché li possa aiutare a conservare e rafforzare la loro “mission”, ma con la consapevolezza della complessità del settore e della sua storia. Perché, quindi, possano, nei loro studi, puntare agli spazi reali che la trasformazione apre, oltre il replicarsi di cattedre e sgabelli inutili.


Per le stesse ragioni spero che il volume arrivi tra le mani di quegl’altri ragazzi, per lo più di città che, di nuovo, sognano il “ritorno alla terra”, ma lo vivono nei vuoti della metropoli stessa. Perché non siano ingenui e sognatori, com’è stata gran parte dei loro genitori o nonni del tempo delle cooperative e delle comuni, ma non perdano neanche la loro freschezza, eventualmente trascinati ed invischiati da chi promette spartizioni per il solo obbiettivo di avere un piedistallo ed una corte.


Franco Paolinelli, presidente Ass. Cult. Silvicultura Agrocultura Paesaggio



Alfonso Pascale, "Radici & Gemme. La società civile delle campagne", Cavinato Editore International, 2013, pp. 360, Euro 20

6 agosto 2013

Tommaso Russo recensisce "Radici & Gemme" di Alfonso Pascale

Alfonso Pascale da Tito appartiene a quella numerosa schiera di lucani in Italia che non farà più ritorno al paese. Vive e lavora a Roma. Alfonso è però anche l’autore di un libro molto bello: "Radici & Gemme". Attenzione. Non è l’ennesimo repertorio di piante officinali e neppure un trattato di erboristeria, ma un vero e proprio lavoro di storia sociale dell’agricoltura. Lo conferma il sottotitolo: "La società civile delle campagne dall’Unità ad oggi" (Cavinato Editore International, Brescia, 2013, pp. 11-359, 2013). Franco Ferrarotti, padre della sociologia italiana, noto in Basilicata dai tempi dell’olivettiano Movimento di Comunità e dei Circoli eponimi, regala al suo amico autore una densa prefazione in cui, fra le altre cose, ribadisce la fine della “mitica civiltà contadina” e non solo. Il libro non contiene note (anche Croce non ne usava) a piè di pagina e ciò farà dire a qualche accademico locale che il testo è privo "di metodologia scientifica" e pertanto non va letto. Tanto peggio per lui. Non sa cosa si perde. Le otto parti in cui è suddiviso il volume sono sostenute da un’aggiornatissima e ragionata bibliografia che spazia da Braudel a Della Peruta, da Sereni a James O’Connor, il politologo californiano che per primo indagò la crisi fiscale dello Stato e il complesso militar-industriale come sua valvola di salvezza (che Einaudi pubblicò nel 1979), fino a Crainz e Malanima, giusto per fare dei nomi che valgono una sintesi persuasiva per i lettori. Nel parterre dei ringraziamenti fatti dall’A. si segnalano due lucani emigrati: Mimmo Guaragna e Michele Padula, prodighi di incoraggiamenti e consigli specifici.


La mancanza di note rende leggera la lettura. La cifra linguistica utilizzata, piana e vagamente anglosassone, contribuisce a dare un tocco narrativo all’esposizione di fatti e circostanze. La scrittura si ripiega spesso sul racconto, sull’affabulazione, e concorre a rendere meno faticoso salire i tornanti degli oltre 100 anni di storia patria che, muovendo dalla centralità dell’agricoltura e dei contadini, si avvolgono intorno a veri e propri nodi tematici e problematici. E così si parte da quel grande e ancora irrisolto corpo tematico che a qualche palato pruriginoso o a qualche mente labile può apparire irritante. Si tratta della violenza e delle alleanze nella lotta di classe nelle campagne (il soggetto stizzoso suggerisca un altro concetto se lo possiede) ovvero quello che Pascale chiama “il conflitto tra forze egemoni e soggetti sociali subalterni”. Tema questo che l’A. inserisce nell’alveo della democrazia moderna di cui il Risorgimento italiano ne costituì una manifestazione sui generis. L’Unità, dice Pascale, nacque “con un vizio d’origine” vale a dire la logica dell'“esclusione di altre élite importanti”. Di qui il brigantaggio postunitario che egli presenta come “ultima guerra contadina dell’Occidente e, nel contempo, prima guerra civile italiana”.

L’altro tema è il rapporto tra i contadini e la natura: qui si vede che l’A. sa il fatto suo e le pagine dedicate sono tutte molto belle. Vengono al pettine nodi come il rapporto mezzi- fini, le relazioni tra la terra e l’uomo, l’ambiente, i bisogni e le risorse con conseguente trasformazione da “ ecosistemi naturali in agrosistemi”. E anche se Pascale delle volte cerca di tenerlo a freno, Monsieur le Capital fa la sua rumorosa e mortifera comparsa cercando di trasformare l’agricoltura in un comparto “all’aperto” del sistema di produzione capitalistico. Poi c’è l’altro legame, quello tra agricoltura e saperi specialistici ovvero “la nascita dell’agricoltura, combinandosi con l’uso di simboli, misure, calcolo, scritture, rese possibile lo sviluppo della scienza applicata”. Pascale non lo confessa esplicitamente ma qui c’è un amore coltivato a lungo e in silenzio, testardo come un mulo avrebbe detto Prévert, per la fisiocrazia o se si preferisce per la supremazia di terra, agricoltura e natura come fattori di sviluppo, di buone pratiche produttive, di positive relazioni fra gli uomini. Infatti, il diverso modo di concepire i termini di quei rapporti è frutto di un riposizionamento al centro dell’agricoltura che in tal modo può svolgere la sua funzione di “ generatrice di comunità”. In questa visione di uno sviluppo mite, di un’agricoltura umanizzante e a suo compimento e corollario sembra porsi un nuovo topos narrativo: la paesologia di Franco Arminio, scrittore nato a Bisaccia nell’Irpinia d’Oriente come ama dire di se stesso.

Non si pensi che Pascale s’incammini solo su sentieri sociologici e narrativi. La sua ricostruzione dell’agricoltura si storicizza e si contestualizza nei passaggi più importanti della storia italiana e ad essi si lega intimamente: dall’età liberale, attraverso il fascismo, all’occupazione delle terre, fino al centro-sinistra. Decenni questi che vedono il passaggio e la definitiva trasformazione dell’Italia da paese agricolo a paese industriale, dalla parsimonia dei consumi al boom economico e con esso all’eclissi della civiltà contadina. Qui, dentro questi tormentati decenni del Novecento, vi sono momenti ed episodi cruciali e importanti: le lotte per la terra e per una diversa sintassi dei rapporti giuridici e sociali tra le classi, le bonifiche, le trasformazioni produttive…. fino alla domanda del terzo millennio: ci sarà un futuro per l’agricoltura? Pascale è ottimista. Individua tre direttrici: quella industrializzata, quella multifunzionale, quella che serve per produrre servizi ed energia. Questa triplice scansione per l’agricoltura può offrire un orizzonte di senso solo se “si recupera il valore dei legami sociali, delle capacità individuali e del senso del limite”. Soprattutto quest’ultimo viene da dire; ma fino a quando la pedagogia della menzogna e l’egolatria (qualche politico nazionale ne è affetto a dismisura) costituiranno un ostacolo occorrerà ancora lottare per vedere realizzato “ il sogno di una cosa”.

TOMMASO RUSSO

(Da "LA NUOVA DEL SUD" 3 agosto 2013)

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