.
Annunci online

 
lostruscio 
<%if foto<>"0" then%>
Torna alla home page di questo Blog
 
  Ultime cose
Il mio profilo
  Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
  Wind Rose Hotel
LibertàEGUALE
le nuove ragioni del Socialismo
l'albatros
La Voce
Caffè Europa
Reset
Partire dal territorio
Quaderni Radicali
Italia Oggi
akiko
Panther
Sannita
Sonia
aldotorchiaro
bazarov
miele98
ereticoblog
Viaggio
Punta Campanella
Corradoinblog
Tommaso
Nunzia
frine
castellidiparole
Nuvolese
Meno Stato
  cerca



Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

Diario | La vetrina | I paesaggi | I fatti | Le cantate | I passaggi |
 
Diario
1visite.

7 aprile 2015

Emanuele Bernardi recensisce "Radici & Gemme" di Alfonso Pascale

"Radici & Gemme" di Alfonso Pascale costituisce un contributo importante, a metà tra analisi scientifica e partecipazione personale, sulla storia del nostro paese. È un testo complesso, che copre un lungo arco di tempo, dall’Unità d’Italia ai giorni nostri. E che cerca di tenere assieme tanti aspetti di questa storia, adottando punti di vista a volte eterodossi rispetto alla storiografia più conosciuta: uno di questi è dato dall’attenzione alla “nuova ruralità” e ai beni comuni, alla società civile, a quella parte del paese che pur non esprimendo direttamente “potere” ha comunque svolto – e continua a svolgere – una funzione importante di coesione sociale. È una società fatta di contadini, di tecnici, di funzionari, laici e cattolici, che vivono l’agricoltura come momento di aggregazione, di tenuta del territorio, di condivisione. 


Il testo è di 360 pagine e si divide in otto parti, seguendo l’andamento ondulatorio dell’evoluzione della società civile delle campagne, tra periodi di eclisse e quelli di emersione che si susseguono in alternanza.

La prima parte riguarda la fase in cui le istituzioni della società civile sorte prima della Rivoluzione francese vengono assorbite oppure oscurate dallo Stato liberale. La seconda è quella in cui sorgono le moderne organizzazioni politiche e sociali tra la grande crisi agricola degli anni Ottanta del diciannovesimo secolo e la fine dell’età giolittiana. La terza riguarda il rapido declino di questa nuova società civile - che si stava faticosamente formando - per effetto della Grande Guerra e lo spegnersi della democrazia con l’avvento del fascismo al potere. La quarta prende avvio con il sorgere della democrazia repubblicana e con l’occupazione da parte dei nuovi partiti di massa degli spazi propri della società civile. La quinta riguarda il profondo disagio sociale che si manifesta tra il boom economico e il ’68 in concomitanza coi governi di centro-sinistra. Nella sesta vengono descritti gli aspetti salienti della lunga crisi politica e sociale che si apre agli inizi degli anni Settanta e che esplode negli anni Novanta. La settima parte è dedicata al declino delle forme della rappresentanza delle campagne. E l’ultima prende in considerazione questo primo decennio del nuovo secolo, caratterizzato dalla grave crisi economica e finanziaria e dall’esplosione dei problemi alimentari e della sostenibilità ambientale a livello globale, in cui pare emergere – sebbene ancora a livello embrionale - una nuova società civile, completamente diversa da quella precedente.

Fin dal Risorgimento, sostiene l’A. (p. 27-28), il problema della terra si pose come problema dei beni comuni. E la cultura risorgimentale nata dall’unificazione rimuove poi nei fatti addirittura la memoria di quella particolare forma di autorganizzazione dei cittadini, volta a garantire percorsi inclusivi anche agli ultimi della scala sociale. Con particolare sensibilità, l’unificazione è letta come momento dilaniante di quella società rurale: la repressione del brigantaggio è la «prima guerra civile italiana» (p. 38), una frattura prodotta tra i contadini meridionali e lo Stato difficile da sanare.

Il giudizio critico sul processo di unificazione non si estende tuttavia all’operato di governo delle classi dirigenti liberali, le quali ebbero il merito di avviare e sostenere il progresso tecnologico nelle campagne (le cattedre ambulanti) - favorito pure dalla peculiare assistenza tecnica svolta dalla Chiesa e da organizzazioni religiose a livello locale -, di diffondere l’istruzione agraria e professionale, realizzare bonifiche, forestazione e irrigazioni e interventi antimalarici come il chinino di Stato. Le attività associative dei cattolici costituiscono, in questo quadro, l’ulteriore segnale di un mondo rurale quanto mai attivo e operoso. Nel quale si muovono anche, alla fine dell’800, forze operaie e contadine socialiste che perseguono non la valorizzazione dei beni collettivi, degli usi civici – che prevendono la partecipazione e la responsabilizzazione dell’individuo – quanto la statalizzazione della terra (p. 81). Le terre collettive sono secondo l’a. una sorta di welfare ante-litteram che i contadini cercano di tutelare:
«La differenza di fondo tra la percezione del diritto privatistico al godimento della terra da parte dei contadini e quella dei ceti borghesi sta nella finalità che deve avere l’uso del bene. Nella cultura contadina, la terra è sempre stata considerata un bene particolare, perché, a differenza di altri beni, essa va utilizzata e sfruttata senza mai impoverirla o “consumarla” al punto tale da pregiudicarne l’uso futuro [..] Non potei fare a meno di stupirmi quando sentii dire per la prima volta da un contadino che la terra in determinate condizioni si stanca […]» (p. 82)

Per tutto l’arco dell’Ottocento fino alla metà del Novecento permangono dunque grandi tensioni intorno a due problemi: la terra come bene comune; le modalità della modernizzazione capitalistica, «che erode i bene relazioni e gli spazi di socialità» (p. 125). Queste tensioni assumeranno forme peculiari durante la guerra fredda, nel periodo cioè di massima contrapposizione politica e ideologica tra le forze governative (guidate dalla Democrazia cristiana) e quelle di opposizione (capeggiate dal Partito comunista italiano).

Dopo la fine della II guerra mondiale, la Dc in particolare costruì una sistema di relazioni col mondo della campagne, tramite la Coldiretti e la Federconsorzi, tale da consentirle un rapido e duraturo insediamento tra quelle fasce sociali della popolazione. I modi di tale costruzione del consenso, e la contrapposizione dicotomica col Pci che se ne generò, ebbero un particolare effetto divisivo nelle campagne: «permarrà nelle campagne – osserva giustamente l’A. – una debolezza endemica delle forme di rappresentanza della società civile, fortemente subordinate agli schemi ideologici dei partiti e alle loro pratiche di organizzazione del consenso» (p. 146). I partiti di sinistra, in particolare, soffriranno di una particolare forma di «strabismo» culturale (p. 157): mancheranno infatti di vedere i legami sociali pur presenti nella piccola proprietà contadina, le relazioni tra agricoltura e industria, la pluriattività di un settore che veniva semplicemente contrapposto a quello delle città e delle forze operaie. È anche per questo che un’organizzazione sindacale di coltivatori diretti nascerà a sinistra solo nel 1955 (l’Alleanza nazionale dei contadini). L’Italia agricola, in altre parole, è una realtà di appartenenze separate: l’agricoltura mostra tutti i limiti del processo di unificazione e la mancanza di una piena identificazione nazionale (pp. 158-159).

Contro queste fratture agirono gruppi sociali spesso dimenticati dalla storia, come i tecnici agrari. Figure fondamentali per capire la modernizzazione novecentesca, essi avevano una profonda consapevolezza di cosa stesse avvenendo nelle campagne, e dei nessi esistenti tra progresso tecnico e problemi sociali. Il loro impiego da parte delle forze governative fu fondamentale per la ricostruzione post-bellica; e svolsero anche una funzione, poco conosciuta, nell’impostare le coordinate dello sviluppo economico innescatosi alla fine degli anni ’50. Sono gli anni dell’intervento dello Stato, dal Piano Ina-Casa alla riforma agraria, alla Cassa per il Mezzogiorno; e dei grandi meridionalisti e degli imprenditori con sensibilità sociale, da Manlio Rossi-Doria ad Adriano Olivetti, a Umberto Zanotti-Bianco, solo per citarne alcuni. Dalla Svimez all’Animi, le diverse organizzazioni meridionalistiche studiano progetti di sviluppo per favorire l’afflusso degli aiuti americani e internazionali (Unrra, Erp, Banca Mondiale), con l’idea che la ricostruzione post-bellica costituisca una fase cruciale nelle traiettorie future del paese.

La modernizzazione dell’agricoltura che si realizza durante gli anni ’50 e ’60 ha tuttavia un’importante peculiarità: essa convive con la molteplicità dei sistemi agricoli territoriali. Le aziende italiane sono per lo più molto più piccole di quelle degli altri paesi europei; e occupano più manodopera. Quello che per moltissimi autori è stato il segno di una modernizzazione incompiuta (alla luce del mito della grande azienda meccanizzata), per Pascale è invece, più semplicemente, il modo attraverso il quale l’agricoltura italiana ha attraversato la modernità nel ‘900. L’agricoltura che non entra nei circuiti dei mercati nazionali o internazionali, ragiona l’A., non svolge funzioni per questo meno importanti: attività come il presidio delle montagne, l’azione contro il dissesto idrogeologico, ma più in generale l’esistenza di economie “miste” (oggi diremmo multifunzionali), sono state largamente disconosciute dalle classi dirigenti del nostro paese, maggiormente attente alle aree di pianura, considerate le uniche suscettive di sviluppo (p. 179).

L’A. ripercorre quindi le tappe principali della storia dell’agricoltura – e non solo – del nostro paese. Durante gli anni ’60, la classe dirigente che pure aveva innescato il cambiamento alla fine degli anni quaranta, non riesce a decifrare le novità di un processo di trasformazione che esse stesse avevano prodotto. Le politiche governative (i due Piani Verdi), la cultura della Dc e quella del Psi, sono incapaci di contrastare le contraddizioni insite nel processo di liberalizzazione commerciale e di integrazione europea (il Mec). Anche le organizzazioni sindacali agricole si trovano in queste strettoie. Durante gli anni ’70, la critica situazione economica dettata dalla svalutazione del dollaro, dalle crisi petrolifere, s’intreccia alla crisi della Federconsorzi e della bilancia agricolo alimentare. La situazione politica, come quella sindacale, è in dinamico cambiamento. Sono soprattutto la Confcoltivatori (con Giuseppe Avolio) e la Confagricoltura a manifestare le maggiori novità: la prima con una forte spinta verso l’unità contadina e il rinnovamento delle categorie di analisi e azione del sindacalismo di sinistra; la seconda con un occhio rivolto all’Europa e alla modernizzazione dell’impresa. La Coldiretti è in questa fase invece in difficoltà, e sono molteplici le spinte per superare gli steccati ideologici della fase centrale della guerra fredda.


La Politica agricola comunitaria (Pac) fa sentire sempre più il proprio peso. I movimenti del ’68 che attraversano pure le campagne ne fanno emergere sempre più le contraddizioni strutturali. Il ministro dell’Agricoltura Giovanni Marcora, alla metà degli anni ’70, ne riconosce pubblicamente le storture. E’ una figura dal forte dinamismo, come riconosce l’A. (pp. 242-244), deciso a incidere sulle relazioni con gli altri partner europei, consapevole allo stesso tempo dell’emergere di questioni extraeconomiche, come quella ambientale e regionale, che molto influiranno sullo sviluppo del settore primario. È un ministro pure interessato a dialogare con tutte le organizzazioni sindacali, promotore della cosiddetta Legge di programmazione “Quadrifoglio”.

In un contesto di trasformazioni sociali (quella che per alcuni è stata definita “La fine dei contadini”) e di difficoltà crescenti dell’agricoltura nei confronti dell’industria e del processo di affermazione delle multinazionali, esplode la crisi della Federconsorzi, e di un “sistema di potere” che aveva caratterizzato quasi tutta la seconda metà del Novecento. L’A., che ha vissuto da protagonista e attento osservatore queste vicende negli anni Novanta, fornisce al lettore preziose indicazioni circa le discussioni e le trattative intorno alla Fedit: dallo scontro tra i sindacati per l’accesso ai consorzi agrari, al suo commissariamento e liquidazione, tuttora discussa. Sono i tratti di una storia difficile, per certi versi ancora insoluta, entro la quale si ridefinisce pure la funzione della Coldiretti.

Morta la Democrazia cristiana con la crisi dei partiti di massa, definitivamente spazzati via da “Tangentopoli”, la Coldiretti assume di fatto, soprattutto dopo il 2000, quella che l’autore definisce una posizione “autarchica”, riecheggiante alcune fasi del fascismo, di difesa acritica del made in Italy, ostile alla ricerca scientifica e all’innovazione. Una politica in altre parole contraria all’idea del multilateralismo che ha invece contraddistinto, tra mille limiti, lo sviluppo economico e sociale successivo alla II guerra mondiale.

Una questione, in particolare, costituisce per l’autore un elemento caratterizzante il nuovo secolo, intorno a cui comprendere molti dei fili intessuti in precedenza, e le loro discontinuità: gli OGM. E’ un punto come noto assai controverso. Molte parti del libro sono attraversate dalla “questione tecnologica”. Un’attenzione particolare è rivolta dall’A. al rapporto tra uomini, risorse e innovazioni tecnologiche, all’ampiezza del sapere tecnico ed esperienziale accumulato nelle campagne riguardante il lavoro dei campi, l’uso delle acque, l’adattamento del territorio, la cura delle piante e degli animali. La tesi principale che egli sostiene è che per fronteggiare i problemi odierni (insicurezza alimentare, cambiamenti climatici, questione energetica, crisi finanziaria), l’agricoltura, nella sua dimensione non solo produttiva ma anche culturale, può svolgere una funzione essenziale a patto, però, che recuperi la sua originaria funzione di generatrice di comunità.

Ma non può farlo senza mantenersi aperta alla ricerca scientifica, anche quella dunque sugli OGM. Ma, come dimostra lo stesso A., l’Italia agricola ha molto spesso assimilato acriticamente tecnologia dall’estero. Perché dunque, proprio alla luce di questa attenta e stimolante ricostruzione storica, non pensare di coniugare la libertà della ricerca con il governo dell’innovazione? E’, con ogni probabilità, una delle sfide del futuro, per ricostruire anche un’idea di comunità nazionale, cui questo libro dà un profondo e originale contributo.

(La recensione è stata pubblicata nel n. 4 -2014 di "QA Rivista dell'Associazione Rossi-Doria")

3 novembre 2013

Intervento di Maurizio Di Mario in occasione della presentazione di Radici & Gemme tenutasi a Fondi il 25 ottobre 2013

Radici & Gemme è la riscrittura di un intero pezzo di storia italica, dal Risorgimento fino ai nostri giorni. Un pezzo di storia, come già molto bene evidenziato da Franco Ferrarotti nella sua prefazione al volume, riscritto però sotto una luce nuova, “altamente originale”, rispetto alla tradizionale storiografia.

L’originalità del lavoro di Alfonso Pascale risiede infatti nel ribaltamento del punto di vista geografico da cui sono ripercorse le vicende storiche; ossia guardando “dall’esterno”, dalla campagna e dal mondo agricolo e rurale, a differenza di quello più consueto di marca urbano-industriale.

L’originalità del lavoro sta però, soprattutto, nell’aver assunto il territorio come protagonista assoluto della storia; il territorio interpretato non più soltanto come il sostrato fisico degli avvenimenti, ma piuttosto quale spazio materiale e immateriale esito del millenario intreccio di usi e relazioni umane; inteso cioè come il paradigma stesso dell’inestricabile ed indissolubile rapporto natura-uomo.

Il diverso punto di vista e il nuovo protagonista della narrazione storica proposta non sono tuttavia escludenti. In Radici & Gemme, infatti, la lettura olistica dei fenomeni e delle vicende - spaziando dall’agronomia all’urbanistica, dalla politica all’economia, dalla sociologia alla letteratura, dall’ecologia alla tecnologia, dalla genetica alla medicina, fino alle scienze che si occupano dei comportamenti degli animali - ci restituisce un quadro storico dei periodi trattati più ricco e più complesso di quanto finora tramandato.

Un altro requisito fondamentale di Radici & Gemme è la narrazione delle idee – e delle persone che le hanno incarnate – che nel processo storico - benché abbiano concorso a costruire la spina dorsale stessa del nostro “Bel Paese” – sono risultate sconfitte.

Si tratta di tutte quelle idee - sconfitte sì, ma non ancora vinte - che guardavano al territorio e ai suoi abitanti nella loro integralità, senza steccati culturali o funzionali tra città e campagna, tra industria ed agricoltura, tra mondo operaio e mondo contadino. Ossia a tutte quelle idee che rimandavano al concetto di “comunità”.

È un lungo filo rosso quello che lega in Radici & Gemme figure come Carlo Cattaneo, Stefano Jacini, Adriano Olivetti, Carlo Levi, Manlio Rossi Doria, Danilo Dolci, Umberto Zanotti Bianco, Ruggero Grieco, Emilio Sereni, Rocco Scotellaro, Giuseppe Avolio e molte altre; un filo rosso che si dispiega ininterrotto nel tempo della rivoluzione industriale, del socialismo utopico, del risorgimento italiano, delle crisi tra le due guerre mondiali, del dopoguerra, del ’68 fino ai nostri giorni.

Emblematiche in tal senso sono le pagine dedicate all’esperienza urbanistica di Adriano Olivetti - dal Piano della Valle d’Aosta ai progetti per il Canavese e per Matera – o alle teorizzazioni della “progettazione integrata zonale”, o del recupero del demanio agro-silvo-pastorale montano scaturite dalla Scuola Agraria di Portici sotto la guida di Manlio Rossi Doria.

Oggigiorno, nel tempo della cosiddetta globalizzazione, quando per ciclicità – o forse nemesi – storica si stanno riproducendo fenomeni già vissuti - dall’abbandono delle montagne con conseguente dissesto idrogeologico al riversamento nelle pianure e nelle gronde di fondovalle di milioni di persone che si spostano in fuga dalle città e dalle lande più povere e desolate dell’Italia e del mondo intero; dalla dismissione inesorabile delle attività agricole per effetto delle oscillazioni del mercato planetario alla devastazione dei paesaggi metropolitani; dagli enormi problemi sociali alla crisi energetica fino agli inquietanti scenari di una civiltà post-carbon -, la storia riscritta da Alfonso Pascale getta una luce malinconica e sinistra sulle tante occasioni perdute come sull’ignoranza e la miopia della nostra attuale classe politica e dirigente.

Difatti, le impostazioni olivettiane sono rimaste una chimera, mentre la “progettazione integrata zonale” è ancora sepolta al tempo delle sperimentazioni della Scuola di Portici. E oggi, nonostante a quei criteri e a quegli strumenti di governo del territorio spinga anche l’Unione Europea con la rimodulazione in corso degli obiettivi del finanziamento comunitario per le politiche agricole, infrastrutturali, sociali e di innovazione tecnologica, le esperienze di “progettazione integrata territoriale” che si stanno sviluppando anche alle nostre italiche latitudini faticano invece a farsi spazio, mortificando così anche quel potenziale che in queste stesse esperienze risiede per orientare quelle riforme a carattere multidisciplinare di cui la vigente programmazione e legislazione urbanistica, di tutela ambientale e paesaggistica, per lo sviluppo economico-sociale e delle reti di welfare tout court avrebbe urgentissimo bisogno.

Purtroppo, il recente varo da parte del Governo del Disegno di legge presentato dal Ministro delle Politiche Agricole Nunzia De Girolamo, dal titolo Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato, dimostra il grave ritardo culturale che si sta ancora scontando nell’affrontare i problemi del nostro tempo.

In barba agli obiettivi dichiarati, questa proposta legislativa - che riassume in sé il comune denominatore “urbanocentrico” anche delle precedenti proposte del Ministro Mario Catania al tempo del Governo Monti, nonché di quelle n. 70/2013 e n. 1050/2013 presentate nella odierna legislatura, rispettivamente, dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle – conferma infatti l’approccio completamente separato tra spazi rurali e spazi urbani, dove i primi vengono cristallizzati e paralizzati mediante la reiterazione di prassi burocratico-vincolistiche nonché condannati al ruolo di “ambiti di riserva” da conservare per una “consumazione” edificatoria differita nel tempo, mentre i secondi restano l’unico e incontrastato dominus dell’attenzione legislativa, densi come sono di interessi in gioco, vuoi per la loro “espansione” vuoi per la loro “densificazione”, comunque da gestire.

A fronte di questo ennesimo desolante (perché rapinoso o semplicemente ottuso) trionfo della visione “urbanocentrica”, penso che il lavoro di Alfonso Pascale abbia i requisiti per poter scuotere le intelligenze e rianimare un dibattito da troppo tempo mortificato.

Ecco perché mi auguro che Radici & Gemme consegua non solo il successo editoriale che merita, ma, soprattutto, che possa divenire uno dei punti di riferimento, un faro, teorico e pratico insieme, per la rinascita culturale e politica che da troppo tempo attendiamo.

15 ottobre 2013

Roberto Finuola recensisce "Radici & Gemme" di Alfonso Pascale

Il ponderoso volume di Alfonso Pascale intitolato "Radici & Gemme" costituisce un suggestivo e rigoroso affresco dell’evoluzione della società civile - nelle campagne italiane dall’Unità ad oggi - nel quale il rigore scientifico della narrazione si unisce ad una, non sempre comune, capacità di descrizione pittorica degli avvenimenti in grado di rendere vive e vicine al lettore le dinamiche descritte.

Il grande mosaico che ne deriva fa scomparire nel lettore il luogo comune dell’agricoltura come settore arretrato, luogo di povertà e di sottosviluppo, e gli lascia al contrario, alla fine della lettura, la vivida sensazione di una vitalità del contesto rurale che ha radici lontane con esperienze di eccellenza in ogni periodo (le “radici” e le “gemme” del titolo), vitalità che non si è mai sopita anche nei periodi più difficili e che oggi, finalmente, riemerge con la riscoperta dei valori della campagna che ha nel nostro Paese caratteri tanto peculiari quanto unici in termini di ricchezza e di diversità.
L’aspetto certamente più caratterizzante del lavoro è quello di offrire una visione multidimensionale dei fenomeni descritti: di ciascun periodo storico vengono contestualmente esaminati gli aspetti economici, quelli sociali, quelli sociologici, quelli politici, quelli storici,…. evidenziandone in ogni occasione le interrelazioni e le interdipendenze. Questa capacità di cogliere i vari aspetti della storia agricola e di analizzarli sotto diverse angolazioni nel medesimo tempo e senza perdere l’unitarietà della narrazione, trae certamente origine dalla storia stessa dell’Autore che proviene, lui medesimo, da quel mondo rurale che tanto sapientemente descrive e che al mondo contadino ha dedicato tutta la sua vita come dirigente sindacale prima e come acuto studioso poi.

Ne consegue una visione a tutto tondo della evoluzione della società civile delle campagne che caratterizza l’opera e ne fa un unicum nel panorama delle analisi storiche, sociologiche ed economiche dell’agricoltura italiana. Economisti agrari, sociologi, storici, studiosi della politica troveranno infatti nel volume un indubbio arricchimento delle loro specifiche conoscenze con in più la possibilità di leggere la storia agricola nazionale anche sotto altri punti di vista spesso obliterati da quelle logiche di analisi parcellizzata troppo spesso presenti nell’Accademia.

In più, l’Autore, attraverso una rigorosa e documentata analisi della storia dell’agricoltura italiana nei diversi periodi esaminati, (dall’Unità alla prima guerra mondiale, dal primo dopoguerra al fascismo ed alla II guerra mondiale, dal secondo dopoguerra alle crisi degli anni ’70, dalle vicende della prima e della seconda Repubblica ad oggi), offre più di uno spunto originale per una reinterpretazione di tali vicende in grado di superare visioni stereotipate, come ad esempio nel caso delle presunte “arretratezze” della nostra agricoltura che hanno caratterizzato tanti lavori di ricerca anche recenti, o come nel caso delle analisi relative agli squilibri territoriali.

Dall’analisi di Pascale emerge, infatti, chiaramente come quelli che venivano un tempo definiti elementi di debolezza dell’agricoltura italiana (forte presenza di piccole aziende basate spesso sull’autoconsumo e/o part-time, bassa meccanizzazione con l’utilizzo di tecniche di coltivazione tradizionali,...) costituiscono invece oggi il presupposto dell’attuale fase di rivalorizzazione e di ritorno di molti giovani all’agricoltura.
I guasti ambientali e le ricadute sulla qualità degli alimenti dovuti a orientamenti produttivistici estremi stimolati in un primo tempo dalla stessa UE, nonché la crescita della consapevolezza della società civile non rurale circa i costi di una tale agricoltura, hanno infatti per converso portato a rivalorizzare quell’agricoltura tradizionale non inquinante, largamente diversificata e fortemente radicata nel territorio che in passato veniva additata come arretrata. L’analisi storica di Pascale ci porta così, passo dopo passo, a scoprire quei pionieri che in tutte le epoche e un po’ dovunque nel territorio - e fortemente anche nel Mezzogiorno - si sono fatti paladini e conservatori di quelle metodiche e di quelle tradizioni rurali che oggi tanto vengono vantate dai più.

Altrettanto stimolante è la disamina del periodo immediatamente successivo all’Unità d’Italia nel quale molte verità storiche, finora lette alla luce della visione dei vincitori, vengono portate alla ribalta minando fortemente il mito del Nord progressista ed illuminato contrapposto al buio ed alla arretratezza borbonica. Ne sono esempi l’uso collettivo delle terre nel Regno delle Due Sicilie e le opere di bonifica nell’Appennino meridionale realizzate dal Regno Borbonico. Ne è esempio l’interessate rilettura che l’Autore fa della prima guerra civile nazionale (la cosiddetta “lotta al brigantaggio”) vista nel volume essenzialmente come reazione del mondo contadino totalmente escluso dalle dismissioni delle terre demaniali e dell’asse ecclesiastico.

Un discorso a parte merita la ricostruzione della storia della rappresentanza sindacale del mondo agricolo che vanta tradizioni elevatissime. Mosso certamente dalla propria storia personale di dirigente di un’organizzazione agricola, l’Autore fa rivivere i grandi personaggi del sindacalismo ricordando con motivato orgoglio che proprio nel mondo agricolo nasce, ai primi del Novecento, la prima organizzazione di rappresentanza sociale con la Federazione nazionale dei lavoratori della terra (Federterra, 1901).

Si stagliano quindi nella ricostruzione di Pascale le grandi figure che, nelle loro grandezze e nelle loro contraddizioni, hanno popolato le campagne a partire da quella Argentina Altobelli che, nel 1905 viene eletta segretaria nazionale di Federterra a testimonianza del ruolo primario che le donne hanno rivestito da sempre nel settore primario e che le vede ancora oggi in primo piano nel presente “ritorno alla terra”.

Un altro merito del volume è, infine, quello di non limitarsi ad una analisi storica, ancorché ampiamente documentata e largamente innovativa nell’approccio, bensì di tentare un aggancio con le attuali dinamiche facendo intravvedere possibili futuri sviluppi per un mondo rurale che può e deve porsi nuovi traguardi globali per una alimentazione equamente distribuita e sicura, per il superamento della dicotomia fra città e campagne, per un nuovo possibile sistema di welfare basato sui tradizionali valori contadini della mutua assistenza e della reciprocità.

Le problematiche relative al cibo ed alla sicurezza alimentare, alle contraddizioni dello sviluppo agricolo capace di raggiungere elevati valori produttivi troppo spesso a scapito dell’ambiente e della qualità della vita, al difficile rapporto fra città e campagne con la prima che finisce per depauperare la seconda attraendone gli abitanti e riducendo gli spazi verdi con la cementificazione, portano a recuperare modelli antichi che per fortuna il mondo rurale non ha mai totalmente perso.

Così vengono valorizzate quelle che Pascale chiama le “reti della consapevolezza”, che, intorno ai temi del cibo, della solidarietà e dell’accoglienza, si organizzano silenziosamente mettendo in discussione i vecchi modelli dando vita ad una nuova società civile di cui sono espressione, ad esempio, quelle fattorie sociali in grado di offrire servizi ed assistenza a soggetti deboli (disabili, anziani, …) cui il tradizionale sistema di welfare non sembra più in grado di offrire i servizi necessari.
Significativamente il volume si conclude con una domanda: “ci sarà un futuro per l’agricoltura?” A questa domanda Pascale risponde che spontaneamente si sono delineate tre prospettive (“traiettorie”) di sviluppo, apparentemente contraddittorie fra loro ma in realtà complementari: l’agricoltura industrializzata che adegua continuamente la crescita della dimensione di scala e adotta strategie di sostenibilità per sopravvivere; l’agricoltura multifunzionale che realizza economie di scopo e crea nuovi mercati; l’agricoltura che disattiva la funzione produttiva per privilegiare altre attività (creazione di energia, fornitura di servizi sociali, ambientali, ricreativi,…).

Oggi “in maniera suicida” queste tre agricolture sono viste in contrapposizione fra loro mentre, secondo L’Autore, potrebbero convivere se si esaltassero i rispettivi aspetti positivi a scapito di quelli negativi, alimentando le loro interconnessioni al fine di accrescere la coesione sociale e superando gli interessi egoistici che, almeno in Italia, hanno quasi sempre guidato il settore.

Il volume si chiude quindi con un appello a “quegli elementi tipici del mondo contadino che appartengono al Dna della nostra società ma che sono da tempo latenti”: legami sociali, conoscenza, fraternità civile, solidarietà,… valori che sentiamo di condividere e che, dopo la lettura del saggio di Pascale, sentiamo di conoscere meglio in vista di una loro realizzazione.

(Tratto da "SPECIALE CULTURA" dell'Agenzia quotidiana "agra press" 15 ottobre 2013)

8 ottobre 2013

Franco Paolinelli: DAI CONTADINI AGLI ORTISTI URBANI

La scala dei processi e dei cambiamenti economico-sociali e la loro velocità sono, oggi, tali da ampliare enormemente la visione necessaria a fare scelte, siano esse quelle dei politici, degli imprenditori, degli scienziati, o quelle del quotidiano di ognuno di noi.


Il libro “Radici & Gemme” di Alfonso Pascale ha, nel suo specifico, questa vastità. Abbraccia, infatti, la storia socio – economica dell’agricoltura italiana, nel suo percorso evolutivo dal’Unità d’Italia ad oggi.

Si può, in un’estrema sintesi, dire che il libro narri la fase cruciale e centrale del percorso che ha portato le comunità italiane dal vivere nelle campagne all’ammassarsi nelle città, come, peraltro, è successo in tutti i paesi sviluppati.

Traccia, quindi, il passaggio dalle lotte dei contadini per la terra, al superamento della centralità del primario nell’economia, quindi all’abbandono della terra stessa, per arrivare poi alla nostalgia per il mondo rurale ed alla sua evoluzione verso il terziario turistico e socio-terapeutico.


Oggi, infatti, nelle nostre campagne, ormai per lo più peri-urbane, alle poche imprese di produzione alimentare, si associa un mondo complesso legato ai servizi che la ruralità può offrire, incluso il teatro di se stessa.


Se le prime, legate al mercato dei prodotti ed integrate nelle filiere di riferimento, frutto di un pluridecennale percorso di liberazione socio-economica e culturale, ben poco hanno, ormai, di “contadino”, le seconde, paradossalmente, ne conservano il valore simbolico, avendone, però, perduto la rilevanza come fonte di produzione primaria.


Si basa su questo valore, infatti, la realizzazione di servizi che ha luogo negli agriturismi, nelle fattorie sociali e didattiche, negli orti sociali e terapeutici….


Ma, a ben vedere, nasce da questo valore anche la spesa che ha luogo nelle micro aziende agricole, quelle nate dalla riscoperta della campagna o quelle conservate dai nonni, insieme che sfuma, senza soluzione di continuità nel vastissimo mondo delle case in campagna. Vi si fruisce, infatti, dell’atmosfera rurale e si spende, e tanto, per poterlo fare.


Paradossalmente, è, quindi, in questo secondo ambito, più che nel primo, che persistono, più di quanto non si possa immaginare, le forme ed i comportamenti del mondo “contadino”.


Infatti, sia chi ha conservato, sia chi ha ricomprato, affida, ai pochi metri quadri di terra accanto al paese, alla rappresentazione della ruralità, la propria identità, la ricerca di “radici”, elemento simbolico che la metropoli oggi non riesce più a dare.


L’evoluzione dell’idea di ”imprenditore agricolo” e le tappe del percorso di liberazione dalle tante tutele onerose che gravavano sul mondo rurale sono ottimamente tracciate, ma la riflessione, con buona pace di chi ancora non vuole né vedere, né crescere, non si ferma.


Apre, infatti, con l’allargarsi dell’obbiettivo, al presente ed al futuro. Vede, quindi, come l’agricoltura possa e debba andare ancora oltre, diventando, in un’ottica globale, nuovamente centrale, per la qualità della vita, per la sicurezza alimentare globale, per l’ambiente. Suscita, quindi, la domanda: l’agro-teatro di questi anni sarà forse l’humus della rinascita agricola?


Il volume così diventa, o dovrebbe diventare, strumento di riflessione per tutti coloro che possono contribuire all’evoluzione dell’economia del territorio, che siano nella politica, nell’amministrazione, nell’assistenza tecnica, nella formazione, nella ricerca o nelle imprese.


Perché abbiano il coraggio di capire la scala delle trasformazioni in atto, quindi di accettare ed affrontare la realtà di un settore che non può più contare sull’assistenzialismo e deve riscoprire il proprio ruolo economico, culturale e sociale e gli spazi d’impresa che questo determina.


Perché abbiano il senso di responsabilità globale necessario a rinunciare ai loro piccoli o grandi snodi di potere, ai loro potenziali di veto, che finora hanno venduto caro. Cosicché il settore possa, con le semplificazioni di cui ha bisogno, alzarsi in volo e conquistare la sua nuova, possibile, dignità, assumendo in pieno il proprio ruolo, primario e terziario.


Ne raccomando, peraltro, la lettura a quei tanti ragazzi che, motivati, per lo più, da sogni, si iscrivono alle Facoltà d’Agraria. Perché li possa aiutare a conservare e rafforzare la loro “mission”, ma con la consapevolezza della complessità del settore e della sua storia. Perché, quindi, possano, nei loro studi, puntare agli spazi reali che la trasformazione apre, oltre il replicarsi di cattedre e sgabelli inutili.


Per le stesse ragioni spero che il volume arrivi tra le mani di quegl’altri ragazzi, per lo più di città che, di nuovo, sognano il “ritorno alla terra”, ma lo vivono nei vuoti della metropoli stessa. Perché non siano ingenui e sognatori, com’è stata gran parte dei loro genitori o nonni del tempo delle cooperative e delle comuni, ma non perdano neanche la loro freschezza, eventualmente trascinati ed invischiati da chi promette spartizioni per il solo obbiettivo di avere un piedistallo ed una corte.


Franco Paolinelli, presidente Ass. Cult. Silvicultura Agrocultura Paesaggio



Alfonso Pascale, "Radici & Gemme. La società civile delle campagne", Cavinato Editore International, 2013, pp. 360, Euro 20

28 settembre 2013

Mario Campli: l'agricoltura non è un mondo a parte. A proposito di un libro di Alfonso Pascale


Mi auguro che questo libro possa dare un piccolo contributo a chiunque voglia guardare al futuro con più consapevolezza, continuando a coltivare ragionevoli speranze”.


Così conclude, Alfonso Pascale, la Introduzione al suo Radici & Gemme.


Il libro di Alfonso Pascale, può essere letto da tanti lettori (ed io me lo auguro fortemente) e con diversi approcci e aspettative: per farsi una conoscenza di massima,  e nello stesso tempo accurata, della partecipazione (o del coinvolgimento) del cosiddetto “mondo agricolo” (economia e società, persone e sviluppi storici, tecnologici e politici) alla storia e alla vita di questo paese; per ricostruire, attraverso la lettura dell’evoluzione delle dinamiche  sociali, economiche, politiche,  il percorso della progressiva contaminazione di un “settore” della economia e della società (una volta, definito “primario”; quando l’industria veniva definita “secondario” e tutto  il resto, “terziario”)  che da “autonomo”, via via, si è ritrovato interconnesso e contaminato a tutti i livelli. Oppure ci si può accostare al bel volume di Pascale per amore della terra e/o  per stanchezza del vivere nei tessuti urbani; per “saperne di più”; ecc. ecc.


Io (che di questa realtà ne ho una qualche consapevolezza per la compartecipazione alla vita, ad una famiglia e alle attività agricole nella mia tenera età e successivamente per la lunga professione di dirigente nelle organizzazioni di rappresentanza in Italia e nella Unione Europea) prediligo il secondo approccio.

Di più: credo che il valore, oggi,  di questa importante  fatica  di Alfonso Pascale  stia proprio nel prendere per mano il lettore (soprattutto i giovani e, in generale, i contemporanei) e fargli scoprire che quel mondo non è un mondo a parte. E, in un certo senso, non lo è mai stato.

Quello di pensare  l’agricoltura, il rurale, le campagne, gli agricoltori, un “mondo a parte”  (a volte con distacco altezzoso – tempo fa, altre volte con appassionata “amorevolezza” - di recente) è una manifestazione di inadeguatezza culturale e/o di ritornante fuga dall’esigenza di governo della complessità di una società.  Soprattutto ora, nel mezzo di una globalizzazione contraddittoria e non governata, ma reale e non aggirabile.

Faccio di questa lettura la più urgente lettura, non solo perché “oggi tutti i prodotti che troviamo sia al mercato sia sui banchi di un supermercato, negli orti come nelle colture intensive, sono ottenuti dall’ innovazione. Questo vuol dire che necessitano delle competenze di agronomi, patologi, entomologi….Senza scambio di sapere non si ottiene nulla”  (come ben afferma un altro Pascale, Antonio, nel suo: Pane e Pace - il cibo, il progresso, il sapere nostalgico, Chiarelettere editore, 2012).

 

Considero, questo,  il contributo più significativo del lavoro di Alfonso Pascale, in quanto proprio oggi  “nostalgici ritorni” – indotti  da normalissime  esigenze di sanità e qualità degli alimenti, certe, sicure e controllate,  spesso confondono le menti di tanti cittadini e cittadine. Spingendoli a pensare e dire: “una volta non era così”, “una volta tutto era genuino e sano”. Non è vero.


Il lavoro di Pascale  (anche con  l’ausilio della ottima “Guida bibliografica”, che – lo ricordo ai lettori – sostituisce la cosiddetta bibliografia;  è uno stile  diplomatico dell’autore per dirci:  alla base di questa, inevitabilmente veloce, galoppata ci sono a disposizione studi e ricerche puntuali per approfondire) ci dimostra che anche quando la separatezza del mondo/settore agricolo sembrava  “indiscutibile”, essa era espressione non del settore/mondo in quanto tale, ma di un assetto della società complessiva, pensata e governata (e perciò, vissuta) come “mondi” separati. I conflitti sociali e la organizzazione del potere, infatti, si incaricavano di collegare  e tenere in ordine mondi che apparivano distanti o separati. C’erano  anche “agenzie speciali” (ad esempio, ma non solo, la religione e le chiese) che si incaricavano della omogeneizzazione dell’ordine e del sistema, organizzati  per compartimenti, riconducendo il tutto ad un unicum del potere costituito; anche attraverso la elaborazione di ben finalizzate dottrine generali (il diritto naturale, la teologia della volontà di Dio e dell’ordine, ecc.).


L’andamento della ricerca di Pascale  ha, dunque, questo filo rosso conduttore: un mondo creduto ( e “persino” credutosi) a parte, si presenta  come mondo sempre intrecciato con la grande  società, sempre “vitale”, anche nelle sue specifiche inadeguatezze, anche con le transitorie “assenze” che rinviavano e rinviano (e questo vale anche per lo studioso che si accosta alle fonti) ad assetti e complessi storico-sociali generali.


Stiamo parlando, ovviamente, della storia moderna.


Scrive Pascale a margine della conferenza economica della Confcoltivatori: “i limiti della conferenza economica andrebbero ricercati nell’analisi ancora parziale delle modificazioni che si erano prodotte nell’economia e nella società e che avevano trasformato i rapporti tra città e campagne. Erano, infatti, cambiati in modo vistoso i comportamenti degli agricoltori e deisoggetti rurali che ormai non si distinguevano più dagli altri soggetti degli ambienti urbani. (…) il cambiamento più profondo avrebbe meritato un’analisi più accurata per individuare con maggiore precisione i soggetti e la molteplicità di relazioni e integrazioni che si stavano producendo” (p. 268).


E non si tratta, da parte dell’autore, di una notazione en passant.


E’ tutta la impostazione del lavoro che è situata in questa consapevolezza, a cominciare dal sottotitolo, dove l’autore usa la terminologia e la configurazione socio-economica di “società civile”, per indagare lo stato e l’evoluzione degli assetti  sociali, le dinamiche  delle sue componenti e le interrelazioni. Non ricorre, per essere più espliciti, alla consunta terminologia di “categoria” o ad altre similari.


D’altra parte, se i protagonisti principali dell’agricoltura sono gli agricoltori e le agricoltrici, essa (l’agricoltura) appartiene alla società e  vive nelle articolazioni di società complesse.


Su questa “evidente” appartenenza dovranno essere impostati sempre di più i vari  “negoziati” tra i protagonisti dell’agricoltura e la società, a partire da quella Politica agricola comune che ancora oggi necessita di una reimpostazione integrale e integrata.


Sono certo che la lettura di questo libro può contribuire a  coltivare quelle ragionevoli speranze di cui parla Alfonso Pascale, a cui faccio i migliori complimenti per questa sua impegnativa e meditata ricerca. E complimenti anche a Cavinato editore, per il coraggio civile che ha manifestato dando alle stampe un libro che si rivela importante nell’editoria di studi e ricerche collegate al cosiddetto “mondo agricolo”. Di queste Gemme abbiamo bisogno, per riscoprire  con più consapevolezze anche le Radici.

 

Mario Campli

(Consigliere del Comitato Economico e Sociale Europeo)


Alfonso Pascale, Radici & Gemme. La società civile delle campagne dall'Unità ad oggi, Cavinato Editore International, 2013


6 agosto 2013

Tommaso Russo recensisce "Radici & Gemme" di Alfonso Pascale

Alfonso Pascale da Tito appartiene a quella numerosa schiera di lucani in Italia che non farà più ritorno al paese. Vive e lavora a Roma. Alfonso è però anche l’autore di un libro molto bello: "Radici & Gemme". Attenzione. Non è l’ennesimo repertorio di piante officinali e neppure un trattato di erboristeria, ma un vero e proprio lavoro di storia sociale dell’agricoltura. Lo conferma il sottotitolo: "La società civile delle campagne dall’Unità ad oggi" (Cavinato Editore International, Brescia, 2013, pp. 11-359, 2013). Franco Ferrarotti, padre della sociologia italiana, noto in Basilicata dai tempi dell’olivettiano Movimento di Comunità e dei Circoli eponimi, regala al suo amico autore una densa prefazione in cui, fra le altre cose, ribadisce la fine della “mitica civiltà contadina” e non solo. Il libro non contiene note (anche Croce non ne usava) a piè di pagina e ciò farà dire a qualche accademico locale che il testo è privo "di metodologia scientifica" e pertanto non va letto. Tanto peggio per lui. Non sa cosa si perde. Le otto parti in cui è suddiviso il volume sono sostenute da un’aggiornatissima e ragionata bibliografia che spazia da Braudel a Della Peruta, da Sereni a James O’Connor, il politologo californiano che per primo indagò la crisi fiscale dello Stato e il complesso militar-industriale come sua valvola di salvezza (che Einaudi pubblicò nel 1979), fino a Crainz e Malanima, giusto per fare dei nomi che valgono una sintesi persuasiva per i lettori. Nel parterre dei ringraziamenti fatti dall’A. si segnalano due lucani emigrati: Mimmo Guaragna e Michele Padula, prodighi di incoraggiamenti e consigli specifici.


La mancanza di note rende leggera la lettura. La cifra linguistica utilizzata, piana e vagamente anglosassone, contribuisce a dare un tocco narrativo all’esposizione di fatti e circostanze. La scrittura si ripiega spesso sul racconto, sull’affabulazione, e concorre a rendere meno faticoso salire i tornanti degli oltre 100 anni di storia patria che, muovendo dalla centralità dell’agricoltura e dei contadini, si avvolgono intorno a veri e propri nodi tematici e problematici. E così si parte da quel grande e ancora irrisolto corpo tematico che a qualche palato pruriginoso o a qualche mente labile può apparire irritante. Si tratta della violenza e delle alleanze nella lotta di classe nelle campagne (il soggetto stizzoso suggerisca un altro concetto se lo possiede) ovvero quello che Pascale chiama “il conflitto tra forze egemoni e soggetti sociali subalterni”. Tema questo che l’A. inserisce nell’alveo della democrazia moderna di cui il Risorgimento italiano ne costituì una manifestazione sui generis. L’Unità, dice Pascale, nacque “con un vizio d’origine” vale a dire la logica dell'“esclusione di altre élite importanti”. Di qui il brigantaggio postunitario che egli presenta come “ultima guerra contadina dell’Occidente e, nel contempo, prima guerra civile italiana”.

L’altro tema è il rapporto tra i contadini e la natura: qui si vede che l’A. sa il fatto suo e le pagine dedicate sono tutte molto belle. Vengono al pettine nodi come il rapporto mezzi- fini, le relazioni tra la terra e l’uomo, l’ambiente, i bisogni e le risorse con conseguente trasformazione da “ ecosistemi naturali in agrosistemi”. E anche se Pascale delle volte cerca di tenerlo a freno, Monsieur le Capital fa la sua rumorosa e mortifera comparsa cercando di trasformare l’agricoltura in un comparto “all’aperto” del sistema di produzione capitalistico. Poi c’è l’altro legame, quello tra agricoltura e saperi specialistici ovvero “la nascita dell’agricoltura, combinandosi con l’uso di simboli, misure, calcolo, scritture, rese possibile lo sviluppo della scienza applicata”. Pascale non lo confessa esplicitamente ma qui c’è un amore coltivato a lungo e in silenzio, testardo come un mulo avrebbe detto Prévert, per la fisiocrazia o se si preferisce per la supremazia di terra, agricoltura e natura come fattori di sviluppo, di buone pratiche produttive, di positive relazioni fra gli uomini. Infatti, il diverso modo di concepire i termini di quei rapporti è frutto di un riposizionamento al centro dell’agricoltura che in tal modo può svolgere la sua funzione di “ generatrice di comunità”. In questa visione di uno sviluppo mite, di un’agricoltura umanizzante e a suo compimento e corollario sembra porsi un nuovo topos narrativo: la paesologia di Franco Arminio, scrittore nato a Bisaccia nell’Irpinia d’Oriente come ama dire di se stesso.

Non si pensi che Pascale s’incammini solo su sentieri sociologici e narrativi. La sua ricostruzione dell’agricoltura si storicizza e si contestualizza nei passaggi più importanti della storia italiana e ad essi si lega intimamente: dall’età liberale, attraverso il fascismo, all’occupazione delle terre, fino al centro-sinistra. Decenni questi che vedono il passaggio e la definitiva trasformazione dell’Italia da paese agricolo a paese industriale, dalla parsimonia dei consumi al boom economico e con esso all’eclissi della civiltà contadina. Qui, dentro questi tormentati decenni del Novecento, vi sono momenti ed episodi cruciali e importanti: le lotte per la terra e per una diversa sintassi dei rapporti giuridici e sociali tra le classi, le bonifiche, le trasformazioni produttive…. fino alla domanda del terzo millennio: ci sarà un futuro per l’agricoltura? Pascale è ottimista. Individua tre direttrici: quella industrializzata, quella multifunzionale, quella che serve per produrre servizi ed energia. Questa triplice scansione per l’agricoltura può offrire un orizzonte di senso solo se “si recupera il valore dei legami sociali, delle capacità individuali e del senso del limite”. Soprattutto quest’ultimo viene da dire; ma fino a quando la pedagogia della menzogna e l’egolatria (qualche politico nazionale ne è affetto a dismisura) costituiranno un ostacolo occorrerà ancora lottare per vedere realizzato “ il sogno di una cosa”.

TOMMASO RUSSO

(Da "LA NUOVA DEL SUD" 3 agosto 2013)

17 aprile 2007

In Cina la barca vorrebbe affondare l'acqua



Due giornalisti cinesi, Chen Guidi e Wu Chuntao, hanno visitato per tre anni consecutivi oltre cinquanta villaggi lungo tutta la provincia dello Anhui ed hanno intervistato migliaia di contadini. Al termine del lavoro hanno scritto un’inchiesta sulle disuguaglianze che affliggono 900 milioni di contadini cinesi, il 40 per cento di tutti i contadini del pianeta.
Il reportage ha avuto una risonanza notevole perché ha posto in risalto la dura realtà della Cina rurale; una situazione drammatica che costituisce la principale questione che quel paese deve oggi affrontare e che gli autori hanno riassunto nella formula delle “tre agri”: il problema dell’agricoltura, il problema delle aree rurali e il problema degli agricoltori.
Il libro ha venduto più di 150 mila copie prima che improvvisamente, nel marzo del 2004, le autorità lo portassero via dagli scaffali delle librerie. Da quel momento è stato possibile trovarlo solo in edizioni pirata lungo le strade. Così, nonostante la censura, sono state vendute in ogni parte della Cina 8 milioni di copie. Ora il libro è stato tradotto in italiano con il titolo “Può la barca affondare l’acqua?” che allude ad un motto dell’imperatore Taizong: “L’acqua sostiene la barca; l’acqua può anche affondare la barca”. Ebbene, quando parlava dell’acqua, l’imperatore si riferiva ai contadini. Più di mille anni fa, Taizong capiva infatti la loro importanza. Ma oggi i governanti cinesi pensano che la barca possa fare a meno dell’acqua.
Nella Cina di oggi si è allargata la distanza tra ricchi e poveri “Dinanzi alle descrizioni ottimistiche e ammirate del «miracolo cinese» questo libro richiama bruscamente alla realtà” ha scritto nella prefazione Federico Rampini, corrispondente a Pechino de “La Repubblica” e autore di saggi importanti sulla straordinarietà dello sviluppo impetuoso di paesi come la Cina e l’India.
Nella Cina di oggi la distanza tra ricchi e poveri è più ampia di quella che si registra negli Stati Uniti di Bush e nella Russia di Putin. Le testimonianze raccolte compongono, infatti, una sorta di lamento corale di un esercito di afflitti e di disperati. E il filo conduttore che lega le sofferenze descritte è l’estorsione sistematica di imposte e balzelli fiscali – spesso pretesi in modo illegale – da parte di una classe dirigente locale dispotica e cinica. Sembrano le immagini di un paese dove il regime feudale non è mai stato scardinato. Ma non è così: in Cina si è compiuta la rivoluzione comunista all’insegna dell’egualitarismo; si è dato luogo all’eliminazione fisica dei proprietari terrieri, alla collettivizzazione dell’agricoltura, all’esperienza delle comuni. Ma la sbornia ideologica di egualitarismo maoista ha paradossalmente prodotto un individualismo spietato dai connotati razzisti. Sicché ai mandarini di un tempo sono subentrati i capi locali del partito comunista che in molte regioni povere agiscono come veri e propri boss mafiosi con la copertura omertosa di ogni autorità dello Stato, dalla magistratura alla polizia. Ancora oggi si chiamano contee le cento Cine in cui è decentrato il potere statale e contro le autorità locali continuano a scoppiare innumerevoli rivolte contadine soffocate sul nascere né più né meno come nel passato.
Nel libro si dà conto della vasta rete di attivisti, nata per tutelare i diritti civili nelle campagne, ma questo commovente tessuto di solidarietà non ha nulla a che vedere con un movimento organizzato. Le proteste che si manifestano nelle campagne sono sistematicamente sedate con violenze arbitrarie ed infami ricatti. Le Chinatown diffuse in ogni parte del mondo ora sorgono in Cina Fuggendo verso le città i contadini cinesi non trovano affatto un modo per uscire dallo stato di soggezione perché restano privi dei diritti di cui godono i residenti urbani, come l’assistenza sanitaria e la scuola per i figli. In realtà vengono considerati dai ceti medioalti che vivono nelle città come dei nuovi barbari. Stanno sorgendo all’interno del paese più Chinatown di quelle sparse per il mondo, ma con un tasso di conflittualità tra locali e immigrati pari a quello che si manifestò a San Francisco quando a metà ‘800 sorsero i primi nuclei del “quartiere cinese”.
Gli esecrandi episodi di xenofobia contro la comunità cinese a Milano ha giustamente suscitato l’immediata reazione di forze politiche e sociali e dello stesso ambasciatore della Repubblica popolare. Ma agli atti di teppismo contro i contadini che addensano le periferie delle megalopoli cinesi non reagisce nessuno.
E' urgente la proprietà della terra ai contadini La Cina avrebbe bisogno di una vera riforma agraria, che permetta a milioni di contadini di accedere alla proprietà della terra, come base su cui avviare un processo di democratizzazione del paese. Ma purtroppo tra le tante misure ultimamente annunciate dal presidente Hu Jintao e dal premier Wen Jiabao per riconquistare il consenso sociale, ormai dissoltosi nelle aree più arretrate, quella che è finora mancata è proprio la riforma del regime di proprietà terriera nelle campagne. E’ infatti la collettivizzazione delle terre la causa scatenante della ribellione contadina perché costringe le famiglie agricole a subire le angherie delle autorità locali. Come per le democrazie occidentali proprietà diffusa della terra e ordinamento democratico sono state due facce della stessa medaglia, così per uno sviluppo equilibrato della Cina la prima misura che potrebbe avviare una stagione di diritti individuali e coniugare finalmente crescita economica e giustizia sociale è la distribuzione della terra ai contadini per farne dei proprietari. E’ evidente che questa nuova condizione per milioni e milioni di cittadini significherebbe la fine della sudditanza, la nascita di raggruppamenti politici in competizione per il potere e l'avvento della democrazia.
Ma a questo si oppongono in modo virulento i poteri oligarchici che intendono conservare i propri privilegi. E il governo di Pechino all’alternativa tra rimettere in discussione il monopolio del partito unico o consentire che continuino a dilagare la corruzione e la prepotenza si ostina a rifiutare la prima opzione. Non solo. Per impedire che questa alternativa diventi dialettica politica tra forze che potrebbero organizzarsi liberamente si ricorre senza ritegno alla censura. Si impedisce che la gente che vive in città possa essere informata su quanto accade nelle campagne. Ma fortunatamente Chen e Wu hanno deciso di non piegarsi alle minacce e alle persecuzioni e stanno scrivendo il seguito della loro inchiesta.

Chen Guidi, Wu Chuntao, “Può la barca affondare l’acqua? Vita dei contadini cinesi”, Marsilio Editori, 2007, pagg. 240, Euro 15

sfoglia
agosto