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Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

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28 settembre 2013

Mario Campli: l'agricoltura non è un mondo a parte. A proposito di un libro di Alfonso Pascale


Mi auguro che questo libro possa dare un piccolo contributo a chiunque voglia guardare al futuro con più consapevolezza, continuando a coltivare ragionevoli speranze”.


Così conclude, Alfonso Pascale, la Introduzione al suo Radici & Gemme.


Il libro di Alfonso Pascale, può essere letto da tanti lettori (ed io me lo auguro fortemente) e con diversi approcci e aspettative: per farsi una conoscenza di massima,  e nello stesso tempo accurata, della partecipazione (o del coinvolgimento) del cosiddetto “mondo agricolo” (economia e società, persone e sviluppi storici, tecnologici e politici) alla storia e alla vita di questo paese; per ricostruire, attraverso la lettura dell’evoluzione delle dinamiche  sociali, economiche, politiche,  il percorso della progressiva contaminazione di un “settore” della economia e della società (una volta, definito “primario”; quando l’industria veniva definita “secondario” e tutto  il resto, “terziario”)  che da “autonomo”, via via, si è ritrovato interconnesso e contaminato a tutti i livelli. Oppure ci si può accostare al bel volume di Pascale per amore della terra e/o  per stanchezza del vivere nei tessuti urbani; per “saperne di più”; ecc. ecc.


Io (che di questa realtà ne ho una qualche consapevolezza per la compartecipazione alla vita, ad una famiglia e alle attività agricole nella mia tenera età e successivamente per la lunga professione di dirigente nelle organizzazioni di rappresentanza in Italia e nella Unione Europea) prediligo il secondo approccio.

Di più: credo che il valore, oggi,  di questa importante  fatica  di Alfonso Pascale  stia proprio nel prendere per mano il lettore (soprattutto i giovani e, in generale, i contemporanei) e fargli scoprire che quel mondo non è un mondo a parte. E, in un certo senso, non lo è mai stato.

Quello di pensare  l’agricoltura, il rurale, le campagne, gli agricoltori, un “mondo a parte”  (a volte con distacco altezzoso – tempo fa, altre volte con appassionata “amorevolezza” - di recente) è una manifestazione di inadeguatezza culturale e/o di ritornante fuga dall’esigenza di governo della complessità di una società.  Soprattutto ora, nel mezzo di una globalizzazione contraddittoria e non governata, ma reale e non aggirabile.

Faccio di questa lettura la più urgente lettura, non solo perché “oggi tutti i prodotti che troviamo sia al mercato sia sui banchi di un supermercato, negli orti come nelle colture intensive, sono ottenuti dall’ innovazione. Questo vuol dire che necessitano delle competenze di agronomi, patologi, entomologi….Senza scambio di sapere non si ottiene nulla”  (come ben afferma un altro Pascale, Antonio, nel suo: Pane e Pace - il cibo, il progresso, il sapere nostalgico, Chiarelettere editore, 2012).

 

Considero, questo,  il contributo più significativo del lavoro di Alfonso Pascale, in quanto proprio oggi  “nostalgici ritorni” – indotti  da normalissime  esigenze di sanità e qualità degli alimenti, certe, sicure e controllate,  spesso confondono le menti di tanti cittadini e cittadine. Spingendoli a pensare e dire: “una volta non era così”, “una volta tutto era genuino e sano”. Non è vero.


Il lavoro di Pascale  (anche con  l’ausilio della ottima “Guida bibliografica”, che – lo ricordo ai lettori – sostituisce la cosiddetta bibliografia;  è uno stile  diplomatico dell’autore per dirci:  alla base di questa, inevitabilmente veloce, galoppata ci sono a disposizione studi e ricerche puntuali per approfondire) ci dimostra che anche quando la separatezza del mondo/settore agricolo sembrava  “indiscutibile”, essa era espressione non del settore/mondo in quanto tale, ma di un assetto della società complessiva, pensata e governata (e perciò, vissuta) come “mondi” separati. I conflitti sociali e la organizzazione del potere, infatti, si incaricavano di collegare  e tenere in ordine mondi che apparivano distanti o separati. C’erano  anche “agenzie speciali” (ad esempio, ma non solo, la religione e le chiese) che si incaricavano della omogeneizzazione dell’ordine e del sistema, organizzati  per compartimenti, riconducendo il tutto ad un unicum del potere costituito; anche attraverso la elaborazione di ben finalizzate dottrine generali (il diritto naturale, la teologia della volontà di Dio e dell’ordine, ecc.).


L’andamento della ricerca di Pascale  ha, dunque, questo filo rosso conduttore: un mondo creduto ( e “persino” credutosi) a parte, si presenta  come mondo sempre intrecciato con la grande  società, sempre “vitale”, anche nelle sue specifiche inadeguatezze, anche con le transitorie “assenze” che rinviavano e rinviano (e questo vale anche per lo studioso che si accosta alle fonti) ad assetti e complessi storico-sociali generali.


Stiamo parlando, ovviamente, della storia moderna.


Scrive Pascale a margine della conferenza economica della Confcoltivatori: “i limiti della conferenza economica andrebbero ricercati nell’analisi ancora parziale delle modificazioni che si erano prodotte nell’economia e nella società e che avevano trasformato i rapporti tra città e campagne. Erano, infatti, cambiati in modo vistoso i comportamenti degli agricoltori e deisoggetti rurali che ormai non si distinguevano più dagli altri soggetti degli ambienti urbani. (…) il cambiamento più profondo avrebbe meritato un’analisi più accurata per individuare con maggiore precisione i soggetti e la molteplicità di relazioni e integrazioni che si stavano producendo” (p. 268).


E non si tratta, da parte dell’autore, di una notazione en passant.


E’ tutta la impostazione del lavoro che è situata in questa consapevolezza, a cominciare dal sottotitolo, dove l’autore usa la terminologia e la configurazione socio-economica di “società civile”, per indagare lo stato e l’evoluzione degli assetti  sociali, le dinamiche  delle sue componenti e le interrelazioni. Non ricorre, per essere più espliciti, alla consunta terminologia di “categoria” o ad altre similari.


D’altra parte, se i protagonisti principali dell’agricoltura sono gli agricoltori e le agricoltrici, essa (l’agricoltura) appartiene alla società e  vive nelle articolazioni di società complesse.


Su questa “evidente” appartenenza dovranno essere impostati sempre di più i vari  “negoziati” tra i protagonisti dell’agricoltura e la società, a partire da quella Politica agricola comune che ancora oggi necessita di una reimpostazione integrale e integrata.


Sono certo che la lettura di questo libro può contribuire a  coltivare quelle ragionevoli speranze di cui parla Alfonso Pascale, a cui faccio i migliori complimenti per questa sua impegnativa e meditata ricerca. E complimenti anche a Cavinato editore, per il coraggio civile che ha manifestato dando alle stampe un libro che si rivela importante nell’editoria di studi e ricerche collegate al cosiddetto “mondo agricolo”. Di queste Gemme abbiamo bisogno, per riscoprire  con più consapevolezze anche le Radici.

 

Mario Campli

(Consigliere del Comitato Economico e Sociale Europeo)


Alfonso Pascale, Radici & Gemme. La società civile delle campagne dall'Unità ad oggi, Cavinato Editore International, 2013


26 maggio 2012

Convegno a Roma su CIBO TERRA ACQUA SOSTENIBILITA'. QUALE FUTURO PER 10 MILIARDI DI PERSONE

La rivista culturale l’albatros ha organizzato il Convegno sul tema CIBO TERRA ACQUA SOSTENIBILITA’. QUALE FUTURO PER 10 MILIARDI DI PERSONE.

L’iniziativa si svolgerà giovedì 31 maggio 2012, dalle ore 15,30 alle 19,30, a Roma nella Biblioteca del Senato, Sala degli Atti Parlamentari, in Piazza della Minerva 38.

Aprirà i lavori Agostino Bagnato, direttore della rivista.

Le relazioni saranno svolte da Alfonso Pascale, studioso di politica agraria, ed Ettore Ianì, presidente di Lega Pesca.

Interverranno Paolo Russo, presidente della Commissione Agricoltura della Camera, Leana Pignedoli della Commissione Agricoltura del Senato, Giorgio Tonini della Commissione Affari Esteri del Senato, Corrado Barberis, presidente dell’INSOR, Franco Chiriaco del CESE, Piero Conforti della FAO, Marco Berardo Di Stefano, presidente della Rete Fattorie Sociali, Enzo Lo Scalzo, presidente Agorà Ambrosiana, Luigi Rossi, presidente della FIDAF, Michele Zannini, presidente di ACLI Terra.

L’intervento conclusivo sarà svolto da Franco Ferrarotti, sociologo, scrittore, Accademia dei Lincei..

L’invito-programma si può scaricare da questo link: http://www.lalbatros.it/index.php?option=com_content&view=article&id=267:cibo-terra-acqua-sostenibilita&catid=3:ambiente

 

4 marzo 2012

Alfonso Pascale recensisce l'ultimo libro di Paolo De Castro "Corsa alla terra"

L’ultimo libro del presidente della commissione agricoltura del Parlamento europeo, Paolo De Castro, s’intitola “Corsa alla terra. Cibo e agricoltura nell’era della nuova scarsità”. E’ un saggio agile e accessibile anche ai non addetti ai lavori che affronta il problema più grave esploso negli ultimi anni, quello riguardante le persone denutrite nel mondo, il cui numero ha ripreso a crescere.

Si è, infatti, improvvisamente invertita una tendenza che aveva alimentato la speranza in un futuro migliore, tanto da spingere agli inizi di questo nuovo millennio le grandi organizzazioni internazionali a porsi l’obiettivo di dimezzare, entro il 2015, la percentuale della popolazione mondiale in condizioni di estrema povertà.

Le cause di questa nuova situazione sono molteplici e De Castro racconta in questo libro quanto sta accadendo, analizzando con grande competenza fenomeni nuovi, come il boom dei prezzi delle derrate alimentari, la speculazione finanziaria sul cibo, la modificazione delle diete nei paesi emergenti, le conseguenze del cambiamento climatico, l’accaparramento delle terre in Africa e in America Latina da parte di soggetti provenienti da altre aree del pianeta, la produzione di biocombustibili in competizione con la produzione agricola. Tutti fenomeni che s’intrecciano con una crescita demografica inarrestabile: già tra meno di vent’anni la terra avrà un miliardo in più di bocche da sfamare e gli incrementi riguarderanno i paesi poveri e quelli emergenti.

La Fao sostiene da tempo che, per venire incontro alla domanda di cibo di una popolazione in aumento e che sarà più ricca e più urbanizzata, la produzione agricola destinata ad usi alimentari dovrebbe aumentare del 70 per cento da qui al 2050. Ma questo obiettivo si allontana con la recente turbolenza dei mercati delle derrate agricole e con l’accentuarsi dei divari tra il Nord e il Sud del mondo.

Da tutti questi elementi viene fuori un’esigenza non più rinviabile: quella di dotarci di una politica di sicurezza alimentare coordinata a livello globale. Ma il libro non offre, purtroppo, indicazioni in merito a questo punto cruciale, limitandosi a riportare lo stato del dibattito a livello di G20.

Fin dalle prime pagine del volume e poi in modo sempre più netto in quelle conclusive, l’autore sostiene, invece, una tesi che non mi sembra condivisibile: lo scenario di nuova scarsità del cibo avrebbe un impatto non solo nei paesi più poveri ma anche in quelli ricchi; e, dunque, secondo De Castro, tutte le aree del mondo dovrebbero concorrere a produrre più cibo per fronteggiare l’era della nuova scarsità.

In sostanza, l’insicurezza alimentare viene presa a pretesto per giustificare un nuovo ciclo di politiche agricole protezionistiche nei paesi ricchi al fine di produrre più derrate agricole. E dunque la nuova PAC dovrebbe essere congegnata in modo tale da risolvere il “paradosso” di dover liberalizzare i mercati agricoli e, nello stesso tempo, proteggere gli agricoltori, sostenendo l’agricoltura europea nel produrre di più per fronteggiare la nuova scarsità alimentare.

Ma è facile notare che questa soluzione sia del tutto contraddittoria con gli obiettivi che, invece, dovrebbero perseguire i paesi in via di sviluppo per affrontare la loro insicurezza alimentare, che non è dovuta tanto alla scarsità di cibo ma alla scarsità degli investimenti per risolvere il problema dell’accesso al cibo.

Il relatore speciale dell’Onu sul diritto al cibo, Olivier De Schutter, ha denunciato ancora di recente il carattere protezionistico delle proposte della Commissione europea sulla riforma della PAC, perché i sussidi agli agricoltori dei paesi industrializzati generano distorsioni nei mercati internazionali. E le vittime principali sono gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo che si vedranno sempre più tagliati fuori dai mercati delle derrate agricole.

“L’UE – ha dichiarato De Schutter – ha aperto le porte alle esportazioni del mondo in via di sviluppo, ma questa apertura è inutile se i piccoli agricoltori del Sud non possono vendere i loro prodotti alimentari nei loro mercati interni. Dobbiamo aiutare i paesi a basso reddito a non dipendere dalle importazioni a basso prezzo ma a ricostruire i loro sistemi alimentari. Non dobbiamo dar loro da mangiare, ma aiutarli a nutrirsi. Se la produzione alimentare aumenta con una ulteriore marginalizzazione dei piccoli agricoltori nei paesi in via di sviluppo, si perde la battaglia contro la fame e la malnutrizione”.

Non poteva essere più netta la presa di posizione del relatore speciale Onu sul diritto al cibo per far cadere l’impalcatura su cui si è costruito il teorema della PAC 2014-2020. Un falso teorema che dice in sostanza: siccome il mondo ha bisogno di più cibo, gli agricoltori europei vanno sostenuti per fare in modo che producano di più, col solo vincolo di inquinare di meno.

A questa conclusione non perviene solo De Castro, che dà voce all’insieme delle lobby agroalimentari europee che difendono le proprie rendite di posizione, ma sembra accodarsi ad essa lo stesso Romano Prodi, che firma l’introduzione con parole elogiative senza rilevare la palese contraddizione. E devo confessare che sono rimasto spiacevolmente colpito dalla leggerezza con cui politici intelligenti, come il parlamentare europeo Roberto Gualtieri in occasione della presentazione del libro a Roma, si siano adeguati acriticamente a questa tesi.

Se davvero ci sta a cuore il problema della fame nel mondo, come si sostiene nel libro, si fa ancora in tempo a proporre di spostare una parte delle risorse che sono destinate ai sussidi diretti ai nostri agricoltori, per finanziare invece la ricerca e l’innovazione e sostenere la crescita produttiva dei paesi in via di sviluppo. Dobbiamo, cioè, finalizzare una parte delle risorse per accrescere la capacità delle popolazioni locali ad investire nelle loro agricolture.

Gli agricoltori europei non hanno bisogno di grandi risorse per sostenere i propri redditi, ma di redistribuirle in modo più equo tra grandi e piccoli produttori e tra aree forti ed aree deboli, agganciando i sussidi alla produzione effettiva di beni pubblici, ambientali e relazionali, e ai rischi derivanti dagli eventi climatici estremi e dalla volatilità dei prezzi.

L’agricoltura europea ha, invece, estrema necessità – per fronteggiare seriamente la crisi economica che stiamo vivendo e contribuire a farvi fronte - di adeguare e rafforzare la politica di sviluppo rurale perché punti effettivamente allo sviluppo economico territoriale, all’ammodernamento delle politiche di welfare, al miglioramento della qualità della vita e all’inclusione sociale nelle aree rurali, al contributo che l’agricoltura può dare per rendere vivibili le aree urbane, nonché alla costruzione di sistemi agroalimentari, organizzati a livello locale e nazionale per cogliere le opportunità dei nuovi mercati nei paesi emergenti.

Manca un dibattito serio sulle difficoltà gestionali che stiamo incontrando in questo ciclo di programmazione per rivedere procedure e strumenti in quello che sta per aprirsi e trovare il modo giusto per integrare davvero i diversi fondi strutturali europei.

Il “paradosso” di dover liberalizzare i mercati e, nello stesso tempo, proteggere gli agricoltori coi sussidi si può risolvere solo in un modo: con liberalizzazioni e protezioni a geometria variabile.

I paesi più poveri dei nostri hanno bisogno, per un certo periodo, di proteggersi dalle importazioni dei nostri prodotti agricoli e puntare al proprio sviluppo autoctono. E noi dovremmo dichiararci disponibili a favorire queste legittime e irrinunciabili esigenze.

I paesi industrializzati, invece, qualora le crisi alimentari dovute ai prezzi alti del cibo colpissero le fasce povere della popolazione, non dovrebbero provvedervi producendo di più localmente, ma dovrebbero farvi fronte con adeguate politiche di welfare in grado di lottare effettivamente contro le povertà.

Il bilancio comunitario va, pertanto, riequilibrato in questa direzione: meno sussidi agricoli e più politiche per lo sviluppo economico, il welfare e l’innovazione.

Ma dove sono finite le voci liberaldemocratiche che un tempo denunciavano in Italia e in Europa il protezionismo della PAC, che ora riemerge con maggiore vigore ammantato addirittura di false motivazioni etiche?

17 maggio 2011

Alfonso Pascale recensisce un libro di Paolo Rossi sull'idea del mangiare

Paolo Rossi, professore emerito nell’Università di Firenze e membro dell’Accademia dei Lincei, è uno storico delle idee e della “lunga durata”, abituato a sottolineare anche i “moti pendolari” della storia. E’ con questo approccio che ha scritto uno stimolante libro intitolato “Mangiare”, edito da “Il Mulino” (2011).

Chi coltiva esclusivamente una visione edonistica del cibo, senza curare altri aspetti fondamentali che ad esso si legano, forse non troverà soddisfacente la lettura del volume  perché l’autore non racconta solo le storie fatte di cose piacevoli ma anche quelle piene di orrori che si configurano, a volte, come inimmaginabili. Tutti noi non vorremmo vederle mescolate quando si parla del cibo, ma purtroppo sono dannatamente intrecciate; e questo libro ci dà la misura di quanto siano legate indissolubilmente tra loro. La lettura è, tuttavia, avvincente perché il testo è molto documentato, a partire dalle testimonianze dirette di chi si è trovato o si trova a vivere le esperienze drammatiche che vengono descritte.

Il tema della fame primeggia perché ancora oggi quasi un miliardo di persone nel mondo sono denutrite. Ma il problema non riguarda solo quella parte del pianeta dove non c’è cibo a sufficienza. Anche da noi, che fortunatamente viviamo dove il cibo è in abbondanza, s’incontrano persone per le quali il mangiare è fonte di preoccupazione quotidiana: ci sono quelle che, per sfamarsi, frugano nella spazzatura e ci sono giovani persone per le quali il mangiare costituisce un nemico a cui opporre uno strenuo, distruttivo e totale controllo. Vengono così raccontati gli studi sull’inedia come malattia che conduce alla morte, sia quelli condotti su volontari, come l’”Esperimento Minnesota”, sia quelli ricavati dalle memorie di medici che vissero l’atroce esperienza del ghetto di Varsavia, nel 1940, quando gli ebrei residenti vennero ermeticamente rinchiusi entro un’area di 14 chilometri quadrati. E descrivendo gli studi sulle carestie del Novecento, in Ucraina e in Cina, nonché quelli sulle deportazioni nei lager nazisti e nei gulag sovietici, lo storico conclude che la tragedia della fame è stata di certo strutturalmente connessa al mondo dei campi di concentramento, ma anche laddove non s’intravede una precisa volontà di genocidio è stata comunque il frutto di errate o incaute scelte politiche.

Oltre ai capitoli sul cannibalismo e il vampirismo, ampio spazio è dedicato ai disturbi alimentari e alle malattie del benessere. Prima di tutto l’obesità, diventata ormai una vera e propria epidemia, che colpisce i paesi ricchi ma anche quelli emergenti. L’autore riporta le conclusioni del recente lavoro del neuroscienziato André Holley, in cui si afferma che “dopo mezzo secolo di ricerche e dopo aver speso centinaia di migliaia di dollari per demonizzare i grassi nell’alimentazione, la scienza della nutrizione non è riuscita a provare che una dieta con pochi grassi può aiutare a vivere a lungo”; e questo perché “di fronte a fatti così complessi come quelli che caratterizzano la nutrizione, non ci è concesso di affidare l’indagine a un solo ramo del sapere”. Occorre, in sostanza, mettere insieme più discipline e assumere un approccio olistico per fronteggiare la malattia. E questo ancora non si fa.

Più drammatico è il caso dell’anoressia, una malattia mentale che si accompagna ad una vera e propria propaganda volta a diffonderla tra le nuove generazioni. E’ forse l’unico caso di apologia di un morbo. Ci sono, infatti, decine di siti web che incitano i giovani al controllo totale del cibo come mezzo di autoaffermazione. Inoltre, il mondo della moda adotta modelli di bellezza che si fondano sull’idea dell’essere magri a tutti i costi. I mezzi di comunicazione di massa hanno assunto come valori esclusivi della nostra società la bellezza e l’efficienza fisica e diffondono questo messaggio con un’aggressività e volgarità senza misura. Si è in tal modo verificata una sorta di saldatura tra modelli culturali di vita e forme patologiche. Negli ultimi decenni, una folla di filosofi, antropologi, psicologi, psicanalisti e psichiatri ha insistito sugli effetti deleteri provocati dall’immagine di un corpo emaciato che viene divinizzato fino a configurarsi come un’entità da raggiungere posta ad un’infinita distanza e, per questa ragione, mai raggiungibile. Nonostante tale impegno – conclude sconsolato l’autore – nel mondo della moda non diventano ancora decisive e vincenti quelle posizioni che si richiamano a problemi etici o a faccende che riguardano la coscienza o la responsabilità che si assume davanti agli altri.

Un’attenzione particolare il volume dedica anche al rapporto tra il digiuno e la religione, richiamando i diversi riti di buddisti, induisti, musulmani, ebrei e cristiani. Nel riferire sulla recente letteratura riguardante la vita delle sante e il loro rifiuto ascetico del cibo, si condivide l’opinione dello psichiatra Paolo Santonastaso, secondo il quale vanno evitate semplificazioni grossolane ed erronee identificazioni, accostando le forme di digiuno della prima età moderna all’anoressia dei nostri giorni, perché i significati dei fenomeni non sono facilmente separabili dai contesti. E si mette, inoltre, in risalto come nella Chiesa cattolica la riduzione della pratica del digiuno a due sole giornate all’anno - mercoledì delle ceneri e venerdì santo – abbia aperto veri e propri crepacci nelle sue secolari mura se si sono dovute registrare reazioni di segno opposto da parte dei teologi:  di preoccupazione quella di Enzo Bianchi, che vede nella scomparsa del digiuno il rischio per il credente di una caduta nella capacità di confessare la propria fede anche attraverso il corpo; di insoddisfazione quella di Adriana Zarri, che avrebbe voluto una più drastica eliminazione della cultura penitenziale e un maggiore spazio nella letteratura religiosa alla dimensione festosa delle mense, partendo dall’idea di Cristo che si fa cibo e offre se stesso da mangiare ai suoi discepoli sotto i segni del pane e del vino.

E’ qui che l’autore sembra cogliere un filo sottile che lega il riemergere di due antichi temi: quello del cibo come convivialità e quello della condanna dell’impresa umana volta al controllo della natura. “E’ come se nel mondo del benessere – scrive Paolo Rossi – fosse presente una nascosta forma di nostalgia per il mondo del malessere”. E’ in realtà il rimpianto per i tempi felici che non ritornano, per l’ipotetica vita innocente e serena di “primitivi” che nella realtà vivono molto duramente, muoiono giovani e vedono morire molti dei loro figli. “Ancora una volta si realizza – osserva l’autore richiamandosi a Odo Marquard – quel frequente mutuo scambio tra fedi progressiste e angosce apocalittiche (che sono spesso alla base del primitivismo) attraverso un meccanismo quasi automatico: i vantaggi che la cultura concede all’uomo dapprima vengono accolti con favore, successivamente diventano ovvii, in ultimo, si scorge in loro il nemico. Sicché “proprio la liberazione dalle minacce fa diventare minaccioso ciò che libera”, come la medicina, la rivoluzione chimica e la stessa democrazia parlamentare. E’ all’interno di questi processi culturali che si affermano convinzioni errate come queste: “un tempo si mangiava naturale” oppure “per i nostri nonni e bisnonni il cibo era genuino e gustoso”. “Luoghi comuni che dovrebbero crollare – rileva lo storico - di fronte ai dati e alle serie ricerche. Invece resistono impavidamente”.

I toni del libro sono qua e là polemici, ma il discorso è condotto con argomentazioni stringenti richiamando spesso sia opere letterarie, teatrali e cinematografiche che studi scientifici non tanto di storici, filosofi, sociologi e antropologi, quanto invece di agronomi, chimici, biologi, neurobiologi e psicologi comportamentali. Il tutto partendo da una descrizione puntuale di ciò che è “natura” e di ciò che è “cultura” e dimostrando come la preparazione del cibo e il mangiare siano sempre una mediazione tra l’una e l’altra.

Ma c’è un aspetto che non convince nel testo. L’attenzione crescente che nei paesi ricchi si riserva al cibo, tanto da far ritenere ad una studiosa del fenomeno come Alessandra Guigoni che l’alimentazione sarà, nel  terzo millennio, uno dei grandi scenari dell’antropologia, è considerata da Paolo Rossi “qualcosa di molto simile ad un’ossessione”. Ed eccessiva appare allo studioso anche l’affermarsi di una cultura locale del cibo. E’ un giudizio che francamente appare un po’ sbrigativo. Ci si sarebbe aspettati anche qui dall’autore l’individuazione di uno di quei “moti pendolari” della storia sottolineati per altri risvolti del problema alimentare: il ruolo dei mercati locali, della convivialità, dei legami informali, dei beni collettivi e delle economie del dono; la loro capacità di garantire forme reciprocamente solidali nel tenere insieme le comunità e di contenere in tal modo gli orrori della fame; nonché la loro possibile rivitalizzazione in forme moderne, così come sta avvenendo con l’agricoltura sociale, al fine di creare nuove opportunità alle odierne società del benessere per sconfiggere i nuovi flagelli e le nuove ingiustizie. Ma tale rilievo ha come attenuante la mancanza di studi storici al riguardo, se si fa eccezione per quelli condotti da Paolo Grossi sui diritti collettivi e di Corrado Barberis sul legame delle produzioni tipiche con la cultura locale. Mancano ricerche sulle pratiche solidali legate al cibo e alle attività agricole. Al di là di queste lacune, il libro è utile per comprendere che i grandi dilemmi posti dall’idea del mangiare hanno bisogno per essere affrontati di far interagire sfere diverse della conoscenza scientifica, scongiurando il pericolo di affidarsi a credenze e a saperi nostalgici.

 

 

12 marzo 2010

"Gli ogm e l'antimodernità". Un articolo di Alfonso Pascale

Un paese in preda alle paure e alle angosce come il nostro è facile rassicurarlo con lo slogan “L’Italia è fermamente contraria”. A cosa? Agli ogm, alle staminali, ai pacs, al testamento biologico, all’immigrazione, al nucleare, a tutto quello che ci può impaurire perché non lo conosciamo bene o non lo conosciamo affatto. E’ vero, sono temi diversi. Ma li accomuna il senso della novità, del diverso, dell’evoluzione a cui si contrappone il valore della tradizione, dell’identità, del già noto.

Da qualche tempo la politica ci sguazza per poter racimolare un facile consenso. Eppure nella storia d’Italia il riflesso nostalgico si è posto sempre in dialettica con la spinta all’innovazione. Oggi il meccanismo appare inceppato. Non solo la destra, la Lega e ampi settori della Chiesa difendono in modo acritico la tradizione ma anche una buona parte della sinistra ritiene diaboliche la contaminazione e la novità.

E’ accaduto ancora una volta in questi giorni a seguito del via libera europeo alla patata transgenica Amflora, modificata dalla BASF per poter sfruttare meglio il suo amido nei processi industriali, come la produzione della carta. Il ministro Zaia, il patron di Slow Food Petrini, la Coldiretti, i Verdi, Alemanno e ambienti della Chiesa hanno tutti elevato il muro contro l’Europa con il motto: “L’Italia è fermamente contraria”. Solo poche voci hanno dissentito. Chiamarsi fuori da questo coro di conformisti richiede infatti responsabilità, predisposizione allo studio, rigore, misura:  requisiti non molto diffusi specie di questi tempi.

Non è valso a nulla che da Bruxelles il direttore generale aggiunto per la tutela della salute dei consumatori, Paola Testori Coggi, avesse immediatamente precisato che “non ci sarebbe stato alcun rischio di veder finire Amflora nel piatto dei consumatori, per il semplice motivo che la multinazionale BASF può vendere i semi ogm solo agli agricoltori che hanno un contratto con un impianto industriale per uso tessile e per la produzione di carta”.

Ma il “no” non ha nulla di razionale, è ideologico. “Se li mangino loro; - ha scritto Petrini su un noto quotidiano - li sperimentino coloro che aspettano con tanta fiducia la loro diffusione nel mondo. Noi rifiutiamoci, rifiutiamo anche solo il minimo rischio: se questo significa disertare i supermercati a favore degli acquisti diretti, gli unici che oggi ci possano dare vere garanzie, facciamo uno sforzo in più. La causa lo vale: oggi la lotta si fa senza armi, ma con la pazienza e qualche volta il disagio di una spesa fatta con attenzione e cura”.

La lotta a cui ci chiama Petrini è la spesa a “chilometro zero”: si torna all’economia curtense, tanto  cara a Carlo Magno, il quale, disperando delle strade del regno e dei conseguenti mezzi di trasporto, rinunciava a fare affluire le derrate verso la reggia, preferendo spostarsi assieme ai suoi fedeli per andare nelle singole aziende a consumare sul posto. Ora dovremmo andare tutti a fare la spesa in campagna mediante i gruppi di acquisto solidale, i presidii di Slow Food e le società di commercializzazione della Coldiretti, che svolgono certamente una funzione meritoria: quella di incoraggiare l’agricoltura territoriale a produrre beni pubblici e relazionali, tra cui la freschezza dei cibi e il rapporto diretto tra produttori e consumatori.

Ma è demenziale ritenere le reti locali - ripeto: da potenziare e diffondere! - alternative ai mercati nazionali e internazionali. Hanno, invece, la funzione di rigenerare quel capitale civile locale che oggi scarseggia nelle campagne, prosciugato da una modernizzazione distorta, dell'agricoltura e che può essere messo a frutto dagli agricoltori per organizzarsi e raggiungere più agguerriti i diversi mercati di sbocco dei prodotti agricoli insieme ai territori: nella globalizzazione competono non solo e non tanto le singole imprese ma i distretti locali. A realizzare questo cambiamento devono tendere le reti locali  e non a contrapporre alla globalizzazione il ritorno all’economia curtense.

Nelle reti locali ci sono anche produttori che prendono una parte dei semi dal raccolto, li conservano all’asciutto avendo cura di non farli germinare e poi, prima della semina, si industriano a separare i semi buoni dai semi cattivi. Rendono in tal modo un servizio prezioso alla popolazione  perché salvaguardano la biodiversità. Ma questa pratica non si può estendere a tutta l’agricoltura perché l’acquisto dei semi dall’industria sementiera garantisce che questi siano migliori, selezionati, esenti da virus e produttivi.

Le colture tradizionali e i prodotti tipici sono frutto di innovazioni dovute all’impegno di produttori, industria sementiera e centri di ricerca pubblica. Il pomodoro pachino non è un prodotto arcaico ma un incrocio fatto in laboratorio in Israele e approdato nei primi anni Ottanta in Sicilia. E senza mutazioni genetiche oggi non avremmo il grano Creso, che andrebbe ulteriormente mutato dal momento che non raggiunge la giusta quantità di proteine per avviare la panificazione. Questo difetto ci costringe a comprare grano dal Canada che è più ricco di proteine non perché lì vi siano particolari condizioni naturali ma per il semplice motivo che in quel Paese credono al miglioramento genetico e al futuro.

La rivoluzione agrobiotecnologica è iniziata soltanto una ventina di anni fa, ma le nuove conoscenze scientifiche accumulate in questi due decenni sui genomi vegetali, sulla regolazione e sull’espressione dei geni sono talmente impressionanti che oggi si guarda alla prima pianta di tabacco ogm come se appartenesse alla preistoria.

Ogni mese le riviste scientifiche annunciano il sequenziamento del genoma di qualche nuova specie. Conosciamo già nei dettagli per esempio il genoma del riso e quello della vite, e presto avremo quelli della patata, del pomodoro e di molte altre piante. Queste informazioni, spesso accessibili a tutti i ricercatori tramite il web, sono destinate a rivoluzionare l’agricoltura transgenica.

Non si deve aver paura dell’innovazione: gli ogm possono permetterci di aumentare la biodiversità agricola, di ridurre l’uso dei fertilizzanti, di fronteggiare i cambiamenti climatici con nuove  colture meno dipendenti dall’acqua e quindi resistenti alla siccità.

Nel nostro Paese non solo non si fa più ricerca sugli ogm da un decennio ma tale argomento è diventato un tabù, mentre la nostra storia alimentare è stata da sempre il frutto della contaminazione fra tradizione e innovazione: le radici non hanno mai costituto un feticcio, le comunità non si sono mai blindate contro lo straniero; e questo perché la scienza tende da sempre a integrarsi coi saperi contestuali, l’identità si riconosce nell’alterità e l’ospitalità è più antica di ogni frontiera.  

 

                                                                                                            

 

10 dicembre 2008

Alfonso Pascale recensisce l'ultimo libro di Massimo Montanari "Il formaggio con le pere"

“Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere”. Quante volte abbiamo ripetuto questo proverbio senza mai chiederci cosa significhi realmente? Nell’enunciarlo si prova, tuttavia, una difficoltà a decifrarlo come se ci trovassimo dinanzi ad un enigma. E per offrire una spiegazione plausibile oggi si è soliti attribuirgli un senso burlesco ed ironico: “Non abbiamo alcun bisogno di farglielo sapere perché il contadino, che produce sia il formaggio che le pere, già lo sa”. E’ senz’altro questo il significato che nel Novecento è prevalso. C’è addirittura una versione allungata del proverbio, rivendicativa e liberatoria, diffusa ancora oggi nella campagna senese, che fa emergere in modo chiaro il senso che noi oggi gli attribuiamo: “Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere. Ma il contadino, che non era coglione, lo sapeva prima del padrone”. Ed ecco spuntare, in questa versione campagnola, i termini di un conflitto sociale da incuriosire lo storico e indurlo ad indagare non solo le origini del proverbio, ma anche il diverso significato che questo assume a seconda della provenienza sociale di chi lo enuncia.

 

La ricerca accurata e ricca di riferimenti bibliografici e documentari di Massimo Montanari ci restituisce la storia complessa del formaggio e delle pere: il ruolo essenziale svolto dal primo nella mensa dei pastori e dei contadini e quello prestigioso e di lusso che i frutti delicati e deperibili assumevano nell’alimentazione dei signori; la difficile ascesa sociale del primo e la funzione salutistica assolta dall’accostamento dei due cibi consumati alla fine del pasto.

 

Per un lungo periodo il formaggio è stato emblema degli umili, per i quali rappresentava la fonte primaria di nutrizione, ed ha svolto una funzione di puro abbellimento nelle mense dei ricchi. Dagli antichi romani al Medioevo è il cibo che serve a sfamare i contadini e che vede tra le classi superiori molti pregiudizi, ancor più confermati dalle perplessità della scienza medica che ne consiglia un uso moderato.

Ma proprio dal Medioevo inizia la riabilitazione del formaggio. Esso diventa il cibo dei monasteri, dove per ragioni di penitenza ci si astiene dalla carne, e viene consumato dai cristiani nei periodi "di magro" prescritti dal calendario liturgico.

 

La pera, invece, è per il nostro Autore il simbolo dell’effimero, di gusti e piaceri non necessari. Coltivare alberi da frutto è una realtà economica di pregio e le pere sono doni preziosi che solo i nobili si scambiano. Siccome si conservano poco a causa della loro delicatezza, meglio non coltivarne troppe e destinarle appunto solo alle tavole dei signori. Nel Seicento si ha una vera e propria infatuazione per le pere, che vengono paragonate addirittura al corpo di una gentildonna.

 E a questo punto si può meglio intuire come nasce l'abbinamento audace tra i due cibi. Il contadino formaggio, una volta accolto nella mensa dei signori, poteva essere nobilitato solo unendosi in matrimonio con una gentildonna. E la scelta cade appunto sulla pera.

 

La scienza medica del tempo è, tuttavia, diffidente nei confronti del formaggio e ancor più nei confronti dei frutti. E solo quando un medico italiano, Castor Durante da Gualdo, afferma in un testo scientifico che il “nocumento” del cacio si può ridurre “mangiandosi seco in compagnia di pere”, cadono le perplessità e la pratica gastronomica viene finalmente confortata dal riconoscimento della sua convenienza dietetica. Ancora una volta sono le pere a venire in soccorso del formaggio. E a questo punto le classi alte possono adottare, senza preoccupazione, l’accoppiata formaggio/pere a fine pasto.

 

Ma come la mettiamo con la rigida distinzione sociale del cibo? Qui il saggio di Montanari offre argomenti di notevole interesse per farci comprendere come i signori tentano di risolvere il dilemma. Tra il Medioevo e il XVI Secolo si riteneva che, da un lato, il bisogno di mangiare genera il desiderio e che , dall’altro, la natura di un cibo genera il suo sapore; e quando il desiderio e il sapore si incontrano positivamente nell’atto gustativo – vale a dire, quando il cibo piace -  significa che la natura di quel cibo si addice al bisogno fisiologico di chi lo sta mangiando. Tutta la letteratura medica e filosofica  del tempo è pervasa da questa convinzione.  

Ma posta in questi termini la questione del gusto, per l’Autore  non si poteva non riconoscere a chiunque  - perfino ai contadini -  la capacità di accedere  a un sapere istintivo, naturale, pre-culturale, che non nasce dalla teoria e neppure dalla pratica.

La cultura medievale credette di risolvere il problema con un assioma semplicistico: essendo il gusto istintivo, ma gli uomini diversi, a ciascuno ‘naturalmente’ piacciono cose diverse. Ma  ben presto venne il sospetto che anche al contadino potesse piacere il cibo del signore. E ciò avrebbe sconvolto l’ordine ‘naturale’ della società.

 

E’ a quel punto che, accanto al gusto, viene elaborata la nozione di buongusto, come capacità di scegliere il cibo. Da allora non è più vero che “è buono ciò che piace” ma che “piace ciò che è buono”,  ciò che convenzionalmente è giudicato tale dalla cerchia degli intenditori. Il gusto in tal modo si configura  come “dispositivo di differenziazione sociale”.

Diventa necessario allora negare il sapere a chi non ne è socialmente degno. Imponendo un sistema d’ignoranza nelle campagne, i proprietari terrieri pensano di conservare il proprio potere. Da qui “al contadino non far sapere...”. Il proverbio esprime questa cultura. E’ costruito a uso e consumo della classe dominante che vuole negare l’istruzione di quelle subalterne. Il senso viene capovolto, dove si ha l’ardire di farlo, solo in segno di rivalsa.

Ma una volta risolti i conflitti di classe nelle campagne e venuta meno la contrapposizione tra città e campagna, anche i binomi sapore/sapere e gusto/buongusto perdono il connotato di coppie conflittuali e diventano termini complementari. E il senso del proverbio si carica quindi di una forte carica di  ambivalenze.

 

Conoscere la storia che è dentro il proverbio non è, dunque, un mero esercizio di erudizione, come si potrebbe pensare. Noi che non siamo più né contadini né nobili rischiamo di enunciarlo rimanendo perplessi se non ne comprendiamo la connaturata ambiguità.

 

M. Montanari, “Il formaggio con le pere. La storia in un proverbio”, Editori Laterza, 2008, pagg. 162, Euro 15

14 novembre 2008

Alfonso Pascale recensisce l'ultimo libro di Antonio Pascale "Scienza e sentimento"

E’ in libreria un gustoso pamphlet di Antonio Pascale dal titolo “Scienza e sentimento” che si legge tutto d’un fiato e soprattutto ti mette di buon umore, sebbene tocchi argomenti, come gli Ogm, che la pubblicistica corrente affronta di norma con toni allarmistici e apocalittici, mettendoti quasi sempre in ansia.

Nonostante l’omonimia, non ho vincoli di parentela con l’autore. Abbiamo in comune l’amore per le lettere e per l’agricoltura. Antonio Pascale scrive romanzi e testi per il cinema e per il teatro ed ha uno stile semplice e accattivante. Possiede anche quelle conoscenze scientifiche che gli permettono di trattare temi complessi, come quelli affrontati in questo libro, senza retorica e preservandoli da derive semplicistiche.

Condivido molte cose che egli argomenta in modo convincente. Innanzitutto l’invito a non criminalizzare l’uso della chimica in agricoltura ma nello stesso tempo ad esercitare un controllo severo per ridurne quanto più possibile l’utilizzo. “In questi anni di rivoluzione verde – scrive – i fertilizzanti e gli antiparassitari ci hanno aiutato a mangiare di più e meglio, ma alcune falde acquifere sono piene di nitrati, qualche ecosistema è danneggiato e stenta a riprendersi”. Per combattere gli abusi e i guasti del sistema non ha senso mettere al bando la chimica, ma “bisogna porre domande sempre più mirate e precise al mondo della ricerca”. E dobbiamo essere sempre pronti a metterci in discussione “per capire se  un errore in un dato sistema è fisiologico e tutto sommato riparabile o, al contrario, sistemico e pericoloso”. Si tratta di avere consapevolezza che ad ogni beneficio corrisponde un rischio. E la scienza deve porci nella condizione di misurare con sempre maggiore precisione i benefici e i rischi di una determinata tecnologia.

Anche sugli Ogm l’autore ha un approccio laico perché considera giustamente sbagliato ridurre il tutto alla contrapposizione naturale/artificiale e alle equazioni naturale/sano e artificiale/dannoso, naturale/bene e artificiale/male, naturale/piccoli agricoltori buoni e artificiale/multinazionali ciniche. E aggiunge: “L’unica cosa davvero naturale è andare avanti, muoversi verso l’infinito, con una maggior coscienza delle buche. Considero saggio  ricordarmi del mito di Icaro, o delle Colonne d’Ercole, ma non posso ignorare che oggi conosco meglio sia le dinamiche del volo sia le regole di una buona navigazione per mari e coste”.

Antonio Pascale insiste nel dire che non dobbiamo avere paura se si accrescono i saperi scientifici e se il mondo si globalizza sempre di più. Gli è infatti chiaro da dove veniamo: “La grande civiltà contadina è stata il primo vero fenomeno globale. Di sicuro se mio nonno, contadino di mestiere, fosse andato cinquant’anni fa tra i contadini messicani, pur non conoscendo la lingua, non avrebbe avuto nessuna difficoltà  ad adattarsi”.

La lettura è piacevole perché oltre alle puntuali annotazioni scientifiche su alcuni prodotti tipici in via di estinzione e che potrebbero, invece, salvarsi proprio grazie alle biotecnologie, come il Pomodoro San Marzano, il Melo della Valle d’Aosta e il Riso Carnaroli, e su prodotti nuovi come il “Golden Rice”, il libro è cosparso di citazioni di Dante, Leopardi, Pasternak e di note biografiche e aneddoti di scienziati, come Darwin e Newton. E’ un tentativo riuscito di narrare le scoperte scientifiche, in un ambito che coinvolge l’uomo nella sua interezza, come quello delle biotecnologie, rifuggendo da una lettura che si ferma sulla soglia della mera sfera mitologica e della trama simbolica.

Avrei preferito che l’autore non aprisse una polemica diretta con Citati, Fo, Grillo, Rifkin, Capanna, Petrini e Vandana Shiva, accusandoli di aver contribuito a cospargere a piene mani semplificazioni antiscientifiche sui temi dell’alimentazione. L’approccio laico del suo discorso sarebbe stato forse più coerente se non avesse puntato a demolire la credibilità di chi la pensa diversamente e non vuole avvalersi di metodi scientifici nel trattare questi argomenti. Temo che i più, senza neppure leggere il libro,  possano prendere a pretesto lo scontro polemico per discettare sulla stroncatura di Citati o se Capanna debba occuparsi o meno  di Ogm e pochi entrino, invece, nel merito del tema di fondo posto da Antonio Pascale: quale apporto integrato di conoscenza deve venire da discipline diverse, come la genetica, l’agronomia, la chimica, la matematica, la statistica, la biologia, la medicina, la sociologia, la psicologia, la filosofia e le scienze umanistiche per fare in modo che non si ragioni di cibo solo coi simboli e che il sogno dei simboli non generi mostri?

  

29 luglio 2007

Società della conoscenza e agricoltura del futuro

1. Del manifesto di Veltroni, con cui egli si è candidato alla guida del PD, condivido molte cose, ma mi ha colpito in particolare la nettezza con cui ha posto il problema ambientale, legandolo indissolubilmente all’innovazione tecnologica e scientifica ed allo sviluppo.

E’ un approccio non scontato, per più motivi: perché considera l’ambiente la prima priorità, davanti al patto tra le generazioni, la formazione e la sicurezza; perché attribuisce al tema dell’ambiente una valenza di politica generale, informatrice di ogni scelta economica e sociale; perché fa proprio, in modo convinto e non strumentale, l’ambientalismo del Sì, quello propositivo e costruttivo; perché lega la riconversione ambientale all’innovazione, facendo di questa connessione un traino per l’intera economia.

E’ un approccio che ci congiunge con un vasto schieramento progressista a livello internazionale, con la gran parte delle socialdemocrazie europee e coi democratici americani, come Al Gore. E’ un capitolo prioritario di quella rivoluzione liberale da compiere nelle nostre culture politiche tradizionali, coniugando libertà individuale e responsabilità verso noi stessi e gli altri. E’ un approccio che per l’agricoltura costituisce una sfida di enorme portata e consente di affrontare i suoi problemi nella loro complessità.

2. Attualmente, la modernizzazione ecologica è orientata in modo prevalente verso lo sviluppo di fonti biologiche di energie rinnovabili e di fonti energetiche alternative. C’è qui un vasto campo di iniziativa. Dai grandi impianti industriali alimentati da materie prime biologiche all’utilizzazione di biomasse da filiera corta, alla trasformazione dei reflui zootecnici in biogas, allo sviluppo di impianti di microgeneratori diffusi sul territorio. Mentre l’utilizzo dei biocarburanti appare giustificato dal lato ambientale, sulla base della riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra e quindi del minor costo sostenuto dalla collettività per il loro abbattimento, la produzione della materia prima destinata alla trasformazione in bioetanolo e biodiesel può avere effetti ambientali negativi che vanno valutati attentamente, dalla compattazione dei terreni alla perdita di biodiversità..

La modernizzazione ecologica pone, tuttavia, ai sistemi agricoli problemi più ampi, come la gestione razionale dell’acqua, l’adozione di pratiche agronomiche che riducono l’erosione del suolo, il contenimento dell’uso di fertilizzanti e pesticidi. A tale proposito la scienza ci dice che ci sono due modalità per ridurre la chimica nelle produzioni: la prima è la diffusione di pratiche agricole estensive, a partire dall’agricoltura biologica, che però richiederebbe per soddisfare bisogni alimentari crescenti a livello mondiale un allargamento delle superfici coltivate a discapito degli ecosistemi naturali; la seconda è l’introduzione di nuove varietà geneticamente modificate, che sostituendo la chimica permettono di mantenere intensivi i sistemi agricoli e nonostante questo di renderli sostenibili. Ma questa seconda soluzione, che Francesco Salamini ed altri studiosi di fama internazionale considerano la più valida per ridurre l’uso di prodotti chimici e i consumi idrici a fini irrigui, può agire in modo complementare alla prima, sebbene richieda di affinare i controlli per evitare il rischio di una riduzione della biodiversità.

Ecco il ruolo determinante della ricerca e della sperimentazione nel dare le risposte ad una domanda di ulteriore ampliamento delle coltivazioni e degli allevamenti condotti con metodo biologico. Senza assolutamente abbandonare l’attività di ricerca e quella sperimentale nel settore delle biotecnologie applicate agli alimenti, nella consapevolezza che dobbiamo accollarci la fatica – una funzione che deve svolgere la politica - di nuove modalità di rapporto tra il mondo della scienza e della produzione e la società.

La scienza, come suggerisce John Ziman, è infatti entrata in una fase nuova: non sono più nette le distinzioni tra scienza e tecnologia, tra ricerca pura e applicata; sono diventate molto forti le implicazioni etiche delle scoperte scientifiche. Fino allo sbarco sulla Luna la gente credeva agli scienziati sulla parola. Non è più così. Anche i medici, i fisici e i matematici devono rendere conto di quello che fanno. Bisogna raccontare la scienza e saperlo fare. Il consenso sociale non si può eludere, in nessuna parte del mondo.

3. La modernizzazione ecologica è strettamente legata alle innovazioni che riguardano il cibo. La salubrità, la qualità legata all’origine, la varietà dei requisiti nutrizionali e salutistici e la rintracciabilità degli alimenti potranno essere garantite con la genetica e la genomica, le nanotecnologie e le tecnologie informatiche. E queste stesse innovazioni servono anche per dotare di un’organizzazione modulare i sistemi agroalimentari, in grado di rispondere ad una domanda di cibo “su misura” dell’atteggiamento e dell’attitudine del consumatore.

E’ evidente che tutto questo non si può ottenere, come scrive Mario Campli, con le contrapposizioni pregiudiziali tra chi vuole imporre una strategia aggressiva di diffusione delle varietà transgeniche e chi non vuole nemmeno sentir parlare di OGM; tra chi guarda all’alimentazione solo dalla visuale dell’origine territoriale e chi è interessato solo agli aspetti sanitari del cibo. Ci vuole uno sforzo comune per ricondurre i diversi interessi, le diverse sensibilità a farsi carico di una gestione equilibrata del rischio, che però si può conseguire solo con la partecipazione democratica alle scelte, con un dibattito pubblico aperto senza incrinature ideologiche, con una visione globale dei problemi scevra da provincialismi.

Bisogna praticare anche qui un ambientalismo del Sì. Non solo per la TAV e i termovalorizzatori, anche per gli Ogm occorre mettere bene in luce vantaggi e rischi e decidere una volta per tutte per il bene collettivo. Non possiamo, da una parte, continuare a consumare sbadatamente prodotti avvelenati, a rilasciare nel suolo una quantità sconsiderata di residui chimici e a non ridurre l’uso irriguo dell’acqua e, dall’altra, pretendere che le nuove tecnologie in grado di affrontare la tutela della salute e dell’ambiente siano a rischio zero.

Del resto “società della conoscenza” significa anche rispettare il diritto dei cittadini di ricevere una informazione corretta ed esaustiva dei dati scientifici, senza semplificazioni propagandistiche; promuovere nel modo più ampio possibile il dialogo tra comunità scientifica e società; dare il giusto peso a tutte le componenti della conoscenza, quella scientifica, manageriale, tacita, locale, tradizionale, ecc; decidere consapevolmente come affrontare i problemi del nostro tempo.

4. La modernizzazione ecologica deve far leva su di una conoscenza scientifica fortemente interdisciplinare. Lo sviluppo tecnologico deve potersi intrecciare con percorsi innovativi di valorizzazione del paesaggio, nella nuova accezione europea, non più legata agli aspetti estetici, ma espressione del patrimonio naturale e culturale e dell’identità del territorio, che reclama nuovi approcci all’urbanistica e al governo del territorio, come non si stanca di ripetere Giovanni Li Volti; di inclusione sociale nelle aree rurali, sperimentando nuovi modelli di welfare locale e di imprese sociali in ambito agricolo ampiamente indagati da Francesco Di Iacovo e Saverio Senni; di complementarietà tra aree rurali ed aree agricole periurbane e metropolitane, percorsi indagati recentemente da Roberto Finuola, Giovanni Cafiero e Filippo Lucatello.

Nello stesso tempo, la modernizzazione ecologica non deve basarsi soltanto sulla conoscenza scientifica, quella degli esperti. Altrimenti diventa inevitabile – come avverte acutamente Maria Fonte - che anche nell’era post-industriale che viviamo, sarà ancora una volta l‘industria a guidare la modernizzazione ecologica, come avvenne nella fase della modernizzazione industriale. E le aree rurali non avranno altro ruolo che fornire risorse naturali, in modo subalterno.

Competitività / multifunzionaltà è un nuovo dualismo che può nascere da questa concezione elitaria e tecnocratica della modernizzazione ecologica. L’agricoltura multifunzionale, cioè quella che fornisce servizi culturali, sociali, terapeutici, paesaggistici, ricreativi, ecc., non va vista in contrapposizione con l’agricoltura competitiva, cioè quella che produce beni alimentari e no food, bensì come una sua modalità competitiva. E questo non solo perché l’agricoltura di servizio va svolta necessariamente in modo integrato con quella produttiva se vuole rimanere autentica e risultare efficace, ma soprattutto perché entrambe devono essere inserite in processi di sviluppo locale.

E’ dunque necessario che la ricerca da sviluppare nei poli tecnico-scientifici di eccellenza e nelle università, nonché l’individuazione e la diffusione delle nuove tecnologie, si incrocino con la conoscenza locale nel definire gli obiettivi della sostenibilità. I percorsi di sviluppo rurale - se costruiti correttamente e in modo partecipato nei territori – possono aiutare questo processo di integrazione delle conoscenze, come suggeriscono da tempo Francesco Mantino, Enrico Arcuri, Marisa Paradisi ed altri ricercatori. Evitando le contrapposizioni, le separatezze, l’incomunicabilità, la dispersione. E facendo emergere invece talento, competenze, infrastrutture, valutazione e gestione.

Si tratta di interpretare la conoscenza come una filiera, i cui fattori sono l’alta formazione, la ricerca, l’innovazione, l’istruzione (a partire dagli istituti tecnici agrari), i saperi locali, le tradizioni, le diverse forme della competitività territoriale, i processi che li attivano e li legano. La filiera della conoscenza è generata da politiche integrate, settoriali e territoriali, che si realizzano contestualmente al centro e nei territori. E’ mossa dalle competenze, ma soprattutto dall’entusiasmo, dalla creatività e dalla dinamicità dei giovani.

5. I programmi europei possono sostenere una connessione tra ricerca scientifica e territori. E’ vero che il 95 % della spesa europea in ricerca è deciso a livello nazionale e solo il 5 % è programmato a Bruxelles in sede comune. Ma la Commissione ha proposto uno stanziamento per il periodo 2007-2013 di 50.521 milioni di euro. Una somma non irrilevante. Inoltre, il 7° Programma quadro comunitario rispetto a quelli precedenti rafforza le cooperazioni con le imprese mediante le iniziative tecnologiche congiunte, semplifica le procedure e introduce l’attuazione del programma per temi e non più per strumenti.

Per accedere ai bandi comunitari va, pertanto, intensificato l’impegno del governo Prodi volto a completare e rafforzare rapidamente le reti nazionali che si vanno costruendo: la rete dei 10 Istituti Zooprofilattici, che non fanno solo laboratorio e diagnostica, ma anche un’importante attività di ricerca e sperimentazione rivolta alla sicurezza alimentare, al benessere animale e alla tutela della biodiversità; la riorganizzazione del CRA e i rapporti che l’ente sta attivando con altre istituzioni di ricerca e con le università, mediante la partecipazione di questi giorni alla definizione del suo programma triennale; le nuove iniziative dell’INEA e l’intesa tra INEA, CRA e Regioni; il Consorzio per la ricerca sulla qualità e la sicurezza degli alimenti, da aprire anche alla Fondazione per la ricerca riguardante le produzioni biologiche.

Accanto alle reti nazionali sono indispensabili i partenariati publico-privati, le reti di competenza a livello regionale, in cui devono poter partecipare attivamente non solo le istituzioni scientifiche, ma anche le imprese con le proprie organizzazioni di rappresentanza, le organizzazioni sindacali, le associazioni dei consumatori, gli enti locali e funzionali, le fondazioni, le banche, i centri di produzione culturale disseminati sul territorio.

Si tratta di attivare organizzazioni cerniera per ridurre le barriere tra i diversi fattori della conoscenza, raccogliere la domanda di innovazione, convogliare le risorse finanziarie, individuare le sinergie per evitare programmi ripetitivi, organizzare il trasferimento dei risultati, con un approccio fortemente interdisciplinare, capace di affrontare i problemi complessi della società attuale.

Occorre in sostanza agire per collegare ricerca, istruzione, formazione coi nuovi servizi di sviluppo previsti dai Piani di sviluppo rurale delle Regioni; progettare Poli tecnologici e scientifici di eccellenza per fare massa critica; superare il precariato, introducendo il merito e la valutazione e tornando a vedere trentenni di valore che gestiscono la ricerca negli enti, che vanno in cattedra nelle università, che assicurano l’innovazione nelle imprese, che si scambiano questi ruoli e dunque le esperienze; partecipare alle piattaforme tecnologiche europee; promuovere processi di sviluppo fondati sull’export di conoscenze prodotte localmente, nella consapevolezza che nel mondo non si esportano solo prodotti ma anche modelli organizzativi sperimentati sul territori.


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