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Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

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8 agosto 2013

Un libro di memorie per una storia del Pci meridionale. Alfonso Pascale recensisce l'ultimo libro di Piero Di Siena

Il Pci del Mezzogiorno ha manifestato alcuni caratteri specifici nell’evoluzione del “partito nuovo” voluto da Togliatti dopo la caduta del fascismo e, successivamente, ha continuato a coltivare, nel bene e nel male, una sua peculiarità lungo l’intera parabola di quella formazione politica conclusasi con la morte del comunismo reale. Dobbiamo essere grati a Piero Di Siena che - con il suo libro “Nel Pci del Mezzogiorno. Frammenti di storia sul filo della memoria” (Calice Editori, 2013) – fornisce uno dei primi e più significativi contributi alla ricostruzione del comunismo meridionale, individuando alcuni elementi essenziali per tracciare il profilo di quella specificità a partire dal secondo Dopoguerra e, soprattutto, in seguito al “miracolo economico”.


L’A. è stato un dirigente del Pci, dapprima nella sezione universitaria di Bari e, dal 1978 in Basilicata, in qualità di segretario della Federazione di Potenza e poi di segretario regionale.  In gioventù aveva coltivato gli studi storici sull’evoluzione del pensiero di dirigenti e intellettuali comunisti, a partire da Emilio Sereni. E ora, in questo suo ultimo lavoro, riscopre questa sua antica “vocazione” e fornisce un contributo storiografico di notevole spessore.


La forma non è quella autobiografica, né quella della ricostruzione obiettiva delle vicende sulla base di fonti scritte. Si tratta, invece, della raccolta ragionata di alcuni elaborati d’occasione – articoli apparsi su “L’Unità” e “Rinascita” o saggi pubblicati in opere collettanee – che riguardano talune figure emblematiche del Pci meridionale o ad esso vicine, come Michele Mancino, Michele Preziuso, Francesco Laudadio, Nino Calice, Raffaele Giura Longo, Paolo Laguardia, e alcuni snodi cruciali del rapporto tra Pci e Mezzogiorno, come la creazione del centro siderurgico di Taranto e l’emergenza post-terremoto. In appendice è riprodotta la relazione che Di Siena svolse al III congresso regionale del Pci nel 1986, che testimonia anch’essa, in modo nitido, il valore e i limiti della cultura politica e, soprattutto, il vasto campo d’iniziativa del partito in una regione particolare del Mezzogiorno. Il tutto è sorretto da un’ampia introduzione in cui l’A. ragiona in modo persuasivo sull’inevitabilità – nella memorialistica politica odierna – di una ricostruzione della memoria come occasione essa stessa per tracciare bilanci storici e pone, altresì, l’esigenza di approfondire “il nesso nuovo da stabilire tra memorialistica e fonti di archivio, scritte e audiovisive”, invitando gli storici di professione a riformulare “lo stesso statuto epistemologico della ricerca storica e il suo rapporto con le fonti”. Se altre personalità, che hanno svolto funzioni dirigenti nel Pci e, in generale, nella sinistra del Mezzogiorno, seguissero l’esempio di Di Siena, si potrebbe pervenire ad un mosaico di straordinario valore per rielaborare criticamente la vicenda storica delle formazioni politiche della sinistra meridionale, interrompendo l’infruttuoso e avvilente stillicidio di novità, che pretendono di affermarsi mediante solamente cesure e rimozioni, e dotandoci di strumenti culturali più efficaci per tentare proficuamente vie d’uscita dalla crisi morale, economica, politica e istituzionale.


L’A. parte dall’assunto che il Pci – anche nel Mezzogiorno – ha rappresentato un’originale evoluzione del partito di classe, nel senso che esso si costituisce entro un esplicito rapporto tra classi sociali diverse attraverso l’esercizio di una funzione egemonica di una classe sulle altre”. Il Pci sarebbe stato lo strumento per realizzare il “blocco storico” di cui parlava Gramsci. E dunque la sua ascesa e il suo declino non sarebbero dipesi solo dalla capacità di svolgere una funzione nazionale nel quadro dei mutevoli rapporti internazionali, ma anche di costituire la forma politica organizzata di blocchi sociali costituiti da classi che nascono e si esauriscono continuamente. In tale quadro concettuale si spiegherebbero sia il carattere di massa - sebbene a macchia di leopardo - del Pci come strumento ed espressione del ruolo egemonico assunto dai contadini nell’immediato Dopoguerra, sia la progressiva incapacità di quel partito di ricostituire nuovi “blocchi storici” quando quello iniziale, a seguito del “miracolo economico”, si sfalda.


Si tratta, a mio modo di vedere, di una rappresentazione molto parziale del conflitto sociale e politico che si è sviluppato nel Mezzogiorno; rappresentazione che andrebbe discussa e ridefinita in una dimensione di lunga durata, partendo almeno dall’Unità d’Italia e ripercorrendo criticamente il tormentato rapporto tra società civile delle campagne, sistema politico, Stato e mercato. Per la particolare conformazione e articolazione del capitalismo italiano, specie nel Mezzogiorno le contrapposizioni di interessi hanno riguardato solo marginalmente il conflitto tra capitale e lavoro. Qui più che altrove la costruzione dei partiti di massa è avvenuta sulla base di distinti ma convergenti progetti di educazione alla democrazia, che hanno dapprima promosso una nuova società civile e che dopo non hanno saputo o voluto liberarla e farla crescere autonomamente, invischiandola così in rapporti deleteri con le istituzioni. I partiti di massa e, soprattutto, il Pci dove si era dotato di gruppi dirigenti capaci, hanno svolto nei primi anni di vita della Repubblica, e almeno fino alla nascita delle Regioni, una primaria funzione di ricostituzione in forme moderne di comunità locali e di legami sociali solidali, come premessa fondamentale per la democratizzazione delle istituzioni. Ma poi, qui più che altrove si è passati direttamente da un’economia prevalentemente contadina ad una potenziale economia della conoscenza, indotta dai progressi in campo educativo e dall’affermarsi in modo diffuso del sapere, come fattore dominante che permea di sé il processo produttivo di beni e servizi. Qui più che altrove si è, in altre parole, saltata la fase del capitalismo fordista per ragioni che attengono non a presunti ritardi – come si è voluto pervicacemente continuare a credere - ma a peculiari tratti della nostra vicenda civile di lunga durata,  nonostante i costosissimi, lunghi, inconcludenti e un po’ patetici sforzi per favorirne il suo insediamento diffuso.


Quanto è avvenuto si poteva già intravedere nella fase della “grande trasformazione” e del “boom economico” e non è stato colpevolmente intravisto? Ecco una domanda che potrebbe condurci forse alle radici dei ritardi e della lunga crisi politica e sociale che si è aperta negli anni Settanta del secolo scorso e che non si è più riusciti a farvi fronte.


Il libro di Di Siena ha il merito di avviare la riflessione su temi che sembrano antichi ma sono, in realtà,  di scottante attualità. Alla sinistra del Mezzogiorno manca un progetto dello stesso spessore di quello elaborato dal “partito nuovo” di Togliatti: un progetto politico ispirato dagli eterni valori della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità civile, cioè aperta e universalistica, e dalle nuove domande di senso, capace di selezionare nella società le forze interessate a farsene interpreti e potenzialmente in grado di assumere una funzione egemone nel processo di cambiamento. Ma se non svolgiamo questo lavoro di scavo nel nostro vissuto personale e collettivo, a cui ci invita Di Siena, non riusciremo mai ad elaborarlo e soprattutto a farci intendere dalle forze disponibili a cambiare lo stato di cose esistente.


12 maggio 2011

Un articolo di Alfonso Pascale: "La profezia di Rossi-Doria in una lettera a Nuto Revelli

La modernizzazione dell’Italia avvenne tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso producendo un doloroso e intenso processo di spopolamento delle campagne. In pochi anni circa tre milioni di persone cambiarono residenza. Questa storia è stata recentemente raccontata da Sandro Rinauro nel documentato volume “Il cammino della speranza: l’emigrazione clandestina degli italiani nel secondo dopoguerra” (Einaudi, 2009). Finiva il mondo contadino che aveva retto con le sue regole dal Medio Evo fino alla metà del Novecento, permeando di sé sia gli eventi tragici della storia unitaria che i momenti di tenuta della nazione, dalla Grande Guerra alla costruzione dell’Italia repubblicana. E nasceva l’agricoltura moderna; quella che vediamo, taciturna e ferace, percorrendo l’autostrada o affacciandoci al finestrino del treno che attraversa la penisola.

Quella svolta epocale avvenne senza un governo o una qualche forma di accompagnamento per renderla meno traumatica. Così avrebbe annotato Nuto Revelli, a metà degli anni Settanta, nella prefazione al “Mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina” (Einaudi, 1977), con riferimento a quanto era accaduto nel cuneese: “E’ il terremoto dell’industrializzazione che negli anni Sessanta ha sconvolto irrimediabilmente la campagna (…). Tutti i problemi di allora si sono poi risolti da soli, con l’esodo che si è trasformato in valanga”. Nell’opera sono raccolte centinaia di lunghe interviste che testimoniano il profondo disagio di quel passaggio della nostra vita nazionale. Il dramma dell’esodo degli emigranti dalle regioni interne del meridione alle aree ricche d’Europa è raccontato anche dalle inchieste sociali di Giovanni Russo, che nel 1964 pubblicò per i tipi di Laterza il saggio “Chi ha più santi in paradiso”.

 Lo studioso meridionalista Manlio Rossi-Doria si sforzò, in quella fase, di far comprendere all’opinione pubblica italiana quanto lo svuotamento delle campagne meridionali fosse già scritto nel processo di modernizzazione e che sarebbe stato illusorio pensare di scansare quell’evento doloroso. Senza una riduzione degli addetti non sarebbe stato possibile ottenere una crescita della produttività in agricoltura e un innalzamento dei redditi agricoli. Tuttavia, egli si rendeva conto che mentre l’emigrazione dalle zone ad agricoltura intensiva aveva prodotto benefici evidenti, lo spopolamento delle zone interne era stato traumatico perché aveva procurato un’accentuazione dei divari, che solo una politica di programmazione globale avrebbe potuto attutire. Di qui il suo impegno nell’ideare una metodologia di analisi economica fondata sulla zonizzazione dell’agricoltura da porre a base della programmazione economica. Una bella e completa biografia dello studioso, in cui si parla di questi argomenti, è stata appena data alle stampe da Simone Misiani (“Manlio Rossi-Doria. Un riformatore del Novecento”, Rubbettino, 2010).

L’economista di Portici volle leggere l’emigrazione in positivo, invitando il mondo politico dell’epoca a trovare soluzioni innovative al problema come elemento qualificante di un disegno di sviluppo delle zone interne. Sicché, in un convegno organizzato a Torino dalla giovane Fondazione Einaudi, agli inizi degli anni Sessanta, per iniziativa di Francesco Compagna e Franco Venturi, Rossi-Doria propose al centrosinistra una politica di assistenza agli emigrati-operai che popolavano il triangolo industriale, individuandoli come i soggetti sociali che avrebbero potuto guidare nel Mezzogiorno il processo di crescita economica e civile delle aree depresse. A conforto della sua impostazione riprese le suggestioni del programma di sostegno per il ritorno degli emigranti elaborato nel 1910 da Leopoldo Franchetti e Pasquale Villari e lo aggiornò alla condizione dell’Italia del benessere. Diede così veste di sistematicità ad un progetto pilota per il ritorno degli emigrati qualificati come volano di sviluppo nelle aree in ritardo.

Ma tale impegno da parte dello studioso non suscitò interesse né a sinistra né nel mondo cattolico. Invano nel 1971, in occasione del convegno svoltosi a Potenza sul tema “Emigrazione e sviluppo delle zone interne”, organizzato dalla Chiesa locale, egli annunciò una ricerca del Centro di Portici con cui veniva avviato un censimento degli emigranti nei comuni di origine. L’indagine conoscitiva modificava radicalmente la metodologia fino ad allora adoperata. Spostava, infatti, il censimento dai luoghi di arrivo a quelli di partenza. Questa impostazione forniva elementi fondamentali per una conoscenza  del fenomeno migratorio e avrebbe potuto dare, nell’idea rossidoriana, un ritorno operativo. In sostanza, la raccolta di tali dati avrebbe reso possibile programmare un rientro degli emigrati nelle zone particolarmente segnate dal fenomeno migratorio. Le indagini si svolsero in Alta Irpinia e nella Sicilia interna, in collaborazione con il Formez, e i risultati vennero pubblicati nel 1978.

La ricerca condotta da un gruppo di studiosi guidato da Rossi-Doria  suscitò l’indignazione di Nuto Revelli che espresse allo studioso, suo amico, questo suo sentimento in una lettera con la quale gli annunciava di voler studiare in futuro i matrimoni tra i contadini del Nord e le donne emigranti del Sud nel cuneese. Un’esperienza che avrebbe poi raccolto nel volume “L’anello forte. La donna: storie di vita contadina” (Einaudi, 1985). “E’ la realtà sociale delle campagne che sta cambiando tra l’indifferenza di tutti” scrisse lo scrittore piemontese a Rossi-Doria . “Far parlare questa gente, scoprire queste due Italie povere che si incontrano, questo il mio interesse di oggi”.

A queste considerazioni seguì una risposta dello studioso di Portici in cui invitò lo scrittore ad avere fiducia nei segnali di rivitalizzazione del mondo rurale, attraverso un processo di ricostruzione dell’agricoltura contadina nel quadro di un’economia mista agricolo-industriale-decentrata anche attraverso le opportunità dell’avvio delle misure di sostegno comunitario. Attraverso tale via si sarebbe potuto far rivivere in forme diverse i valori umani e civili di un mondo che solo in apparenza era scomparso. “Oggi – anche se di difficile sviluppo e bisognose di essere sorrette da un vigoroso slancio civile – tali premesse ci sono. Non bisogna, quindi, disperare. C’è nell’aria e nelle cose, e c’è particolarmente in molti giovani, qualcosa che giunge in questa direzione. Fino all’ultimo fiato persone come te e me sono tenute a dare sostanza a questo che a molti appare irrealistico disegno. Il tuo lavoro – sia quello precedente sulla guerra sia quello raccolto sul grande esodo – è e sarà essenziale per dar forza ad altri nel lavorare in questa direzione. E’ mia convinzione – e oggetto di fantasiose costruzioni mentali – che tra gli esiliati all’estero o nelle grandi città dell’industrializzazione selvaggia e caotica, la nostalgia oscura di quello che hanno perduto  possa – non dico in tutti, ma in molti – trasformarsi in interessamento e fors’anche in partecipazione a razionali processi di riordino, di rimessa e di sviluppo delle contrade, nelle quali hanno ancora il cuore e le radici. Mi chiedo, quindi, per il tuo Piemonte – come per la mia Irpinia e Lucania o Calabria – se non si possa andare tra coloro che sono partiti, per rilegarli tra loro in associazioni aperte ai problemi delle valli e degli altipiani dove sono nati. Sarebbe questo lo sbocco al quale - anche se non hai voluto confessarlo a te stesso – hai sempre pensato”.

Quell’appello di Rossi-Doria, ripetuto più volte in quel periodo nelle sedi più svariate, non venne raccolto né dalla politica né dai sindacati. Nessuno andò tra gli emigrati “per rilegarli tra loro in associazioni aperte ai problemi delle valli e degli altopiani dove erano nati”. E, tuttavia, quell’appello aveva un sapore profetico perché proprio in quegli anni si avviava quel lento processo spontaneo di trasferimento di tante persone dalle città nelle aree periurbane e nei territori rurali, soprattutto giovani e donne, che avrebbero ricostruito su basi nuove l’agricoltura contadina, riproducendone le virtù civiche: cultura del dono nella reciprocità e senso profondo dei legami comunitari. Un fenomeno esteso e vivace che nessuno ha voluto e vuole vedere e che andava e andrebbe solo accompagnato. 

 

17 aprile 2007

In Cina la barca vorrebbe affondare l'acqua



Due giornalisti cinesi, Chen Guidi e Wu Chuntao, hanno visitato per tre anni consecutivi oltre cinquanta villaggi lungo tutta la provincia dello Anhui ed hanno intervistato migliaia di contadini. Al termine del lavoro hanno scritto un’inchiesta sulle disuguaglianze che affliggono 900 milioni di contadini cinesi, il 40 per cento di tutti i contadini del pianeta.
Il reportage ha avuto una risonanza notevole perché ha posto in risalto la dura realtà della Cina rurale; una situazione drammatica che costituisce la principale questione che quel paese deve oggi affrontare e che gli autori hanno riassunto nella formula delle “tre agri”: il problema dell’agricoltura, il problema delle aree rurali e il problema degli agricoltori.
Il libro ha venduto più di 150 mila copie prima che improvvisamente, nel marzo del 2004, le autorità lo portassero via dagli scaffali delle librerie. Da quel momento è stato possibile trovarlo solo in edizioni pirata lungo le strade. Così, nonostante la censura, sono state vendute in ogni parte della Cina 8 milioni di copie. Ora il libro è stato tradotto in italiano con il titolo “Può la barca affondare l’acqua?” che allude ad un motto dell’imperatore Taizong: “L’acqua sostiene la barca; l’acqua può anche affondare la barca”. Ebbene, quando parlava dell’acqua, l’imperatore si riferiva ai contadini. Più di mille anni fa, Taizong capiva infatti la loro importanza. Ma oggi i governanti cinesi pensano che la barca possa fare a meno dell’acqua.
Nella Cina di oggi si è allargata la distanza tra ricchi e poveri “Dinanzi alle descrizioni ottimistiche e ammirate del «miracolo cinese» questo libro richiama bruscamente alla realtà” ha scritto nella prefazione Federico Rampini, corrispondente a Pechino de “La Repubblica” e autore di saggi importanti sulla straordinarietà dello sviluppo impetuoso di paesi come la Cina e l’India.
Nella Cina di oggi la distanza tra ricchi e poveri è più ampia di quella che si registra negli Stati Uniti di Bush e nella Russia di Putin. Le testimonianze raccolte compongono, infatti, una sorta di lamento corale di un esercito di afflitti e di disperati. E il filo conduttore che lega le sofferenze descritte è l’estorsione sistematica di imposte e balzelli fiscali – spesso pretesi in modo illegale – da parte di una classe dirigente locale dispotica e cinica. Sembrano le immagini di un paese dove il regime feudale non è mai stato scardinato. Ma non è così: in Cina si è compiuta la rivoluzione comunista all’insegna dell’egualitarismo; si è dato luogo all’eliminazione fisica dei proprietari terrieri, alla collettivizzazione dell’agricoltura, all’esperienza delle comuni. Ma la sbornia ideologica di egualitarismo maoista ha paradossalmente prodotto un individualismo spietato dai connotati razzisti. Sicché ai mandarini di un tempo sono subentrati i capi locali del partito comunista che in molte regioni povere agiscono come veri e propri boss mafiosi con la copertura omertosa di ogni autorità dello Stato, dalla magistratura alla polizia. Ancora oggi si chiamano contee le cento Cine in cui è decentrato il potere statale e contro le autorità locali continuano a scoppiare innumerevoli rivolte contadine soffocate sul nascere né più né meno come nel passato.
Nel libro si dà conto della vasta rete di attivisti, nata per tutelare i diritti civili nelle campagne, ma questo commovente tessuto di solidarietà non ha nulla a che vedere con un movimento organizzato. Le proteste che si manifestano nelle campagne sono sistematicamente sedate con violenze arbitrarie ed infami ricatti. Le Chinatown diffuse in ogni parte del mondo ora sorgono in Cina Fuggendo verso le città i contadini cinesi non trovano affatto un modo per uscire dallo stato di soggezione perché restano privi dei diritti di cui godono i residenti urbani, come l’assistenza sanitaria e la scuola per i figli. In realtà vengono considerati dai ceti medioalti che vivono nelle città come dei nuovi barbari. Stanno sorgendo all’interno del paese più Chinatown di quelle sparse per il mondo, ma con un tasso di conflittualità tra locali e immigrati pari a quello che si manifestò a San Francisco quando a metà ‘800 sorsero i primi nuclei del “quartiere cinese”.
Gli esecrandi episodi di xenofobia contro la comunità cinese a Milano ha giustamente suscitato l’immediata reazione di forze politiche e sociali e dello stesso ambasciatore della Repubblica popolare. Ma agli atti di teppismo contro i contadini che addensano le periferie delle megalopoli cinesi non reagisce nessuno.
E' urgente la proprietà della terra ai contadini La Cina avrebbe bisogno di una vera riforma agraria, che permetta a milioni di contadini di accedere alla proprietà della terra, come base su cui avviare un processo di democratizzazione del paese. Ma purtroppo tra le tante misure ultimamente annunciate dal presidente Hu Jintao e dal premier Wen Jiabao per riconquistare il consenso sociale, ormai dissoltosi nelle aree più arretrate, quella che è finora mancata è proprio la riforma del regime di proprietà terriera nelle campagne. E’ infatti la collettivizzazione delle terre la causa scatenante della ribellione contadina perché costringe le famiglie agricole a subire le angherie delle autorità locali. Come per le democrazie occidentali proprietà diffusa della terra e ordinamento democratico sono state due facce della stessa medaglia, così per uno sviluppo equilibrato della Cina la prima misura che potrebbe avviare una stagione di diritti individuali e coniugare finalmente crescita economica e giustizia sociale è la distribuzione della terra ai contadini per farne dei proprietari. E’ evidente che questa nuova condizione per milioni e milioni di cittadini significherebbe la fine della sudditanza, la nascita di raggruppamenti politici in competizione per il potere e l'avvento della democrazia.
Ma a questo si oppongono in modo virulento i poteri oligarchici che intendono conservare i propri privilegi. E il governo di Pechino all’alternativa tra rimettere in discussione il monopolio del partito unico o consentire che continuino a dilagare la corruzione e la prepotenza si ostina a rifiutare la prima opzione. Non solo. Per impedire che questa alternativa diventi dialettica politica tra forze che potrebbero organizzarsi liberamente si ricorre senza ritegno alla censura. Si impedisce che la gente che vive in città possa essere informata su quanto accade nelle campagne. Ma fortunatamente Chen e Wu hanno deciso di non piegarsi alle minacce e alle persecuzioni e stanno scrivendo il seguito della loro inchiesta.

Chen Guidi, Wu Chuntao, “Può la barca affondare l’acqua? Vita dei contadini cinesi”, Marsilio Editori, 2007, pagg. 240, Euro 15

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