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che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

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28 settembre 2013

Mario Campli: l'agricoltura non è un mondo a parte. A proposito di un libro di Alfonso Pascale


Mi auguro che questo libro possa dare un piccolo contributo a chiunque voglia guardare al futuro con più consapevolezza, continuando a coltivare ragionevoli speranze”.


Così conclude, Alfonso Pascale, la Introduzione al suo Radici & Gemme.


Il libro di Alfonso Pascale, può essere letto da tanti lettori (ed io me lo auguro fortemente) e con diversi approcci e aspettative: per farsi una conoscenza di massima,  e nello stesso tempo accurata, della partecipazione (o del coinvolgimento) del cosiddetto “mondo agricolo” (economia e società, persone e sviluppi storici, tecnologici e politici) alla storia e alla vita di questo paese; per ricostruire, attraverso la lettura dell’evoluzione delle dinamiche  sociali, economiche, politiche,  il percorso della progressiva contaminazione di un “settore” della economia e della società (una volta, definito “primario”; quando l’industria veniva definita “secondario” e tutto  il resto, “terziario”)  che da “autonomo”, via via, si è ritrovato interconnesso e contaminato a tutti i livelli. Oppure ci si può accostare al bel volume di Pascale per amore della terra e/o  per stanchezza del vivere nei tessuti urbani; per “saperne di più”; ecc. ecc.


Io (che di questa realtà ne ho una qualche consapevolezza per la compartecipazione alla vita, ad una famiglia e alle attività agricole nella mia tenera età e successivamente per la lunga professione di dirigente nelle organizzazioni di rappresentanza in Italia e nella Unione Europea) prediligo il secondo approccio.

Di più: credo che il valore, oggi,  di questa importante  fatica  di Alfonso Pascale  stia proprio nel prendere per mano il lettore (soprattutto i giovani e, in generale, i contemporanei) e fargli scoprire che quel mondo non è un mondo a parte. E, in un certo senso, non lo è mai stato.

Quello di pensare  l’agricoltura, il rurale, le campagne, gli agricoltori, un “mondo a parte”  (a volte con distacco altezzoso – tempo fa, altre volte con appassionata “amorevolezza” - di recente) è una manifestazione di inadeguatezza culturale e/o di ritornante fuga dall’esigenza di governo della complessità di una società.  Soprattutto ora, nel mezzo di una globalizzazione contraddittoria e non governata, ma reale e non aggirabile.

Faccio di questa lettura la più urgente lettura, non solo perché “oggi tutti i prodotti che troviamo sia al mercato sia sui banchi di un supermercato, negli orti come nelle colture intensive, sono ottenuti dall’ innovazione. Questo vuol dire che necessitano delle competenze di agronomi, patologi, entomologi….Senza scambio di sapere non si ottiene nulla”  (come ben afferma un altro Pascale, Antonio, nel suo: Pane e Pace - il cibo, il progresso, il sapere nostalgico, Chiarelettere editore, 2012).

 

Considero, questo,  il contributo più significativo del lavoro di Alfonso Pascale, in quanto proprio oggi  “nostalgici ritorni” – indotti  da normalissime  esigenze di sanità e qualità degli alimenti, certe, sicure e controllate,  spesso confondono le menti di tanti cittadini e cittadine. Spingendoli a pensare e dire: “una volta non era così”, “una volta tutto era genuino e sano”. Non è vero.


Il lavoro di Pascale  (anche con  l’ausilio della ottima “Guida bibliografica”, che – lo ricordo ai lettori – sostituisce la cosiddetta bibliografia;  è uno stile  diplomatico dell’autore per dirci:  alla base di questa, inevitabilmente veloce, galoppata ci sono a disposizione studi e ricerche puntuali per approfondire) ci dimostra che anche quando la separatezza del mondo/settore agricolo sembrava  “indiscutibile”, essa era espressione non del settore/mondo in quanto tale, ma di un assetto della società complessiva, pensata e governata (e perciò, vissuta) come “mondi” separati. I conflitti sociali e la organizzazione del potere, infatti, si incaricavano di collegare  e tenere in ordine mondi che apparivano distanti o separati. C’erano  anche “agenzie speciali” (ad esempio, ma non solo, la religione e le chiese) che si incaricavano della omogeneizzazione dell’ordine e del sistema, organizzati  per compartimenti, riconducendo il tutto ad un unicum del potere costituito; anche attraverso la elaborazione di ben finalizzate dottrine generali (il diritto naturale, la teologia della volontà di Dio e dell’ordine, ecc.).


L’andamento della ricerca di Pascale  ha, dunque, questo filo rosso conduttore: un mondo creduto ( e “persino” credutosi) a parte, si presenta  come mondo sempre intrecciato con la grande  società, sempre “vitale”, anche nelle sue specifiche inadeguatezze, anche con le transitorie “assenze” che rinviavano e rinviano (e questo vale anche per lo studioso che si accosta alle fonti) ad assetti e complessi storico-sociali generali.


Stiamo parlando, ovviamente, della storia moderna.


Scrive Pascale a margine della conferenza economica della Confcoltivatori: “i limiti della conferenza economica andrebbero ricercati nell’analisi ancora parziale delle modificazioni che si erano prodotte nell’economia e nella società e che avevano trasformato i rapporti tra città e campagne. Erano, infatti, cambiati in modo vistoso i comportamenti degli agricoltori e deisoggetti rurali che ormai non si distinguevano più dagli altri soggetti degli ambienti urbani. (…) il cambiamento più profondo avrebbe meritato un’analisi più accurata per individuare con maggiore precisione i soggetti e la molteplicità di relazioni e integrazioni che si stavano producendo” (p. 268).


E non si tratta, da parte dell’autore, di una notazione en passant.


E’ tutta la impostazione del lavoro che è situata in questa consapevolezza, a cominciare dal sottotitolo, dove l’autore usa la terminologia e la configurazione socio-economica di “società civile”, per indagare lo stato e l’evoluzione degli assetti  sociali, le dinamiche  delle sue componenti e le interrelazioni. Non ricorre, per essere più espliciti, alla consunta terminologia di “categoria” o ad altre similari.


D’altra parte, se i protagonisti principali dell’agricoltura sono gli agricoltori e le agricoltrici, essa (l’agricoltura) appartiene alla società e  vive nelle articolazioni di società complesse.


Su questa “evidente” appartenenza dovranno essere impostati sempre di più i vari  “negoziati” tra i protagonisti dell’agricoltura e la società, a partire da quella Politica agricola comune che ancora oggi necessita di una reimpostazione integrale e integrata.


Sono certo che la lettura di questo libro può contribuire a  coltivare quelle ragionevoli speranze di cui parla Alfonso Pascale, a cui faccio i migliori complimenti per questa sua impegnativa e meditata ricerca. E complimenti anche a Cavinato editore, per il coraggio civile che ha manifestato dando alle stampe un libro che si rivela importante nell’editoria di studi e ricerche collegate al cosiddetto “mondo agricolo”. Di queste Gemme abbiamo bisogno, per riscoprire  con più consapevolezze anche le Radici.

 

Mario Campli

(Consigliere del Comitato Economico e Sociale Europeo)


Alfonso Pascale, Radici & Gemme. La società civile delle campagne dall'Unità ad oggi, Cavinato Editore International, 2013


21 aprile 2013

Post di Alfonso Pascale: "Il PD, la crisi della rappresentanza e le possibili soluzioni"

E’ la prima volta che l’elezione del presidente della repubblica suscita un così vasto interesse tra i cittadini al punto che i contrasti politici – che ci sono quasi sempre stati nei rinnovi dell'inquilino al Quirinale – dall’aula di Montecitorio questa volta sono tracimati nella piazza. La molla è scattata con la consultazione on line organizzata dal M5S per individuare la propria rosa di candidati. Il nome di Rodotà - eminente giurista con un lungo percorso politico nella sinistra - proposto da Grillo ha trovato consensi non solo in SEL ma anche nella sinistra del PD. Quando il comico ha compreso che il suo candidato univa i suoi, spaccava il centrosinistra e isolava Berlusconi, non gli è sembrato vero usare la proposta come una clava per suscitare disorientamento nella base del PD. E così questa, dapprima, si è ribellata alla candidatura di Marini e, successivamente, ha mostrato profonda delusione per l’iniziativa di cento franchi tiratori volta ad azzoppare quella di Prodi. A corto di proposte risolutive convergenti, i leader di PD-PDL-SC hanno interrotto un percorso accidentato che stava degenerando in un clima conflittuale pesante, facendo rieleggere Napolitano.

E’ difficile comprendere quello che è avvenuto in questi giorni se non si ricostruisce storicamente lo scenario in cui si colloca la crisi della rappresentanza che ha investito il sistema politico.

La nostra repubblica è nata in un contesto politico-culturale fortemente condizionato dal timore di una insufficiente capacità della nostra democrazia di resistere a nuove spinte autoritarie. Un timore indotto dal ricordo vivido del fascismo e dalla presenza del più forte partito comunista d’Occidente.

Le norme costituzionali sull’architettura delle nostre istituzioni riflettono questo clima politico-culturale. La forma di governo prevede, infatti, contrappesi più gravosi del peso rappresentato dal governo e dalla sua leadership: il presidente del consiglio è solo un primus inter pares tra i ministri e, a differenza della maggior parte dei suoi colleghi europei, non può neppure nominare e revocare i ministri, tanto meno sciogliere le Camere; il governo in parlamento è debole, non dispone di alcun potere formale di agenda se non quello che gli deriva dalla decretazione d’urgenza e dalla questione di fiducia, delle quali si fa infatti da sempre largo uso e abuso; l’Italia è l’unica democrazia europea nella quale vige il bicameralismo perfetto; il presidente della repubblica è un potere di controllo sul governo, più forte e penetrante di quello previsto negli altri sistemi parlamentari europei.

La radice di questa connotazione della forma di governo è squisitamente politica. Durante i lavori dell’assemblea costituente, De Gasperi e Togliatti s’incontrarono su una linea di forte convergenza quanto agli obiettivi programmatici della repubblica nata dalla Resistenza contro il nazifascismo, ma anche su una non meno forte reciproca diffidenza quanto ad affidabilità democratica. La preoccupazione maggiore di De Gasperi era che il Pci potesse diventare maggioranza. Non dissimile era l’atteggiamento di Togliatti. La seconda parte della Costituzione nasce, pertanto, da un eccesso di paura l’uno dell’altro. La medesima paura fu alla base anche della scelta del sistema proporzionale, nella versione più pura tra i grandi paesi europei.

Queste dinamiche politiche hanno reso stabilmente instabili i governi e complessivamente debole il sistema politico italiano. La mancanza di un primo ministro forte significava affidare esclusivamente al gioco parlamentare e alle dinamiche dei suoi equilibri – con il presidente della repubblica come garante – la traduzione del voto popolare in termini propriamente politici, di governo.

Si è consolidato, di conseguenza, il ruolo assolutamente preponderante dei partiti, sospeso tra principi e prassi, tra costituzione formale e costituzione materiale. I partiti gestivano i gruppi parlamentari, determinavano la durata dei gabinetti, selezionavano il ceto politico e di governo. I loro segretari erano percepiti come leader – sebbene la loro carica non avesse alcun rilievo costituzionale –molto di più di presidenti del consiglio spesso scialbi e incolori. Da organizzatori e cinghie di trasmissione della sovranità popolare, i partiti ne sono diventati ben presto i depositari e i padroni.

Ma fino a quando i partiti sono stati davvero i tessitori del rapporto tra società e politica, l’equilibrio tra architettura debole delle istituzioni e forte regia dei partiti ha retto. Dagli anni Settanta questo equilibrio si è rotto e si è sempre più allargato il distacco tra partiti, parlamento e popolo.

La crisi della rappresentanza ha in Italia alcune cause specifiche: la lunga durata di una democrazia bloccata, la partitocrazia e i fenomeni di corruzione. Ma bisogna considerare anche un’altra causa della crisi della rappresentanza che è di dimensione globale: la sfasatura macroscopica fra i tempi della politica - i ritmi della democrazia rappresentativa – e i tempi di formazione dell’opinione pubblica e delle esigenze che in essa si esprimono; fra il tempo delle domande e dei bisogni e quello delle risposte e delle decisioni.

Tale sfasatura ha reso difficoltoso il meccanismo della delega all’interno della democrazia rappresentativa. I cittadini non sono più disposti ad una cessione illimitata e incontrollata della sovranità. Vogliono contare nelle decisioni o almeno in quelle ritenute essenziali. Ma mentre altrove si è potuto far fronte, almeno in parte, all’accresciuto bisogno di rapidità e di vicinanza della politica, utilizzando meglio alcuni strumenti istituzionali già esistenti (elezioni dirette, bipartitismi più solidi,tradizioni di partecipazione intermedia più sviluppate), da noi il bisogno di contare nelle decisioni - non trovando validi ammortizzatori istituzionali ma solo palliativi mass-mediali - ha ulteriormente aggravato la crisi della rappresentanza che ha assunto ormai l’aspetto di un vero e proprio problema di legittimazione.

La rappresentanza non basta più a legittimare la democrazia.La delega (vota e dimentica) non coincide più con una democrazia percepita come una cosa più profonda. La delega resta comunque uno strumento indispensabile, ma non è più considerato sufficiente per soddisfare la nostra attuale sensibilità democratica.

Nonostante i tentativi effettuati - dalla caduta del Muro di Berlino in poi - di dotare il paese di nuovi partiti, legittimati da un ampio consenso popolare, il sistema politico italiano è diventato sempre più fragile. Il PD è nato proprio come risposta – nell’area del centrosinistra – alla crisi della rappresentanza avendo come miti fondativi le primarie (risposta al bisogno diffuso di contare) e la vocazione maggioritaria (ambizione a svolgere il ruolo di polo attrattore nel sistema bipolare). Ma le scelte recenti che lo hanno portato alla disfatta sono legate ad una gestione contraddittoria delle primarie e alla rinuncia della vocazione maggioritaria. Dalla caduta dell’ultimo governo Berlusconi alla rielezione di Napolitano, l’insieme del ceto politico è giunto così alla sua completa decomposizione. E il suo unico punto di riferimento pare essere l’irresistibile pulsione a conservare a ogni costo se stesso.

Sicché è esplosa in modo eclatante la contraddizione tra un popolo che sempre più vuole contare (in un paesaggio politico privo di partiti efficienti) e un sistema istituzionale che non ha alcuna possibilità di rapportarsi con il popolo (perché privo dei canali istituzionali diretti e della mediazione dei partiti).

I cittadini vogliono contare ma non possono eleggere direttamente i propri rappresentanti, compresi i vertici delle istituzioni. E pretendono dai parlamentari che hanno eletto di far proprie anche le loro indicazioni di voto per le cariche istituzionali. Ma le funzioni delle istituzioni sono state disegnate prevedendo un equilibrio che non reggerebbe più qualora si utilizzasse brutalmente il voto, senza alcuna possibilità di mediazione tra le forze politiche. Mediazione significa dialogo e accordo, non inimicizia. Ed è per questo che la pretesa della sinistra di “occupare” le più alte cariche dello Stato, senza preoccuparsi se la cosa suscita l'inimicizia con una parte molto ampia del parlamento, è incompatibile con un assetto istituzionale fatto di pesi e contrappesi da mantenere in equilibrio.

E’ qui il cortocircuito che si è venuto a creare. Ed è qui che occorre apportare quelle correzioni per soddisfare il bisogno di contare, che sempre più il popolo esprime, e per rafforzare la forma di governo al fine di rispondere rapidamente ai problemi della gente.


Le riforme istituzionali diventano, dunque, il terreno su cui andrebbe concentrata l’iniziativa di quelle forze che si battono per un reale cambiamento. Si tratta di prendere atto che l’architettura istituzionale elaborata dai padri costituenti va adattata alla nuova situazione. Ma occorre abbandonare il complesso del tiranno e rispondere al diffuso bisogno di contare nella decisione politica senza necessariamente il filtro dei partiti e rinunciando – per quanto è possibile –allo strumento della delega per esercitare la democrazia diretta. Insomma, si tratta di accorciare la filiera della rappresentanza.

Quali riforme sono necessarie? Ecco un possibile elenco: elezione diretta del presidente della repubblica, secondo il modello del semipresidenzialismo francese; corsia parlamentare preferenziale per le proposte del governo; statuto dell’opposizione e del governo ombra, presieduto dal capo dell’opposizione; severe norme antitrust nel controllo dei media; riduzione dei parlamentari a quattrocento deputati e cento senatori, questi ultimi eletti contestualmente ai presidenti di regione; superamento del bicameralismo perfetto con la creazione di una camera politica e un senato delle autonomie; legge elettorale uninominale maggioritaria a doppio turno per la camera; regolamentazione per legge delle primarie di collegio per i parlamentari e per tutti i livelli istituzionali monocratici, dal sindaco fino al presidente della repubblica, con forte penalizzazione in sede di finanziamento pubblico delle campagne elettorali – da ridurre in ogni caso drasticamente - per i partiti che non le adottino come mezzo ordinario di selezione dei candidati; previsione di una proporzionata sanzione politica per il cattivo esercizio del potere di nomina da parte di ministri, presidenti di regione o di provincia e sindaci.

Poche cose si potranno realizzare con l’attuale quadro politico. Ma bisogna provarci se vogliamo uscire dal pantano. Si tratta, in molti casi, di riforme costituzionali che comportano maggioranze ampie. Per scegliere le soluzioni più condivise ci vorrebbe, però, un dibattito pubblico approfondito sulle singole proposte e una capacità delle forze politiche di ricercare compromessi con il dialogo e la mediazione. Il congresso del PD discuterà anche di questo?

16 marzo 2013

Articolo di Alfonso Pascale: "Un'involuzione o un'opportunità per cambiare?"

I risultati elettorali del febbraio scorso ci dicono che in Italia la crisi non è solo economica e sociale ma anche politica e istituzionale.  E’ dunque una crisi gravissima quella che sta attraversando l’Italia che per essere affrontata richiede innanzitutto rispetto reciproco, responsabilità e fraternità civile. Le crisi, come è noto, non sono necessariamente portatrici di sventure ma possono anche costituire un’occasione per cambiare, generando così prosperità.

Gli antichi Greci esprimevano l'idea funesta di crisi politica, sociale e morale interna alla polis, portatrice di conflitti nel popolo, con il termine stasis, che significa "inattività", "assenza di cambiamento".

La parola "crisi" che noi moderni adoperiamo quando incombono delle perturbazioni deriva invece dal greco krinein, che significa "separare" e in senso figurativo “giudicare”, "decidere". Le crisi dovrebbero, dunque, costituire momenti dinamici che separano una maniera di essere o una serie di fenomeni da un'altra differente. Dovrebbero scandire i tempi di svolta, di scelte, di crescita da valutare positivamente o negativamente più dai suoi esiti comportamentali che dall’essere fonte di stress per definizione.

 

La fine del bipolarismo conflittuale e la disfatta dei suoi protagonisti

Vediamo innanzitutto cosa ci lasciamo definitivamente alle spalle, da cosa sicuramente ci stiamo separando. Di certo dal modello di bipolarismo che aveva preso corpo vent’anni fa con la discesa in campo di Berlusconi e che – con qualche variante - aveva dominato la scena fino a consumarsi in una conflittualità, esasperata da una violenta comunicazione e da una perenne delegittimazione reciproca dei due poli in competizione, senza produrre alcuna novità.

Non reggono più e non hanno più forza ordinatrice e ancor meno espansiva i due fattori che hanno caratterizzato i raggruppamenti principali che si sono confrontati: a destra la persona, le risorse e le capacità del Cavaliere di Arcore; a sinistra la robustezza e l’esperienza di un apparato derivato dal Pci, a cui si sono aggiunti pezzi di personale politico del cattolicesimo democratico e della tradizione socialista, tutti però depositari di culture e di pratiche politiche figlie di un altro tempo.

Il Pd di Bersani ha preso alla Camera 8 milioni e 600 mila voti; alle politiche del 2008, quando era guidato da Veltroni, aveva avuto più di 12 milioni di suffragi. Ne ha persi dunque 3 milioni e mezzo, pari a circa un terzo del proprio elettorato. Berlusconi è passato da più di 13 milioni e mezzo a 7 milioni e 300 mila. Ha fatto dunque anche peggio, si è quasi dimezzato. Il Pd perde nelle regioni “rosse” e i “forza-leghisti” nelle loro roccaforti post-democristiane. E’ come se i territori si fossero finalmente smarcati dalle identificazioni politiche che li caratterizzavano storicamente.

Entrambi i raggruppamenti hanno anche perduto le loro basi sociali di riferimento e sono rimasti senza il loro “popolo”. Il centrodestra perde il consenso dei ceti medi produttivi privati del Nord e dei gruppi sociali “protetti” del Sud; il centrosinistra perde quello dei  ceti medi tecnici e intellettuali e del pubblico impiego. Entrambi gli  schieramenti hanno smesso di costituire i poli alternativi per i lavoratori dipendenti e indipendenti, occupati e disoccupati. E’ come se l’elettorato avesse detto basta agli schemi politici che ancora si dividevano per gruppi sociali omogenei. C’è voluta la ribellione dell’elettorato per far comprendere alla politica che le preferenze nelle urne prescindono dalla condizione professionale. Gli operai e i disoccupati non si sono spostati a sinistra e gli impiegati e i professionisti non si sono orientati a destra, come saremmo indotti a pensare secondo i vecchi criteri interpretativi. Gli orientamenti si modificano e si rimescolano, creando nuove mappe politiche, ed è l’interclassismo il dato prevalente.

I “forza-leghisti” hanno sicuramente perso di più, ma considerati i danni prodotti dal loro governo, la loro impresentabilità europea e mondiale e le previsioni della vigilia, bisogna prendere atto con realismo che – a prescindere dall’attuale legge elettorale, ideata per l’ingovernabilità -  i veri sconfitti di questa tornata sono il Pd e la coalizione Italia Bene Comune, che avrebbero dovuto incassare il profitto politico della conclusione definitiva della stagione del Cavaliere di Arcore. Il fatto che non ci siano riusciti suona come una condanna in pratica irrimediabile.

Sono, inoltre, scomparsi definitivamente o si sono ridotti al lumicino tutti gli eredi dei simboli della Prima Repubblica, i partiti identitari: Rifondazione comunista e i raggruppamenti di Vendola, Fini e Casini. E’ inoltre uscito di scena il movimento giustizialista di Di Pietro, sorto sull’onda di Tangentopoli, e si è dimezzato il consenso alla Lega Nord, nonostante la vittoria di Maroni alle elezioni regionali della Lombardia. 

 

Le nuove formazioni politiche

Vediamo adesso le novità che il voto ha determinato. Gli 8 milioni e 700 mila persone che hanno votato Movimento 5 Stelle e gli 11 milioni e 600 mila elettori chesono rimasti a casa rappresentano circa il 50 per cento dell’elettorato. E questa forza enorme ha opposto un netto rifiuto ad un’alternanza che poteva conferire al centrosinistra, guidato dal segretario del Pd, la possibilità di governare per una legislatura.

E’un grave errore sottovalutare l’astensionismo che questa volta si è manifestato con un’intensità mai raggiunta nelle elezioni politiche. La maggior parte di questi elettori non è fatta di persone prive di senso civico come saremmo indotti a pensare, seguendo i canoni interpretativi tradizionali. Ma ha agitocon la piena consapevolezza di esprimere con un gesto - quello di disertare le urne - un orientamento che la preferenza a qualsivoglia lista non avrebbe potuto comunicare.

Quando ad un individuo si toglie la possibilità di utilizzare un linguaggio per esprimersi – ed è questa la condizione in cui ci si trova quando l’offerta politica è priva di segni che corrispondano a significati univocamente percepibili -  non gli resta che farsi capire coi gesti. E l’astensione ha costituito per molti un gesto eloquente perdire quello che fino a ieri era impronunciabile. E cioè che quando viene a mancare un’offerta politica all’altezza delle sfide che urgono, il dovere di votare – come l’obbedienza per don Milani? - non è più una virtù. Questo pensiero – covato nel proprio animo da tempo - si è potuto questa volta esprimere senza vergogna e senza rimorsi. Assecondando l’ impulso etico di non sentirsi più costretti a frequentare – anche se solo con un tratto di matita sulla scheda elettorale – “luoghi” divenuti indigesti.

Ancheil fenomeno del M5S va letto con estrema attenzione. Innanzitutto con un’avvertenza. La forma populistica della leadership di Beppe Grillo - che hadimostrato di possedere una grande dimestichezza con gli strumenti della comunicazione - non va confusa con la nuove forme partecipative che numerosi cittadini hanno sperimentato aderendo al movimento. Forme molto imperfette, spesso infantili, talvolta grezze e per nulla gradite a chi ha frequentato per decenni i luoghi della politica tradizionale. Già altri movimenti di questi anni – come quelli per la cosiddetta “rivoluzione gentile” promossa dalle donne o per la gestione collettiva dell’acqua - avevano segnalato una forte domanda di nuova politicache si era incanalata in percorsi partecipativi dal basso sulla base di contenuti specifici.  Ma tali movimenti si erano trovati ineluttabilmente dinanzi al problema del rapporto coi partiti,riluttanti a riconoscere l’autorganizzazione della società civile come spazio distinto dal sistema politico e in rapporto dialettico con esso. E tale incomunicabilità è da considerare come la causa scatenante del rifiuto diffuso ad affidare al centrosinistra il compito di essere il soggetto dell’alternanza al centrodestra.

Al di là dei forti limiti qualitativi delle forme concretamente adottate, il fenomeno del M5S si inscrive, pertanto, nelle nuove forme di partecipazione ai processi decisionali pubblici importate dai Paesi di cultura anglosassone e che, in Italia, hanno avuto una valenza prevalentemente locale. E’ sbagliato considerarle un revival partecipazionista stile anni Settanta perché le attuali forme sono fondate –almeno sul piano teorico – sull’idea che tutti debbano mutare i propri comportamenti  senza che abbiano spazio logiche massimalistiche nella formulazione delle richieste e visioni assistenzialistiche nel rapporto con le istituzioni.   Si tratta di percorsi di cittadinanza attiva improntati alla responsabilità e alla ricerca di soluzioni possibili ai problemi concreti della vita quotidiana.

Con tutti i distinguo del caso, è come se tali processi fossero animati da ignari “nipoti” di Danilo Dolci, Aldo Capitini, Manlio Rossi-Doria, Adriano Olivetti, Umberto Zanotti-Bianco, Angela Zucconi, che agivano negli anni Cinquanta del secolo scorso, in un’Italia del tutto diversa da quella attuale, con un’accentuata sensibilità al fattore umano dello sviluppo in una visione interdisciplinare e che, proprio per questo, erano duramente osteggiati dalla cultura dominante del loro tempo. 

Come allora, anche nei laboratori sociali del nuovo secolo, l’idea è quella di individuare problemi e trovare a ciascuno la sua diversa soluzione, di unire gli uomini ma lasciarli anche vivere ciascuno a suo modo. Come allora, anche oggi sono esperienze che portano nomi inglesi: dal Planning for Real, praticato con l’amministrazione Castellani a Torino negli anni Novanta per il Progetto Speciale Periferie, al 21st Century Town Meeting, utilizzato per delineare in modo partecipato le linee guida dellalegge sulla partecipazione della Regione Toscana del 2007, all’Open SpaceTechnology (OST), al quale ormai anche in Italia fanno ricorso sempre più numerosi social network locali.

Accanto a queste esperienze vanno considerate le reti di economia solidale, quelle sull’agricoltura sociale esulla legalità. Un pullulare di iniziative che intendono ricostruire senso di comunità in luoghi fisici e virtuali.

Alcune iniziative siffatte hanno avuto maggiore successo perché hanno incontrato partiti e istituzioni capaci di trasformarsi in “garanti del gioco dell’ascolto”. Rinunciando a fagocitare i movimenti nelle logiche tradizionali di potere. E rendendosi, invece, disponibili ad un continuo adeguamento istituzionale, per favorire il dialogo e l’attuazione delle decisioni assunte con il metodo partecipativo. Altre esperienze subiscono, purtroppo, il muro di incomunicabilità innalzato dalla politica o resistono ai tentativi di assorbimento e neutralizzazione da parte dei partiti e dei sindacati. In ogni caso, sperimentano il dialogo come lievito della democrazia. Non già nella forma di noiose e inconcludenti terapie di gruppo – che la politica tradizionale offre a iosa - ma in quella della disponibilità di ciascun partecipante a considerare le proprie posizioni come punti di partenza per un compromesso possibile; del diritto di parola che si integra con quello di essere ascoltati; del diritto di contraddittorio con quello di moltiplicare le opzioni prima di prendere qualsiasi decisione; del voto a maggioranza a cuisi ricorre solo quando fallisce la co-progettazione creativa.

Tali percorsi avvengono in una condizione del tutto nuova rispetto alle esperienze del dopoguerra, quando ipartiti di massa promuovevano direttamente i movimenti modellandoli allo Stato sociale in un quadro esclusivamente nazionale, consideravano le forme di autorganizzazione della società civile come cinghie di trasmissione etacciavano come reazionari gli animatori di comunità - che intendevano promuovere la partecipazione al di fuori dei partiti - irridendoli e privandolidi ogni sostegno.

Cosa è cambiato nel frattempo? Inprimo luogo, non è più il tempo dell’utopia e delle grandi narrazioni ideologiche ma viviamo il tempo dell’incertezza. E le nuove forme di partecipazione non inseguono visioni utopiche ma si fondano sulla capacità di contenere le paure assumendo comportamenti responsabili. Sono caratterizzatedalla presenza di attori ansiosi di apprendere come distinguere tra ciò che ènecessario  e ciò che non lo è; comeselezionare le scelte e governare le contingenze del presente amministrando ildi volta in volta; come esplorare le possibilità e avere mente flessibile; come sviluppare un’intelligenza creativa e avere fiducia in sé stessi e negli altri.

In secondo luogo, oggi i problemi hanno una dimensione globale ma i partiti e le istituzioni sono ancora strutturati nella dimensione nazionale e locale. L’Europa non è ancoraun’Unione politica. E i gruppi autorganizzati affrontano i problemi a scala sovranazionale adottando comportamenti responsabili anche senza incrociare, purtroppo, istituzioni politiche con cui stabilire un dialogo. E’ per questo che le iniziative da essi assunti sembrano velleitarie e inconcludenti. Sono, invece, tentativi spontanei di cercare forme nuove di far politica, di esprimere nelle forme possibili una domanda di politica.

In terzo luogo, la rete permette ai cittadini di acquisire direttamente le informazioni e di creare spazi didiscussione virtuali per selezionare in modo partecipato le informazioni. E tale opportunità ha messo in questione l’autorevolezza dei partiti e delle istituzioni che avevano il monopolio dell’informazione.

Il M5S si caratterizza per l’atteggiamento molto spiccato di rifiuto della politica. Bisogna però fare attenzione. Tale posizione non va confusa con l’antipolitica e il qualunquismo. Nel movimento di Grillo traspare la consapevolezza che possa esistere – proprio perché viene sperimentato di persona dai protagonisti nelle nuove forme della partecipazione– una maniera di fare politica come servizio e non come esercizio del potere per il potere o come mezzo per conseguire il proprio tornaconto personale. E si denuncia con virulenza il fatto che tale modalità non si riscontra o non si percepisce nella quasi generalità delle persone che al momento svolgono funzioni politiche. I fenomeni di corruzione e di spreco di risorse pubbliche per fini personali – che negli ultimi tempi si sono ingigantiti – hanno alimentato e diffuso un senso di ribellione non genericamente moralistico, ma fondato sulla capacità dei nuovi protagonisti di dimostrare concretamente che è possibile tornare ad una politica normale, intesa come un “mettersi a disposizione” del Paese, che la politica non è necessariamente cinismo, arroganza, arbitrio, ladrocinio. E’ questo messaggio che il M5S è riuscito atrasmettere agli elettori - con le performance di Beppe Grillo ma non solo -riscuotendo su tali basi un consenso straordinario.

Non era mai accaduto che una formazione politica alla prima esperienza elettorale raggiungesse di botto il 25,5 percento dei voti. Un consenso uniforme su tutto il territorio nazionale eproveniente da elettori di destra e di sinistra, da comuni ricchi e da quellipoveri, dalle grandi città e dai centri più piccoli e rurali. Un consenso proveniente dai giovani in misura maggiore rispetto al Pd e al Pdl che non a caso perdono meno dove ci sono più vecchi.

Va, infine, segnalata un’ulteriore novità emersa dalla consultazione elettorale: la lista Scelta civica di Monti ha raccolto in cinquanta giorni tre milioni di voti. Sarebbe un errore sottovalutare questo risultato che non è eccellente ma non è nemmeno disprezzabile. Si tratta dell’unico raggruppamento che ha difeso fino in fondo l’azione di salvataggio del Paese compiuta da un governo del Presidente dopo che, nel dicembre 2011, i due maggiori player avevano lasciato il campo a Monti. Lo avevano fatto non per generosità – come dopo si è favoleggiato – maperché non c’erano alternative. Berlusconi non ce la faceva più a governare;Bersani non se la sentiva di andare immediatamente al voto e caricarsi – in un’Europa dominata ancora dal duo Merkel-Sarkozy – di un onere tanto pesante.

Il profilo di Scelta civica è saldamente ancorato all’Unione Europea. Un ancoraggio critico e costruttivo chepotrebbe mettere l'Italia, coi conti pubblici ormai in ordine, nella condizionedi far sentire la sua voce. In particolare, per chiedere uno sforzo sulla crescita. Inoltre, questo polo ritiene indispensabile proseguire le riforme strutturali già avviate che hanno permesso all’Italia difare un passo fondamentale nell’acquisire il pareggio di bilancio in termini strutturali già nel 2013, senza dover essere sostenuta dall’intervento del Fondo Monetario Internazionale e, dunque, senza cedere un pezzo della propria sovranità.   

  E’ per tali motivi che questo raggruppamento ha raccolto preferenze soprattutto tra igiovani e tra i ceti medi riflessivi, nonostante la condizione di oggettivadifficoltà determinatasi dopo che il governo aveva preso una serie di decisioni impopolari. E dopo che due dei tre poli - che prima avevano appoggiato le riforme - si fossero sfilati dall'assunzione di responsabilità per le misure prese. 

Probabilmente Scelta civica avrebbe potuto conseguire un risultato migliore se Monti non si fosse alleatocon Fini e Casini – simboli inequivocabili della vecchia politica - e non avesse dato l’impressione che la sua iniziativa fosse direttamente collegata a quella promossa, qualche tempo prima, dalle associazioni di ispirazione cattolica e fortemente voluta da Ratzinger.

In realtà, il tentativo di costruire un polo cattolico, promosso con il “manifesto per la buona politica e il bene comune” e sfociato l’anno scorso in un forum, è fortunatamente fallito, nonostante l’elezione - nella lista “Scelta civica” - dell’ex leader di Confcooperative Marino e dell’ex presidente delle Acli Olivero. Entrambi si erano dimessi prima di candidarsi e avevano dichiarato di entrare in politica a seguito di una mera scelta personale.

 

La sconcertante vicenda delle primarie

Alla lista Monti e al Pdl sono andati i suffragi che il Pd avrebbe potuto incassare se non si fosse alleato con Vendola e se l’intero gruppo dirigente non avesse osteggiato in modo indecente la candidatura di Renzi alle primarie. Non poteva, infatti, non sconcertare gli italiani l’argomento con cui i sostenitori di Bersani avevano messo in croce il giovane sindaco di Firenze: la sua capacità di intercettare il voto degli elettori del centrodestra delusi e sfiduciati da Berlusconi come prova della sua inaffidabilità.

Orbene, in tutte le democrazie del mondo si ritiene normale che per vincere sia necessario sottrarre gli elettoriall’avversario. L’alternanza al governo nelle democrazie è determinata propriodalla capacità di proporre un’offerta per il governo del Paese che convinca quante più persone possibili compresi gli elettori dell’avversario, specie sequest’ultimo non ha mantenuto le promesse. Su questo principio si fonda la vocazione maggioritaria di un partito. E tra i miti fondativi del Pd, oltre alle primarie, c’era anche quello della vocazione maggioritaria.

Ma pur di sconfiggere l’unico dirigente che si era mostrato capace di far leva su questo principio della democrazia, il gruppo dirigente del Pd aveva costruito cavilli burocratici e regole restrittive per impedire un’onesta spinta a fa sì che elettori in fuga dal centrodestra partecipassero alle primarie. Da grande festa della democrazia, le primarie si erano così trasformate in triste spettacolo della partitocrazia.

La candidatura di Renzi aveva accresciuto notevolmente l’interesse nei confronti delle primarie perché la sua figura costituiva comunque un sasso gettato nello stagno. Egli era portatore di una nuova idea di riformismo, vicina al liberalismo della Terza Via ma in chiave neokeynesiana, e di un dibattito politico sulle idee e sui programmi a discapito dei soliti conflitti tra correnti e personalità. Ma si era realizzata l’unanime convergenza del gruppo dirigente - compresi Veltroni, Fioroni e Gentiloni  che pure a quelle idee si erano rifatti in passato – a far quadrato intorno a Bersani, modificando le regole – a primarie in corso – per ottenere un risultato pilotato a discapito del sindaco di Firenze. Si era così introdotto un albo degli elettori di centrosinistra preregistrati per poter escludere gli altri. Si era innalzato il limite di età degli aventi diritto al voto, impedendo ai 16-17enni ammessi in tutte le precedenti primarie di partecipare questa volta solo perché i sondaggisti avevano previsto che il voto di questa fascia d’età sarebbe andato a Renzi.

Era, dunque, venuto alla luce un inedito spirito settario che nel Pci togliattiano e poi berlingueriano non si era mai manifestato. Chi avesse militato in quel partito ricorderà come fosse motivo di orgoglio e soddisfazione per tutti gli aderenti sottrarre pezzi di elettorato tradizionalmente democristiano. Si era, dunque, trattato di una raccapricciante regressione culturale che sembrava collegare – forse in modo inconsapevole - pezzi dello stato maggiore del Pd a filoni pseudorivoluzionari post-resistenziali che ritenevamo definitivamente esauriti.

Senza dubbio è del tutto comprensibile che le generazioni più anziane guardassero con stupore e inquietudine l’emergere di un giovane politico avvezzo a toni  ed espressioni dozzinali e a volte volgari nel giudicare i gruppi dirigenti del Pd e le loro iniziative. E tuttavia sono fatti così linguaggi e stili imperanti nell’odierna società. Basta guardare il modo di dialogare sulla rete e in televisione per rendersene conto.  E oggi chi non s’adegua assomiglia a un alieno. E tuttavia questo non c’entra un fico secco con il muro che era stato innalzato all’elettorato di destra in occasione delle primarie.

Sicché quella vicenda, raccontata dai mass-media in tutte le salse, era servita come primo assist alla rimonta di Berlusconi. Inaspettatamente il Cavaliere aveva, infatti, potuto rendersi conto- senza dover ricorrere al consiglio degli esperti - che parte del suo elettorato era congelato e lo si poteva rimotivare. 

Con Renzi il Pd avrebbe comunque perso ma con lui candidato alla premiership avrebbe forse evitato la disfatta.  In linea con quanto era già avvenuto nel Pci, anche nel partito che ne aveva ereditato le spoglie, si continuava ad avere paura del rinnovamento generazionale. E dinanzi alla necessità di rinnovarsi, ancora una volta ci si affidava ad anziani esperti per rendere più morbidi il trapasso. Dopo Longo e Natta, toccava a Bersani. Ma nonostante il compimento del rito, non si era voluto passare la mano.

Privo dell’apporto del sindaco di Firenze, la campagna elettorale del Pd è apparsa dimessa e scialba. La critica alle politiche di austerity imposte dall’Europa non è stata mai accompagnata da proposte alternative se non una generica diminuzione della pressione fiscale e di un aumento della spesa per nuove opere pubbliche, prive  della necessaria indicazione della copertura. E’ emersa anche una nuova versione del collateralismo tra Pd e Cgil come cinghia di trasmissione all’incontrario e dunque come subalternità del partito al sindacato in materia di mercato del lavoro.

 

Il governo del Presidente

Il centrosinistra ha riportato il 29,54% dei voti, appena lo 0,36% in più della coalizione guidata da Berlusconi. Ma se consideriamo le prestazioni ottenute dai singoli partiti, allora il Pd risulta addirittura secondo, superato dal M5S. Il fatto che tre formazioni politiche abbiano ottenuto percentuali così vicine, abbinate ad un sistema proporzionale con modalità di assegnazione dei seggi diverse tra Camera e Senato, ha determinato un Parlamento frammentatissimo. Una situazione che non permette la governabilità. E non basterebbe, al punto in cui siamo, modificare esclusivamente la legge elettorale per avere governi che restino in carica un’intera legislatura. Occorrerebbe invece una riforma istituzionale che preveda l’introduzione del presidenzialismo e un sistema elettorale maggioritario con  il doppio turno.

Nell’attuale Parlamento ci sarebbe senz’altro la maggioranza per una tale riforma, perché combina insieme le proposte del Pd e del Pdl. Ma la priorità dei democratici non è la riforma istituzionale che rimetterebbe in moto il Paese. E’ la ricerca di un percorso che porti quanto prima possibile al recupero del consenso sottratto dal M5S al proprio partito. Il Pd è disponibile anche a concedere qualcosa a Grillo, magari tagliando alcuni costi della politica, per raggiungere il risultato sperato. Insomma, la convinzione da cui parte è che i voti perduti siano solo provvisoriamente andati al M5S, pronti alla prima occasione per ritornare all’ovile. Di questo sono persuasi anche gli intellettuali di area che hanno firmato gli appelli per convincere Grillo a convergere su un governo insieme al Pd. Pensano che i voti del Pd e quelli del M5S siano interscambiabili. Non credono che il successo del M5S sia qualcosa che abbia segnato in profondità il sistema politico, sovvertendo le antiche appartenenze. E che chiama tutti a mostrare disponibilità ad avviare cambiamenti reali e concreti per stare adeguatamente nell’arena politica. L’idea è che, in realtà, la sinistra ha vinto le elezioni, solo che si è divisa per via dell’eccessiva timidezza del Pd. Basta dunque riunificarla sotto le bandiere di un maggiore radicalismo. E se Grillo non ci sta a mettersi nel corso della Storia, il popolo capirà, e i voti in libera uscita torneranno alla casa del padre.   

Ma Grillo sa bene che questa teoria non sta in piedi e non sembra ascoltare il canto delle sirene. Egli candida, invece, il suo raggruppamento a formare l’esecutivo e chiede provocatoriamente al Pd di sostenerlo. E il centrodestra, alle prese con il solipsismo giudiziario in cui è avviluppato il suo leader, propende per andare subito a nuove elezioni. Insomma, i veti incrociati non promettono nulla di buono, qualora il Presidente Napolitano dovesse affidare l’incarico di formare il governo al leader di una delle tre formazioni che hanno conseguito i maggiori consensi.

Resta sullo sfondo la soluzione del governo del Presidente per tentare in tempi ragionevoli di varare le riforme istituzionali necessarie, ridurre in modo sistematico i costi della politica, rivedere la spesa pubblica, ridurre la povertà e dare una immediata risposta al profondo disagio dei giovani. Si tratta di mettere in campo una personalità di alto profilo che almeno nell’ultimo ventennio non abbia avuto trascorsi nella politica attiva e che possa, dunque, dialogare con tutti gli attori per ottenere il consenso intorno ad un numero limitato di provvedimenti urgenti e rimanere ancorati all’Europa. Occorrerebbe, in definitiva, uno sforzo di tutti per avviare il cambiamento, ricostituendo in primo luogo le basi diuna vita democratica fondata sul rispetto reciproco e la responsabilità.

 

L’entusiasmo della consapevolezza

 L’idea di responsabilità che spesso viene enunciata non ha un contenuto concreto, visibile, leggibile sui volti e negli atti di chi a parole si dichiara responsabile. Noi abbiamo, infatti, una nozione troppo giuridica di responsabilità. Questa non è semplicemente “imputabilità”: rendere conto di quel che si fa a qualcun altro. Deriva dal latino responsare intensivo di respondere. La responsabilità è, dunque,soprattutto l’obbligo di rispondere alle richieste dell’altro in quanto altro. Infatti, ogni uomo è per l’altro sempre una domanda. Per dare risposta a questa domanda è necessario prestare attenzione alla voce dell’altro.

L’attenzione, però, non basta: è necessario prendere le parole dell’altro sul serio, fino al punto da farle valere “come legge” per sé. Ma prendere sul serio non vuol dire affatto essere d’accordo. Dagli altri si può sempre dissentire, ma non li si può né li si deve mai sottovalutare. E’ invece condotta diffusa lasciare dire e “fregarsene”. Peraltro, uno dei tratti della democrazia è dato dal riconoscersi “fallibile”. Per questo è improntata a una continua azione di controllo e revisione. Una democrazia è fortemente a rischio se perde la coscienza della propria fallibilità. Tutti possiamo sbagliare; e dunque è dovere  di tutti correggersi reciprocamente.

Ciò vale per i cittadini ma anche per i governanti e, più in generale, per tutti coloro che detengono quote di potere. Bisognerebbe interpretare l’esercizio del potere come un “mettersi a disposizione”. E’ raro che il potere venga esercitato così: pertanto, quando non è arrogante, tende comunque ad essere arbitrario. A questo punto, non possiamo certo contenerlo con pari arroganza, ma dobbiamo contrastarlo con fermezza. Si può mostrare anche comprensione per chi sbaglia, ma ciò non significa affatto assecondare l’errore, che anzi deve essere evidenziato – e senza mezzi termini – perché chi ha sbagliato possa prenderne meglio le distanze.  Il reciproco correggersi è un modo di perfezionarsi. Ma per far questo sono necessarie umiltà e mitezza. Nessuno può mai proporsi  come modello, perché tutti abbiamo bisogno di una costante “emendazione”.  

Come fare per affermare l’idea di responsabilità come disponibilità ad ascoltarsi ed emendarsi reciprocamente?

Una strada potrebbe essere quella di far assurgere questa attitudine comportamentale a qualificazione di uno status; considerarla fattore irrinunciabile della reputazione  di chiunque detenga una quota di potere.

Oggi la società è pervasa dalla paura per la condizione sempre più accentuata di incertezza in cui ci troviamo a vivere. Ed è questa la causa principale del disagio che porta al senso di sfiducia, alla rissa, al rinchiudersi in sé stessi.

 Chiunque abbia una quota di potere nelle istituzioni e nella società civile dovrebbe coltivare il dovere di esercitarlo mostrando consapevolezza  che la paura si può vincere cambiando e non conservando i vecchi equilibri, i privilegi e le rendite di posizione.  Chiunque abbia una quota di potere dovrebbe mostrarsi capace di farsi carico della paura degli altri e di rispondere concretamente alle domande di coloro che sono impauriti.

Si tratta di ricostruire su questa base finalmente una borghesia – che in Italia non c’è mai stata - in grado di porsi in ascolto di tutti quei cittadini che invece sono oggi sfiduciati e delusi per il semplice motivo che non sono consapevoli della necessità di cambiare e temono di non farcela ad uscire dalle difficoltà. Essi sono indignati nei confronti delle istituzioni e degli altri membri dellasocietà civile che mostrano invece forza e coraggio e non cedono alla paura.

Il cambiamento oggi è possibile se nasce una borghesia con queste caratteristiche. Una borghesia che incominci ad esercitare il potere con responsabilità, effondendo intorno a sé l’entusiasmo della consapevolezza del tempo che stiamo vivendo, dell’opportunità che abbiamo di cambiare, di accrescere la libertà di tutti e di ridurre le ingiustizie. Non è facile, ma solo a questa condizione potrà riaccendersi la fiducia in grado di liberare le energie vitali, oggi compresse, per costruire il futuro possibile.

Senza l’emozione lungimirante e luminosa della consapevolezza, la sola razionalità non ce la può fare a rimettere in moto il cambiamento. E’ necessario trasmettere la gioia di essere artefici del cambiamento e nutrire un forte sentimento di fraternità civile per poter aiutare chi ha paura a superare ogni timore e camminare tutti insieme.

6 maggio 2011

Alfonso Pascale recensisce il libro di Antonio Funiciello sul cinismo e l'arte della politica

Antonio Funiciello ha scritto un libro dal titolo “Il politico come cinico. L’arte del governo tra menzogna e spudoratezza” (Donzelli, 2010). Un testo piacevole e intelligente sulle passioni umane, per questo infarcito di citazioni letterarie e filosofiche, e sulla politica, quella però lontana dal grigiore della cronaca e vicina, invece, a chi si interroga se ci siano ancora le condizioni per cambiare la realtà con atti di consapevolezza collettiva.

Si parte da Antistene e Diogene, i filosofi cinici che presero le distanze dalla polis per mettere in discussione l’essenza stessa della politica, la mescola sapiente di dike (giustizia) e aidos (pudore): “Dike –scrive Funiciello- è l’equivalente di quanto oggi comunemente indichiamo come un progetto politico; aidos è il fondamento del consenso a suo supporto. Attraverso la pratica dell’arte politica gli uomini possono ideare ordinamenti giuridici che regolino la vita collettiva (dike), creando un consenso, un’unità di amicizia (aidos), intorno all’idea di giustizia più condivisa”. In particolare, i cinici negano il pudore (aidos) e praticano la spudoratezza (anaideaia): “la loro spudoratezza ha lo scopo di mostrare ai politici, in un immaginario specchio magico del pensiero, quanto i veri spudorati siano loro: quanto cinica sia la loro attitudine di fare del senso comune del pudore (aidos) quello che occorre ai loro obiettivi”.

Ma è nella modernità e con l’avvento delle sue istituzioni democratiche che il cinismo filosofico viene fatto proprio dalla politica. Per mescolare dike e aidos, il politico moderno non può accontentarsi di rispettare e lasciare intatti la dike e l'aidos altrui perché non riuscirebbe mai a convincere nessuno della bontà delle proprie ragioni. Egli fa propria, pertanto, un'idea di dike consolidata e rielabora i vincoli di unità d'amicizia, stabilendo una scala di priorità tra le cose da fare.

Funiciello distingue il “cinismo dei fini” del totalitarismo dal “cinismo dei mezzi”del liberalismo democratico: nel primo caso ogni mezzo giustifica l’obiettivo di giustizia che si vuole realizzare; nel secondo, al contrario, i mezzi sono in qualche modo anche un fine a sé, almeno nel senso che fine sono anche “i diritti fondamentali dell’individuo” che l’azione deve sempre e comunque preservare. E’ la necessità di creare consenso, il “pudore spudorato”, l’elemento che accomuna le democrazie totalitarie e quelle liberali. Ma è il “cinismo dei mezzi” a rendere il liberalismo lo strumento migliore per esercitare il cinismo politico.

Il politico moderno, inoltre, mente quando manipola scientemente la realtà al fine di mantenere l'integrità della sua idea di giustizia per ricercare aidos, il consenso. Esagera i lati positivi o negativi di una certa riforma, o di una legge, o di un fenomeno sociale per convincere l’elettore. Funiciello elogia la menzogna del politico quando questa gli permette di trascendere la realtà data e di prefigurare con la mente i suoi possibili sviluppi futuri, le sue nuove conformazioni: “Egli può sfidare l’ovvio sotto gli occhi di tutti, smentendo che possa avere in futuro la stessa veritiera validità che ha avuto in passato, in nome di una visione delle cose che nega la verità del presente, in vista di una verità a cui dare forma domani”.

Ma l’esercizio della menzogna consapevole – mi chiedo - non mette in discussione la fiducia nell’interlocutore e, dunque, la possibilità di ricercare il consenso? Il dibattito pubblico su valori e scelte nelle democrazie liberali non dovrebbe avvenire su basi di sincerità e verità? La questione è complicata perché già i greci e poi i cristiani distinguevano una  parresìa (parlare franco) positiva e una negativa per non confondere la sincerità con il parlare a vanvera, il dire qualsiasi cosa si pensi  senza avere adeguata cognizione di quel che si dice. Forse converrebbe esercitare una parresìa più vicina al silenzio, alla meditazione, al dubbio, alla problematicità, all’ascolto dell’altro per evitare sia l’immoralità della menzogna che la stupidità del chiasso e ottenere così un vero dialogo pubblico.    

Il politico come cinico dovrebbe, dunque, essere consapevole di esercitare un’arte, l’arte del governo, una creatività necessariamente mistificatrice di quanto esiste solo nell’attimo. Scrive Funiciello: “ Senza immaginarsi l’uomo com’è e, insieme, come dovrebbe o vorrebbe essere, senza questa tripla figurazione non si dà alcuna creazione artistica – né letteraria, né politica”. Ma un attore sul palcoscenico sa comprendere le vere aspirazioni del suo pubblico e distingue la richiesta del mero gioco estetico dalla disponibilità a lasciarsi coinvolgere in un’avventura collettiva che porti al cambiamento. Oggi sono in molti a varcare la scena politica per intrattenere con l’elettorato solo un rapporto estetico, cavalcando l’antipolitica che è dilagata nell’ultimo periodo; e a questo punto diventa reale il rischio che la spudoratezza prenda il sopravvento e cancelli ogni tentativo di ricercare la giustizia. Il libro di Funiciello ci offre gli strumenti analitici per comprendere la portata di questo rischio.

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