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Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

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30 agosto 2014

Co.Pro.N.E.L. a Renzi e Marino: fermate il tentativo di svuotare la Città Metropolitana

Il Co.Pro.N.E.L. (Coordinamento Promotori Nuovi Enti Locali) ha inviato una lettera aperta al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e al Sindaco di Roma, Ignazio Marino, in merito alla procedura per la costituzione della Citta Metropolitana di Roma Capitale, per chiedere al primo di disciplinare la materia nel rispetto delle norme costituzionali e al secondo di revocare o, almeno, sospendere l’ordinanza con cui illegittimamente sono state indette le elezioni del Consiglio Metropolitano per il 5 ottobre prossimo.

Nella lettera si sollevano forti dubbi sulla regolarità del procedimento adottato, “figlio di una vecchia visione burocratica e politica – si sottolinea - che ha bloccato per un lungo periodo l’istituzione del nuovo ente e non vuole che siano i cittadini ad avere un ruolo attivo“.

La normativa per Roma Capitale e, di conseguenza, per la sua Città Metropolitana – si legge nella missiva - deve essere “speciale”, cioè “autonoma” e “diretta” e “non confondibile con la disciplina che riguarda le altre Città Metropolitane”.

Il Co.Pro.N.E.L. mette in risalto che “la scelta di far coincidere la Città Metropolitana con l’intero territorio della Provincia avrà conseguenze disastrose che ricadranno soprattutto sui cittadini romani in quanto i problemi complessi e specifici che Roma Capitale deve affrontare diventano insolubili in un’area metropolitana troppo ampia e disomogenea”.

“La procedura adottata – rileva inoltre il Co.Pro.N.E.L. – impedisce ai Municipi di svolgere il ruolo primario che ad essi compete perché li esclude dalla partecipazione alla fase costituente della Città Metropolitana”.

Nella lettera si propone, pertanto, che “L’Assemblea capitolina adotti una delibera d’indirizzo con cui, in modo transitorio, si riconoscano i Municipi come zone omogenee dotate di autonomia amministrativa per fare in modo che i Presidenti e i consiglieri municipali partecipino alle elezioni del nuovo organismo”.

L’obiettivo indicato dal Co.Pro.N.E.L. è di puntare nel tempo ad uno Statuto della Città Metropolitana da sottoporre a referendum approvativo e che preveda l’elezione diretta del Sindaco e del Consiglio Metropolitano e una delimitazione territoriale del nuovo ente corrispondente alle sue funzioni”.

“È proprio tale esito che la vecchia politica vuole scongiurare – denuncia il Co.Pro.N.E.L. – per poter trattare sottobanco la scelta di un Vice Sindaco Metropolitano che sia espressione del territorio ‘non capitolino’ a cui affidare il compito di condizionare il Sindaco di Roma Capitale per conto di forti e incalliti gruppi d’interesse politico-economici”.

24 marzo 2013

Articolo di Alfonso Pascale: "La crisi italiana e il teatro dell'assurdo"

Stanotte ho fatto un sogno. Ho sognato che Giorgio Napolitano aveva dato l’incarico di formare il governo al costituzionalista Enzo Cheli, una personalità di grande prestigio ed esterno ai partiti.

La crisi italiana da economica e finanziaria era diventata politica e istituzionale e il risultato delle ultime elezioni politiche aveva reso evidente tale carattere. Obiettivo prioritario era, dunque, trovare una via d’uscita dall’emergenza democratica per poi far fronte, con la necessaria forza, a quella economica.

Si erano espressi in questo senso i presidenti delle due Camere, Roberta Lombardi  e Pietro Ichino, eletti con una larga maggioranza in quanto punte di diamante delle due nuove formazioni politiche che si erano distinte nelle ultime elezioni.

I maggiori partiti avevano riconosciuto la sconfitta elettorale, avendo perduto insieme 12 milioni di voti, ed erano impegnati in un drammatico confronto interno per comprenderne le ragioni e individuare nuove vie per ricostruire il rapporto di fiducia con l’elettorato.

Il M5S aveva dichiarato al Capo dello Stato di non sentirsela di guidare un governo. Il successo conseguito era sicuramente straordinario ma non sufficiente per governare. Ma non  poteva nemmeno convergere in una maggioranza organica coi partiti sconfitti senza suscitare una reazione furibonda della propria base. La quale si era mobilitata proprio per ridimensionare drasticamente la vecchia politica.

“Scelta Civica” si era, infine, espressa per un governo del presidente della Repubblica, da costituire al di fuori di tutti i partiti, per fronteggiare l’emergenza istituzionale e non più soltanto quella economica. Ed era perfettamente consapevole che questa funzione non avrebbe potuto più svolgerla Mario Monti dopo la sua discesa nell’arena politica.
 

Il presidente incaricato Cheli  era cosciente della gravità economica della situazione e, dunque, della necessità di promuovere i provvedimenti urgenti per fronteggiarla, dando subito una risposta al disagio giovanile, e di confrontarsi con l’Europa in continuità con l’impegno profuso dal governo in carica. Ma era consapevole anche della gravità della crisi politico-istituzionale e morale e, dunque, della priorità da dare alla riforma delle istituzioni, a cominciare dalla legge elettorale. Una riforma che non avrebbe dovuto essere definita dal Parlamento ma dal governo stesso. Già il governo Monti aveva tentato la via parlamentare alle riforme istituzionali e si era visto come era andata a finire.


L’idea di Cheli era, dunque, quella di formare un governo con un numero limitato di ministri, ognuno con qualificazioni politico-istituzionali, tecniche e morali indiscutibili. Un governo affiancato da una commissione di lavoro, con poche persone, fuori dalle parti, di autorevolezza scientifica esclusivamente internazionale, che avrebbe dovuto elaborare in 3 mesi un progetto di riforma della legge elettorale e del sistema parlamentare. Un progetto da sottoporre alla votazione del Parlamento e, quindi, al voto referendario.

Le maggiori testate nazionali e il mondo della cultura seguivano con fiducia e attenzione il tentativo di Napolitano e di Cheli di dare uno sbocco alla crisi.
 

Nel mondo della scienza e della cultura maturava anche l’idea di una grande inchiesta nelle diverse aree del Paese per comprendere a fondo le ragioni e le modalità dello scollamento tra politica e società.  A tale scopo i principali centri di ricerca impegnati nelle scienze sociali si erano riuniti intorno al Censis, convogliando una parte cospicua delle proprie risorse. Ed  erano confluite in tale sforzo straordinario anche le competenze  e le risorse disponibili nel mondo universitario. 

Sembrava rifiorire d’un tratto un impegno civile ed etico del mondo della scienza e della cultura – che in Italia si era potuto registrare solo nel Dopoguerra e fino al termine degli anni ’50  -  per entrare nelle pieghe della società e mettere a disposizione conoscenze e strumenti d’indagine per analizzare in profondità i fenomeni e accompagnare i processi di aggregazione – alternativi ai partiti e alle tradizionali organizzazioni sociali – che si stavano sviluppando.
 

Ma sul più bello del sogno – come spesso accade -  mi sono svegliato e scorrendo la rassegna stampa mi sono accorto che oggi purtroppo il realismo necessario per fronteggiare la realtà effettuale delle cose si può solo sognare. La politica compie, invece, i suoi riti in una dimensione surreale come nel teatro dell’assurdo.
 

Bersani, in virtù della sua maggioranza (molto) relativa, pensa di aver vinto e ha chiesto e ottenuto un pre-incarico. Berlusconi parla di una grande rimonta e mobilita la piazza per porre le proprie richieste. Entrambi continuano a delegittimarsi a vicenda senza alcun ritegno, rendendosi ancor più odiosi agli elettori. Entrambi demonizzano o banalizzano Grillo e il suo movimento e non hanno alcuna voglia di esaminare a fondo la linea di faglia che si è aperta tra il “popolo” e le élites, la crisi della rappresentanza tradizionale e la necessità di guidare la tormentata transizione da una democrazia dei partiti a una democrazia del pubblico e delle comunità.  E’ il trionfo del tatticismo, dei giochi di palazzo, delle mosse per conquistare una carica o scambiarla con un altro.

 

Ma fortunatamente a tenere dritta la barra c’è Napolitano. E dopo il tentativo di Bersani, tentativo che si preannuncia visibilmente velleitario, si dovrà passare alla seconda fase della crisi, quella vera. E bisognerà ricorrere alle doti italiche di realismo, alla capacità del nostro “popolo”– nei momenti difficili - di vedere la verità effettuale delle cose e non quella che i potenti di turno immaginano nelle loro teste per non mettersi in discussione.

 

La responsabilità è la capacità di porsi in ascolto degli altri per comprendere fino in fondo la natura dei problemi insiti nelle loro domande e così rispondere efficacemente. Da qui passa il cambiamento:  dal metterci tutti in discussione e non dal fingere di ascoltare l’altro e poi fregarsene.


16 marzo 2013

Articolo di Alfonso Pascale: "Un'involuzione o un'opportunità per cambiare?"

I risultati elettorali del febbraio scorso ci dicono che in Italia la crisi non è solo economica e sociale ma anche politica e istituzionale.  E’ dunque una crisi gravissima quella che sta attraversando l’Italia che per essere affrontata richiede innanzitutto rispetto reciproco, responsabilità e fraternità civile. Le crisi, come è noto, non sono necessariamente portatrici di sventure ma possono anche costituire un’occasione per cambiare, generando così prosperità.

Gli antichi Greci esprimevano l'idea funesta di crisi politica, sociale e morale interna alla polis, portatrice di conflitti nel popolo, con il termine stasis, che significa "inattività", "assenza di cambiamento".

La parola "crisi" che noi moderni adoperiamo quando incombono delle perturbazioni deriva invece dal greco krinein, che significa "separare" e in senso figurativo “giudicare”, "decidere". Le crisi dovrebbero, dunque, costituire momenti dinamici che separano una maniera di essere o una serie di fenomeni da un'altra differente. Dovrebbero scandire i tempi di svolta, di scelte, di crescita da valutare positivamente o negativamente più dai suoi esiti comportamentali che dall’essere fonte di stress per definizione.

 

La fine del bipolarismo conflittuale e la disfatta dei suoi protagonisti

Vediamo innanzitutto cosa ci lasciamo definitivamente alle spalle, da cosa sicuramente ci stiamo separando. Di certo dal modello di bipolarismo che aveva preso corpo vent’anni fa con la discesa in campo di Berlusconi e che – con qualche variante - aveva dominato la scena fino a consumarsi in una conflittualità, esasperata da una violenta comunicazione e da una perenne delegittimazione reciproca dei due poli in competizione, senza produrre alcuna novità.

Non reggono più e non hanno più forza ordinatrice e ancor meno espansiva i due fattori che hanno caratterizzato i raggruppamenti principali che si sono confrontati: a destra la persona, le risorse e le capacità del Cavaliere di Arcore; a sinistra la robustezza e l’esperienza di un apparato derivato dal Pci, a cui si sono aggiunti pezzi di personale politico del cattolicesimo democratico e della tradizione socialista, tutti però depositari di culture e di pratiche politiche figlie di un altro tempo.

Il Pd di Bersani ha preso alla Camera 8 milioni e 600 mila voti; alle politiche del 2008, quando era guidato da Veltroni, aveva avuto più di 12 milioni di suffragi. Ne ha persi dunque 3 milioni e mezzo, pari a circa un terzo del proprio elettorato. Berlusconi è passato da più di 13 milioni e mezzo a 7 milioni e 300 mila. Ha fatto dunque anche peggio, si è quasi dimezzato. Il Pd perde nelle regioni “rosse” e i “forza-leghisti” nelle loro roccaforti post-democristiane. E’ come se i territori si fossero finalmente smarcati dalle identificazioni politiche che li caratterizzavano storicamente.

Entrambi i raggruppamenti hanno anche perduto le loro basi sociali di riferimento e sono rimasti senza il loro “popolo”. Il centrodestra perde il consenso dei ceti medi produttivi privati del Nord e dei gruppi sociali “protetti” del Sud; il centrosinistra perde quello dei  ceti medi tecnici e intellettuali e del pubblico impiego. Entrambi gli  schieramenti hanno smesso di costituire i poli alternativi per i lavoratori dipendenti e indipendenti, occupati e disoccupati. E’ come se l’elettorato avesse detto basta agli schemi politici che ancora si dividevano per gruppi sociali omogenei. C’è voluta la ribellione dell’elettorato per far comprendere alla politica che le preferenze nelle urne prescindono dalla condizione professionale. Gli operai e i disoccupati non si sono spostati a sinistra e gli impiegati e i professionisti non si sono orientati a destra, come saremmo indotti a pensare secondo i vecchi criteri interpretativi. Gli orientamenti si modificano e si rimescolano, creando nuove mappe politiche, ed è l’interclassismo il dato prevalente.

I “forza-leghisti” hanno sicuramente perso di più, ma considerati i danni prodotti dal loro governo, la loro impresentabilità europea e mondiale e le previsioni della vigilia, bisogna prendere atto con realismo che – a prescindere dall’attuale legge elettorale, ideata per l’ingovernabilità -  i veri sconfitti di questa tornata sono il Pd e la coalizione Italia Bene Comune, che avrebbero dovuto incassare il profitto politico della conclusione definitiva della stagione del Cavaliere di Arcore. Il fatto che non ci siano riusciti suona come una condanna in pratica irrimediabile.

Sono, inoltre, scomparsi definitivamente o si sono ridotti al lumicino tutti gli eredi dei simboli della Prima Repubblica, i partiti identitari: Rifondazione comunista e i raggruppamenti di Vendola, Fini e Casini. E’ inoltre uscito di scena il movimento giustizialista di Di Pietro, sorto sull’onda di Tangentopoli, e si è dimezzato il consenso alla Lega Nord, nonostante la vittoria di Maroni alle elezioni regionali della Lombardia. 

 

Le nuove formazioni politiche

Vediamo adesso le novità che il voto ha determinato. Gli 8 milioni e 700 mila persone che hanno votato Movimento 5 Stelle e gli 11 milioni e 600 mila elettori chesono rimasti a casa rappresentano circa il 50 per cento dell’elettorato. E questa forza enorme ha opposto un netto rifiuto ad un’alternanza che poteva conferire al centrosinistra, guidato dal segretario del Pd, la possibilità di governare per una legislatura.

E’un grave errore sottovalutare l’astensionismo che questa volta si è manifestato con un’intensità mai raggiunta nelle elezioni politiche. La maggior parte di questi elettori non è fatta di persone prive di senso civico come saremmo indotti a pensare, seguendo i canoni interpretativi tradizionali. Ma ha agitocon la piena consapevolezza di esprimere con un gesto - quello di disertare le urne - un orientamento che la preferenza a qualsivoglia lista non avrebbe potuto comunicare.

Quando ad un individuo si toglie la possibilità di utilizzare un linguaggio per esprimersi – ed è questa la condizione in cui ci si trova quando l’offerta politica è priva di segni che corrispondano a significati univocamente percepibili -  non gli resta che farsi capire coi gesti. E l’astensione ha costituito per molti un gesto eloquente perdire quello che fino a ieri era impronunciabile. E cioè che quando viene a mancare un’offerta politica all’altezza delle sfide che urgono, il dovere di votare – come l’obbedienza per don Milani? - non è più una virtù. Questo pensiero – covato nel proprio animo da tempo - si è potuto questa volta esprimere senza vergogna e senza rimorsi. Assecondando l’ impulso etico di non sentirsi più costretti a frequentare – anche se solo con un tratto di matita sulla scheda elettorale – “luoghi” divenuti indigesti.

Ancheil fenomeno del M5S va letto con estrema attenzione. Innanzitutto con un’avvertenza. La forma populistica della leadership di Beppe Grillo - che hadimostrato di possedere una grande dimestichezza con gli strumenti della comunicazione - non va confusa con la nuove forme partecipative che numerosi cittadini hanno sperimentato aderendo al movimento. Forme molto imperfette, spesso infantili, talvolta grezze e per nulla gradite a chi ha frequentato per decenni i luoghi della politica tradizionale. Già altri movimenti di questi anni – come quelli per la cosiddetta “rivoluzione gentile” promossa dalle donne o per la gestione collettiva dell’acqua - avevano segnalato una forte domanda di nuova politicache si era incanalata in percorsi partecipativi dal basso sulla base di contenuti specifici.  Ma tali movimenti si erano trovati ineluttabilmente dinanzi al problema del rapporto coi partiti,riluttanti a riconoscere l’autorganizzazione della società civile come spazio distinto dal sistema politico e in rapporto dialettico con esso. E tale incomunicabilità è da considerare come la causa scatenante del rifiuto diffuso ad affidare al centrosinistra il compito di essere il soggetto dell’alternanza al centrodestra.

Al di là dei forti limiti qualitativi delle forme concretamente adottate, il fenomeno del M5S si inscrive, pertanto, nelle nuove forme di partecipazione ai processi decisionali pubblici importate dai Paesi di cultura anglosassone e che, in Italia, hanno avuto una valenza prevalentemente locale. E’ sbagliato considerarle un revival partecipazionista stile anni Settanta perché le attuali forme sono fondate –almeno sul piano teorico – sull’idea che tutti debbano mutare i propri comportamenti  senza che abbiano spazio logiche massimalistiche nella formulazione delle richieste e visioni assistenzialistiche nel rapporto con le istituzioni.   Si tratta di percorsi di cittadinanza attiva improntati alla responsabilità e alla ricerca di soluzioni possibili ai problemi concreti della vita quotidiana.

Con tutti i distinguo del caso, è come se tali processi fossero animati da ignari “nipoti” di Danilo Dolci, Aldo Capitini, Manlio Rossi-Doria, Adriano Olivetti, Umberto Zanotti-Bianco, Angela Zucconi, che agivano negli anni Cinquanta del secolo scorso, in un’Italia del tutto diversa da quella attuale, con un’accentuata sensibilità al fattore umano dello sviluppo in una visione interdisciplinare e che, proprio per questo, erano duramente osteggiati dalla cultura dominante del loro tempo. 

Come allora, anche nei laboratori sociali del nuovo secolo, l’idea è quella di individuare problemi e trovare a ciascuno la sua diversa soluzione, di unire gli uomini ma lasciarli anche vivere ciascuno a suo modo. Come allora, anche oggi sono esperienze che portano nomi inglesi: dal Planning for Real, praticato con l’amministrazione Castellani a Torino negli anni Novanta per il Progetto Speciale Periferie, al 21st Century Town Meeting, utilizzato per delineare in modo partecipato le linee guida dellalegge sulla partecipazione della Regione Toscana del 2007, all’Open SpaceTechnology (OST), al quale ormai anche in Italia fanno ricorso sempre più numerosi social network locali.

Accanto a queste esperienze vanno considerate le reti di economia solidale, quelle sull’agricoltura sociale esulla legalità. Un pullulare di iniziative che intendono ricostruire senso di comunità in luoghi fisici e virtuali.

Alcune iniziative siffatte hanno avuto maggiore successo perché hanno incontrato partiti e istituzioni capaci di trasformarsi in “garanti del gioco dell’ascolto”. Rinunciando a fagocitare i movimenti nelle logiche tradizionali di potere. E rendendosi, invece, disponibili ad un continuo adeguamento istituzionale, per favorire il dialogo e l’attuazione delle decisioni assunte con il metodo partecipativo. Altre esperienze subiscono, purtroppo, il muro di incomunicabilità innalzato dalla politica o resistono ai tentativi di assorbimento e neutralizzazione da parte dei partiti e dei sindacati. In ogni caso, sperimentano il dialogo come lievito della democrazia. Non già nella forma di noiose e inconcludenti terapie di gruppo – che la politica tradizionale offre a iosa - ma in quella della disponibilità di ciascun partecipante a considerare le proprie posizioni come punti di partenza per un compromesso possibile; del diritto di parola che si integra con quello di essere ascoltati; del diritto di contraddittorio con quello di moltiplicare le opzioni prima di prendere qualsiasi decisione; del voto a maggioranza a cuisi ricorre solo quando fallisce la co-progettazione creativa.

Tali percorsi avvengono in una condizione del tutto nuova rispetto alle esperienze del dopoguerra, quando ipartiti di massa promuovevano direttamente i movimenti modellandoli allo Stato sociale in un quadro esclusivamente nazionale, consideravano le forme di autorganizzazione della società civile come cinghie di trasmissione etacciavano come reazionari gli animatori di comunità - che intendevano promuovere la partecipazione al di fuori dei partiti - irridendoli e privandolidi ogni sostegno.

Cosa è cambiato nel frattempo? Inprimo luogo, non è più il tempo dell’utopia e delle grandi narrazioni ideologiche ma viviamo il tempo dell’incertezza. E le nuove forme di partecipazione non inseguono visioni utopiche ma si fondano sulla capacità di contenere le paure assumendo comportamenti responsabili. Sono caratterizzatedalla presenza di attori ansiosi di apprendere come distinguere tra ciò che ènecessario  e ciò che non lo è; comeselezionare le scelte e governare le contingenze del presente amministrando ildi volta in volta; come esplorare le possibilità e avere mente flessibile; come sviluppare un’intelligenza creativa e avere fiducia in sé stessi e negli altri.

In secondo luogo, oggi i problemi hanno una dimensione globale ma i partiti e le istituzioni sono ancora strutturati nella dimensione nazionale e locale. L’Europa non è ancoraun’Unione politica. E i gruppi autorganizzati affrontano i problemi a scala sovranazionale adottando comportamenti responsabili anche senza incrociare, purtroppo, istituzioni politiche con cui stabilire un dialogo. E’ per questo che le iniziative da essi assunti sembrano velleitarie e inconcludenti. Sono, invece, tentativi spontanei di cercare forme nuove di far politica, di esprimere nelle forme possibili una domanda di politica.

In terzo luogo, la rete permette ai cittadini di acquisire direttamente le informazioni e di creare spazi didiscussione virtuali per selezionare in modo partecipato le informazioni. E tale opportunità ha messo in questione l’autorevolezza dei partiti e delle istituzioni che avevano il monopolio dell’informazione.

Il M5S si caratterizza per l’atteggiamento molto spiccato di rifiuto della politica. Bisogna però fare attenzione. Tale posizione non va confusa con l’antipolitica e il qualunquismo. Nel movimento di Grillo traspare la consapevolezza che possa esistere – proprio perché viene sperimentato di persona dai protagonisti nelle nuove forme della partecipazione– una maniera di fare politica come servizio e non come esercizio del potere per il potere o come mezzo per conseguire il proprio tornaconto personale. E si denuncia con virulenza il fatto che tale modalità non si riscontra o non si percepisce nella quasi generalità delle persone che al momento svolgono funzioni politiche. I fenomeni di corruzione e di spreco di risorse pubbliche per fini personali – che negli ultimi tempi si sono ingigantiti – hanno alimentato e diffuso un senso di ribellione non genericamente moralistico, ma fondato sulla capacità dei nuovi protagonisti di dimostrare concretamente che è possibile tornare ad una politica normale, intesa come un “mettersi a disposizione” del Paese, che la politica non è necessariamente cinismo, arroganza, arbitrio, ladrocinio. E’ questo messaggio che il M5S è riuscito atrasmettere agli elettori - con le performance di Beppe Grillo ma non solo -riscuotendo su tali basi un consenso straordinario.

Non era mai accaduto che una formazione politica alla prima esperienza elettorale raggiungesse di botto il 25,5 percento dei voti. Un consenso uniforme su tutto il territorio nazionale eproveniente da elettori di destra e di sinistra, da comuni ricchi e da quellipoveri, dalle grandi città e dai centri più piccoli e rurali. Un consenso proveniente dai giovani in misura maggiore rispetto al Pd e al Pdl che non a caso perdono meno dove ci sono più vecchi.

Va, infine, segnalata un’ulteriore novità emersa dalla consultazione elettorale: la lista Scelta civica di Monti ha raccolto in cinquanta giorni tre milioni di voti. Sarebbe un errore sottovalutare questo risultato che non è eccellente ma non è nemmeno disprezzabile. Si tratta dell’unico raggruppamento che ha difeso fino in fondo l’azione di salvataggio del Paese compiuta da un governo del Presidente dopo che, nel dicembre 2011, i due maggiori player avevano lasciato il campo a Monti. Lo avevano fatto non per generosità – come dopo si è favoleggiato – maperché non c’erano alternative. Berlusconi non ce la faceva più a governare;Bersani non se la sentiva di andare immediatamente al voto e caricarsi – in un’Europa dominata ancora dal duo Merkel-Sarkozy – di un onere tanto pesante.

Il profilo di Scelta civica è saldamente ancorato all’Unione Europea. Un ancoraggio critico e costruttivo chepotrebbe mettere l'Italia, coi conti pubblici ormai in ordine, nella condizionedi far sentire la sua voce. In particolare, per chiedere uno sforzo sulla crescita. Inoltre, questo polo ritiene indispensabile proseguire le riforme strutturali già avviate che hanno permesso all’Italia difare un passo fondamentale nell’acquisire il pareggio di bilancio in termini strutturali già nel 2013, senza dover essere sostenuta dall’intervento del Fondo Monetario Internazionale e, dunque, senza cedere un pezzo della propria sovranità.   

  E’ per tali motivi che questo raggruppamento ha raccolto preferenze soprattutto tra igiovani e tra i ceti medi riflessivi, nonostante la condizione di oggettivadifficoltà determinatasi dopo che il governo aveva preso una serie di decisioni impopolari. E dopo che due dei tre poli - che prima avevano appoggiato le riforme - si fossero sfilati dall'assunzione di responsabilità per le misure prese. 

Probabilmente Scelta civica avrebbe potuto conseguire un risultato migliore se Monti non si fosse alleatocon Fini e Casini – simboli inequivocabili della vecchia politica - e non avesse dato l’impressione che la sua iniziativa fosse direttamente collegata a quella promossa, qualche tempo prima, dalle associazioni di ispirazione cattolica e fortemente voluta da Ratzinger.

In realtà, il tentativo di costruire un polo cattolico, promosso con il “manifesto per la buona politica e il bene comune” e sfociato l’anno scorso in un forum, è fortunatamente fallito, nonostante l’elezione - nella lista “Scelta civica” - dell’ex leader di Confcooperative Marino e dell’ex presidente delle Acli Olivero. Entrambi si erano dimessi prima di candidarsi e avevano dichiarato di entrare in politica a seguito di una mera scelta personale.

 

La sconcertante vicenda delle primarie

Alla lista Monti e al Pdl sono andati i suffragi che il Pd avrebbe potuto incassare se non si fosse alleato con Vendola e se l’intero gruppo dirigente non avesse osteggiato in modo indecente la candidatura di Renzi alle primarie. Non poteva, infatti, non sconcertare gli italiani l’argomento con cui i sostenitori di Bersani avevano messo in croce il giovane sindaco di Firenze: la sua capacità di intercettare il voto degli elettori del centrodestra delusi e sfiduciati da Berlusconi come prova della sua inaffidabilità.

Orbene, in tutte le democrazie del mondo si ritiene normale che per vincere sia necessario sottrarre gli elettoriall’avversario. L’alternanza al governo nelle democrazie è determinata propriodalla capacità di proporre un’offerta per il governo del Paese che convinca quante più persone possibili compresi gli elettori dell’avversario, specie sequest’ultimo non ha mantenuto le promesse. Su questo principio si fonda la vocazione maggioritaria di un partito. E tra i miti fondativi del Pd, oltre alle primarie, c’era anche quello della vocazione maggioritaria.

Ma pur di sconfiggere l’unico dirigente che si era mostrato capace di far leva su questo principio della democrazia, il gruppo dirigente del Pd aveva costruito cavilli burocratici e regole restrittive per impedire un’onesta spinta a fa sì che elettori in fuga dal centrodestra partecipassero alle primarie. Da grande festa della democrazia, le primarie si erano così trasformate in triste spettacolo della partitocrazia.

La candidatura di Renzi aveva accresciuto notevolmente l’interesse nei confronti delle primarie perché la sua figura costituiva comunque un sasso gettato nello stagno. Egli era portatore di una nuova idea di riformismo, vicina al liberalismo della Terza Via ma in chiave neokeynesiana, e di un dibattito politico sulle idee e sui programmi a discapito dei soliti conflitti tra correnti e personalità. Ma si era realizzata l’unanime convergenza del gruppo dirigente - compresi Veltroni, Fioroni e Gentiloni  che pure a quelle idee si erano rifatti in passato – a far quadrato intorno a Bersani, modificando le regole – a primarie in corso – per ottenere un risultato pilotato a discapito del sindaco di Firenze. Si era così introdotto un albo degli elettori di centrosinistra preregistrati per poter escludere gli altri. Si era innalzato il limite di età degli aventi diritto al voto, impedendo ai 16-17enni ammessi in tutte le precedenti primarie di partecipare questa volta solo perché i sondaggisti avevano previsto che il voto di questa fascia d’età sarebbe andato a Renzi.

Era, dunque, venuto alla luce un inedito spirito settario che nel Pci togliattiano e poi berlingueriano non si era mai manifestato. Chi avesse militato in quel partito ricorderà come fosse motivo di orgoglio e soddisfazione per tutti gli aderenti sottrarre pezzi di elettorato tradizionalmente democristiano. Si era, dunque, trattato di una raccapricciante regressione culturale che sembrava collegare – forse in modo inconsapevole - pezzi dello stato maggiore del Pd a filoni pseudorivoluzionari post-resistenziali che ritenevamo definitivamente esauriti.

Senza dubbio è del tutto comprensibile che le generazioni più anziane guardassero con stupore e inquietudine l’emergere di un giovane politico avvezzo a toni  ed espressioni dozzinali e a volte volgari nel giudicare i gruppi dirigenti del Pd e le loro iniziative. E tuttavia sono fatti così linguaggi e stili imperanti nell’odierna società. Basta guardare il modo di dialogare sulla rete e in televisione per rendersene conto.  E oggi chi non s’adegua assomiglia a un alieno. E tuttavia questo non c’entra un fico secco con il muro che era stato innalzato all’elettorato di destra in occasione delle primarie.

Sicché quella vicenda, raccontata dai mass-media in tutte le salse, era servita come primo assist alla rimonta di Berlusconi. Inaspettatamente il Cavaliere aveva, infatti, potuto rendersi conto- senza dover ricorrere al consiglio degli esperti - che parte del suo elettorato era congelato e lo si poteva rimotivare. 

Con Renzi il Pd avrebbe comunque perso ma con lui candidato alla premiership avrebbe forse evitato la disfatta.  In linea con quanto era già avvenuto nel Pci, anche nel partito che ne aveva ereditato le spoglie, si continuava ad avere paura del rinnovamento generazionale. E dinanzi alla necessità di rinnovarsi, ancora una volta ci si affidava ad anziani esperti per rendere più morbidi il trapasso. Dopo Longo e Natta, toccava a Bersani. Ma nonostante il compimento del rito, non si era voluto passare la mano.

Privo dell’apporto del sindaco di Firenze, la campagna elettorale del Pd è apparsa dimessa e scialba. La critica alle politiche di austerity imposte dall’Europa non è stata mai accompagnata da proposte alternative se non una generica diminuzione della pressione fiscale e di un aumento della spesa per nuove opere pubbliche, prive  della necessaria indicazione della copertura. E’ emersa anche una nuova versione del collateralismo tra Pd e Cgil come cinghia di trasmissione all’incontrario e dunque come subalternità del partito al sindacato in materia di mercato del lavoro.

 

Il governo del Presidente

Il centrosinistra ha riportato il 29,54% dei voti, appena lo 0,36% in più della coalizione guidata da Berlusconi. Ma se consideriamo le prestazioni ottenute dai singoli partiti, allora il Pd risulta addirittura secondo, superato dal M5S. Il fatto che tre formazioni politiche abbiano ottenuto percentuali così vicine, abbinate ad un sistema proporzionale con modalità di assegnazione dei seggi diverse tra Camera e Senato, ha determinato un Parlamento frammentatissimo. Una situazione che non permette la governabilità. E non basterebbe, al punto in cui siamo, modificare esclusivamente la legge elettorale per avere governi che restino in carica un’intera legislatura. Occorrerebbe invece una riforma istituzionale che preveda l’introduzione del presidenzialismo e un sistema elettorale maggioritario con  il doppio turno.

Nell’attuale Parlamento ci sarebbe senz’altro la maggioranza per una tale riforma, perché combina insieme le proposte del Pd e del Pdl. Ma la priorità dei democratici non è la riforma istituzionale che rimetterebbe in moto il Paese. E’ la ricerca di un percorso che porti quanto prima possibile al recupero del consenso sottratto dal M5S al proprio partito. Il Pd è disponibile anche a concedere qualcosa a Grillo, magari tagliando alcuni costi della politica, per raggiungere il risultato sperato. Insomma, la convinzione da cui parte è che i voti perduti siano solo provvisoriamente andati al M5S, pronti alla prima occasione per ritornare all’ovile. Di questo sono persuasi anche gli intellettuali di area che hanno firmato gli appelli per convincere Grillo a convergere su un governo insieme al Pd. Pensano che i voti del Pd e quelli del M5S siano interscambiabili. Non credono che il successo del M5S sia qualcosa che abbia segnato in profondità il sistema politico, sovvertendo le antiche appartenenze. E che chiama tutti a mostrare disponibilità ad avviare cambiamenti reali e concreti per stare adeguatamente nell’arena politica. L’idea è che, in realtà, la sinistra ha vinto le elezioni, solo che si è divisa per via dell’eccessiva timidezza del Pd. Basta dunque riunificarla sotto le bandiere di un maggiore radicalismo. E se Grillo non ci sta a mettersi nel corso della Storia, il popolo capirà, e i voti in libera uscita torneranno alla casa del padre.   

Ma Grillo sa bene che questa teoria non sta in piedi e non sembra ascoltare il canto delle sirene. Egli candida, invece, il suo raggruppamento a formare l’esecutivo e chiede provocatoriamente al Pd di sostenerlo. E il centrodestra, alle prese con il solipsismo giudiziario in cui è avviluppato il suo leader, propende per andare subito a nuove elezioni. Insomma, i veti incrociati non promettono nulla di buono, qualora il Presidente Napolitano dovesse affidare l’incarico di formare il governo al leader di una delle tre formazioni che hanno conseguito i maggiori consensi.

Resta sullo sfondo la soluzione del governo del Presidente per tentare in tempi ragionevoli di varare le riforme istituzionali necessarie, ridurre in modo sistematico i costi della politica, rivedere la spesa pubblica, ridurre la povertà e dare una immediata risposta al profondo disagio dei giovani. Si tratta di mettere in campo una personalità di alto profilo che almeno nell’ultimo ventennio non abbia avuto trascorsi nella politica attiva e che possa, dunque, dialogare con tutti gli attori per ottenere il consenso intorno ad un numero limitato di provvedimenti urgenti e rimanere ancorati all’Europa. Occorrerebbe, in definitiva, uno sforzo di tutti per avviare il cambiamento, ricostituendo in primo luogo le basi diuna vita democratica fondata sul rispetto reciproco e la responsabilità.

 

L’entusiasmo della consapevolezza

 L’idea di responsabilità che spesso viene enunciata non ha un contenuto concreto, visibile, leggibile sui volti e negli atti di chi a parole si dichiara responsabile. Noi abbiamo, infatti, una nozione troppo giuridica di responsabilità. Questa non è semplicemente “imputabilità”: rendere conto di quel che si fa a qualcun altro. Deriva dal latino responsare intensivo di respondere. La responsabilità è, dunque,soprattutto l’obbligo di rispondere alle richieste dell’altro in quanto altro. Infatti, ogni uomo è per l’altro sempre una domanda. Per dare risposta a questa domanda è necessario prestare attenzione alla voce dell’altro.

L’attenzione, però, non basta: è necessario prendere le parole dell’altro sul serio, fino al punto da farle valere “come legge” per sé. Ma prendere sul serio non vuol dire affatto essere d’accordo. Dagli altri si può sempre dissentire, ma non li si può né li si deve mai sottovalutare. E’ invece condotta diffusa lasciare dire e “fregarsene”. Peraltro, uno dei tratti della democrazia è dato dal riconoscersi “fallibile”. Per questo è improntata a una continua azione di controllo e revisione. Una democrazia è fortemente a rischio se perde la coscienza della propria fallibilità. Tutti possiamo sbagliare; e dunque è dovere  di tutti correggersi reciprocamente.

Ciò vale per i cittadini ma anche per i governanti e, più in generale, per tutti coloro che detengono quote di potere. Bisognerebbe interpretare l’esercizio del potere come un “mettersi a disposizione”. E’ raro che il potere venga esercitato così: pertanto, quando non è arrogante, tende comunque ad essere arbitrario. A questo punto, non possiamo certo contenerlo con pari arroganza, ma dobbiamo contrastarlo con fermezza. Si può mostrare anche comprensione per chi sbaglia, ma ciò non significa affatto assecondare l’errore, che anzi deve essere evidenziato – e senza mezzi termini – perché chi ha sbagliato possa prenderne meglio le distanze.  Il reciproco correggersi è un modo di perfezionarsi. Ma per far questo sono necessarie umiltà e mitezza. Nessuno può mai proporsi  come modello, perché tutti abbiamo bisogno di una costante “emendazione”.  

Come fare per affermare l’idea di responsabilità come disponibilità ad ascoltarsi ed emendarsi reciprocamente?

Una strada potrebbe essere quella di far assurgere questa attitudine comportamentale a qualificazione di uno status; considerarla fattore irrinunciabile della reputazione  di chiunque detenga una quota di potere.

Oggi la società è pervasa dalla paura per la condizione sempre più accentuata di incertezza in cui ci troviamo a vivere. Ed è questa la causa principale del disagio che porta al senso di sfiducia, alla rissa, al rinchiudersi in sé stessi.

 Chiunque abbia una quota di potere nelle istituzioni e nella società civile dovrebbe coltivare il dovere di esercitarlo mostrando consapevolezza  che la paura si può vincere cambiando e non conservando i vecchi equilibri, i privilegi e le rendite di posizione.  Chiunque abbia una quota di potere dovrebbe mostrarsi capace di farsi carico della paura degli altri e di rispondere concretamente alle domande di coloro che sono impauriti.

Si tratta di ricostruire su questa base finalmente una borghesia – che in Italia non c’è mai stata - in grado di porsi in ascolto di tutti quei cittadini che invece sono oggi sfiduciati e delusi per il semplice motivo che non sono consapevoli della necessità di cambiare e temono di non farcela ad uscire dalle difficoltà. Essi sono indignati nei confronti delle istituzioni e degli altri membri dellasocietà civile che mostrano invece forza e coraggio e non cedono alla paura.

Il cambiamento oggi è possibile se nasce una borghesia con queste caratteristiche. Una borghesia che incominci ad esercitare il potere con responsabilità, effondendo intorno a sé l’entusiasmo della consapevolezza del tempo che stiamo vivendo, dell’opportunità che abbiamo di cambiare, di accrescere la libertà di tutti e di ridurre le ingiustizie. Non è facile, ma solo a questa condizione potrà riaccendersi la fiducia in grado di liberare le energie vitali, oggi compresse, per costruire il futuro possibile.

Senza l’emozione lungimirante e luminosa della consapevolezza, la sola razionalità non ce la può fare a rimettere in moto il cambiamento. E’ necessario trasmettere la gioia di essere artefici del cambiamento e nutrire un forte sentimento di fraternità civile per poter aiutare chi ha paura a superare ogni timore e camminare tutti insieme.

5 aprile 2010

Un articolo di Alfonso Pascale: L'opposizione e il coraggio di scegliere

 Il vento di novità che aveva incominciato a soffiare in Europa con le elezioni regionali francesi non ha oltrepassato le Alpi. La crisi economica e l’enorme sofferenza sociale che essa si trascina non hanno provocato la bocciatura del centrodestra italiano come noi ci auguravamo. Eppure nei due anni passati la situazione economica e sociale dell’Italia non è stata affatto migliore rispetto alla Francia. E Berlusconi non si è mostrato per nulla più attivo di Sarkozy nel contrastare la crisi. I dati dicono semmai il contrario. Ma il premier francese è stato punito mentre il governo italiano non ha incassato un giudizio negativo degli elettori. Allora quali sono le ragioni della sconfitta del PD e del centrosinistra? E’ inutile negare l’evidenza: il PD è arretrato rispetto alle europee e il centrosinistra, pur recuperando lievemente rispetto allo scorso anno, non è riuscito ad approfittare delle difficoltà di Berlusconi. Perché è avvenuto?

A rendere più netto l’insuccesso dell’opposizione è la crescita abnorme dell’astensionismo. Il “non voto per scelta” si aggira intorno al 30 %. A differenza di quanto avviene in altri Paesi occidentali dove ci si astiene per mero disinteresse, emerge per la prima volta in Italia una disaffezione lucidamente coltivata, una risposta calcolata a una deriva che si ritiene evidentemente insopportabile. Si tratta di uno scollamento ormai drammatico non solo fra la politica, per come viene percepita, e i bisogni, le domande e le aspirazioni di tante persone in carne ed ossa, ma complessivamente tra le istituzioni e la società. Come ha rilevato Aldo Schiavone, il non voto appare come l’esigenza avvertita in modo impellente di sottrarsi a un gioco cui non si vuole più prestare fiducia, né dare legittimazione. “Se proprio lo dovete fare, ebbene fatelo non in mio nome" hanno concluso tanti elettori nel decidere di non votare.

A produrre un distacco di così larghe dimensioni sarà stato anche il fatto che, a quarant’anni dalla loro istituzione, le Regioni non sono mai decollate. Nessun partito è disposto ad ammettere che questi enti si sono rivelati una gigantesca, costosissima delusione. Eppure l’opinione pubblica ne è sempre più convinta, come osserva Galli della Loggia, e reagisce prendendo le distanze da una classe politica che considera responsabile di tale fallimento. Di questo bisogna pur tener conto quando si discute di federalismo perché esso va necessariamente accompagnato da una riforma profonda della pubblica amministrazione centrale e regionale. La quale, nelle forme del tutto inefficienti e obsolete in cui oggi si presenta, è percepita sempre più dai cittadini come un gravame insopportabile e odioso.

 

Se il centrodestra tiene e l’opposizione non è in grado di offrire un’alternativa credibile a tanti elettori disincantati e delusi dalla politica e dalle istituzioni è perché il centrosinistra non riesce a fare una diagnosi condivisa della società italiana da cui far scaturire una proposta politica convincente. La principale forza di opposizione, il Pd, è in effetti la somma di due pezzi sbiaditi di Prima Repubblica: un po’ di ex-comunisti convertiti a modo proprio alla socialdemocrazia e uno spicchio di sinistra democristiana. Si tratta di culture che hanno un passato glorioso ma che  non sono in grado di intercettare i bisogni di una società profondamente cambiata. Chi proviene da siffatte culture e vuole mantenersi fedele ai propri valori di fondo non ha strumenti culturali per comprendere perché un personaggio come Berlusconi possa incontrare – ormai da tanti anni - un favore così straordinario presso gli elettori e perché questi gli condonino con tanta facilità i suoi conflitti di interesse, la prevalente attenzione per i propri affari, le tensioni con la magistratura, lo scarso rispetto dei delicati bilanciamenti di uno stato di diritto. Arretra smarrito dinanzi a questi dati di fatto e non vuole ammettere di non saper leggere il nuovo paesaggio sociale. Per gli eredi dei comunisti e dei democristiani di sinistra, che vogliono rimanere ancorati ai valori di fraternità e reciprocità e al senso di comunità solidale, ancor più ostica appare la Lega di Bossi. La quale ha introdotto nel dibattito pubblico una cultura anti-nazionale e pulsioni xenofobe che in altri Paesi europei sono sì egualmente forti, ma stanno ai margini delle forze di governo. Eppure da noi la Lega dirige dicasteri importanti, presiede due Regioni di notevoli dimensioni, amministra centinaia e centinaia di Comuni e organizza la sua attività politica stando quotidianamente tra la gente.

 

Le responsabilità per tali carenze politiche sono diffuse al centro e in periferia. Non riguardano solo Bersani oggi o Veltroni e Franceschini ieri. Nessuna componente del Pd possiede una cultura politica in grado di interpretare convinzioni diffuse e nuovi bisogni degli individui e di interagire in qualche modo con il fenomeno Berlusconi e con quello della Lega. Continuare a dividerci in base alle mozioni congressuali per addossarci reciprocamente la responsabilità degli insuccessi elettorali è pura follia. Se vogliamo rilanciare il progetto del Pd, prima di vederlo miseramente fallire, occorre rimescolare le forze e coinvolgere nuove energie culturali e ideali rimaste sull’uscio perché gli apparati, indipendentemente dalla corrente di appartenenza, se ne stanno rinchiusi nelle istituzioni e si sono finora rivelati indisponibili a condividere i propri spazi di operatività. Bisognerebbe costruire un vero e proprio “movimento” di iscritti e di elettori per ottenere finalmente l’apertura di porte e finestre che precludono al Pd rapporti fecondi con settori vitali della società. La sua azione politica andrebbe accompagnata da inchieste sociali nei diversi territori per conoscere a fondo la realtà, le trasformazioni avvenute nel modo di pensare delle persone. Una cultura politica nuova può crescere nel centrosinistra se si nutre di saperi scientifici e contestuali, di ricerca sociale multidisciplinare, se quest’ultima diventa una componente fondamentale dell’agire politico e se i gruppi dirigenti si mettono in sintonia con le pulsioni più profonde della società.

Nel Pd e negli altri partiti del centrosinistra, in tutte le loro componenti, imperversa invece una spaventosa pigrizia culturale che li rende ciechi e sordi dinanzi ai cambiamenti sociali. Eppure vi sono molte persone capaci e circolano idee innovative su diversi temi: il federalismo, la riforma fiscale, l’integrazione degli immigrati, la legislazione del lavoro, la pubblica amministrazione, l’istruzione, l’agricoltura, l’economia civile, il welfare, il Mezzogiorno. Ma quando i singoli dossier diventano azione riformatrice incontrano seri limiti nelle resistenze corporative di coloro – persone e organizzazioni - che vivono prevalentemente di risorse pubbliche e che costituiscono l’insediamento sociale prevalente della sinistra.

 

Michele Salvati ci ricorda spesso che riforme efficaci non sempre godono di un largo consenso e che rischiare l' impopolarità nei punti di forza tradizionali in attesa di un’ipotetica riconoscenza da parte di ceti che costituiscono l’insediamento sociale prevalente degli avversari o da parte delle generazioni future, esige un coraggio e un’autorevolezza che al momento mancano ai gruppi dirigenti del Pd e del centrosinistra. Un coraggio e un’autorevolezza che purtroppo non posseggono neanche i giovani, da questo punto di vista ancora più “vecchi” degli attuali leader. E’ indubbio che essi subiscono l’ostruzionismo dei dirigenti più anziani, ma potrebbero più facilmente conquistare spazi maggiori se manifestassero più coraggio nelle scelte. Mettere in conto di perdere consensi nel proprio insediamento di sempre per conquistarne altri più estesi in quello degli avversari è un rischio che diventa avventatezza senza una capacità di radicarsi nei territori e di leggere correttamente il cambiamento sociale. Ma è un rischio da correre se si vuole contribuire a governare i processi di cambiamento della società.

Senza il coraggio di scegliere le proposte più efficaci sui temi del presidenzialismo, della riforma elettorale, della giustizia, del federalismo fiscale, della pubblica amministrazione e delle riforme economico-sociali, il Pd e il centrosinistra non appariranno mai credibili e convincenti e non riusciranno a stanare il centrodestra dalla politica degli annunci e delle promesse. Se non si hanno le idee chiare sulle azioni di sviluppo capaci di promuovere occupazione non si sa cosa dire ai cassintegrati prossimi al licenziamento. Se non si comprende la differenza delle forme dell’abitare, quando creano comunità e integrazione sociale o quando lasciano solo la falsa alternativa tra la tv dentro casa  o il centro commerciale, non si sa cosa dire quando diventa luogo comune che l’immigrato ti ruba il lavoro e l’alloggio. 

Al momento, l’accoppiata Berlusconi-Bossi dimostra una straordinaria capacità nel dividersi il compito di convincere gli elettori. Nel centrosinistra un analogo gioco di squadra tra il Pd e le altre forze politiche non è nemmeno immaginabile senza prima produrre una diagnosi condivisa della società e un’elaborazione programmatica che aiuti un confronto di questo tipo, volto anche a superare la conflittualità permanente. Stare per strada per interpretare correttamente le trasformazioni sociali e avere il coraggio di scegliere sono, dunque, i prerequisiti di una cultura politica nuova che potrà permettere al Pd e al centrosinistra di intercettare il malcontento destinato a crescere nei prossimi anni.

 

da www.laveracronaca.com

 

 

 

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