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che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

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28 settembre 2013

Mario Campli: l'agricoltura non è un mondo a parte. A proposito di un libro di Alfonso Pascale


Mi auguro che questo libro possa dare un piccolo contributo a chiunque voglia guardare al futuro con più consapevolezza, continuando a coltivare ragionevoli speranze”.


Così conclude, Alfonso Pascale, la Introduzione al suo Radici & Gemme.


Il libro di Alfonso Pascale, può essere letto da tanti lettori (ed io me lo auguro fortemente) e con diversi approcci e aspettative: per farsi una conoscenza di massima,  e nello stesso tempo accurata, della partecipazione (o del coinvolgimento) del cosiddetto “mondo agricolo” (economia e società, persone e sviluppi storici, tecnologici e politici) alla storia e alla vita di questo paese; per ricostruire, attraverso la lettura dell’evoluzione delle dinamiche  sociali, economiche, politiche,  il percorso della progressiva contaminazione di un “settore” della economia e della società (una volta, definito “primario”; quando l’industria veniva definita “secondario” e tutto  il resto, “terziario”)  che da “autonomo”, via via, si è ritrovato interconnesso e contaminato a tutti i livelli. Oppure ci si può accostare al bel volume di Pascale per amore della terra e/o  per stanchezza del vivere nei tessuti urbani; per “saperne di più”; ecc. ecc.


Io (che di questa realtà ne ho una qualche consapevolezza per la compartecipazione alla vita, ad una famiglia e alle attività agricole nella mia tenera età e successivamente per la lunga professione di dirigente nelle organizzazioni di rappresentanza in Italia e nella Unione Europea) prediligo il secondo approccio.

Di più: credo che il valore, oggi,  di questa importante  fatica  di Alfonso Pascale  stia proprio nel prendere per mano il lettore (soprattutto i giovani e, in generale, i contemporanei) e fargli scoprire che quel mondo non è un mondo a parte. E, in un certo senso, non lo è mai stato.

Quello di pensare  l’agricoltura, il rurale, le campagne, gli agricoltori, un “mondo a parte”  (a volte con distacco altezzoso – tempo fa, altre volte con appassionata “amorevolezza” - di recente) è una manifestazione di inadeguatezza culturale e/o di ritornante fuga dall’esigenza di governo della complessità di una società.  Soprattutto ora, nel mezzo di una globalizzazione contraddittoria e non governata, ma reale e non aggirabile.

Faccio di questa lettura la più urgente lettura, non solo perché “oggi tutti i prodotti che troviamo sia al mercato sia sui banchi di un supermercato, negli orti come nelle colture intensive, sono ottenuti dall’ innovazione. Questo vuol dire che necessitano delle competenze di agronomi, patologi, entomologi….Senza scambio di sapere non si ottiene nulla”  (come ben afferma un altro Pascale, Antonio, nel suo: Pane e Pace - il cibo, il progresso, il sapere nostalgico, Chiarelettere editore, 2012).

 

Considero, questo,  il contributo più significativo del lavoro di Alfonso Pascale, in quanto proprio oggi  “nostalgici ritorni” – indotti  da normalissime  esigenze di sanità e qualità degli alimenti, certe, sicure e controllate,  spesso confondono le menti di tanti cittadini e cittadine. Spingendoli a pensare e dire: “una volta non era così”, “una volta tutto era genuino e sano”. Non è vero.


Il lavoro di Pascale  (anche con  l’ausilio della ottima “Guida bibliografica”, che – lo ricordo ai lettori – sostituisce la cosiddetta bibliografia;  è uno stile  diplomatico dell’autore per dirci:  alla base di questa, inevitabilmente veloce, galoppata ci sono a disposizione studi e ricerche puntuali per approfondire) ci dimostra che anche quando la separatezza del mondo/settore agricolo sembrava  “indiscutibile”, essa era espressione non del settore/mondo in quanto tale, ma di un assetto della società complessiva, pensata e governata (e perciò, vissuta) come “mondi” separati. I conflitti sociali e la organizzazione del potere, infatti, si incaricavano di collegare  e tenere in ordine mondi che apparivano distanti o separati. C’erano  anche “agenzie speciali” (ad esempio, ma non solo, la religione e le chiese) che si incaricavano della omogeneizzazione dell’ordine e del sistema, organizzati  per compartimenti, riconducendo il tutto ad un unicum del potere costituito; anche attraverso la elaborazione di ben finalizzate dottrine generali (il diritto naturale, la teologia della volontà di Dio e dell’ordine, ecc.).


L’andamento della ricerca di Pascale  ha, dunque, questo filo rosso conduttore: un mondo creduto ( e “persino” credutosi) a parte, si presenta  come mondo sempre intrecciato con la grande  società, sempre “vitale”, anche nelle sue specifiche inadeguatezze, anche con le transitorie “assenze” che rinviavano e rinviano (e questo vale anche per lo studioso che si accosta alle fonti) ad assetti e complessi storico-sociali generali.


Stiamo parlando, ovviamente, della storia moderna.


Scrive Pascale a margine della conferenza economica della Confcoltivatori: “i limiti della conferenza economica andrebbero ricercati nell’analisi ancora parziale delle modificazioni che si erano prodotte nell’economia e nella società e che avevano trasformato i rapporti tra città e campagne. Erano, infatti, cambiati in modo vistoso i comportamenti degli agricoltori e deisoggetti rurali che ormai non si distinguevano più dagli altri soggetti degli ambienti urbani. (…) il cambiamento più profondo avrebbe meritato un’analisi più accurata per individuare con maggiore precisione i soggetti e la molteplicità di relazioni e integrazioni che si stavano producendo” (p. 268).


E non si tratta, da parte dell’autore, di una notazione en passant.


E’ tutta la impostazione del lavoro che è situata in questa consapevolezza, a cominciare dal sottotitolo, dove l’autore usa la terminologia e la configurazione socio-economica di “società civile”, per indagare lo stato e l’evoluzione degli assetti  sociali, le dinamiche  delle sue componenti e le interrelazioni. Non ricorre, per essere più espliciti, alla consunta terminologia di “categoria” o ad altre similari.


D’altra parte, se i protagonisti principali dell’agricoltura sono gli agricoltori e le agricoltrici, essa (l’agricoltura) appartiene alla società e  vive nelle articolazioni di società complesse.


Su questa “evidente” appartenenza dovranno essere impostati sempre di più i vari  “negoziati” tra i protagonisti dell’agricoltura e la società, a partire da quella Politica agricola comune che ancora oggi necessita di una reimpostazione integrale e integrata.


Sono certo che la lettura di questo libro può contribuire a  coltivare quelle ragionevoli speranze di cui parla Alfonso Pascale, a cui faccio i migliori complimenti per questa sua impegnativa e meditata ricerca. E complimenti anche a Cavinato editore, per il coraggio civile che ha manifestato dando alle stampe un libro che si rivela importante nell’editoria di studi e ricerche collegate al cosiddetto “mondo agricolo”. Di queste Gemme abbiamo bisogno, per riscoprire  con più consapevolezze anche le Radici.

 

Mario Campli

(Consigliere del Comitato Economico e Sociale Europeo)


Alfonso Pascale, Radici & Gemme. La società civile delle campagne dall'Unità ad oggi, Cavinato Editore International, 2013


10 febbraio 2013

Il PE non può ridurre i tagli ma solo modificare l'entità delle voci di spesa. Cosa propongono le forze politiche?

Le dichiarazioni di alcuni parlamentari europei hanno dato l’impressione che nella procedura di approvazione del Bilancio 2014-2020  vi siano i margini per aumentare le risorse finanziarie disponibili. Sono promesse di marinaio perché la disciplina di bilancio è molto rigida e prevede competenze differenziate tra le diverse istituzioni comunitarie.

Per approvare il Bilancio dell’UE vanno preliminarmente decise le risorse proprie e quelle sul Quadro Finanziario Programmatico che costituiscono le risorse complessive per il periodo considerato da ripartire per grandi aggregati funzionali.

 

Due sono dunque i documenti da approvare: la Decisione  sulle Risorse Proprie (DRP) e il Quadro Finanziario Programmatico (QFP).

 

Il primo determina la tipologia e l’ammontare delle entrate. L’espressione “Risorse Proprie” non deve trarre in inganno perché solo una piccola quota deriva da attività di prelievo esercitata direttamente dall’Unione. La maggior parte è fatta di trasferimenti dai bilanci degli Stati, o da compartecipazioni.

 

La DRP è adottata dal Consiglio europeo all’unanimità a seguito di una proposta della Commissione e di un accordo politico del Consiglio, salva ratifica da parte di tutti gli Stati membri e previa consultazione del Parlamento europeo.

In materia di definizione delle risorse proprie dell’Unione, vi è, dunque, una competenza deliberativa esclusiva del Consiglio e degli Stati membri ed è attribuita una competenza meramente consultiva al Parlamento europeo. E questo anche dopo il Trattato di Lisbona.

 

Il Bilancio europeo è finanziato per la maggior parte da contributi diretti degli Stati membri (la stessa risorsa sull’IVA può essere assimilata a un contributo nazionale), con vantaggi in termini di stabilità finanziaria generale, ma con gravi limiti sull’autonomia delle scelte di spesa dell’Unione, dal momento che viene ad annullarsi ogni logica sovranazionale della politica di bilancio.

 

L’altro documento, il QFP, definisce per grandi linee e su base pluriennale l’allocazione delle risorse comunitarie precisando ampiezza e composizione delle spese prevedibili. Data la regola del pareggio, si fissano gli spazi disponibili per le spese.

 

Il QFP è deliberato all’unanimità dal Consiglio, previa approvazione del Parlamento europeo, che si pronuncia a maggioranza dei membri che lo compongono.

 

Il Parlamento europeo ha, dunque, un potere di codecisione non già nella definizione delle entrate complessive ma solo nell’allocazione delle risorse. In parole più semplici, non approva un vero e proprio bilancio, ma solo una nota spese.

 

Orbene, il Consiglio ha raggiunto un accordo politico sulle risorse proprie, cioè sul contributo degli Stati membri, allineandolo alle austerity nazionali e alle richieste di Londra e Berlino. E tale accordo ormai non si modifica più. Il Parlamento europeo potrà esprimere una propria opinione, che tuttavia non è vincolante. Ma potrà invece essere determinante nella decisione delle spese prevedibili per grandi aggregati.

 

In questi giorni, tutti hanno implorato un protagonismo dell’Europa per la crescita: ricerca, innovazione, investimenti, formazione. Per aumentare questi capitoli bisognerà tagliare necessariamente alcune spese.

 

La spesa agricola si compone di due pilastri: gli aiuti diretti e lo sviluppo rurale. Il primo pilastro è una misura assistenzialistica, iniqua, distruttrice di capitale sociale e relazionale, bollata dall’Onu come protezionistica. E costituisce il capitolo più cospicuo dell’intero bilancio: 278 miliardi di euro. Lo sviluppo rurale raggiunge appena gli 80 miliardi e non c’è verso di rimpolparlo, spostando le risorse del primo pilastro. Le organizzazioni agricole hanno posto un veto. Eppure tale trasferimento avrebbe reso più accettabile la spesa agricola e indotto  i Paesi del Nord a limitare le richieste di tagli.

 

Su questo punto avrebbero dovuto insistere gli ambientalisti, Petrini, i difensori del paesaggio, anziché limitarsi a richiedere – in verità abbastanza sottotono - di verniciare un po’ di verde gli aiuti diretti per non irritare le organizzazioni agricole. Vincolare i pagamenti diretti alla tutela ambientale non li rende affatto meno iniqui e meno rischiosi per i paesi poveri. Solo con lo sviluppo rurale si potrebbero fare politiche per l’inclusione sociale, per il sostegno alle zone interne di collina e di montagna e per le agricolture periurbane e così salvaguardare il paesaggio attivamente.

 

E poi passando infine ad altre voci, il paragrafo relativo alla ricerca, competitività, fondi di coesione e infrastrutture ammonta solo a 126 miliardi. Mentre per la politica estera sono previsti solo 57 miliardi.

 

Cosa faranno, a questo punto, le forze politiche nel Parlamento europeo? Riequilibreranno un po’ queste cifre oppure faranno finta di niente, continuando a sbraitare contro Cameron e la Merkel? Sarà finalmente il momento per riconsiderare lo sviluppo rurale e le altre politiche per la crescita o si mancherà anche questa occasione?


4 settembre 2012

Ecco le idee riformiste che mi piacciono. A proposito di un libro di Morando e Tonini

           

Ho finito di leggere un buon libro che s’intitola: “L’Italiadei democratici. Idee per un manifesto riformista”, edito da Marsilio.  Gli autori sono due senatori, Enrico Morandoe Giorgio Tonini, entrambi protagonisti di primo piano della nascita del Pd, maprovenienti da esperienze politiche diverse. Il primo fu tra i promotori, conGiorgio Napolitano ed Emanuele Macaluso, della corrente migliorista del Pci. Unazzardo in quel partito dove persino i termini “riformismo” e“socialdemocrazia” erano banditi e chi li pronunciava veniva guardato consospetto. L’altro è stato presidente della Fuci e sindacalista della Cisl: sibatte a ragione perché la laicità sia intesa come libertà religiosa, nel quadrodi una concezione pluralistica e poliarchica della società, e non già come unasorta di ideologia, che pretende il controllo monopolistico della sferapubblica da parte dello Stato, relegando le religioni alla mera sfera privata.Entrambi operano per far crescere nel Pd una cultura liberaldemocratica.

Il libro intende essere un contributo al dibattito internoal Pd per aiutarlo a diventare un luogo di partecipazione, culturalmenteplurale e adeguato alla sfida del governo. E perciò gli autori chiedono aBersani di indire un congresso prima delle elezioni politiche del 2013, perlanciare una candidatura alla premiership - prima del confronto elettorale -che possa godere di una fresca e forte legittimazione democratica.

A queste temi che riguardano il sistema politico, lecoalizioni, il progetto del Pd a vocazione maggioritaria, la funzione delgoverno Monti come ultima finestra per completare la transizione, sono dedicatigli ultimi due capitoli.  Gli autori sisono sforzati di trovare nuovi argomenti a sostegno di tesi abbastanza noteagli addetti ai lavori. E chi ha voglia e tempo per partecipare alla vitapolitica attiva può trovare spunti importanti per farsi un’opinione sulla postain gioco.

Devo però confessare che ho letto con maggiore interesse iprimi tre capitoli, che costituiscono fortunatamente la parte preponderante dellibro. E ne consiglio la lettura a quegli amici che, come me, non trovano o nontrovano più alcuno stimolo a partecipare alla vita dei partiti e dedicanoprevalentemente o totalmente il proprio tempo libero alle attività promosse daorganizzazioni e reti della società civile, che operano in modo distinto eindipendente dalla politica.

Gli autori offrono un affrescosintetico ma completo della situazione mondiale in cui ci troviamo. Danno unalettura aggiornata della globalizzazione e del mondo “postamericano”, segnatodalla crescita degli altri, di quelli che non sono America e Occidente. E lacrisi così: non è la fine del mercato e la rinascita dello stato, né il crollodel capitalismo, ma la conclusione dell’egemonia del pensiero “neoconservatore”.  Giustamente polemizzando con chi riducel’origine della crisi all’avidità dei poteri finanziari. Individuano, pertanto,le due principali faglie nelle forti disuguaglianze sociali e negli squilibritra le diverse aree del mondo.

In tale quadro sono analizzati,dapprima, il tentativo di Obama e del pensiero new-dem di individuare un paradigma diverso da quello fondato sullediseguaglianze, ma nella consapevolezza di non poter tornare all’erasocialdemocratica,  e poi la gabbia incui si è rinchiusa l’Europa, divisa tra i paesi in surplus, che lamentano icosti eccessivi dell’integrazione europea e il moral azard della solidarietà nei confronti dei paesi “cicala”, e ipaesi indebitati, sempre meno propensi a sopportare l’imposizione del rigorefinanziario da parte di chi nega uno sforzo comune per la crescita.

Ma come si riducono gli squilibrinel mondo? Nel libro si parla dei tentativi dell’America e dell’Occidente dinegoziare coi paesi emergenti  un aumentodella loro domanda interna, nel quadro di un nuovo multilateralismo e di unariorganizzazione della governance: dal G20 all’Onu, dalla Banca mondiale e dalFondo monetario al Wto. Una strada tutta in salita su cui andrebbe affrontataanche una questione che stranamente non trova spazio nel libro: la riforma delsistema finanziario, per la quale il governo cinese ha riproposto e aggiornatoun’idea di Keynes, che venne battuta alla conferenza di Bretton Woods nel 1944.E non ho trovato nemmeno un qualche riferimento al dibattito sulla tassazionedelle rendite finanziarie.

Per quanto riguarda la gabbia in cuil’Europa si è cacciata, gli autori fanno riferimento a due chiavi: una starebbea Berlino e l’altra a Roma. Ma né la Germania (che rappresenta il nucleo forte)né l’Italia (che potrebbe guidare l’area debole) hanno finora tentato diaprirla.  Ci vorrebbe un compromesso trale due Europe, mettendo insieme disciplina fiscale e crescita trainata dagrandi investimenti finanziati dal debito europeo. E’ il tentativo su cui Montista scommettendo dopo aver costruito nuove alleanze.

Gli autori delineano, in sostanza,le tappe di una complessa iniziativa per dar vita ad una nuova governance mondiale,nonché ad un’Europa più unita e, al tempo, stesso più mediterranea.

La lettura del libro da parte di chiopera nella società civile potrebbe essere utile per elevare il livello dellapropria azione, dibattendo tali obiettivi e partecipando nelle reti internazionaliper favorire soluzioni condivise.

Ma per fare questo dovremmo scrollarcidi dosso un neonazionalismo autarchico, che da anni si è affermato nel nostropaese, trasversale, gretto, rinchiuso nella difesa ad oltranza di una malintesaitalianità (che non è affatto il derivato della nostra storia, quella dellalunga durata, ma il raggrumarsi di subculture che rispondono ai nuovi equilibrimondiali chiudendosi a riccio). 

Non mi riferisco solo alla Lega, maa quella spuria alleanza, edificatasi con ingenti risorse pubblicheimmediatamente dopo la caduta del primo governo Prodi, e ora,  con Alemanno, Petrini, Capanna,organizzazioni agricole e ambientaliste, in grado di intimare al Parlamento ilvaro di mozioni che sostengono la conferma di una Pac protezionistica (con lascusa della fame nel mondo!?) e l’approvazione di leggi (dall’etichettaturadegli alimenti alla percentuale di agrumi nelle bevande) da usare come armipuntate verso gli organismi europei, a cui è invece demandato il compito dilegiferare in tali materie.

E’ forse tale asse una componente diquella comunità della paura e del rancore di cui parla Aldo Bonomi , le cuianalisi sociologiche vengono ampiamente riprese nel libro? Ci sarebbe materiaper un approfondimento senza veli e ipocrisie.

L’altro grande tema trattato dagliautori è il debito pubblico del nostro paese: soprattutto i modi peraffrontarlo al fine di evitare il fallimento.

E’ descritta nel libro una strategiain tre mosse: 1) pareggio di bilancio strutturale in tempi medi e immediataricostituzione di un significativo avanzo primario, sopra il 3% del Pil; 2)utilizzo (alienazione e valorizzazione) del patrimonio pubblico per unariduzione del volume globale del debito, concentrata nei primi anni dellosforzo di rientro; 3) impiego a riduzione del debito dell’intero gettito diun’imposta patrimoniale straordinaria ad aliquota molto bassa, gravanteesclusivamente sui patrimoni del 10% delle famiglie italiane che detengono il46% della ricchezza patrimoniale.

Mi sono apparsi molto utili gliapprofondimenti su due aspetti in particolare. Il primo riguarda l’adozione diuna particolare modalità di programmazione della spesa pubblica per poterlasottoporre a verifica di utilità e adeguatezza (spending review). Se la società civile si attrezzasse per seguire evigilare sull’applicazione di questa procedura, potrebbe influire sulle decisioni della politica in modo più incisivoper ottenere un riordino della legislazione e un adeguamento della macchinaamministrativa. Il secondo aspetto concerne il patrimonio pubblico da venderein blocco, ai valori di mercato,  a unasocietà appositamente costituita, in accordo con regioni e comuni, che lo pagafinanziandosi sul mercato dei capitali, attraverso l’emissione di titoligarantiti dal valore del patrimonio acquisito. Se la società civileapprofondisse questa proposta e la sostenesse chiedendo di partecipare - con ilcoinvolgimento del movimento cooperativo e mediante forme di azionariatodiffuso-  alla creazione di questosoggetto collettivo, che diventerebbe proprietario del patrimonio pubblico, sipotrebbe finalmente rilanciare quella forma di proprietà collettiva, che con leleggi napoleoniche e quelle dell’Italia liberale fu quasi interamenteprosciugata per formare la proprietà privata e quella pubblica. La presenzadella società civile organizzata garantirebbe l’ inserimento nello statutodell’impresa di  tre vincoli essenziali:la tutela dei beni ambientali, il mantenimento della destinazione d’uso per ibeni agricoli e l’inalienabilità. Ecco un modo per responsabilizzare icittadini nella tutela dei beni comuni, sottraendoli all’inefficiente gestionedelle amministrazioni pubbliche.

Forse affrontando così il problemadel patrimonio pubblico potrebbe risultare più facile superare quello cheMorando e Tonini chiamano il “tabù della patrimoniale”. Si tratta dellaproposta volta a tassare quel 10% di famiglie più ricche che detiene il 46% delpatrimonio privato, gravandolo per tre anni di un’aliquota pari all’1%.  Non è il ceto medio che ha la casa diabitazione in proprietà, ma sono coloro che possiedono patrimoni superiori almilione e mezzo di euro. Eppure c’è un’opposizione che sembra generale a questaimposta. Forse un dibattito a tutto campo e trasparente sul patrimonio pubblicoe su quello privato aiuterebbe a trovare soluzioni idonee per ridurre il debitopubblico, responsabilizzando i cittadini e la società civile nella tutela deibeni comuni.

Il libro enuncia, infine, le politiche per crescere. A taleproposito emerge una considerazione condivisibile: le società moderne sono piùavide di crescita che di ricchezza. Si vive meglio in un paese che stacrescendo e in fretta anziché in un paese già ricco e ormai in stagnazione. Edunque c’è un nesso più forte tra felicità e crescita che tra felicità ericchezza. Altro che decrescita felice alla Latouche! Ci dà più gioia crescere,che non significa necessariamente arricchirci, distruggendo i beni comuni. Sipuò benissimo crescere acquisendo consapevolezza critica, responsabilitàsociale e modelli di produzione e di consumo sostenibili.

Gli aspetti più innovativi trattati in questa parte dellibro sono la riforma del mercato dei capitali per le Pmi, creando meccanismiche diano fiducia ai piccoli risparmiatori, e il superamento della commistionetra banca commerciale e banca d’investimento (in sostanza tra credito efinanza). Un’azione riformista su tali aspetti aprirebbe ai cittadini che siautorganizzano porte e finestre per entrare in un mondo, quello finanziario,che va civilizzato popolandolo di persone.

Mancano del tutto riferimenti – è forse la lacuna del libroche più mi ha colpito – a due temi. Il primo è l’economia civile, su cui alcunistudiosi italiani, come Zamagni, Becchetti e Bruni, stanno dando un contributosignificativo per creare un welfare produttivo e strumenti efficaci di consumocritico, senza trovare interlocutori politici attenti. Il secondo è l’approcciodello sviluppo umano e delle capacità, su cui ha molto insistito un filone delpensiero liberaldemocratico, rappresentato dalla Nussbaum e da Sen, che stacontribuendo alla definizione di nuovi indici per definire il benessere. E’ unpensiero ancora in evoluzione, non su tutto condivisibile, ma con cui vale lapena confrontarsi per formulare un manifesto riformista.

 

                                                                Alfonso Pascale 

4 marzo 2012

Alfonso Pascale recensisce l'ultimo libro di Paolo De Castro "Corsa alla terra"

L’ultimo libro del presidente della commissione agricoltura del Parlamento europeo, Paolo De Castro, s’intitola “Corsa alla terra. Cibo e agricoltura nell’era della nuova scarsità”. E’ un saggio agile e accessibile anche ai non addetti ai lavori che affronta il problema più grave esploso negli ultimi anni, quello riguardante le persone denutrite nel mondo, il cui numero ha ripreso a crescere.

Si è, infatti, improvvisamente invertita una tendenza che aveva alimentato la speranza in un futuro migliore, tanto da spingere agli inizi di questo nuovo millennio le grandi organizzazioni internazionali a porsi l’obiettivo di dimezzare, entro il 2015, la percentuale della popolazione mondiale in condizioni di estrema povertà.

Le cause di questa nuova situazione sono molteplici e De Castro racconta in questo libro quanto sta accadendo, analizzando con grande competenza fenomeni nuovi, come il boom dei prezzi delle derrate alimentari, la speculazione finanziaria sul cibo, la modificazione delle diete nei paesi emergenti, le conseguenze del cambiamento climatico, l’accaparramento delle terre in Africa e in America Latina da parte di soggetti provenienti da altre aree del pianeta, la produzione di biocombustibili in competizione con la produzione agricola. Tutti fenomeni che s’intrecciano con una crescita demografica inarrestabile: già tra meno di vent’anni la terra avrà un miliardo in più di bocche da sfamare e gli incrementi riguarderanno i paesi poveri e quelli emergenti.

La Fao sostiene da tempo che, per venire incontro alla domanda di cibo di una popolazione in aumento e che sarà più ricca e più urbanizzata, la produzione agricola destinata ad usi alimentari dovrebbe aumentare del 70 per cento da qui al 2050. Ma questo obiettivo si allontana con la recente turbolenza dei mercati delle derrate agricole e con l’accentuarsi dei divari tra il Nord e il Sud del mondo.

Da tutti questi elementi viene fuori un’esigenza non più rinviabile: quella di dotarci di una politica di sicurezza alimentare coordinata a livello globale. Ma il libro non offre, purtroppo, indicazioni in merito a questo punto cruciale, limitandosi a riportare lo stato del dibattito a livello di G20.

Fin dalle prime pagine del volume e poi in modo sempre più netto in quelle conclusive, l’autore sostiene, invece, una tesi che non mi sembra condivisibile: lo scenario di nuova scarsità del cibo avrebbe un impatto non solo nei paesi più poveri ma anche in quelli ricchi; e, dunque, secondo De Castro, tutte le aree del mondo dovrebbero concorrere a produrre più cibo per fronteggiare l’era della nuova scarsità.

In sostanza, l’insicurezza alimentare viene presa a pretesto per giustificare un nuovo ciclo di politiche agricole protezionistiche nei paesi ricchi al fine di produrre più derrate agricole. E dunque la nuova PAC dovrebbe essere congegnata in modo tale da risolvere il “paradosso” di dover liberalizzare i mercati agricoli e, nello stesso tempo, proteggere gli agricoltori, sostenendo l’agricoltura europea nel produrre di più per fronteggiare la nuova scarsità alimentare.

Ma è facile notare che questa soluzione sia del tutto contraddittoria con gli obiettivi che, invece, dovrebbero perseguire i paesi in via di sviluppo per affrontare la loro insicurezza alimentare, che non è dovuta tanto alla scarsità di cibo ma alla scarsità degli investimenti per risolvere il problema dell’accesso al cibo.

Il relatore speciale dell’Onu sul diritto al cibo, Olivier De Schutter, ha denunciato ancora di recente il carattere protezionistico delle proposte della Commissione europea sulla riforma della PAC, perché i sussidi agli agricoltori dei paesi industrializzati generano distorsioni nei mercati internazionali. E le vittime principali sono gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo che si vedranno sempre più tagliati fuori dai mercati delle derrate agricole.

“L’UE – ha dichiarato De Schutter – ha aperto le porte alle esportazioni del mondo in via di sviluppo, ma questa apertura è inutile se i piccoli agricoltori del Sud non possono vendere i loro prodotti alimentari nei loro mercati interni. Dobbiamo aiutare i paesi a basso reddito a non dipendere dalle importazioni a basso prezzo ma a ricostruire i loro sistemi alimentari. Non dobbiamo dar loro da mangiare, ma aiutarli a nutrirsi. Se la produzione alimentare aumenta con una ulteriore marginalizzazione dei piccoli agricoltori nei paesi in via di sviluppo, si perde la battaglia contro la fame e la malnutrizione”.

Non poteva essere più netta la presa di posizione del relatore speciale Onu sul diritto al cibo per far cadere l’impalcatura su cui si è costruito il teorema della PAC 2014-2020. Un falso teorema che dice in sostanza: siccome il mondo ha bisogno di più cibo, gli agricoltori europei vanno sostenuti per fare in modo che producano di più, col solo vincolo di inquinare di meno.

A questa conclusione non perviene solo De Castro, che dà voce all’insieme delle lobby agroalimentari europee che difendono le proprie rendite di posizione, ma sembra accodarsi ad essa lo stesso Romano Prodi, che firma l’introduzione con parole elogiative senza rilevare la palese contraddizione. E devo confessare che sono rimasto spiacevolmente colpito dalla leggerezza con cui politici intelligenti, come il parlamentare europeo Roberto Gualtieri in occasione della presentazione del libro a Roma, si siano adeguati acriticamente a questa tesi.

Se davvero ci sta a cuore il problema della fame nel mondo, come si sostiene nel libro, si fa ancora in tempo a proporre di spostare una parte delle risorse che sono destinate ai sussidi diretti ai nostri agricoltori, per finanziare invece la ricerca e l’innovazione e sostenere la crescita produttiva dei paesi in via di sviluppo. Dobbiamo, cioè, finalizzare una parte delle risorse per accrescere la capacità delle popolazioni locali ad investire nelle loro agricolture.

Gli agricoltori europei non hanno bisogno di grandi risorse per sostenere i propri redditi, ma di redistribuirle in modo più equo tra grandi e piccoli produttori e tra aree forti ed aree deboli, agganciando i sussidi alla produzione effettiva di beni pubblici, ambientali e relazionali, e ai rischi derivanti dagli eventi climatici estremi e dalla volatilità dei prezzi.

L’agricoltura europea ha, invece, estrema necessità – per fronteggiare seriamente la crisi economica che stiamo vivendo e contribuire a farvi fronte - di adeguare e rafforzare la politica di sviluppo rurale perché punti effettivamente allo sviluppo economico territoriale, all’ammodernamento delle politiche di welfare, al miglioramento della qualità della vita e all’inclusione sociale nelle aree rurali, al contributo che l’agricoltura può dare per rendere vivibili le aree urbane, nonché alla costruzione di sistemi agroalimentari, organizzati a livello locale e nazionale per cogliere le opportunità dei nuovi mercati nei paesi emergenti.

Manca un dibattito serio sulle difficoltà gestionali che stiamo incontrando in questo ciclo di programmazione per rivedere procedure e strumenti in quello che sta per aprirsi e trovare il modo giusto per integrare davvero i diversi fondi strutturali europei.

Il “paradosso” di dover liberalizzare i mercati e, nello stesso tempo, proteggere gli agricoltori coi sussidi si può risolvere solo in un modo: con liberalizzazioni e protezioni a geometria variabile.

I paesi più poveri dei nostri hanno bisogno, per un certo periodo, di proteggersi dalle importazioni dei nostri prodotti agricoli e puntare al proprio sviluppo autoctono. E noi dovremmo dichiararci disponibili a favorire queste legittime e irrinunciabili esigenze.

I paesi industrializzati, invece, qualora le crisi alimentari dovute ai prezzi alti del cibo colpissero le fasce povere della popolazione, non dovrebbero provvedervi producendo di più localmente, ma dovrebbero farvi fronte con adeguate politiche di welfare in grado di lottare effettivamente contro le povertà.

Il bilancio comunitario va, pertanto, riequilibrato in questa direzione: meno sussidi agricoli e più politiche per lo sviluppo economico, il welfare e l’innovazione.

Ma dove sono finite le voci liberaldemocratiche che un tempo denunciavano in Italia e in Europa il protezionismo della PAC, che ora riemerge con maggiore vigore ammantato addirittura di false motivazioni etiche?

6 ottobre 2008

Dalla crisi del '29 nacquero il News Deal e il Welfare State. E oggi?

“Quella che viviamo è una tempesta finanziaria che può riversare effetti rilevanti sull’economia reale”. Così, in modo lapidario, Pierluigi Bersani, nella sua relazione alla conferenza economica del PD che si è svolta al Cinema Caprinica, ha dipinto la situazione. Walter Veltroni ha poi rincarato la dose: “L'attuale crisi è simile a quella del '29''. E Vincenzo Visco ha attaccato il governo che,  invece di affrontare la recessione, la ignora concentrando la sua attenzione su temi esterni. “Esattamente come fece il governo degli anni '30 – ha aggiunto l’ex vice ministro - pensando di essere al riparo della depressione americana”.

Citando Galbraith, Bersani ha detto “che i ricchi scoprono il socialismo solo quando serve a loro”. E così fa la destra oggi, che dalla deregulation sfrenata è passata all’iperstatalismo. Ma quando bisogna affrontare una recessione, ci sono politiche buone e politiche cattive. Nelle oscillazioni cicliche tra Stato e mercato  il pendolo si è mosso violentemente dal secondo verso il primo. "Gli eccessi di mercatismo - ammonisce Enrico Morando dalle colonne de 'Le nuove ragioni del socialismo' - debbono e possono essere corretti da scelte e interventi pubblici, che sono oggi reclamati un po’ da tutti, ma risulteranno efficaci solo se chi li metterà in atto conserverà ferma la consapevolezza di quanto possano nuocere, alla quantità e qualità dello sviluppo, anche i fallimenti della politica".

Morando sottolinea questo aspetto per avvertire che è l’Europa il contesto in cui può essere credibilmente affrontata la questione di una più forte presenza del “pubblico” nell’economia. Nel convegno del DP questo punto non è emerso a sufficienza ma è fondamentale.

Noi abbiamo, infatti, bisogno di investimenti a redditività molto differita nel tempo: capitale umano, infrastrutture, ricerca, energia, ambiente. Se di questo si tratta, non potranno intervenire gli Stati nazionali ma solo le istituzioni comunitarie.

Questa era d'altronde l’impostazione del programma elettorale del PD: un grande piano di investimenti per progetti già definiti a dimensione continentale, finanziati da un fondo sovrano europeo.

"I socialdemocratici e i liberaldemocratici europei - conclude l'esponente liberal del PD - potrebbero porre tale questione al centro della imminente campagna elettorale, facendone la scelta programmatica essenziale di uno schieramento che si raccolga attorno ad una proposta di 'Presidente' della Commissione da sottoporre al giudizio degli elettori".

Può essere questo un modo per cementare un centrosinistra europeo, che diventi soggetto di un nuovo bipolarismo a dimensione continentale?

Ritengo che anche di questo dovremmo discutere, perché - come ha rilevato  Marcello Villari - "se c’è una differenza di fondo tra la crisi che stiamo vivendo e quella del 1929 è che negli anni Trenta il crac produsse un’epoca nuova, idee originali, grandi riforme strutturali del capitalismo che alla fine della guerra uscì completamente trasformato rispetto a quello che era stato prima della grande depressione".

Oggi il dibattito non va oltre le possibili misure emergenziali. Le quali sono senz’altro necessarie perché non si possono lasciare soli quei cittadini – e sono tanti – colpiti dalla crisi. E il convegno del “Capranica” le ha elencate con puntualità e precisione:

  1. diminuire la pressione fiscale sulle retribuzioni medio-basse, con detrazioni fiscali, revisione delle aliquote o restituzione del drenaggio fiscale;
  2. estendere la quattordicesima già varata dal governo Prodi per le pensioni basse anche a quelle di importo fino a mille euro,
  3. sostituire la 'social card' con “una sorta di quindicesima” per le pensioni più basse;
  4. stipulare un “nuovo patto sulla fiscalità” fra lo Stato e i contribuenti e le aziende con l'obiettivo di raggiungere entro un certo numero di anni la media europea della fedeltà fiscale;
  5. riformare il modello contrattuale, attraverso un nuovo sistema di regole della rappresentanza, per ottenere un aumento dei salari che risulti sostenibile, perché derivante da aumenti di produttività.

Ma accanto a queste misure congiunturali occorrono interventi strutturali in settori decisivi, quali l’energia, l’ambiente, le infrastrutture. Ne hanno parlato al convegno Enrico Letta, Matteo Colaninno e Andrea Martella. Si tratta di politiche da affrontare però in un’ottica europea e in una nuova visione del welfare.

Nell’attuale modello di welfare il nesso tra protezione sociale e sviluppo economico si fonda sul fatto che l’intervento sociale è finalizzato a porre “riparo” ai processi di esclusione generati da una crescita economica ineguale. Esso è, pertanto, completamente sganciato dai meccanismi di accumulazione della ricchezza e appare come un welfare sostanzialmente “riparativo”.

In un modello rinnovato il legame tra protezione sociale e sviluppo economico è, invece, prodotto anche dalla capacità di rigenerare il capitale sociale dei territori, rinsaldando le comunità locali e rendendole vitali e attraenti. Si tratta di attivare un modello di welfare “rigenerativo”, che abbia una natura pro-attiva e punti  a ridefinire, nell’ambito dei livelli minimi di assistenza, la rete dei servizi territoriali in modo coerente con le risorse, le specificità e i bisogni locali.

E’ in tale contesto che si può porre con maggiore successo anche il riequilibrio della spesa previdenziale dalle pensioni agli ammortizzatori sociali, dando una risposta forte al disagio dei giovani.

Il PD non deve perdere l’occasione offerta dalle imminenti elezioni europee e dall’avvio del processo di federalismo fiscale per porre con forza l’esigenza di costruire su nuove basi il modello di welfare, con un respiro ampio almeno quanto ampia è la gravità della crisi che stiamo vivendo.

 

 

 

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