.
Annunci online

 
lostruscio 
<%if foto<>"0" then%>
Torna alla home page di questo Blog
 
  Ultime cose
Il mio profilo
  Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
  Wind Rose Hotel
LibertàEGUALE
le nuove ragioni del Socialismo
l'albatros
La Voce
Caffè Europa
Reset
Partire dal territorio
Quaderni Radicali
Italia Oggi
akiko
Panther
Sannita
Sonia
aldotorchiaro
bazarov
miele98
ereticoblog
Viaggio
Punta Campanella
Corradoinblog
Tommaso
Nunzia
frine
castellidiparole
Nuvolese
Meno Stato
  cerca



Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

Diario | La vetrina | I paesaggi | I fatti | Le cantate | I passaggi |
 
Diario
1visite.

8 ottobre 2013

Franco Paolinelli: DAI CONTADINI AGLI ORTISTI URBANI

La scala dei processi e dei cambiamenti economico-sociali e la loro velocità sono, oggi, tali da ampliare enormemente la visione necessaria a fare scelte, siano esse quelle dei politici, degli imprenditori, degli scienziati, o quelle del quotidiano di ognuno di noi.


Il libro “Radici & Gemme” di Alfonso Pascale ha, nel suo specifico, questa vastità. Abbraccia, infatti, la storia socio – economica dell’agricoltura italiana, nel suo percorso evolutivo dal’Unità d’Italia ad oggi.

Si può, in un’estrema sintesi, dire che il libro narri la fase cruciale e centrale del percorso che ha portato le comunità italiane dal vivere nelle campagne all’ammassarsi nelle città, come, peraltro, è successo in tutti i paesi sviluppati.

Traccia, quindi, il passaggio dalle lotte dei contadini per la terra, al superamento della centralità del primario nell’economia, quindi all’abbandono della terra stessa, per arrivare poi alla nostalgia per il mondo rurale ed alla sua evoluzione verso il terziario turistico e socio-terapeutico.


Oggi, infatti, nelle nostre campagne, ormai per lo più peri-urbane, alle poche imprese di produzione alimentare, si associa un mondo complesso legato ai servizi che la ruralità può offrire, incluso il teatro di se stessa.


Se le prime, legate al mercato dei prodotti ed integrate nelle filiere di riferimento, frutto di un pluridecennale percorso di liberazione socio-economica e culturale, ben poco hanno, ormai, di “contadino”, le seconde, paradossalmente, ne conservano il valore simbolico, avendone, però, perduto la rilevanza come fonte di produzione primaria.


Si basa su questo valore, infatti, la realizzazione di servizi che ha luogo negli agriturismi, nelle fattorie sociali e didattiche, negli orti sociali e terapeutici….


Ma, a ben vedere, nasce da questo valore anche la spesa che ha luogo nelle micro aziende agricole, quelle nate dalla riscoperta della campagna o quelle conservate dai nonni, insieme che sfuma, senza soluzione di continuità nel vastissimo mondo delle case in campagna. Vi si fruisce, infatti, dell’atmosfera rurale e si spende, e tanto, per poterlo fare.


Paradossalmente, è, quindi, in questo secondo ambito, più che nel primo, che persistono, più di quanto non si possa immaginare, le forme ed i comportamenti del mondo “contadino”.


Infatti, sia chi ha conservato, sia chi ha ricomprato, affida, ai pochi metri quadri di terra accanto al paese, alla rappresentazione della ruralità, la propria identità, la ricerca di “radici”, elemento simbolico che la metropoli oggi non riesce più a dare.


L’evoluzione dell’idea di ”imprenditore agricolo” e le tappe del percorso di liberazione dalle tante tutele onerose che gravavano sul mondo rurale sono ottimamente tracciate, ma la riflessione, con buona pace di chi ancora non vuole né vedere, né crescere, non si ferma.


Apre, infatti, con l’allargarsi dell’obbiettivo, al presente ed al futuro. Vede, quindi, come l’agricoltura possa e debba andare ancora oltre, diventando, in un’ottica globale, nuovamente centrale, per la qualità della vita, per la sicurezza alimentare globale, per l’ambiente. Suscita, quindi, la domanda: l’agro-teatro di questi anni sarà forse l’humus della rinascita agricola?


Il volume così diventa, o dovrebbe diventare, strumento di riflessione per tutti coloro che possono contribuire all’evoluzione dell’economia del territorio, che siano nella politica, nell’amministrazione, nell’assistenza tecnica, nella formazione, nella ricerca o nelle imprese.


Perché abbiano il coraggio di capire la scala delle trasformazioni in atto, quindi di accettare ed affrontare la realtà di un settore che non può più contare sull’assistenzialismo e deve riscoprire il proprio ruolo economico, culturale e sociale e gli spazi d’impresa che questo determina.


Perché abbiano il senso di responsabilità globale necessario a rinunciare ai loro piccoli o grandi snodi di potere, ai loro potenziali di veto, che finora hanno venduto caro. Cosicché il settore possa, con le semplificazioni di cui ha bisogno, alzarsi in volo e conquistare la sua nuova, possibile, dignità, assumendo in pieno il proprio ruolo, primario e terziario.


Ne raccomando, peraltro, la lettura a quei tanti ragazzi che, motivati, per lo più, da sogni, si iscrivono alle Facoltà d’Agraria. Perché li possa aiutare a conservare e rafforzare la loro “mission”, ma con la consapevolezza della complessità del settore e della sua storia. Perché, quindi, possano, nei loro studi, puntare agli spazi reali che la trasformazione apre, oltre il replicarsi di cattedre e sgabelli inutili.


Per le stesse ragioni spero che il volume arrivi tra le mani di quegl’altri ragazzi, per lo più di città che, di nuovo, sognano il “ritorno alla terra”, ma lo vivono nei vuoti della metropoli stessa. Perché non siano ingenui e sognatori, com’è stata gran parte dei loro genitori o nonni del tempo delle cooperative e delle comuni, ma non perdano neanche la loro freschezza, eventualmente trascinati ed invischiati da chi promette spartizioni per il solo obbiettivo di avere un piedistallo ed una corte.


Franco Paolinelli, presidente Ass. Cult. Silvicultura Agrocultura Paesaggio



Alfonso Pascale, "Radici & Gemme. La società civile delle campagne", Cavinato Editore International, 2013, pp. 360, Euro 20

6 agosto 2013

Tommaso Russo recensisce "Radici & Gemme" di Alfonso Pascale

Alfonso Pascale da Tito appartiene a quella numerosa schiera di lucani in Italia che non farà più ritorno al paese. Vive e lavora a Roma. Alfonso è però anche l’autore di un libro molto bello: "Radici & Gemme". Attenzione. Non è l’ennesimo repertorio di piante officinali e neppure un trattato di erboristeria, ma un vero e proprio lavoro di storia sociale dell’agricoltura. Lo conferma il sottotitolo: "La società civile delle campagne dall’Unità ad oggi" (Cavinato Editore International, Brescia, 2013, pp. 11-359, 2013). Franco Ferrarotti, padre della sociologia italiana, noto in Basilicata dai tempi dell’olivettiano Movimento di Comunità e dei Circoli eponimi, regala al suo amico autore una densa prefazione in cui, fra le altre cose, ribadisce la fine della “mitica civiltà contadina” e non solo. Il libro non contiene note (anche Croce non ne usava) a piè di pagina e ciò farà dire a qualche accademico locale che il testo è privo "di metodologia scientifica" e pertanto non va letto. Tanto peggio per lui. Non sa cosa si perde. Le otto parti in cui è suddiviso il volume sono sostenute da un’aggiornatissima e ragionata bibliografia che spazia da Braudel a Della Peruta, da Sereni a James O’Connor, il politologo californiano che per primo indagò la crisi fiscale dello Stato e il complesso militar-industriale come sua valvola di salvezza (che Einaudi pubblicò nel 1979), fino a Crainz e Malanima, giusto per fare dei nomi che valgono una sintesi persuasiva per i lettori. Nel parterre dei ringraziamenti fatti dall’A. si segnalano due lucani emigrati: Mimmo Guaragna e Michele Padula, prodighi di incoraggiamenti e consigli specifici.


La mancanza di note rende leggera la lettura. La cifra linguistica utilizzata, piana e vagamente anglosassone, contribuisce a dare un tocco narrativo all’esposizione di fatti e circostanze. La scrittura si ripiega spesso sul racconto, sull’affabulazione, e concorre a rendere meno faticoso salire i tornanti degli oltre 100 anni di storia patria che, muovendo dalla centralità dell’agricoltura e dei contadini, si avvolgono intorno a veri e propri nodi tematici e problematici. E così si parte da quel grande e ancora irrisolto corpo tematico che a qualche palato pruriginoso o a qualche mente labile può apparire irritante. Si tratta della violenza e delle alleanze nella lotta di classe nelle campagne (il soggetto stizzoso suggerisca un altro concetto se lo possiede) ovvero quello che Pascale chiama “il conflitto tra forze egemoni e soggetti sociali subalterni”. Tema questo che l’A. inserisce nell’alveo della democrazia moderna di cui il Risorgimento italiano ne costituì una manifestazione sui generis. L’Unità, dice Pascale, nacque “con un vizio d’origine” vale a dire la logica dell'“esclusione di altre élite importanti”. Di qui il brigantaggio postunitario che egli presenta come “ultima guerra contadina dell’Occidente e, nel contempo, prima guerra civile italiana”.

L’altro tema è il rapporto tra i contadini e la natura: qui si vede che l’A. sa il fatto suo e le pagine dedicate sono tutte molto belle. Vengono al pettine nodi come il rapporto mezzi- fini, le relazioni tra la terra e l’uomo, l’ambiente, i bisogni e le risorse con conseguente trasformazione da “ ecosistemi naturali in agrosistemi”. E anche se Pascale delle volte cerca di tenerlo a freno, Monsieur le Capital fa la sua rumorosa e mortifera comparsa cercando di trasformare l’agricoltura in un comparto “all’aperto” del sistema di produzione capitalistico. Poi c’è l’altro legame, quello tra agricoltura e saperi specialistici ovvero “la nascita dell’agricoltura, combinandosi con l’uso di simboli, misure, calcolo, scritture, rese possibile lo sviluppo della scienza applicata”. Pascale non lo confessa esplicitamente ma qui c’è un amore coltivato a lungo e in silenzio, testardo come un mulo avrebbe detto Prévert, per la fisiocrazia o se si preferisce per la supremazia di terra, agricoltura e natura come fattori di sviluppo, di buone pratiche produttive, di positive relazioni fra gli uomini. Infatti, il diverso modo di concepire i termini di quei rapporti è frutto di un riposizionamento al centro dell’agricoltura che in tal modo può svolgere la sua funzione di “ generatrice di comunità”. In questa visione di uno sviluppo mite, di un’agricoltura umanizzante e a suo compimento e corollario sembra porsi un nuovo topos narrativo: la paesologia di Franco Arminio, scrittore nato a Bisaccia nell’Irpinia d’Oriente come ama dire di se stesso.

Non si pensi che Pascale s’incammini solo su sentieri sociologici e narrativi. La sua ricostruzione dell’agricoltura si storicizza e si contestualizza nei passaggi più importanti della storia italiana e ad essi si lega intimamente: dall’età liberale, attraverso il fascismo, all’occupazione delle terre, fino al centro-sinistra. Decenni questi che vedono il passaggio e la definitiva trasformazione dell’Italia da paese agricolo a paese industriale, dalla parsimonia dei consumi al boom economico e con esso all’eclissi della civiltà contadina. Qui, dentro questi tormentati decenni del Novecento, vi sono momenti ed episodi cruciali e importanti: le lotte per la terra e per una diversa sintassi dei rapporti giuridici e sociali tra le classi, le bonifiche, le trasformazioni produttive…. fino alla domanda del terzo millennio: ci sarà un futuro per l’agricoltura? Pascale è ottimista. Individua tre direttrici: quella industrializzata, quella multifunzionale, quella che serve per produrre servizi ed energia. Questa triplice scansione per l’agricoltura può offrire un orizzonte di senso solo se “si recupera il valore dei legami sociali, delle capacità individuali e del senso del limite”. Soprattutto quest’ultimo viene da dire; ma fino a quando la pedagogia della menzogna e l’egolatria (qualche politico nazionale ne è affetto a dismisura) costituiranno un ostacolo occorrerà ancora lottare per vedere realizzato “ il sogno di una cosa”.

TOMMASO RUSSO

(Da "LA NUOVA DEL SUD" 3 agosto 2013)

sfoglia
settembre        novembre