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Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

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8 agosto 2013

Un libro di memorie per una storia del Pci meridionale. Alfonso Pascale recensisce l'ultimo libro di Piero Di Siena

Il Pci del Mezzogiorno ha manifestato alcuni caratteri specifici nell’evoluzione del “partito nuovo” voluto da Togliatti dopo la caduta del fascismo e, successivamente, ha continuato a coltivare, nel bene e nel male, una sua peculiarità lungo l’intera parabola di quella formazione politica conclusasi con la morte del comunismo reale. Dobbiamo essere grati a Piero Di Siena che - con il suo libro “Nel Pci del Mezzogiorno. Frammenti di storia sul filo della memoria” (Calice Editori, 2013) – fornisce uno dei primi e più significativi contributi alla ricostruzione del comunismo meridionale, individuando alcuni elementi essenziali per tracciare il profilo di quella specificità a partire dal secondo Dopoguerra e, soprattutto, in seguito al “miracolo economico”.


L’A. è stato un dirigente del Pci, dapprima nella sezione universitaria di Bari e, dal 1978 in Basilicata, in qualità di segretario della Federazione di Potenza e poi di segretario regionale.  In gioventù aveva coltivato gli studi storici sull’evoluzione del pensiero di dirigenti e intellettuali comunisti, a partire da Emilio Sereni. E ora, in questo suo ultimo lavoro, riscopre questa sua antica “vocazione” e fornisce un contributo storiografico di notevole spessore.


La forma non è quella autobiografica, né quella della ricostruzione obiettiva delle vicende sulla base di fonti scritte. Si tratta, invece, della raccolta ragionata di alcuni elaborati d’occasione – articoli apparsi su “L’Unità” e “Rinascita” o saggi pubblicati in opere collettanee – che riguardano talune figure emblematiche del Pci meridionale o ad esso vicine, come Michele Mancino, Michele Preziuso, Francesco Laudadio, Nino Calice, Raffaele Giura Longo, Paolo Laguardia, e alcuni snodi cruciali del rapporto tra Pci e Mezzogiorno, come la creazione del centro siderurgico di Taranto e l’emergenza post-terremoto. In appendice è riprodotta la relazione che Di Siena svolse al III congresso regionale del Pci nel 1986, che testimonia anch’essa, in modo nitido, il valore e i limiti della cultura politica e, soprattutto, il vasto campo d’iniziativa del partito in una regione particolare del Mezzogiorno. Il tutto è sorretto da un’ampia introduzione in cui l’A. ragiona in modo persuasivo sull’inevitabilità – nella memorialistica politica odierna – di una ricostruzione della memoria come occasione essa stessa per tracciare bilanci storici e pone, altresì, l’esigenza di approfondire “il nesso nuovo da stabilire tra memorialistica e fonti di archivio, scritte e audiovisive”, invitando gli storici di professione a riformulare “lo stesso statuto epistemologico della ricerca storica e il suo rapporto con le fonti”. Se altre personalità, che hanno svolto funzioni dirigenti nel Pci e, in generale, nella sinistra del Mezzogiorno, seguissero l’esempio di Di Siena, si potrebbe pervenire ad un mosaico di straordinario valore per rielaborare criticamente la vicenda storica delle formazioni politiche della sinistra meridionale, interrompendo l’infruttuoso e avvilente stillicidio di novità, che pretendono di affermarsi mediante solamente cesure e rimozioni, e dotandoci di strumenti culturali più efficaci per tentare proficuamente vie d’uscita dalla crisi morale, economica, politica e istituzionale.


L’A. parte dall’assunto che il Pci – anche nel Mezzogiorno – ha rappresentato un’originale evoluzione del partito di classe, nel senso che esso si costituisce entro un esplicito rapporto tra classi sociali diverse attraverso l’esercizio di una funzione egemonica di una classe sulle altre”. Il Pci sarebbe stato lo strumento per realizzare il “blocco storico” di cui parlava Gramsci. E dunque la sua ascesa e il suo declino non sarebbero dipesi solo dalla capacità di svolgere una funzione nazionale nel quadro dei mutevoli rapporti internazionali, ma anche di costituire la forma politica organizzata di blocchi sociali costituiti da classi che nascono e si esauriscono continuamente. In tale quadro concettuale si spiegherebbero sia il carattere di massa - sebbene a macchia di leopardo - del Pci come strumento ed espressione del ruolo egemonico assunto dai contadini nell’immediato Dopoguerra, sia la progressiva incapacità di quel partito di ricostituire nuovi “blocchi storici” quando quello iniziale, a seguito del “miracolo economico”, si sfalda.


Si tratta, a mio modo di vedere, di una rappresentazione molto parziale del conflitto sociale e politico che si è sviluppato nel Mezzogiorno; rappresentazione che andrebbe discussa e ridefinita in una dimensione di lunga durata, partendo almeno dall’Unità d’Italia e ripercorrendo criticamente il tormentato rapporto tra società civile delle campagne, sistema politico, Stato e mercato. Per la particolare conformazione e articolazione del capitalismo italiano, specie nel Mezzogiorno le contrapposizioni di interessi hanno riguardato solo marginalmente il conflitto tra capitale e lavoro. Qui più che altrove la costruzione dei partiti di massa è avvenuta sulla base di distinti ma convergenti progetti di educazione alla democrazia, che hanno dapprima promosso una nuova società civile e che dopo non hanno saputo o voluto liberarla e farla crescere autonomamente, invischiandola così in rapporti deleteri con le istituzioni. I partiti di massa e, soprattutto, il Pci dove si era dotato di gruppi dirigenti capaci, hanno svolto nei primi anni di vita della Repubblica, e almeno fino alla nascita delle Regioni, una primaria funzione di ricostituzione in forme moderne di comunità locali e di legami sociali solidali, come premessa fondamentale per la democratizzazione delle istituzioni. Ma poi, qui più che altrove si è passati direttamente da un’economia prevalentemente contadina ad una potenziale economia della conoscenza, indotta dai progressi in campo educativo e dall’affermarsi in modo diffuso del sapere, come fattore dominante che permea di sé il processo produttivo di beni e servizi. Qui più che altrove si è, in altre parole, saltata la fase del capitalismo fordista per ragioni che attengono non a presunti ritardi – come si è voluto pervicacemente continuare a credere - ma a peculiari tratti della nostra vicenda civile di lunga durata,  nonostante i costosissimi, lunghi, inconcludenti e un po’ patetici sforzi per favorirne il suo insediamento diffuso.


Quanto è avvenuto si poteva già intravedere nella fase della “grande trasformazione” e del “boom economico” e non è stato colpevolmente intravisto? Ecco una domanda che potrebbe condurci forse alle radici dei ritardi e della lunga crisi politica e sociale che si è aperta negli anni Settanta del secolo scorso e che non si è più riusciti a farvi fronte.


Il libro di Di Siena ha il merito di avviare la riflessione su temi che sembrano antichi ma sono, in realtà,  di scottante attualità. Alla sinistra del Mezzogiorno manca un progetto dello stesso spessore di quello elaborato dal “partito nuovo” di Togliatti: un progetto politico ispirato dagli eterni valori della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità civile, cioè aperta e universalistica, e dalle nuove domande di senso, capace di selezionare nella società le forze interessate a farsene interpreti e potenzialmente in grado di assumere una funzione egemone nel processo di cambiamento. Ma se non svolgiamo questo lavoro di scavo nel nostro vissuto personale e collettivo, a cui ci invita Di Siena, non riusciremo mai ad elaborarlo e soprattutto a farci intendere dalle forze disponibili a cambiare lo stato di cose esistente.


2 aprile 2013

Un post di Alfonso Pascale: Il Sud si sta giocando la sua futura classe dirigente

Tra il 2000 e il 2010 oltre 600 mila persone hanno lasciato il Sud. E non c'è stato finora un Luchino Visconti che ci abbia raccontato questo secondo atto di “Rocco e i suoi fratelli”.

Nel solo 2008, prima della crisi economica, il Mezzogiorno ha perso oltre 122 mila residenti, trasferiti nelle regioni del Centro-Nord, a fronte di un rientro di circa 60 mila persone: una perdita di popolazione tripla rispetto a quella degli anni ottanta.

Ma questa è la mobilità di lungo periodo che risulta dai rilevamenti delle residenze anagrafiche. A tale mobilità va aggiunta quella determinata dal lavoro precario che i nuovi migranti meridionali trovano nel Nord. Si tratta di spostamenti temporanei che non consentono cambiamenti di residenza anagrafica. Nel 2008, il fenomeno interessava circa 173 mila persone. Di questi l’80 per cento aveva meno di 45 anni. Se mettiamo insieme questi 173 mila individui ai 122 mila che si erano trasferiti definitivamente, abbiamo la dimensione di una dinamica migratoria allarmante: circa 295 mila persone hanno abbandonato il Sud in un anno.

Se si pensa che nel triennio di massima intensità migratoria - dal 1961 al 1963 - si trasferirono al Nord 300 mila persone l’anno, possiamo dire che siamo di fronte ad un nuovo esodo. Ma con un’aggravante: la principale spinta all’emigrazione questa volta è la carenza di domanda di figure professionali di livello medio-alto. E’ dunque la futura classe dirigente ad andare via.

Da area giovane e istruita il Mezzogiorno si sta trasformando in un’area spopolata, anziana ed economicamente sempre più dipendente dal resto del Paese. Da area dove i giovani e le donne sono le punte più avanzate della “modernizzazione” esso sta diventando di nuovo un’area che fornisce “manodopera” e “talenti” ad altre regioni italiani ed europee.

Era già accaduto nel secolo scorso e oggi si ripropone lo stesso copione in modo ancor più drammatico. 

E se questo processo non verrà in qualche modo interrotto, il Mezzogiorno non potrà più risalire la china perché sta venendo meno anche l’ultima speranza: quella di una nuova classe dirigente capace di rimpiazzare quella attuale.

12 maggio 2011

Un articolo di Alfonso Pascale: "Quando i percorsi di Rossi-Doria e Dolci sembrarono incrociarsi

Manlio Rossi-Doria e Danilo Dolci ebbero modo di incontrarsi a metà del secolo scorso ma il loro contatto non sfociò in collaborazione. Li dividevano i differenti approcci ai temi dello sviluppo e soprattutto le diverse visioni del rapporto tra autogoverno della società civile e pubbliche istituzioni. Il professore di Portici riteneva che lo sviluppo del Mezzogiorno poteva avvenire nel solco di una programmazione pubblica degli interventi e poi di una gestione concreta delle azioni da realizzare in un rapporto di collaborazione tra lo Stato e la società civile. Il sociologo che dal Piemonte si era trasferito in Sicilia contrapponeva, invece, ad un modello di intervento dall’alto finalizzato allo sviluppo, una pianificazione dal basso affidata alla crescita degli strumenti dell’auto-educazione e della pedagogia attiva e militante. Decisero ad un certo punto dei loro percorsi, che si muovevano in parallelo, di verificare la possibilità di integrare i due diversi approcci, ma non ci riuscirono.

La scuola di Portici si proponeva l’ambizioso obiettivo di rinnovare il metodo di pianificazione territoriale, sperimentando la possibilità di dar luogo ad uno sviluppo a misura d’uomo. Aveva stretto un rapporto privilegiato con Angela Zucconi, fondatrice del Cepas, la scuola laica per assistenti sociali, e interloquiva costantemente con il movimento di Adriano Olivetti sui temi urbanistici. Nello stesso periodo, aveva avviato un intenso rapporto intellettuale con Ceriani Sebregondi della sezione sociologica della Svimez. Ma il vivo interesse di Rossi-Doria per le indagini sociali si era manifestato durante il soggiorno in Italia dell’antropologo americano, Edward Banfield, con cui aveva avuto diversi momenti di confronto nel corso delle ricerche che quest’ultimo aveva condotto in un comune della Basilicata. Tuttavia, il professore di Portici non era tanto interessato alle questioni teoriche degli antropologi e sociologi statunitensi, quanto invece alle ricadute pratiche delle indagini sociologiche come mezzo per correggere i limiti applicativi delle politiche pubbliche. In tal modo l’approccio rossidoriano si avvicinava a quello di Albert Hirschman, che conduceva in quegli stessi anni le sue ricerche in Colombia e che cominciava a mettere in discussione i fondamenti dell’economia dello sviluppo. Per entrambi gli studiosi non era scontato lo sviluppo lineare fondato sul nesso automatico tra investimenti pubblici e crescita del livello di democrazia del benessere. Il gruppo di Portici assegnava, pertanto, all’antropologia e alla sociologia rurale il compito di condurre un’opera di educazione rivolta a rendere i contadini consapevoli delle loro opportunità di crescita economica e civile, una funzione complementare alle riforme economiche e sociali, da esercitare mediante l’attivazione delle leve della democrazia, e non una funzione di rottura anticapitalistica, avversa alla logica dello sviluppo.

Negli stessi anni, Danilo Dolci aveva intrapreso una battaglia non violenta di ispirazione gandhiana per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul disagio economico e civile della popolazione di Trappeto e Partinico, comuni di una zona della Sicilia occidentale dove il sociologo si era trasferito. Praticando il digiuno e le forme dello “sciopero alla rovescia”, tentava di ottenere l’avvio dei lavori pubblici e dare risposta alla disoccupazione. Nel febbraio del 1956 era stato arrestato, processato e condannato. Attorno all’iniziativa di Dolci si era mobilitata l’opinione pubblica internazionale ed era sorto un comitato che aveva raccolto il sostegno attivo delle principali associazioni di volontariato laico italiano ed estero. Dalle principali città del Nord si erano trasferiti a Partinico giovani appartenenti alla borghesia: richiamati dal fascino messianico esercitato da Dolci erano entrati a far parte del suo movimento gandhiano.

Tra il 1954 e il 1955 l’Italia aveva ottenuto dalla Banca mondiale la concessione di un prestito di 300 milioni di dollari per realizzare il cosiddetto “Schema Vanoni”, dal nome del ministro del Bilancio che lo aveva proposto. Lo Schema era finalizzato allo sviluppo del Sud e il finanziamento rappresentava l’investimento più importante della Banca mondiale in Europa. Nel frattempo, era stata rinnovata la legge istitutiva della Cassa per il Mezzogiorno che assumeva lo Schema come principale strumento attuativo: in sostanza come piano nazionale per il coordinamento di piani regionali.

Rossi-Doria venne coinvolto nell’iniziativa di Dolci da Umberto Zanotti Bianco, fondatore dell’Animi – Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia, proprio mentre partiva la fase di attuazione dello Schema Vanoni e al gruppo di Portici veniva affidata la redazione del piano campano, che doveva fungere da modello per gli altri piani regionali. L’economista agrario propose, pertanto, di ricondurre l’azione promossa da Dolci nel quadro della politica a favore delle zone depresse. Sicché, nell’estate del 1956, egli si recò in Sicilia, accompagnato da Angela Zucconi e Rocco Mazzarone, per una prima indagine e il 30 settembre consegnò una relazione in cui veniva posta l’esigenza di costituire un comitato nazionale per coordinare le energie del volontariato dirette dall’iniziativa individualista e disordinata di Dolci. La relazione indicò, nel merito, l’opportunità di concentrare lo sforzo nel solo comune di Trappeto, centro più piccolo e governabile con le forze esistenti, che poteva assumere il ruolo di comune pilota. Inoltre, suggerì di promuovere un più stretto coordinamento tra l’iniziativa di intervento sociale con gli organi della regione siciliana e dello Stato.

Nel gennaio del 1957, in un incontro a Sermoneta, ospiti dei Caetani, un gruppo di sostenitori della causa di Dolci decise la costituzione dell’Associazione per l’iniziativa sociale (Ais). In rappresentanza del sociologo parteciparono Goffredo Fofi, Antonino Romano e Pietro Nuccio. La guida effettiva dell’Associazione fu assunta da Rossi-Doria, Angela Zucconi e Paolo Balbo, segretario dell’Animi. E fu decisa come prima tappa una nuova inchiesta in Sicilia  per mettere a punto il precedente piano tecnico per poter integrare gli elementi socio-educativi con quelli economici.

Dolci rifiutò di rispondere alle direttive dell’Associazione perché non accettava di soggiacere ad alcuna autorità nella gestione della sua iniziativa locale. Non intendeva collaborare con la Regione Siciliana e con lo Stato, nei confronti dei quali voleva conservare il massimo di autonomia. E così il 3 giugno si riunì il comitato direttivo dell’Ais a Roma, nella sede dell’Animi, a Palazzo Taverna. Rossi-Doria, Angela Zucconi e Balbo si presentarono dimissionari. Dolci fu irremovibile nella sua posizione. E così fu deciso con voto unanime di sciogliere l’Ais  e di affidare all’Animi la gestione delle risorse raccolte dai diversi comitati. La collaborazione tra i tecnici agrari e gli operatori sociali si spostò in Abruzzo nel progetto pilota diretto dalla Zucconi. Gli operatori sociali avrebbero dovuto agire nell’ambito della pianificazione territoriale promossa dalle istituzioni. Il problema non si risolse nemmeno in  questa nuova esperienza abruzzese.  Nel frattempo, Rossi-Doria e Dolci si erano persi di vista definitivamente.

  

12 gennaio 2010

Alfonso Pascale commenta i fatti di Rosarno

Quanti sono gli immigrati che lavorano nelle campagne italiane?
Nel nostro Paese tutti gli occupati in agricoltura sono 923 mila. Erano un milione e 120 mila nel 2000. Nello stesso anno, gli immigrati che lavoravano nel settore agricolo si contavano in 102 mila unità. Erano 23 mila dieci anni prima e oggi raggiungono le 172 mila unità.
In Calabria erano meno di un migliaio 20 anni fa e sono arrivati a 9 mila. In Puglia da 6 mila sono passati nel ventennio a circa 26 mila. Gli incrementi più consistenti si sono verificati nelle regioni del Centro e del Nord, dove si sono decuplicati. Oggi in Lombardia sono 17 mila, in Veneto 19 mila, nel Trentino 15 mila, in Emilia Romagna 18 mila, in Toscana 10 mila, nel Lazio 6 mila.
Ma questi sono i risultati di un’indagine dell’INEA (2009) che ha potuto elaborare solo dati ufficiali. Non sono considerati i tanti immigrati irregolari che spesso vengono sfruttati soprattutto nelle regioni del Sud, dove arrivano con la speranza di racimolare un po’ di denaro raccogliendo pomodori, pulendo le vigne dalle erbacce, strappando frutti alla terra, e si ritrovano invece in condizioni da incubo, alla mercè di caporali, intenti a regolare e controllare non solo il lavoro ma la vita dei nuovi schiavi. Questi, infatti, negli ultimi anni spesso sono scomparsi nel nulla o sono morti in circostanze misteriose. I giornali ne hanno parlato nella cronaca nera ma il giorno dopo si è voltato pagina.

Nel Rapporto di Medici Senza Frontiere (2007) si dice senza mezzi termini che ad avallare siffatta situazione di profonda illegalità e ingiustizia sociale troviamo “un atteggiamento ambiguo o ipocrita del sistema istituzionale italiano nei confronti dell’immigrazione irregolare. Da una parte si registrano misure di contenimento del fenomeno migratorio con politiche dal pugno di ferro tese a combattere la clandestinità a difesa della legalità. Dall’altra le stesse istituzioni nazionali e locali si tappano occhi, orecchie e bocche dinanzi al massiccio sfruttamento di stranieri nelle produzioni agricole del Meridione perché necessari al sostentamento delle economie locali. L’utilizzo di forza lavoro a basso costo, il reclutamento in nero, la negazione di condizioni di vita decenti, il mancato accesso alle cure mediche sono aspetti ben noti e tollerati. I sindaci, le forze di Stato, gli ispettorati del lavoro, le associazioni di categoria e di tutela, i ministeri: tutti sanno e tutti tacciono”. E’ una denuncia che proviene da chi frequenta quei luoghi e cerca in solitudine di bagnare le labbra assetate di quei poveri cristi.


Nelle pianure meridionali, soprattutto polacchi, romeni, bulgari, e non più soltanto africani, hanno preso il posto dei vecchi contadini. E caporali spesso stranieri, al servizio dei proprietari italiani, si sono sostituiti ai vecchi caporali, dando vita alla più grande rivoluzione antropologica del Mezzogiorno rurale negli ultimi vent’anni.
I nuovi braccianti non sono più le donne e gli uomini dei paesi dell’interno che, privi di qualsiasi altra prospettiva, partivano d’estate ogni mattina coi pulmini verso le aree costiere, ma sono giovani maschi appena giunti in Italia, disposti a svolgere qualsiasi mansione pur di guadagnare un po’ di soldi per poi cercare un impiego più stabile in altri settori e in altre regioni europee.
E i nuovi caporali non sono i semplici intermediari che ci eravamo abituati a vedere nelle pianure meridionali al tempo di raccogliere i prodotti dalle piante, ma sono diventati - col tacito accordo dei proprietari dei terreni – gli asettici gestori di un “campo di lavoro”, dove i diritti minimi e ogni forma di ragionevolezza sono soppressi e i corpi delle persone sono ridotte a”nuda vita” da afferrare, manipolare, violentare, sopprimere.
Riempiendosi di questi “campi” fuori dalla legge, le campagne meridionali non sono regredite nell’Italia contadina di una volta, come potrebbe apparire ad un osservatore frettoloso, ma sono state catapultate nella postmodernità più cruenta, verso un grado di sfruttamento di quella “nuda vita” quasi totalitario, che gli stessi caporali vissuti ai tempi di Di Vittorio avrebbero faticato a ideare.

Gli atti di efferata aggressività, compiuti da alcuni anni a questa parte come uno stillicidio continuo da un caporalato siffatto, sono sfociati nella guerriglia che abbiamo visto svolgersi a Rosarno. Un’autentica jacquerie, una ribellione odiosa ma inevitabile quando la schiavitù diventa intollerabile. E come ci ha spiegato Antonio Cisterna, sostituto procuratore Antimafia, “quando la gente si è sentita aggredita, si è rivolta ai mafiosi che sono stati costretti ad intervenire per non perdere la faccia”. Sicché, alcune squadracce di giovani caporali sono stati inviati per incutere terrore.

Ma la jacquerie potrebbe diffondersi in altre aree del Mezzogiorno perché vicende come quella calabrese sono, in realtà, sedimenti di storia. Si tratta di una violenza irrisolta che ritorna ad esplodere in forme marcatamente diverse dal passato ma che trova linfa in comuni radici. E’ un’onda lunga che riaffiora. E siccome noi tutti – come ammonisce Alessandro Leogrande nel suo libro-inchiesta “Uomini e caporali” (2008) - chi per un verso e chi per un altro, veniamo da quella storia, conviene che insieme dipaniamo questi fili invisibili che portano alle matasse aggrovigliate del passato.
Nei primi anni Venti e alla fine degli anni Quaranta, gli agricoltori aggredivano di persona o facevano massacrare braccianti e contadini senza terra spinti dal timore di perdere i propri possedimenti. Tornando dal fronte affamati di un pezzo di terra dove ricominciare una vita degna di essere vissuta, i cafoni costituivano agli occhi di tanti proprietari terrieri, o di massari e fittavoli che si ingegnavano a diventarlo, una minaccia ineluttabile per la sicurezza dei loro beni. E le frequenti occupazioni di terre di proprietà privata, spesso condotte in forme spontanee e anarcoidi fuori dal controllo dei partiti di sinistra e dei sindacati, venivano percepite come prepotenze ingiustificate e finivano per alimentare odio e rancore.
Si sono così ulteriormente forgiate relazioni sociali che si manifestano solo con la violenza e l’aggressività specie nei periodi in cui le insicurezze si allargano a macchia d’olio.

Forse non è la miseria il principale retaggio del passato, ma la disumanità delle relazioni e la bestialità della sopraffazione. E’ la violenza quando non riesce ad essere contenuta da comportamenti improntati ai valori della reciprocità e della gratuità, che pure affondano le proprie radici nel mondo rurale.
E’ per questo che, nelle fasi più acute dei conflitti sociali del secolo scorso, quando la violenza non ha trovato canali di sbocco nella costruzione di organizzazioni sociali affidabili e di processi politici volti ad incivilire le contese, essa ha lasciato spazio ad involuzioni autoritarie. Quando viceversa, come nel secondo Dopoguerra, la violenza diffusa nelle campagne è stata incanalata dai partiti di massa nelle lotte per la democrazia, essa ha lasciato il campo al rigenerarsi di quei valori di mutuo aiuto e di solidarietà del mondo contadino che hanno potuto permeare le relazioni sociali nei decenni successivi.

Oggi tutto questo pare essere scomparso di nuovo. E nell’acuirsi dei conflitti sociali di un’Italia multietnica e multiculturale, nelle campagne meridionali non solo sono venute a mancare le lotte ma brillano per la loro assenza i partiti e le organizzazioni sociali. E vanno via i giovani, alcuni perché non trovano opportunità di impiego in dinamiche economiche sganciate dalle risorse territoriali, altri perché rinunciano ad avviare nuovi percorsi. E tutto è lasciato al degrado con l’arrivo di nuovi “cafoni”, nuovi “bravi” e nuovi signori feudali che stabiliscono la posta in gioco in territori ormai privi di comunità.

Forse solo un processo di ricomposizione dei legami comunitari nelle campagne, che veda protagoniste leve di giovani autoctoni e di giovani stranieri in nuove attività economiche legate all’agricoltura di servizi e alle reti relazionali in grado di ritessere le trame sociali di mutuo aiuto e di gratuità, potrebbe permettere al nostro Mezzogiorno di affrancarsi dagli atavici venti di violenza che soffiano impetuosi nelle sue lande e di produrre un’innovazione che si innesti sulle radici migliori della tradizione.
Tale processo non si avvia spontaneamente, ma solo se nascono nuovi movimenti, nuovi partiti e nuove organizzazioni sociali che si assumono il ruolo di promuoverlo.
E' per questo che, dopo i fatti di Rosarno, dobbiamo rimettere al centro dell'iniziativa politica e sociale il Mezzogiorno e i giovani, le due priorità che ci ha indicato Giorgio Napolitano la sera di S. Silvestro. Aggiungendo una terza priorità che il presidente ha tralasciato: l’agricoltura. Su questi tre temi prioritari dobbiamo elaborare obiettivi concreti su cui costruire movimenti che durino, progetti che innestino percorsi reali di sviluppo e di cambiamento.

 

 

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