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Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

Diario | La vetrina | I paesaggi | I fatti | Le cantate | I passaggi |
 
Diario
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3 novembre 2013

Intervento di Maurizio Di Mario in occasione della presentazione di Radici & Gemme tenutasi a Fondi il 25 ottobre 2013

Radici & Gemme è la riscrittura di un intero pezzo di storia italica, dal Risorgimento fino ai nostri giorni. Un pezzo di storia, come già molto bene evidenziato da Franco Ferrarotti nella sua prefazione al volume, riscritto però sotto una luce nuova, “altamente originale”, rispetto alla tradizionale storiografia.

L’originalità del lavoro di Alfonso Pascale risiede infatti nel ribaltamento del punto di vista geografico da cui sono ripercorse le vicende storiche; ossia guardando “dall’esterno”, dalla campagna e dal mondo agricolo e rurale, a differenza di quello più consueto di marca urbano-industriale.

L’originalità del lavoro sta però, soprattutto, nell’aver assunto il territorio come protagonista assoluto della storia; il territorio interpretato non più soltanto come il sostrato fisico degli avvenimenti, ma piuttosto quale spazio materiale e immateriale esito del millenario intreccio di usi e relazioni umane; inteso cioè come il paradigma stesso dell’inestricabile ed indissolubile rapporto natura-uomo.

Il diverso punto di vista e il nuovo protagonista della narrazione storica proposta non sono tuttavia escludenti. In Radici & Gemme, infatti, la lettura olistica dei fenomeni e delle vicende - spaziando dall’agronomia all’urbanistica, dalla politica all’economia, dalla sociologia alla letteratura, dall’ecologia alla tecnologia, dalla genetica alla medicina, fino alle scienze che si occupano dei comportamenti degli animali - ci restituisce un quadro storico dei periodi trattati più ricco e più complesso di quanto finora tramandato.

Un altro requisito fondamentale di Radici & Gemme è la narrazione delle idee – e delle persone che le hanno incarnate – che nel processo storico - benché abbiano concorso a costruire la spina dorsale stessa del nostro “Bel Paese” – sono risultate sconfitte.

Si tratta di tutte quelle idee - sconfitte sì, ma non ancora vinte - che guardavano al territorio e ai suoi abitanti nella loro integralità, senza steccati culturali o funzionali tra città e campagna, tra industria ed agricoltura, tra mondo operaio e mondo contadino. Ossia a tutte quelle idee che rimandavano al concetto di “comunità”.

È un lungo filo rosso quello che lega in Radici & Gemme figure come Carlo Cattaneo, Stefano Jacini, Adriano Olivetti, Carlo Levi, Manlio Rossi Doria, Danilo Dolci, Umberto Zanotti Bianco, Ruggero Grieco, Emilio Sereni, Rocco Scotellaro, Giuseppe Avolio e molte altre; un filo rosso che si dispiega ininterrotto nel tempo della rivoluzione industriale, del socialismo utopico, del risorgimento italiano, delle crisi tra le due guerre mondiali, del dopoguerra, del ’68 fino ai nostri giorni.

Emblematiche in tal senso sono le pagine dedicate all’esperienza urbanistica di Adriano Olivetti - dal Piano della Valle d’Aosta ai progetti per il Canavese e per Matera – o alle teorizzazioni della “progettazione integrata zonale”, o del recupero del demanio agro-silvo-pastorale montano scaturite dalla Scuola Agraria di Portici sotto la guida di Manlio Rossi Doria.

Oggigiorno, nel tempo della cosiddetta globalizzazione, quando per ciclicità – o forse nemesi – storica si stanno riproducendo fenomeni già vissuti - dall’abbandono delle montagne con conseguente dissesto idrogeologico al riversamento nelle pianure e nelle gronde di fondovalle di milioni di persone che si spostano in fuga dalle città e dalle lande più povere e desolate dell’Italia e del mondo intero; dalla dismissione inesorabile delle attività agricole per effetto delle oscillazioni del mercato planetario alla devastazione dei paesaggi metropolitani; dagli enormi problemi sociali alla crisi energetica fino agli inquietanti scenari di una civiltà post-carbon -, la storia riscritta da Alfonso Pascale getta una luce malinconica e sinistra sulle tante occasioni perdute come sull’ignoranza e la miopia della nostra attuale classe politica e dirigente.

Difatti, le impostazioni olivettiane sono rimaste una chimera, mentre la “progettazione integrata zonale” è ancora sepolta al tempo delle sperimentazioni della Scuola di Portici. E oggi, nonostante a quei criteri e a quegli strumenti di governo del territorio spinga anche l’Unione Europea con la rimodulazione in corso degli obiettivi del finanziamento comunitario per le politiche agricole, infrastrutturali, sociali e di innovazione tecnologica, le esperienze di “progettazione integrata territoriale” che si stanno sviluppando anche alle nostre italiche latitudini faticano invece a farsi spazio, mortificando così anche quel potenziale che in queste stesse esperienze risiede per orientare quelle riforme a carattere multidisciplinare di cui la vigente programmazione e legislazione urbanistica, di tutela ambientale e paesaggistica, per lo sviluppo economico-sociale e delle reti di welfare tout court avrebbe urgentissimo bisogno.

Purtroppo, il recente varo da parte del Governo del Disegno di legge presentato dal Ministro delle Politiche Agricole Nunzia De Girolamo, dal titolo Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato, dimostra il grave ritardo culturale che si sta ancora scontando nell’affrontare i problemi del nostro tempo.

In barba agli obiettivi dichiarati, questa proposta legislativa - che riassume in sé il comune denominatore “urbanocentrico” anche delle precedenti proposte del Ministro Mario Catania al tempo del Governo Monti, nonché di quelle n. 70/2013 e n. 1050/2013 presentate nella odierna legislatura, rispettivamente, dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle – conferma infatti l’approccio completamente separato tra spazi rurali e spazi urbani, dove i primi vengono cristallizzati e paralizzati mediante la reiterazione di prassi burocratico-vincolistiche nonché condannati al ruolo di “ambiti di riserva” da conservare per una “consumazione” edificatoria differita nel tempo, mentre i secondi restano l’unico e incontrastato dominus dell’attenzione legislativa, densi come sono di interessi in gioco, vuoi per la loro “espansione” vuoi per la loro “densificazione”, comunque da gestire.

A fronte di questo ennesimo desolante (perché rapinoso o semplicemente ottuso) trionfo della visione “urbanocentrica”, penso che il lavoro di Alfonso Pascale abbia i requisiti per poter scuotere le intelligenze e rianimare un dibattito da troppo tempo mortificato.

Ecco perché mi auguro che Radici & Gemme consegua non solo il successo editoriale che merita, ma, soprattutto, che possa divenire uno dei punti di riferimento, un faro, teorico e pratico insieme, per la rinascita culturale e politica che da troppo tempo attendiamo.

9 novembre 2007

Il giardino che cura

“Il giardino che cura” non è un libro di medicina alternativa ma una riflessione a tutto campo – ricca di elementi scientifici, filosofici, antropologici, psicologici ed etici – sul benessere fisico, sociale e mentale dell’uomo e sui percorsi più sicuri per conservarlo.

L’autrice è Cristina Borghi, un medico-chirurgo che, partendo dalla propria esperienza professionale e personale, si rivolge innanzitutto ai suoi colleghi per convincerli ad abbandonare il modello biomedico, fondato sulla netta distinzione di stampo cartesiano tra mente e corpo. E propone, invece, di adottare l’approccio olistico, che considera il malato un tutt’uno dal punto di vista fisico e psichico e per questo carica l’infermo della responsabilità nelle scelte che riguardano la sua salute. Un approccio terapeutico quello olistico che l’autrice collega strettamente al rapporto uomo-natura e, in particolare, al giardino come utile complemento della cura. Appare, infatti, con sempre maggiore evidenza che prendersi cura delle piante risveglia il medico che è in noi e questa circostanza aiuta a migliorare la qualità della nostra vita.

La lettura del libro è molto piacevole perché la notevole mole di informazioni e di citazioni bibliografiche è presentata non solo con uno stile accattivante, ma anche con un apparato di schemi, rimandi e glossari che rendono il saggio accessibile a tutti.  

Dopo decenni di sperimentazione nei paesi anglosassoni, anche in Italia sono in atto i primi tentativi per promuovere l’impiego del giardinaggio per la cura di determinate malattie o per preparare tecnici capaci di interpretare le esigenze del malato e del medico attraverso la progettazione dei giardini nei luoghi di cura. La Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Milano, ad esempio, ha svolto un corso di perfezionamento dal titolo Healing Gardens. La progettazione delle aree verdi annesse alle strutture di cura.

Queste attività non vanno confuse con l’azione terapeutica e riabilitativa che si realizza coltivando un orto o curando un giardino. A questo proposito, Cristina Borghi precisa in modo chiaro che gli healing gardens – i giardini che curano e cicatrizzano le ferite fisiche e morali – non costituiscono una terapia complementare a quella convenzionale, come invece è fuor di dubbio considerare l’ortoterapia nell’ambito dell’agricoltura sociale, ma vanno annoverati nelle pratiche della medicina olistica.

I “giardini che curano” sono, in realtà, dei potenti alleati del malato perché lo allontanano dal problema che lo affligge, gli consentono di recuperare le forze fisiche e mentali, incantano senza sforzo e  nell’assoluto riposo della mente, elargiscono in continuazione quei doni della natura che servono a lenire la sofferenza, permettono il contatto con le piante che  non sono mai una minaccia e non discriminano, ma aprono al dialogo e alla fiducia e predispongono l’infermo o la persona con disagio alla guarigione.

La scienza medica ha raggiunto, in un lasso di tempo assai breve, traguardi insperati in molti campi, mentre non ha ancora avuto successo nell’oncologia, l’infettivologia, la psichiatria, la neurologia e la geriatria. Ma è proprio nelle malattie che riguardano queste branche della medicina che i loro sintomi specifici, quali lo stress, l’infiammazione, l’ansia, la depressione, la dissociazione con l’ambiente, l’invecchiamento possono essere dominati e “guariti”  attraverso quel particolare rapporto con il paesaggio che i giardini consentono.

L’autrice ipotizza, sintomo per sintomo, il meccanismo d’azione  del giardino all’interno del nostro organismo, così come avviene coi farmaci quando questi sono in grado di modificare  le alterazioni che la malattia genera nel nostro corpo. E lo valuta in base al criterio clinico finale della qualità della vita, anche se difficile da stimare.

Si tratta di un criterio formidabile perché – come ci fa osservare acutamente Cristina Borghi – se la qualità della vita migliora, forse non otteniamo la cura intesa in senso strettamente fisico, ma arriviamo comunque alla guarigione in quanto, ai fini della conduzione della nostra stessa vita, la percezione del nostro benessere è più importante del reale stato di salute. Del resto è noto come, in alcuni casi, la quantità di vita non sia un obiettivo etico sufficientemente forte quando la gravità della disabilità ci obbliga ad una vita scarsamente dignitosa.

Soprattutto quando si deve progettare l’ambiente dei luoghi di cura è necessario tener conto delle prerogative di prevenzione e di cura insite nel verde. E tale contesto chiama in causa un aspetto privilegiato degli healing gardens: la centralità del dialogo e della comunicazione tra discipline diverse, dei “camici bianchi” coi “camici verdi”, dei medici e degli operatori dei servizi socio-sanitari, da una parte, e degli architetti, paesaggisti, agronomi, vivaisti e giardinieri, dall’altra.

Tale richiamo, che l’autrice sottolinea con dovizia di argomenti e soprattutto elencando le buone pratiche dei paesi anglosassoni, non solo costituisce un evidente corollario del concetto di unità e di collegamento tra le persone, le professioni e l’ambiente in cui vivono, proprio dell’approccio olistico al paziente, ma è anche una salutare  provocazione nei confronti del mondo della sanità pubblica e privata del nostro Paese, che ancora conserva atteggiamenti e convinzioni che derivano da una visione dei malati come un semplice insieme di organi ed apparati, di meccanismi da aggiustare e di contenitori da riempire di farmaci.

“Il giardino che cura” non è un libro di medicina alternativa ma una riflessione a tutto campo – ricca di elementi scientifici, filosofici, antropologici, psicologici ed etici – sul benessere fisico, sociale e mentale dell’uomo e sui percorsi più sicuri per conservarlo.

L’autrice è Cristina Borghi, un medico-chirurgo che, partendo dalla propria esperienza professionale e personale, si rivolge innanzitutto ai suoi colleghi per convincerli ad abbandonare il modello biomedico, fondato sulla netta distinzione di stampo cartesiano tra mente e corpo. E propone, invece, di adottare l’approccio olistico, che considera il malato un tutt’uno dal punto di vista fisico e psichico e per questo carica l’infermo della responsabilità nelle scelte che riguardano la sua salute. Un approccio terapeutico quello olistico che l’autrice collega strettamente al rapporto uomo-natura e, in particolare, al giardino come utile complemento della cura. Appare, infatti, con sempre maggiore evidenza che prendersi cura delle piante risveglia il medico che è in noi e questa circostanza aiuta a migliorare la qualità della nostra vita.

La lettura del libro è molto piacevole perché la notevole mole di informazioni e di citazioni bibliografiche è presentata non solo con uno stile accattivante, ma anche con un apparato di schemi, rimandi e glossari che rendono il saggio accessibile a tutti.  

Dopo decenni di sperimentazione nei paesi anglosassoni, anche in Italia sono in atto i primi tentativi per promuovere l’impiego del giardinaggio per la cura di determinate malattie o per preparare tecnici capaci di interpretare le esigenze del malato e del medico attraverso la progettazione dei giardini nei luoghi di cura. La Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Milano, ad esempio, ha svolto un corso di perfezionamento dal titolo Healing Gardens. La progettazione delle aree verdi annesse alle strutture di cura.

Queste attività non vanno confuse con l’azione terapeutica e riabilitativa che si realizza coltivando un orto o curando un giardino. A questo proposito, Cristina Borghi precisa in modo chiaro che gli healing gardens – i giardini che curano e cicatrizzano le ferite fisiche e morali – non costituiscono una terapia complementare a quella convenzionale, come invece è fuor di dubbio considerare l’ortoterapia nell’ambito dell’agricoltura sociale, ma vanno annoverati nelle pratiche della medicina olistica.

I “giardini che curano” sono, in realtà, dei potenti alleati del malato perché lo allontanano dal problema che lo affligge, gli consentono di recuperare le forze fisiche e mentali, incantano senza sforzo e  nell’assoluto riposo della mente, elargiscono in continuazione quei doni della natura che servono a lenire la sofferenza, permettono il contatto con le piante che  non sono mai una minaccia e non discriminano, ma aprono al dialogo e alla fiducia e predispongono l’infermo o la persona con disagio alla guarigione.

La scienza medica ha raggiunto, in un lasso di tempo assai breve, traguardi insperati in molti campi, mentre non ha ancora avuto successo nell’oncologia, l’infettivologia, la psichiatria, la neurologia e la geriatria. Ma è proprio nelle malattie che riguardano queste branche della medicina che i loro sintomi specifici, quali lo stress, l’infiammazione, l’ansia, la depressione, la dissociazione con l’ambiente, l’invecchiamento possono essere dominati e “guariti”  attraverso quel particolare rapporto con il paesaggio che i giardini consentono.

L’autrice ipotizza, sintomo per sintomo, il meccanismo d’azione  del giardino all’interno del nostro organismo, così come avviene coi farmaci quando questi sono in grado di modificare  le alterazioni che la malattia genera nel nostro corpo. E lo valuta in base al criterio clinico finale della qualità della vita, anche se difficile da stimare.

Si tratta di un criterio formidabile perché – come ci fa osservare acutamente Cristina Borghi – se la qualità della vita migliora, forse non otteniamo la cura intesa in senso strettamente fisico, ma arriviamo comunque alla guarigione in quanto, ai fini della conduzione della nostra stessa vita, la percezione del nostro benessere è più importante del reale stato di salute. Del resto è noto come, in alcuni casi, la quantità di vita non sia un obiettivo etico sufficientemente forte quando la gravità della disabilità ci obbliga ad una vita scarsamente dignitosa.

Soprattutto quando si deve progettare l’ambiente dei luoghi di cura è necessario tener conto delle prerogative di prevenzione e di cura insite nel verde. E tale contesto chiama in causa un aspetto privilegiato degli healing gardens: la centralità del dialogo e della comunicazione tra discipline diverse, dei “camici bianchi” coi “camici verdi”, dei medici e degli operatori dei servizi socio-sanitari, da una parte, e degli architetti, paesaggisti, agronomi, vivaisti e giardinieri, dall’altra.

Tale richiamo, che l’autrice sottolinea con dovizia di argomenti e soprattutto elencando le buone pratiche dei paesi anglosassoni, non solo costituisce un evidente corollario del concetto di unità e di collegamento tra le persone, le professioni e l’ambiente in cui vivono, proprio dell’approccio olistico al paziente, ma è anche una salutare  provocazione nei confronti del mondo della sanità pubblica e privata del nostro Paese, che ancora conserva atteggiamenti e convinzioni che derivano da una visione dei malati come un semplice insieme di organi ed apparati, di meccanismi da aggiustare e di contenitori da riempire di farmaci.

Cristina Borghi “Il giardino che cura” Giunti Editore 2007 Pagg. 240 Euro 9,50

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