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Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

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4 novembre 2013

Alfonso Pascale recensisce "L'equivoco del Sud" di Carlo Borgomeo

L’equivoco del Sud di Carlo Borgomeo (Laterza 2013) è un buon libro perché ci fa capire quello che non ha funzionato e continua a non funzionare nel Mezzogiorno. Sostiene una tesi che mi sento di condividere: per avviare, consolidare e qualificare percorsi di sviluppo auto-propulsivo è necessario che le comunità locali abbiano un sufficiente livello di coesione sociale. Insomma, il consolidamento dei legami comunitari sono una premessa, non un effetto dello sviluppo. E’ la debolezza del capitale sociale a condizionare lo sviluppo. E’ lo scaricare da parte di noi meridionali le responsabilità sempre sugli altri e l’abitudine a non prenderci mai le nostre che rende il Sud incapace di guardare al futuro. Solo la crescita di una nuova società civile può far evolvere positivamente le istituzioni e il mercato. E’ dunque dalla comunità - che si dà regole condivise e le rispetta perché le sente proprie – che si può e si deve ripartire.

Se si riparte dalla costruzione delle comunità si può finanche aprire una seria riflessione sul federalismo e guardare con maggiore coraggio al ruolo che il Sud può giocare nel Mediterraneo. Ma bisogna riprendere l’idea federalista di Cattaneo che concepiva l’autonomia come interdipendenza. Rilanciare il concetto di economia civile che Antonio Genovesi contrapponeva all’economia politica di Adam Smith. E fare nostra la lezione del grande storico Fernand Braudel di un Mediterraneo che sviluppa scambi culturali ancor prima di quelli commerciali e mutua saperi scientifici ed esperienziali in una logica di reciproca integrazione e contaminazione.

Per Borgomeo la coesione sociale non è qualcosa che si colloca in una dimensione etico-solidaristica. Ma attiene a contenuti concreti che vanno verso una più coerente offerta politica.

L’autore elenca una serie molto articolata di ambiti di intervento che sostanzia la coesione sociale: da quello del capitale umano e quindi dell’educazione a quello riguardante gli investimenti in ricerca e istruzione. E molti altri. Senza sottovalutare – devo annotare con piacere - quello del welfare produttivo che combina erogazione di servizi sociali qualificati e creazione di economie civili. In tale ambito possono svolgere una funzione essenziale nel promuovere legami comunitari anche le agricolture che tornano, in forme moderne, a generare beni relazionali e valori di reciprocità e mutuo aiuto.

La parte del volume che ho trovato di maggiore interesse è però quella in cui viene fatto un bilancio politico sull’intervento pubblico per il Sud partendo dall’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno e dalla prima fase della sua operatività.

Il giudizio dell’autore è articolato. Positiva è la fase iniziale della riforma fondiaria e dell’intervento straordinario. Le opere infrastrutturali, quelle di bonifica e gli interventi di riforma agraria predispongono nel giro di pochissimi anni le condizioni per avviare uno sviluppo autopropulsivo del Sud. Ma esso si sarebbe dovuto accompagnare con un’azione lenta e complessa sul capitale umano. Molti operatori di comunità, infatti, si mettono in moto, da Danilo Dolci ad Adriano Olivetti, da Giorgio Ceriani Sebregondi a Manlio Rossi-Doria, da Umberto Zanotti-Bianco ad Angela Zucconi. Ma invece di perseguire questo obiettivo si sceglie frettolosamente un’altra prospettiva: puntare su una forte – e rapida – industrializzazione guidata dall’alto. E su questa linea – che ebbe in Pasquale Saraceno il più grande e lucido interprete – il giudizio dell’autore è nettamente negativo.

Borgomeo afferma senza mezzi termini che fino a quando tutte le forze politiche e sociali non riconosceranno in modo inequivocabile questo errore di fondo non sarà possibile correggere la rotta. Un errore che rimane come un retropensiero duro a morire, una sorta di maledizione che avvolge ogni volta qualsiasi tipologia di intervento per il Sud.

L’autore sostiene in modo convincente che lo sbaglio non riguardò solo le forze di governo, che evidentemente ebbero le maggiori responsabilità, ma anche quelle di opposizione. Il Pci fece propria la scelta di promuovere una intensa e veloce industrializzazione per due motivi: il primo è condiviso con la Dc e con le altre forse di governo e attiene all’urgenza di contenere il dramma dell’emigrazione di massa verso il triangolo industriale; il secondo è più specificamente politico e riguarda la mitizzazione di una classe operaia meridionale intesa come elemento decisivo per far crescere i livelli di democrazia tra le popolazioni.

Insomma per motivazioni solo in parte diverse si volle quasi unanimemente forzare la crescita senza una visione complessiva dello sviluppo. Ma fu un fallimento. Totale. E l’autore analizza una per una le motivazioni addotte dai maggiori protagonisti per dimostrare – dati alla mano - che nessuna delle esigenze considerate furono soddisfatte. L’occupazione non aumentò ma diminuì. Le grandi industrie non furono per nulla in grado di contaminare in senso imprenditoriale il territorio. Anzi la loro dimensione, la loro portanza, la loro capacità di assicurare (e spesso solo promettere) “posti stabili” finì per scoraggiare i percorsi imprenditoriali minuti. E infine la creazione di fattori esterni richiesti dall’impianto di un grande stabilimento in pochissimi punti ben delineati non solo non si rivelò più agevole che creare, per una parte estesa dell’area meridionale, e quindi in modo diffuso, condizioni propizie allo sviluppo economico, ma si trattò di una prospettiva del tutto campata in aria.

L’errore di fondo non riguarda, tuttavia, solo la dimensione o l’articolazione dell’intervento ma ha a che vedere con il percorso che lo caratterizza. Anche successivamente, negli anni Ottanta e Novanta, l’intervento pubblico per il Sud – connotato da azioni più attente alle piccole dimensioni e alle specificità territoriali - non ha prodotto risultati positivi. E dunque non ha senso – sostiene persuasivamente l’autore - dividersi tra quanti vogliono pochi e grandi interventi e quanti prospettano tanti piccoli interventi “attenti al territorio”.

La vera distinzione – scrive Borgomeo - è tra quanti pensano che le politiche di sviluppo si fanno investendo sulla domanda, mestiere faticoso e necessariamente “lento”, e quanti pensano che tutto si gioca sul versante dell’offerta.

Nei processi di sviluppo in cui vince la logica dell’offerta, cioè quella che ci impone di diventare semplici destinatari o incettatori di finanziamenti pubblici, non produce alcun risultato. Occorre, dunque, ripartire dalla domanda. E qui l’autore ricorda alcune esperienze che lo hanno visto in prima linea come responsabile delle misure per l’imprenditorialità giovanile e poi del prestito d’onore. In tale veste e in collaborazione con il sociologo Aldo Bonomi, ha promosso per sei anni il programma Missioni di sviluppo, con 54 punti territoriali e 712 idee progettuali trasformatesi in realtà imprenditoriali. E tale esperienza anticipa quella dei Patti territoriali promossi dal Cnel presieduto da De Rita.

E’ noto che la pratica dei Patti territoriali si è rivelata un fallimento. E sicuramente ci sono stati difetti di conduzione e tradimenti dello spirito iniziale, che era fortemente innovativo e sperimentale. Ma Borgomeo avanza anche un’altra ipotesi che mi pare fondata. Egli riconduce la sconfitta dei Patti territoriali a motivazioni squisitamente politiche: “il meccanismo aveva messo in moto, e rischiava di mettere sempre più in moto, spinte non facilmente governabili, incontrollabili e da un certo punto di vista eversive. Chi aveva in quella fase la maggiore responsabilità in materia, a livello politico e istituzionale, preferì non rischiare nuove mediazioni, nuove sintesi, nuovi percorsi”.

E’ così che si chiude la parentesi della progettazione “dal basso” e si torna di nuovo alla logica tranquillizzante dell’offerta con la cosiddetta “Nuova Programmazione”. E il Sud perde una grande occasione per migliorare la propria condizione.

Solo se si rimette al centro la domanda e si lavora sulla coesione sociale – è questo il succo del libro - si potrà riprendere il percorso che si era smarrito e che ci può ricondurre verso uno sviluppo possibile.

12 maggio 2011

Un articolo di Alfonso Pascale: "Quando i percorsi di Rossi-Doria e Dolci sembrarono incrociarsi

Manlio Rossi-Doria e Danilo Dolci ebbero modo di incontrarsi a metà del secolo scorso ma il loro contatto non sfociò in collaborazione. Li dividevano i differenti approcci ai temi dello sviluppo e soprattutto le diverse visioni del rapporto tra autogoverno della società civile e pubbliche istituzioni. Il professore di Portici riteneva che lo sviluppo del Mezzogiorno poteva avvenire nel solco di una programmazione pubblica degli interventi e poi di una gestione concreta delle azioni da realizzare in un rapporto di collaborazione tra lo Stato e la società civile. Il sociologo che dal Piemonte si era trasferito in Sicilia contrapponeva, invece, ad un modello di intervento dall’alto finalizzato allo sviluppo, una pianificazione dal basso affidata alla crescita degli strumenti dell’auto-educazione e della pedagogia attiva e militante. Decisero ad un certo punto dei loro percorsi, che si muovevano in parallelo, di verificare la possibilità di integrare i due diversi approcci, ma non ci riuscirono.

La scuola di Portici si proponeva l’ambizioso obiettivo di rinnovare il metodo di pianificazione territoriale, sperimentando la possibilità di dar luogo ad uno sviluppo a misura d’uomo. Aveva stretto un rapporto privilegiato con Angela Zucconi, fondatrice del Cepas, la scuola laica per assistenti sociali, e interloquiva costantemente con il movimento di Adriano Olivetti sui temi urbanistici. Nello stesso periodo, aveva avviato un intenso rapporto intellettuale con Ceriani Sebregondi della sezione sociologica della Svimez. Ma il vivo interesse di Rossi-Doria per le indagini sociali si era manifestato durante il soggiorno in Italia dell’antropologo americano, Edward Banfield, con cui aveva avuto diversi momenti di confronto nel corso delle ricerche che quest’ultimo aveva condotto in un comune della Basilicata. Tuttavia, il professore di Portici non era tanto interessato alle questioni teoriche degli antropologi e sociologi statunitensi, quanto invece alle ricadute pratiche delle indagini sociologiche come mezzo per correggere i limiti applicativi delle politiche pubbliche. In tal modo l’approccio rossidoriano si avvicinava a quello di Albert Hirschman, che conduceva in quegli stessi anni le sue ricerche in Colombia e che cominciava a mettere in discussione i fondamenti dell’economia dello sviluppo. Per entrambi gli studiosi non era scontato lo sviluppo lineare fondato sul nesso automatico tra investimenti pubblici e crescita del livello di democrazia del benessere. Il gruppo di Portici assegnava, pertanto, all’antropologia e alla sociologia rurale il compito di condurre un’opera di educazione rivolta a rendere i contadini consapevoli delle loro opportunità di crescita economica e civile, una funzione complementare alle riforme economiche e sociali, da esercitare mediante l’attivazione delle leve della democrazia, e non una funzione di rottura anticapitalistica, avversa alla logica dello sviluppo.

Negli stessi anni, Danilo Dolci aveva intrapreso una battaglia non violenta di ispirazione gandhiana per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul disagio economico e civile della popolazione di Trappeto e Partinico, comuni di una zona della Sicilia occidentale dove il sociologo si era trasferito. Praticando il digiuno e le forme dello “sciopero alla rovescia”, tentava di ottenere l’avvio dei lavori pubblici e dare risposta alla disoccupazione. Nel febbraio del 1956 era stato arrestato, processato e condannato. Attorno all’iniziativa di Dolci si era mobilitata l’opinione pubblica internazionale ed era sorto un comitato che aveva raccolto il sostegno attivo delle principali associazioni di volontariato laico italiano ed estero. Dalle principali città del Nord si erano trasferiti a Partinico giovani appartenenti alla borghesia: richiamati dal fascino messianico esercitato da Dolci erano entrati a far parte del suo movimento gandhiano.

Tra il 1954 e il 1955 l’Italia aveva ottenuto dalla Banca mondiale la concessione di un prestito di 300 milioni di dollari per realizzare il cosiddetto “Schema Vanoni”, dal nome del ministro del Bilancio che lo aveva proposto. Lo Schema era finalizzato allo sviluppo del Sud e il finanziamento rappresentava l’investimento più importante della Banca mondiale in Europa. Nel frattempo, era stata rinnovata la legge istitutiva della Cassa per il Mezzogiorno che assumeva lo Schema come principale strumento attuativo: in sostanza come piano nazionale per il coordinamento di piani regionali.

Rossi-Doria venne coinvolto nell’iniziativa di Dolci da Umberto Zanotti Bianco, fondatore dell’Animi – Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia, proprio mentre partiva la fase di attuazione dello Schema Vanoni e al gruppo di Portici veniva affidata la redazione del piano campano, che doveva fungere da modello per gli altri piani regionali. L’economista agrario propose, pertanto, di ricondurre l’azione promossa da Dolci nel quadro della politica a favore delle zone depresse. Sicché, nell’estate del 1956, egli si recò in Sicilia, accompagnato da Angela Zucconi e Rocco Mazzarone, per una prima indagine e il 30 settembre consegnò una relazione in cui veniva posta l’esigenza di costituire un comitato nazionale per coordinare le energie del volontariato dirette dall’iniziativa individualista e disordinata di Dolci. La relazione indicò, nel merito, l’opportunità di concentrare lo sforzo nel solo comune di Trappeto, centro più piccolo e governabile con le forze esistenti, che poteva assumere il ruolo di comune pilota. Inoltre, suggerì di promuovere un più stretto coordinamento tra l’iniziativa di intervento sociale con gli organi della regione siciliana e dello Stato.

Nel gennaio del 1957, in un incontro a Sermoneta, ospiti dei Caetani, un gruppo di sostenitori della causa di Dolci decise la costituzione dell’Associazione per l’iniziativa sociale (Ais). In rappresentanza del sociologo parteciparono Goffredo Fofi, Antonino Romano e Pietro Nuccio. La guida effettiva dell’Associazione fu assunta da Rossi-Doria, Angela Zucconi e Paolo Balbo, segretario dell’Animi. E fu decisa come prima tappa una nuova inchiesta in Sicilia  per mettere a punto il precedente piano tecnico per poter integrare gli elementi socio-educativi con quelli economici.

Dolci rifiutò di rispondere alle direttive dell’Associazione perché non accettava di soggiacere ad alcuna autorità nella gestione della sua iniziativa locale. Non intendeva collaborare con la Regione Siciliana e con lo Stato, nei confronti dei quali voleva conservare il massimo di autonomia. E così il 3 giugno si riunì il comitato direttivo dell’Ais a Roma, nella sede dell’Animi, a Palazzo Taverna. Rossi-Doria, Angela Zucconi e Balbo si presentarono dimissionari. Dolci fu irremovibile nella sua posizione. E così fu deciso con voto unanime di sciogliere l’Ais  e di affidare all’Animi la gestione delle risorse raccolte dai diversi comitati. La collaborazione tra i tecnici agrari e gli operatori sociali si spostò in Abruzzo nel progetto pilota diretto dalla Zucconi. Gli operatori sociali avrebbero dovuto agire nell’ambito della pianificazione territoriale promossa dalle istituzioni. Il problema non si risolse nemmeno in  questa nuova esperienza abruzzese.  Nel frattempo, Rossi-Doria e Dolci si erano persi di vista definitivamente.

  

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