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Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

Diario | La vetrina | I paesaggi | I fatti | Le cantate | I passaggi |
 
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28 settembre 2013

Mario Campli: l'agricoltura non è un mondo a parte. A proposito di un libro di Alfonso Pascale


Mi auguro che questo libro possa dare un piccolo contributo a chiunque voglia guardare al futuro con più consapevolezza, continuando a coltivare ragionevoli speranze”.


Così conclude, Alfonso Pascale, la Introduzione al suo Radici & Gemme.


Il libro di Alfonso Pascale, può essere letto da tanti lettori (ed io me lo auguro fortemente) e con diversi approcci e aspettative: per farsi una conoscenza di massima,  e nello stesso tempo accurata, della partecipazione (o del coinvolgimento) del cosiddetto “mondo agricolo” (economia e società, persone e sviluppi storici, tecnologici e politici) alla storia e alla vita di questo paese; per ricostruire, attraverso la lettura dell’evoluzione delle dinamiche  sociali, economiche, politiche,  il percorso della progressiva contaminazione di un “settore” della economia e della società (una volta, definito “primario”; quando l’industria veniva definita “secondario” e tutto  il resto, “terziario”)  che da “autonomo”, via via, si è ritrovato interconnesso e contaminato a tutti i livelli. Oppure ci si può accostare al bel volume di Pascale per amore della terra e/o  per stanchezza del vivere nei tessuti urbani; per “saperne di più”; ecc. ecc.


Io (che di questa realtà ne ho una qualche consapevolezza per la compartecipazione alla vita, ad una famiglia e alle attività agricole nella mia tenera età e successivamente per la lunga professione di dirigente nelle organizzazioni di rappresentanza in Italia e nella Unione Europea) prediligo il secondo approccio.

Di più: credo che il valore, oggi,  di questa importante  fatica  di Alfonso Pascale  stia proprio nel prendere per mano il lettore (soprattutto i giovani e, in generale, i contemporanei) e fargli scoprire che quel mondo non è un mondo a parte. E, in un certo senso, non lo è mai stato.

Quello di pensare  l’agricoltura, il rurale, le campagne, gli agricoltori, un “mondo a parte”  (a volte con distacco altezzoso – tempo fa, altre volte con appassionata “amorevolezza” - di recente) è una manifestazione di inadeguatezza culturale e/o di ritornante fuga dall’esigenza di governo della complessità di una società.  Soprattutto ora, nel mezzo di una globalizzazione contraddittoria e non governata, ma reale e non aggirabile.

Faccio di questa lettura la più urgente lettura, non solo perché “oggi tutti i prodotti che troviamo sia al mercato sia sui banchi di un supermercato, negli orti come nelle colture intensive, sono ottenuti dall’ innovazione. Questo vuol dire che necessitano delle competenze di agronomi, patologi, entomologi….Senza scambio di sapere non si ottiene nulla”  (come ben afferma un altro Pascale, Antonio, nel suo: Pane e Pace - il cibo, il progresso, il sapere nostalgico, Chiarelettere editore, 2012).

 

Considero, questo,  il contributo più significativo del lavoro di Alfonso Pascale, in quanto proprio oggi  “nostalgici ritorni” – indotti  da normalissime  esigenze di sanità e qualità degli alimenti, certe, sicure e controllate,  spesso confondono le menti di tanti cittadini e cittadine. Spingendoli a pensare e dire: “una volta non era così”, “una volta tutto era genuino e sano”. Non è vero.


Il lavoro di Pascale  (anche con  l’ausilio della ottima “Guida bibliografica”, che – lo ricordo ai lettori – sostituisce la cosiddetta bibliografia;  è uno stile  diplomatico dell’autore per dirci:  alla base di questa, inevitabilmente veloce, galoppata ci sono a disposizione studi e ricerche puntuali per approfondire) ci dimostra che anche quando la separatezza del mondo/settore agricolo sembrava  “indiscutibile”, essa era espressione non del settore/mondo in quanto tale, ma di un assetto della società complessiva, pensata e governata (e perciò, vissuta) come “mondi” separati. I conflitti sociali e la organizzazione del potere, infatti, si incaricavano di collegare  e tenere in ordine mondi che apparivano distanti o separati. C’erano  anche “agenzie speciali” (ad esempio, ma non solo, la religione e le chiese) che si incaricavano della omogeneizzazione dell’ordine e del sistema, organizzati  per compartimenti, riconducendo il tutto ad un unicum del potere costituito; anche attraverso la elaborazione di ben finalizzate dottrine generali (il diritto naturale, la teologia della volontà di Dio e dell’ordine, ecc.).


L’andamento della ricerca di Pascale  ha, dunque, questo filo rosso conduttore: un mondo creduto ( e “persino” credutosi) a parte, si presenta  come mondo sempre intrecciato con la grande  società, sempre “vitale”, anche nelle sue specifiche inadeguatezze, anche con le transitorie “assenze” che rinviavano e rinviano (e questo vale anche per lo studioso che si accosta alle fonti) ad assetti e complessi storico-sociali generali.


Stiamo parlando, ovviamente, della storia moderna.


Scrive Pascale a margine della conferenza economica della Confcoltivatori: “i limiti della conferenza economica andrebbero ricercati nell’analisi ancora parziale delle modificazioni che si erano prodotte nell’economia e nella società e che avevano trasformato i rapporti tra città e campagne. Erano, infatti, cambiati in modo vistoso i comportamenti degli agricoltori e deisoggetti rurali che ormai non si distinguevano più dagli altri soggetti degli ambienti urbani. (…) il cambiamento più profondo avrebbe meritato un’analisi più accurata per individuare con maggiore precisione i soggetti e la molteplicità di relazioni e integrazioni che si stavano producendo” (p. 268).


E non si tratta, da parte dell’autore, di una notazione en passant.


E’ tutta la impostazione del lavoro che è situata in questa consapevolezza, a cominciare dal sottotitolo, dove l’autore usa la terminologia e la configurazione socio-economica di “società civile”, per indagare lo stato e l’evoluzione degli assetti  sociali, le dinamiche  delle sue componenti e le interrelazioni. Non ricorre, per essere più espliciti, alla consunta terminologia di “categoria” o ad altre similari.


D’altra parte, se i protagonisti principali dell’agricoltura sono gli agricoltori e le agricoltrici, essa (l’agricoltura) appartiene alla società e  vive nelle articolazioni di società complesse.


Su questa “evidente” appartenenza dovranno essere impostati sempre di più i vari  “negoziati” tra i protagonisti dell’agricoltura e la società, a partire da quella Politica agricola comune che ancora oggi necessita di una reimpostazione integrale e integrata.


Sono certo che la lettura di questo libro può contribuire a  coltivare quelle ragionevoli speranze di cui parla Alfonso Pascale, a cui faccio i migliori complimenti per questa sua impegnativa e meditata ricerca. E complimenti anche a Cavinato editore, per il coraggio civile che ha manifestato dando alle stampe un libro che si rivela importante nell’editoria di studi e ricerche collegate al cosiddetto “mondo agricolo”. Di queste Gemme abbiamo bisogno, per riscoprire  con più consapevolezze anche le Radici.

 

Mario Campli

(Consigliere del Comitato Economico e Sociale Europeo)


Alfonso Pascale, Radici & Gemme. La società civile delle campagne dall'Unità ad oggi, Cavinato Editore International, 2013


10 febbraio 2013

Il PE non può ridurre i tagli ma solo modificare l'entità delle voci di spesa. Cosa propongono le forze politiche?

Le dichiarazioni di alcuni parlamentari europei hanno dato l’impressione che nella procedura di approvazione del Bilancio 2014-2020  vi siano i margini per aumentare le risorse finanziarie disponibili. Sono promesse di marinaio perché la disciplina di bilancio è molto rigida e prevede competenze differenziate tra le diverse istituzioni comunitarie.

Per approvare il Bilancio dell’UE vanno preliminarmente decise le risorse proprie e quelle sul Quadro Finanziario Programmatico che costituiscono le risorse complessive per il periodo considerato da ripartire per grandi aggregati funzionali.

 

Due sono dunque i documenti da approvare: la Decisione  sulle Risorse Proprie (DRP) e il Quadro Finanziario Programmatico (QFP).

 

Il primo determina la tipologia e l’ammontare delle entrate. L’espressione “Risorse Proprie” non deve trarre in inganno perché solo una piccola quota deriva da attività di prelievo esercitata direttamente dall’Unione. La maggior parte è fatta di trasferimenti dai bilanci degli Stati, o da compartecipazioni.

 

La DRP è adottata dal Consiglio europeo all’unanimità a seguito di una proposta della Commissione e di un accordo politico del Consiglio, salva ratifica da parte di tutti gli Stati membri e previa consultazione del Parlamento europeo.

In materia di definizione delle risorse proprie dell’Unione, vi è, dunque, una competenza deliberativa esclusiva del Consiglio e degli Stati membri ed è attribuita una competenza meramente consultiva al Parlamento europeo. E questo anche dopo il Trattato di Lisbona.

 

Il Bilancio europeo è finanziato per la maggior parte da contributi diretti degli Stati membri (la stessa risorsa sull’IVA può essere assimilata a un contributo nazionale), con vantaggi in termini di stabilità finanziaria generale, ma con gravi limiti sull’autonomia delle scelte di spesa dell’Unione, dal momento che viene ad annullarsi ogni logica sovranazionale della politica di bilancio.

 

L’altro documento, il QFP, definisce per grandi linee e su base pluriennale l’allocazione delle risorse comunitarie precisando ampiezza e composizione delle spese prevedibili. Data la regola del pareggio, si fissano gli spazi disponibili per le spese.

 

Il QFP è deliberato all’unanimità dal Consiglio, previa approvazione del Parlamento europeo, che si pronuncia a maggioranza dei membri che lo compongono.

 

Il Parlamento europeo ha, dunque, un potere di codecisione non già nella definizione delle entrate complessive ma solo nell’allocazione delle risorse. In parole più semplici, non approva un vero e proprio bilancio, ma solo una nota spese.

 

Orbene, il Consiglio ha raggiunto un accordo politico sulle risorse proprie, cioè sul contributo degli Stati membri, allineandolo alle austerity nazionali e alle richieste di Londra e Berlino. E tale accordo ormai non si modifica più. Il Parlamento europeo potrà esprimere una propria opinione, che tuttavia non è vincolante. Ma potrà invece essere determinante nella decisione delle spese prevedibili per grandi aggregati.

 

In questi giorni, tutti hanno implorato un protagonismo dell’Europa per la crescita: ricerca, innovazione, investimenti, formazione. Per aumentare questi capitoli bisognerà tagliare necessariamente alcune spese.

 

La spesa agricola si compone di due pilastri: gli aiuti diretti e lo sviluppo rurale. Il primo pilastro è una misura assistenzialistica, iniqua, distruttrice di capitale sociale e relazionale, bollata dall’Onu come protezionistica. E costituisce il capitolo più cospicuo dell’intero bilancio: 278 miliardi di euro. Lo sviluppo rurale raggiunge appena gli 80 miliardi e non c’è verso di rimpolparlo, spostando le risorse del primo pilastro. Le organizzazioni agricole hanno posto un veto. Eppure tale trasferimento avrebbe reso più accettabile la spesa agricola e indotto  i Paesi del Nord a limitare le richieste di tagli.

 

Su questo punto avrebbero dovuto insistere gli ambientalisti, Petrini, i difensori del paesaggio, anziché limitarsi a richiedere – in verità abbastanza sottotono - di verniciare un po’ di verde gli aiuti diretti per non irritare le organizzazioni agricole. Vincolare i pagamenti diretti alla tutela ambientale non li rende affatto meno iniqui e meno rischiosi per i paesi poveri. Solo con lo sviluppo rurale si potrebbero fare politiche per l’inclusione sociale, per il sostegno alle zone interne di collina e di montagna e per le agricolture periurbane e così salvaguardare il paesaggio attivamente.

 

E poi passando infine ad altre voci, il paragrafo relativo alla ricerca, competitività, fondi di coesione e infrastrutture ammonta solo a 126 miliardi. Mentre per la politica estera sono previsti solo 57 miliardi.

 

Cosa faranno, a questo punto, le forze politiche nel Parlamento europeo? Riequilibreranno un po’ queste cifre oppure faranno finta di niente, continuando a sbraitare contro Cameron e la Merkel? Sarà finalmente il momento per riconsiderare lo sviluppo rurale e le altre politiche per la crescita o si mancherà anche questa occasione?


11 gennaio 2013

Di Stefano (Rete Fattorie Sociali) incontra Capoulas Santos (Parlamento Europeo)

Si è tenuto ieri a Bruxelles, nella sede del Parlamento Europeo, un incontro sul ruolo dell'Agricoltura Sociale in Europa nella prossima programmazione agricola 2014/2020, tra il relatore per la riforma della PAC, Luis Manuel Capoulas Santos, e il presidente della Rete Fattorie Sociali, Marco Berardo Di Stefano.

Il relatore Capoulas Santos ha sottolineato che l'Inclusione Sociale è il primo degli obiettivi dello Sviluppo Rurale definito dalla proposta di Regolamento che la Commissione Agricoltura approverà il 23-24 gennaio e ricomprende perfettamente il ruolo e le attività dell'Agricoltura Sociale in Europa.

Il relatore ha, inoltre, precisato che, in particolare con l'art.15, potranno essere finanziate le attività formative per le persone addette alle attività specifiche dell'Agricoltura Sociale.
Gli Stati Membri, nella programmazione a livello nazionale ("Piani nazionali o regionali di sviluppo rurale"), dovranno raccogliere le indicazioni già previste a livello comunitario.

Viva soddisfazione è stata espressa dal presidente Di Stefano per l'orientamento assunto dalla Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo, considerandolo una tappa importante per lo sviluppo dell'Agricoltura Sociale in Europa, e ha auspicato l'impegno dei gruppi politici nel sostenere e rafforzare tale posizione anche nell'Assemblea Plenaria prevista per l'11-14 marzo.
 
 

8 agosto 2012

Articolo di Alfonso Pascale sullo spot di Aldo, Giovanni & Giacomo

In un recente spot pubblicitario,Aldo, Giovanni e Giacomo hanno proposto un desueto ma reale contesto dicampagna e si sono dovuti sorbire la reazione infastidita del ministro dellepolitiche agricole, Mario Catania. Il quale, ha denunciato il permanere delpregiudizio anticontadino come espressione delle subculture urbane eindustriali.

 

Nel Medioevo la satira contro ilvillano ha costituito un luogo comune di tutte le letterature. Menestrelli egiullari giravano le corti d’Europa e, utilizzando il siffatto stereotipo,divertivano i loro datori di cibo. In che modo? Mettendo in ridicolo la lorocontroparte sociale: il contadino appunto.

Anche la poesia popolare satiricaè stata carica di disprezzo verso i contadini. Era, infatti, il frutto velenosodell’antagonismo medievale tra gli artigiani delle città e gli abitanti dellecampagne.

 

Ma poi all’inizio del Seicento,Giulio Cesare Croce propone una letteratura d’evasione fondata sull’eroecontadino, Bertoldo, “scarpe grosse, cervello fino”. Il quale, alla corte delre longobardo, Alboino, gode – come sottolinea Piero Camporesi - della“permissività tradizionalmente riconosciuta agli eroi di carnevale, allemaschere, ai mostri”. E’ la messinscena del “mondo alla rovescia” che permettealle plebi rurali, una volta ogni tanto, di farsi re e cortigiani. Un baccanaleche si ripete ancora oggi, quando nei raduni agricoli di luglio ministri egiullari s’alternano al podio e i re contadini si divertono a farli applaudireo fischiare dai convenuti.

 

Orbene, se si guarda conattenzione lo spot della discordia, si può notare che la gag non s’ispira néalla poesia satirica anticontadina né al racconto onirico della maschera diBertoldo: la vicenda è realisticamente collocata nel nuovo contestopostindustriale, globalizzato e telematico delle campagne contemporanee. E cidice una verità che è sotto gli occhi di tutti e pochi hanno voglia di vedere:nel nuovo mondo le antiche distinzioni sono finite, la campagna si è presa lasua rivincita, come c’insegna Corrado Barberis da ormai trent’anni con leinnumerevoli ricerche dell'Insor. Pertanto, la satira pungola non già, comenegli stornelli contro il villano o nel mondo onirico bertoldiano,l’agricoltore ignorante e rozzo, ma un certo tipo di cittadino che continua avedere il mondo come se si fosse fermato a cinquant’anni fa. E’ un superstitedella corte di Alboino, che dopo la sbornia dell’urbanizzazione selvaggia edell’industrializzazione fallita, è del tutto disorientato dalla novità.

 

Non a caso reagiscono conveemenza coloro che, nel nuovo scenario, non si ritrovano più: sono i bertoldie bertoldini che replicano, dal versante agricolo, il gioco inesistente delmondo diviso in due (urbano e rurale), per continuare a spartirsi le residuerendite di posizione. Li unisce una proposta protezionistica sulla Pac, cherichiama in qualche modo la “battaglia del grano” in chiave europea, e unaposizione autarchica dell’agricoltura italiana e del territorio agricolo, ches’ispira direttamente alla lotta contro l’urbanesimo. Entrambe queste ideetrovano le proprie radici nelle culture totalitarie del Novecento. E non a casosi pretende che anche la satira debba essere asservita a quel progettopolitico.

 

Ma fortunatamente abbiamo comici,come Aldo, Giovanni e Giacomo, che si sottraggono a tale diktat e rappresentanoil mondo per quello che è.

 

 

 

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