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Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

Diario | La vetrina | I paesaggi | I fatti | Le cantate | I passaggi |
 
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3 novembre 2013

Intervento di Maurizio Di Mario in occasione della presentazione di Radici & Gemme tenutasi a Fondi il 25 ottobre 2013

Radici & Gemme è la riscrittura di un intero pezzo di storia italica, dal Risorgimento fino ai nostri giorni. Un pezzo di storia, come già molto bene evidenziato da Franco Ferrarotti nella sua prefazione al volume, riscritto però sotto una luce nuova, “altamente originale”, rispetto alla tradizionale storiografia.

L’originalità del lavoro di Alfonso Pascale risiede infatti nel ribaltamento del punto di vista geografico da cui sono ripercorse le vicende storiche; ossia guardando “dall’esterno”, dalla campagna e dal mondo agricolo e rurale, a differenza di quello più consueto di marca urbano-industriale.

L’originalità del lavoro sta però, soprattutto, nell’aver assunto il territorio come protagonista assoluto della storia; il territorio interpretato non più soltanto come il sostrato fisico degli avvenimenti, ma piuttosto quale spazio materiale e immateriale esito del millenario intreccio di usi e relazioni umane; inteso cioè come il paradigma stesso dell’inestricabile ed indissolubile rapporto natura-uomo.

Il diverso punto di vista e il nuovo protagonista della narrazione storica proposta non sono tuttavia escludenti. In Radici & Gemme, infatti, la lettura olistica dei fenomeni e delle vicende - spaziando dall’agronomia all’urbanistica, dalla politica all’economia, dalla sociologia alla letteratura, dall’ecologia alla tecnologia, dalla genetica alla medicina, fino alle scienze che si occupano dei comportamenti degli animali - ci restituisce un quadro storico dei periodi trattati più ricco e più complesso di quanto finora tramandato.

Un altro requisito fondamentale di Radici & Gemme è la narrazione delle idee – e delle persone che le hanno incarnate – che nel processo storico - benché abbiano concorso a costruire la spina dorsale stessa del nostro “Bel Paese” – sono risultate sconfitte.

Si tratta di tutte quelle idee - sconfitte sì, ma non ancora vinte - che guardavano al territorio e ai suoi abitanti nella loro integralità, senza steccati culturali o funzionali tra città e campagna, tra industria ed agricoltura, tra mondo operaio e mondo contadino. Ossia a tutte quelle idee che rimandavano al concetto di “comunità”.

È un lungo filo rosso quello che lega in Radici & Gemme figure come Carlo Cattaneo, Stefano Jacini, Adriano Olivetti, Carlo Levi, Manlio Rossi Doria, Danilo Dolci, Umberto Zanotti Bianco, Ruggero Grieco, Emilio Sereni, Rocco Scotellaro, Giuseppe Avolio e molte altre; un filo rosso che si dispiega ininterrotto nel tempo della rivoluzione industriale, del socialismo utopico, del risorgimento italiano, delle crisi tra le due guerre mondiali, del dopoguerra, del ’68 fino ai nostri giorni.

Emblematiche in tal senso sono le pagine dedicate all’esperienza urbanistica di Adriano Olivetti - dal Piano della Valle d’Aosta ai progetti per il Canavese e per Matera – o alle teorizzazioni della “progettazione integrata zonale”, o del recupero del demanio agro-silvo-pastorale montano scaturite dalla Scuola Agraria di Portici sotto la guida di Manlio Rossi Doria.

Oggigiorno, nel tempo della cosiddetta globalizzazione, quando per ciclicità – o forse nemesi – storica si stanno riproducendo fenomeni già vissuti - dall’abbandono delle montagne con conseguente dissesto idrogeologico al riversamento nelle pianure e nelle gronde di fondovalle di milioni di persone che si spostano in fuga dalle città e dalle lande più povere e desolate dell’Italia e del mondo intero; dalla dismissione inesorabile delle attività agricole per effetto delle oscillazioni del mercato planetario alla devastazione dei paesaggi metropolitani; dagli enormi problemi sociali alla crisi energetica fino agli inquietanti scenari di una civiltà post-carbon -, la storia riscritta da Alfonso Pascale getta una luce malinconica e sinistra sulle tante occasioni perdute come sull’ignoranza e la miopia della nostra attuale classe politica e dirigente.

Difatti, le impostazioni olivettiane sono rimaste una chimera, mentre la “progettazione integrata zonale” è ancora sepolta al tempo delle sperimentazioni della Scuola di Portici. E oggi, nonostante a quei criteri e a quegli strumenti di governo del territorio spinga anche l’Unione Europea con la rimodulazione in corso degli obiettivi del finanziamento comunitario per le politiche agricole, infrastrutturali, sociali e di innovazione tecnologica, le esperienze di “progettazione integrata territoriale” che si stanno sviluppando anche alle nostre italiche latitudini faticano invece a farsi spazio, mortificando così anche quel potenziale che in queste stesse esperienze risiede per orientare quelle riforme a carattere multidisciplinare di cui la vigente programmazione e legislazione urbanistica, di tutela ambientale e paesaggistica, per lo sviluppo economico-sociale e delle reti di welfare tout court avrebbe urgentissimo bisogno.

Purtroppo, il recente varo da parte del Governo del Disegno di legge presentato dal Ministro delle Politiche Agricole Nunzia De Girolamo, dal titolo Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato, dimostra il grave ritardo culturale che si sta ancora scontando nell’affrontare i problemi del nostro tempo.

In barba agli obiettivi dichiarati, questa proposta legislativa - che riassume in sé il comune denominatore “urbanocentrico” anche delle precedenti proposte del Ministro Mario Catania al tempo del Governo Monti, nonché di quelle n. 70/2013 e n. 1050/2013 presentate nella odierna legislatura, rispettivamente, dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle – conferma infatti l’approccio completamente separato tra spazi rurali e spazi urbani, dove i primi vengono cristallizzati e paralizzati mediante la reiterazione di prassi burocratico-vincolistiche nonché condannati al ruolo di “ambiti di riserva” da conservare per una “consumazione” edificatoria differita nel tempo, mentre i secondi restano l’unico e incontrastato dominus dell’attenzione legislativa, densi come sono di interessi in gioco, vuoi per la loro “espansione” vuoi per la loro “densificazione”, comunque da gestire.

A fronte di questo ennesimo desolante (perché rapinoso o semplicemente ottuso) trionfo della visione “urbanocentrica”, penso che il lavoro di Alfonso Pascale abbia i requisiti per poter scuotere le intelligenze e rianimare un dibattito da troppo tempo mortificato.

Ecco perché mi auguro che Radici & Gemme consegua non solo il successo editoriale che merita, ma, soprattutto, che possa divenire uno dei punti di riferimento, un faro, teorico e pratico insieme, per la rinascita culturale e politica che da troppo tempo attendiamo.

15 ottobre 2013

Roberto Finuola recensisce "Radici & Gemme" di Alfonso Pascale

Il ponderoso volume di Alfonso Pascale intitolato "Radici & Gemme" costituisce un suggestivo e rigoroso affresco dell’evoluzione della società civile - nelle campagne italiane dall’Unità ad oggi - nel quale il rigore scientifico della narrazione si unisce ad una, non sempre comune, capacità di descrizione pittorica degli avvenimenti in grado di rendere vive e vicine al lettore le dinamiche descritte.

Il grande mosaico che ne deriva fa scomparire nel lettore il luogo comune dell’agricoltura come settore arretrato, luogo di povertà e di sottosviluppo, e gli lascia al contrario, alla fine della lettura, la vivida sensazione di una vitalità del contesto rurale che ha radici lontane con esperienze di eccellenza in ogni periodo (le “radici” e le “gemme” del titolo), vitalità che non si è mai sopita anche nei periodi più difficili e che oggi, finalmente, riemerge con la riscoperta dei valori della campagna che ha nel nostro Paese caratteri tanto peculiari quanto unici in termini di ricchezza e di diversità.
L’aspetto certamente più caratterizzante del lavoro è quello di offrire una visione multidimensionale dei fenomeni descritti: di ciascun periodo storico vengono contestualmente esaminati gli aspetti economici, quelli sociali, quelli sociologici, quelli politici, quelli storici,…. evidenziandone in ogni occasione le interrelazioni e le interdipendenze. Questa capacità di cogliere i vari aspetti della storia agricola e di analizzarli sotto diverse angolazioni nel medesimo tempo e senza perdere l’unitarietà della narrazione, trae certamente origine dalla storia stessa dell’Autore che proviene, lui medesimo, da quel mondo rurale che tanto sapientemente descrive e che al mondo contadino ha dedicato tutta la sua vita come dirigente sindacale prima e come acuto studioso poi.

Ne consegue una visione a tutto tondo della evoluzione della società civile delle campagne che caratterizza l’opera e ne fa un unicum nel panorama delle analisi storiche, sociologiche ed economiche dell’agricoltura italiana. Economisti agrari, sociologi, storici, studiosi della politica troveranno infatti nel volume un indubbio arricchimento delle loro specifiche conoscenze con in più la possibilità di leggere la storia agricola nazionale anche sotto altri punti di vista spesso obliterati da quelle logiche di analisi parcellizzata troppo spesso presenti nell’Accademia.

In più, l’Autore, attraverso una rigorosa e documentata analisi della storia dell’agricoltura italiana nei diversi periodi esaminati, (dall’Unità alla prima guerra mondiale, dal primo dopoguerra al fascismo ed alla II guerra mondiale, dal secondo dopoguerra alle crisi degli anni ’70, dalle vicende della prima e della seconda Repubblica ad oggi), offre più di uno spunto originale per una reinterpretazione di tali vicende in grado di superare visioni stereotipate, come ad esempio nel caso delle presunte “arretratezze” della nostra agricoltura che hanno caratterizzato tanti lavori di ricerca anche recenti, o come nel caso delle analisi relative agli squilibri territoriali.

Dall’analisi di Pascale emerge, infatti, chiaramente come quelli che venivano un tempo definiti elementi di debolezza dell’agricoltura italiana (forte presenza di piccole aziende basate spesso sull’autoconsumo e/o part-time, bassa meccanizzazione con l’utilizzo di tecniche di coltivazione tradizionali,...) costituiscono invece oggi il presupposto dell’attuale fase di rivalorizzazione e di ritorno di molti giovani all’agricoltura.
I guasti ambientali e le ricadute sulla qualità degli alimenti dovuti a orientamenti produttivistici estremi stimolati in un primo tempo dalla stessa UE, nonché la crescita della consapevolezza della società civile non rurale circa i costi di una tale agricoltura, hanno infatti per converso portato a rivalorizzare quell’agricoltura tradizionale non inquinante, largamente diversificata e fortemente radicata nel territorio che in passato veniva additata come arretrata. L’analisi storica di Pascale ci porta così, passo dopo passo, a scoprire quei pionieri che in tutte le epoche e un po’ dovunque nel territorio - e fortemente anche nel Mezzogiorno - si sono fatti paladini e conservatori di quelle metodiche e di quelle tradizioni rurali che oggi tanto vengono vantate dai più.

Altrettanto stimolante è la disamina del periodo immediatamente successivo all’Unità d’Italia nel quale molte verità storiche, finora lette alla luce della visione dei vincitori, vengono portate alla ribalta minando fortemente il mito del Nord progressista ed illuminato contrapposto al buio ed alla arretratezza borbonica. Ne sono esempi l’uso collettivo delle terre nel Regno delle Due Sicilie e le opere di bonifica nell’Appennino meridionale realizzate dal Regno Borbonico. Ne è esempio l’interessate rilettura che l’Autore fa della prima guerra civile nazionale (la cosiddetta “lotta al brigantaggio”) vista nel volume essenzialmente come reazione del mondo contadino totalmente escluso dalle dismissioni delle terre demaniali e dell’asse ecclesiastico.

Un discorso a parte merita la ricostruzione della storia della rappresentanza sindacale del mondo agricolo che vanta tradizioni elevatissime. Mosso certamente dalla propria storia personale di dirigente di un’organizzazione agricola, l’Autore fa rivivere i grandi personaggi del sindacalismo ricordando con motivato orgoglio che proprio nel mondo agricolo nasce, ai primi del Novecento, la prima organizzazione di rappresentanza sociale con la Federazione nazionale dei lavoratori della terra (Federterra, 1901).

Si stagliano quindi nella ricostruzione di Pascale le grandi figure che, nelle loro grandezze e nelle loro contraddizioni, hanno popolato le campagne a partire da quella Argentina Altobelli che, nel 1905 viene eletta segretaria nazionale di Federterra a testimonianza del ruolo primario che le donne hanno rivestito da sempre nel settore primario e che le vede ancora oggi in primo piano nel presente “ritorno alla terra”.

Un altro merito del volume è, infine, quello di non limitarsi ad una analisi storica, ancorché ampiamente documentata e largamente innovativa nell’approccio, bensì di tentare un aggancio con le attuali dinamiche facendo intravvedere possibili futuri sviluppi per un mondo rurale che può e deve porsi nuovi traguardi globali per una alimentazione equamente distribuita e sicura, per il superamento della dicotomia fra città e campagne, per un nuovo possibile sistema di welfare basato sui tradizionali valori contadini della mutua assistenza e della reciprocità.

Le problematiche relative al cibo ed alla sicurezza alimentare, alle contraddizioni dello sviluppo agricolo capace di raggiungere elevati valori produttivi troppo spesso a scapito dell’ambiente e della qualità della vita, al difficile rapporto fra città e campagne con la prima che finisce per depauperare la seconda attraendone gli abitanti e riducendo gli spazi verdi con la cementificazione, portano a recuperare modelli antichi che per fortuna il mondo rurale non ha mai totalmente perso.

Così vengono valorizzate quelle che Pascale chiama le “reti della consapevolezza”, che, intorno ai temi del cibo, della solidarietà e dell’accoglienza, si organizzano silenziosamente mettendo in discussione i vecchi modelli dando vita ad una nuova società civile di cui sono espressione, ad esempio, quelle fattorie sociali in grado di offrire servizi ed assistenza a soggetti deboli (disabili, anziani, …) cui il tradizionale sistema di welfare non sembra più in grado di offrire i servizi necessari.
Significativamente il volume si conclude con una domanda: “ci sarà un futuro per l’agricoltura?” A questa domanda Pascale risponde che spontaneamente si sono delineate tre prospettive (“traiettorie”) di sviluppo, apparentemente contraddittorie fra loro ma in realtà complementari: l’agricoltura industrializzata che adegua continuamente la crescita della dimensione di scala e adotta strategie di sostenibilità per sopravvivere; l’agricoltura multifunzionale che realizza economie di scopo e crea nuovi mercati; l’agricoltura che disattiva la funzione produttiva per privilegiare altre attività (creazione di energia, fornitura di servizi sociali, ambientali, ricreativi,…).

Oggi “in maniera suicida” queste tre agricolture sono viste in contrapposizione fra loro mentre, secondo L’Autore, potrebbero convivere se si esaltassero i rispettivi aspetti positivi a scapito di quelli negativi, alimentando le loro interconnessioni al fine di accrescere la coesione sociale e superando gli interessi egoistici che, almeno in Italia, hanno quasi sempre guidato il settore.

Il volume si chiude quindi con un appello a “quegli elementi tipici del mondo contadino che appartengono al Dna della nostra società ma che sono da tempo latenti”: legami sociali, conoscenza, fraternità civile, solidarietà,… valori che sentiamo di condividere e che, dopo la lettura del saggio di Pascale, sentiamo di conoscere meglio in vista di una loro realizzazione.

(Tratto da "SPECIALE CULTURA" dell'Agenzia quotidiana "agra press" 15 ottobre 2013)

8 ottobre 2013

Franco Paolinelli: DAI CONTADINI AGLI ORTISTI URBANI

La scala dei processi e dei cambiamenti economico-sociali e la loro velocità sono, oggi, tali da ampliare enormemente la visione necessaria a fare scelte, siano esse quelle dei politici, degli imprenditori, degli scienziati, o quelle del quotidiano di ognuno di noi.


Il libro “Radici & Gemme” di Alfonso Pascale ha, nel suo specifico, questa vastità. Abbraccia, infatti, la storia socio – economica dell’agricoltura italiana, nel suo percorso evolutivo dal’Unità d’Italia ad oggi.

Si può, in un’estrema sintesi, dire che il libro narri la fase cruciale e centrale del percorso che ha portato le comunità italiane dal vivere nelle campagne all’ammassarsi nelle città, come, peraltro, è successo in tutti i paesi sviluppati.

Traccia, quindi, il passaggio dalle lotte dei contadini per la terra, al superamento della centralità del primario nell’economia, quindi all’abbandono della terra stessa, per arrivare poi alla nostalgia per il mondo rurale ed alla sua evoluzione verso il terziario turistico e socio-terapeutico.


Oggi, infatti, nelle nostre campagne, ormai per lo più peri-urbane, alle poche imprese di produzione alimentare, si associa un mondo complesso legato ai servizi che la ruralità può offrire, incluso il teatro di se stessa.


Se le prime, legate al mercato dei prodotti ed integrate nelle filiere di riferimento, frutto di un pluridecennale percorso di liberazione socio-economica e culturale, ben poco hanno, ormai, di “contadino”, le seconde, paradossalmente, ne conservano il valore simbolico, avendone, però, perduto la rilevanza come fonte di produzione primaria.


Si basa su questo valore, infatti, la realizzazione di servizi che ha luogo negli agriturismi, nelle fattorie sociali e didattiche, negli orti sociali e terapeutici….


Ma, a ben vedere, nasce da questo valore anche la spesa che ha luogo nelle micro aziende agricole, quelle nate dalla riscoperta della campagna o quelle conservate dai nonni, insieme che sfuma, senza soluzione di continuità nel vastissimo mondo delle case in campagna. Vi si fruisce, infatti, dell’atmosfera rurale e si spende, e tanto, per poterlo fare.


Paradossalmente, è, quindi, in questo secondo ambito, più che nel primo, che persistono, più di quanto non si possa immaginare, le forme ed i comportamenti del mondo “contadino”.


Infatti, sia chi ha conservato, sia chi ha ricomprato, affida, ai pochi metri quadri di terra accanto al paese, alla rappresentazione della ruralità, la propria identità, la ricerca di “radici”, elemento simbolico che la metropoli oggi non riesce più a dare.


L’evoluzione dell’idea di ”imprenditore agricolo” e le tappe del percorso di liberazione dalle tante tutele onerose che gravavano sul mondo rurale sono ottimamente tracciate, ma la riflessione, con buona pace di chi ancora non vuole né vedere, né crescere, non si ferma.


Apre, infatti, con l’allargarsi dell’obbiettivo, al presente ed al futuro. Vede, quindi, come l’agricoltura possa e debba andare ancora oltre, diventando, in un’ottica globale, nuovamente centrale, per la qualità della vita, per la sicurezza alimentare globale, per l’ambiente. Suscita, quindi, la domanda: l’agro-teatro di questi anni sarà forse l’humus della rinascita agricola?


Il volume così diventa, o dovrebbe diventare, strumento di riflessione per tutti coloro che possono contribuire all’evoluzione dell’economia del territorio, che siano nella politica, nell’amministrazione, nell’assistenza tecnica, nella formazione, nella ricerca o nelle imprese.


Perché abbiano il coraggio di capire la scala delle trasformazioni in atto, quindi di accettare ed affrontare la realtà di un settore che non può più contare sull’assistenzialismo e deve riscoprire il proprio ruolo economico, culturale e sociale e gli spazi d’impresa che questo determina.


Perché abbiano il senso di responsabilità globale necessario a rinunciare ai loro piccoli o grandi snodi di potere, ai loro potenziali di veto, che finora hanno venduto caro. Cosicché il settore possa, con le semplificazioni di cui ha bisogno, alzarsi in volo e conquistare la sua nuova, possibile, dignità, assumendo in pieno il proprio ruolo, primario e terziario.


Ne raccomando, peraltro, la lettura a quei tanti ragazzi che, motivati, per lo più, da sogni, si iscrivono alle Facoltà d’Agraria. Perché li possa aiutare a conservare e rafforzare la loro “mission”, ma con la consapevolezza della complessità del settore e della sua storia. Perché, quindi, possano, nei loro studi, puntare agli spazi reali che la trasformazione apre, oltre il replicarsi di cattedre e sgabelli inutili.


Per le stesse ragioni spero che il volume arrivi tra le mani di quegl’altri ragazzi, per lo più di città che, di nuovo, sognano il “ritorno alla terra”, ma lo vivono nei vuoti della metropoli stessa. Perché non siano ingenui e sognatori, com’è stata gran parte dei loro genitori o nonni del tempo delle cooperative e delle comuni, ma non perdano neanche la loro freschezza, eventualmente trascinati ed invischiati da chi promette spartizioni per il solo obbiettivo di avere un piedistallo ed una corte.


Franco Paolinelli, presidente Ass. Cult. Silvicultura Agrocultura Paesaggio



Alfonso Pascale, "Radici & Gemme. La società civile delle campagne", Cavinato Editore International, 2013, pp. 360, Euro 20

14 aprile 2013

Post di Alfonso Pascale: "I distretti culturali hanno più a che fare coi distretti rurali che con quelli industriali"

In Italia il distretto culturale è stato spesso visto come un modello equivalente di quello industriale. E su questa erronea analogia si è diffusa la credenza che la peculiare ricchezza del nostro patrimonio storico-culturale nazionale fosse di per sé sufficiente a creare sviluppo territoriale. Quanto più elevato è il patrimonio storico-artistico, tanto più sarebbe possibile far leva sull’attrazione di elevati flussi turistici capaci di assicurare livelli importanti di domanda pagante per fruire di tale patrimonio e della filiera allargata di beni e servizi indotti. Di fatto il distretto culturale è spesso inteso come un cluster di attività orientate al turismo culturale. E purtroppo questa convinzione molto diffusa è più volte foriera di cocenti delusioni.


Le differenze tra i due ambiti sono invece notevoli. Nel caso del distretto industriale, una manifattura è principalmente legata ai mercati di esportazione. Per il distretto culturale, i beni e soprattutto i servizi sono fortemente localizzati e quindi legati alla capacità di attrazione di flussi turistici. Ma c’è una differenza ancor più marcata. Il potenziale di sviluppo della cultura non nasce dalla specializzazione mono-tematica e dalla caratterizzazione pressoché esclusiva dell’accoglienza turistica, ma al contrario dalla capacità di inserire le filiere culturali all’interno di una dinamica locale di innovazione sociale, della quale la cultura diviene un formidabile collante strutturale e un acceleratore dei processi innovativi, compresi quelli tecnologici.


Si tratta, infatti, di promuovere un nuovo tessuto imprenditoriale centrato sull’industria creativa e sulla complementarietà con le imprese ad alta tecnologia, e nella quale il turismo culturale rappresenta appunto una dimensione complementare più che centrale. L’innovazione sociale è nel produrre non tanto integrazione verticale mono-filiera, ma integrazione orizzontale tra una pluralità di filiere.


Occorre sollecitare livelli elevati di partecipazione culturale dei residenti in grado di generare risultati importanti in termini di capacità innovativa, di benessere percepito, di coesione sociale. In tale contesto, il turismo si trasforma da turismo di massa generico in turismo più specificamente motivato, meno interessato agli stereotipi dell’identità locale, più concentrato sull’offerta culturale di qualità.


La cultura non è, dunque, il “petrolio” del paese. Non basta saperla estrarre dal “sottosuolo” dei nostri territori e renderla fruibile. La cultura è, invece, una componente fondamentale della cittadinanza attiva e deve pervadere ogni piega della società per poter produrre processi reali capaci di creare valore.


Lo stesso discorso vale per la nuova ruralità e per i distretti rurali.


La nuova ruralità esprime il riemergere di bisogni ancestrali legati alle relazioni uomo-terra e uomo-cibo che si erano determinate nell’ambito di assetti comunitari e di forme collettive di utilizzazione delle risorse naturali, considerate da tempi immemorabili come beni comuni.


Tale fenomeno si manifesta in modo differenziato a seconda delle tradizioni della ruralità.


Nelle regioni continentali la nuova ruralità è prevalentemente conservazionistica e ricreativa perché fa leva su di una tradizione rurale di tipo naturalistica e agraria.


Nelle regioni mediterranee si pone, invece, in continuità con una tradizione che si caratterizza per una maggiore integrazione tra città e campagna, nonché per una diffusa presenza della pluriattività e dell’economia informale. Non sono le città a nascere dalla campagna: è la campagna a nascere dalle città, appena sufficiente ad alimentarle.


La nuova ruralità mediterranea non si manifesta come “nostalgia del mondo rurale”, ma come rinnovata combinazione di attività in più settori e di soggetti sociali di diversa estrazione e provenienza, legati tra loro da relazioni di tipo collaborativo.


Affonda, inoltre, le sue radici in un rapporto molto intenso con il mare che è per l’area mediterranea una fonte alimentare importante, benché parca e mai esaustiva. E’ dunque una ruralità che vede, lungo la costa, una presenza di pescatori-artigiani, i quali sono anche agricoltori intenti a coltivare il proprio campo.


La cultura della nuova ruralità – come la cultura in generale –non è in grado di innescare, per il solo fatto che in un determinato territorio esiste l’agricoltura, processi di sviluppo locale. La nuova ruralità può svolgere una funzione propulsiva se l’agricoltura non è intesa come mero settore produttivo e come insieme di imprese agricole, ma anche come componente fondamentale della cittadinanza attiva che coinvolge gli individui singolarmente e le comunità locali in quanto tali, sia in ambiti propriamente rurali che in ambiti urbani, senza distinzione alcuna o soluzione di continuità. E’ in una tale visione che la nuova ruralità può contribuire a creare economia civile attraverso percorsi partecipativi dal basso, uscendo dalle logiche settoriali e degli interventi “a pioggia”.


La nuova ruralità può produrre innovazione sociale se diventa un’opportunità per sperimentare nuovi modelli di welfare in cui produzione di ricchezza ed erogazione di servizi alla persona coincidono, come nel caso dell’agricoltura sociale (fattorie sociali, orti urbani, terapie con le piante e con gli animali).


I distretti rurali – come i distretti culturali – non vanno fondati sull’idea di valorizzare i prodotti agricoli del territorio facendo leva sull’attrazione di elevati flussi turistici capaci di assicurare livelli importanti di domanda pagante per fruire dell’ospitalità delle aziende agricole e della filiera allargata di beni e servizi indotti.


In sostanza, i distretti rurali non sono semplicemente distretti di turismo rurale. Così concepiti generano “cattedrali” o meglio “cappelle nel deserto”. I distretti rurali sono comunità locali che si autorganizzano in reti sociali mediante percorsi partecipativi. Si tratta di far sì che la cultura della nuova ruralità possa permeare ogni attività territoriale e promuovere nuova imprenditorialità in ogni ambito, compresi quelli riguardanti le alte tecnologie, per creare valore e innovazione sociale.

26 maggio 2012

Convegno a Roma su CIBO TERRA ACQUA SOSTENIBILITA'. QUALE FUTURO PER 10 MILIARDI DI PERSONE

La rivista culturale l’albatros ha organizzato il Convegno sul tema CIBO TERRA ACQUA SOSTENIBILITA’. QUALE FUTURO PER 10 MILIARDI DI PERSONE.

L’iniziativa si svolgerà giovedì 31 maggio 2012, dalle ore 15,30 alle 19,30, a Roma nella Biblioteca del Senato, Sala degli Atti Parlamentari, in Piazza della Minerva 38.

Aprirà i lavori Agostino Bagnato, direttore della rivista.

Le relazioni saranno svolte da Alfonso Pascale, studioso di politica agraria, ed Ettore Ianì, presidente di Lega Pesca.

Interverranno Paolo Russo, presidente della Commissione Agricoltura della Camera, Leana Pignedoli della Commissione Agricoltura del Senato, Giorgio Tonini della Commissione Affari Esteri del Senato, Corrado Barberis, presidente dell’INSOR, Franco Chiriaco del CESE, Piero Conforti della FAO, Marco Berardo Di Stefano, presidente della Rete Fattorie Sociali, Enzo Lo Scalzo, presidente Agorà Ambrosiana, Luigi Rossi, presidente della FIDAF, Michele Zannini, presidente di ACLI Terra.

L’intervento conclusivo sarà svolto da Franco Ferrarotti, sociologo, scrittore, Accademia dei Lincei..

L’invito-programma si può scaricare da questo link: http://www.lalbatros.it/index.php?option=com_content&view=article&id=267:cibo-terra-acqua-sostenibilita&catid=3:ambiente

 

12 maggio 2011

Un articolo di Alfonso Pascale: "La profezia di Rossi-Doria in una lettera a Nuto Revelli

La modernizzazione dell’Italia avvenne tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso producendo un doloroso e intenso processo di spopolamento delle campagne. In pochi anni circa tre milioni di persone cambiarono residenza. Questa storia è stata recentemente raccontata da Sandro Rinauro nel documentato volume “Il cammino della speranza: l’emigrazione clandestina degli italiani nel secondo dopoguerra” (Einaudi, 2009). Finiva il mondo contadino che aveva retto con le sue regole dal Medio Evo fino alla metà del Novecento, permeando di sé sia gli eventi tragici della storia unitaria che i momenti di tenuta della nazione, dalla Grande Guerra alla costruzione dell’Italia repubblicana. E nasceva l’agricoltura moderna; quella che vediamo, taciturna e ferace, percorrendo l’autostrada o affacciandoci al finestrino del treno che attraversa la penisola.

Quella svolta epocale avvenne senza un governo o una qualche forma di accompagnamento per renderla meno traumatica. Così avrebbe annotato Nuto Revelli, a metà degli anni Settanta, nella prefazione al “Mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina” (Einaudi, 1977), con riferimento a quanto era accaduto nel cuneese: “E’ il terremoto dell’industrializzazione che negli anni Sessanta ha sconvolto irrimediabilmente la campagna (…). Tutti i problemi di allora si sono poi risolti da soli, con l’esodo che si è trasformato in valanga”. Nell’opera sono raccolte centinaia di lunghe interviste che testimoniano il profondo disagio di quel passaggio della nostra vita nazionale. Il dramma dell’esodo degli emigranti dalle regioni interne del meridione alle aree ricche d’Europa è raccontato anche dalle inchieste sociali di Giovanni Russo, che nel 1964 pubblicò per i tipi di Laterza il saggio “Chi ha più santi in paradiso”.

 Lo studioso meridionalista Manlio Rossi-Doria si sforzò, in quella fase, di far comprendere all’opinione pubblica italiana quanto lo svuotamento delle campagne meridionali fosse già scritto nel processo di modernizzazione e che sarebbe stato illusorio pensare di scansare quell’evento doloroso. Senza una riduzione degli addetti non sarebbe stato possibile ottenere una crescita della produttività in agricoltura e un innalzamento dei redditi agricoli. Tuttavia, egli si rendeva conto che mentre l’emigrazione dalle zone ad agricoltura intensiva aveva prodotto benefici evidenti, lo spopolamento delle zone interne era stato traumatico perché aveva procurato un’accentuazione dei divari, che solo una politica di programmazione globale avrebbe potuto attutire. Di qui il suo impegno nell’ideare una metodologia di analisi economica fondata sulla zonizzazione dell’agricoltura da porre a base della programmazione economica. Una bella e completa biografia dello studioso, in cui si parla di questi argomenti, è stata appena data alle stampe da Simone Misiani (“Manlio Rossi-Doria. Un riformatore del Novecento”, Rubbettino, 2010).

L’economista di Portici volle leggere l’emigrazione in positivo, invitando il mondo politico dell’epoca a trovare soluzioni innovative al problema come elemento qualificante di un disegno di sviluppo delle zone interne. Sicché, in un convegno organizzato a Torino dalla giovane Fondazione Einaudi, agli inizi degli anni Sessanta, per iniziativa di Francesco Compagna e Franco Venturi, Rossi-Doria propose al centrosinistra una politica di assistenza agli emigrati-operai che popolavano il triangolo industriale, individuandoli come i soggetti sociali che avrebbero potuto guidare nel Mezzogiorno il processo di crescita economica e civile delle aree depresse. A conforto della sua impostazione riprese le suggestioni del programma di sostegno per il ritorno degli emigranti elaborato nel 1910 da Leopoldo Franchetti e Pasquale Villari e lo aggiornò alla condizione dell’Italia del benessere. Diede così veste di sistematicità ad un progetto pilota per il ritorno degli emigrati qualificati come volano di sviluppo nelle aree in ritardo.

Ma tale impegno da parte dello studioso non suscitò interesse né a sinistra né nel mondo cattolico. Invano nel 1971, in occasione del convegno svoltosi a Potenza sul tema “Emigrazione e sviluppo delle zone interne”, organizzato dalla Chiesa locale, egli annunciò una ricerca del Centro di Portici con cui veniva avviato un censimento degli emigranti nei comuni di origine. L’indagine conoscitiva modificava radicalmente la metodologia fino ad allora adoperata. Spostava, infatti, il censimento dai luoghi di arrivo a quelli di partenza. Questa impostazione forniva elementi fondamentali per una conoscenza  del fenomeno migratorio e avrebbe potuto dare, nell’idea rossidoriana, un ritorno operativo. In sostanza, la raccolta di tali dati avrebbe reso possibile programmare un rientro degli emigrati nelle zone particolarmente segnate dal fenomeno migratorio. Le indagini si svolsero in Alta Irpinia e nella Sicilia interna, in collaborazione con il Formez, e i risultati vennero pubblicati nel 1978.

La ricerca condotta da un gruppo di studiosi guidato da Rossi-Doria  suscitò l’indignazione di Nuto Revelli che espresse allo studioso, suo amico, questo suo sentimento in una lettera con la quale gli annunciava di voler studiare in futuro i matrimoni tra i contadini del Nord e le donne emigranti del Sud nel cuneese. Un’esperienza che avrebbe poi raccolto nel volume “L’anello forte. La donna: storie di vita contadina” (Einaudi, 1985). “E’ la realtà sociale delle campagne che sta cambiando tra l’indifferenza di tutti” scrisse lo scrittore piemontese a Rossi-Doria . “Far parlare questa gente, scoprire queste due Italie povere che si incontrano, questo il mio interesse di oggi”.

A queste considerazioni seguì una risposta dello studioso di Portici in cui invitò lo scrittore ad avere fiducia nei segnali di rivitalizzazione del mondo rurale, attraverso un processo di ricostruzione dell’agricoltura contadina nel quadro di un’economia mista agricolo-industriale-decentrata anche attraverso le opportunità dell’avvio delle misure di sostegno comunitario. Attraverso tale via si sarebbe potuto far rivivere in forme diverse i valori umani e civili di un mondo che solo in apparenza era scomparso. “Oggi – anche se di difficile sviluppo e bisognose di essere sorrette da un vigoroso slancio civile – tali premesse ci sono. Non bisogna, quindi, disperare. C’è nell’aria e nelle cose, e c’è particolarmente in molti giovani, qualcosa che giunge in questa direzione. Fino all’ultimo fiato persone come te e me sono tenute a dare sostanza a questo che a molti appare irrealistico disegno. Il tuo lavoro – sia quello precedente sulla guerra sia quello raccolto sul grande esodo – è e sarà essenziale per dar forza ad altri nel lavorare in questa direzione. E’ mia convinzione – e oggetto di fantasiose costruzioni mentali – che tra gli esiliati all’estero o nelle grandi città dell’industrializzazione selvaggia e caotica, la nostalgia oscura di quello che hanno perduto  possa – non dico in tutti, ma in molti – trasformarsi in interessamento e fors’anche in partecipazione a razionali processi di riordino, di rimessa e di sviluppo delle contrade, nelle quali hanno ancora il cuore e le radici. Mi chiedo, quindi, per il tuo Piemonte – come per la mia Irpinia e Lucania o Calabria – se non si possa andare tra coloro che sono partiti, per rilegarli tra loro in associazioni aperte ai problemi delle valli e degli altipiani dove sono nati. Sarebbe questo lo sbocco al quale - anche se non hai voluto confessarlo a te stesso – hai sempre pensato”.

Quell’appello di Rossi-Doria, ripetuto più volte in quel periodo nelle sedi più svariate, non venne raccolto né dalla politica né dai sindacati. Nessuno andò tra gli emigrati “per rilegarli tra loro in associazioni aperte ai problemi delle valli e degli altopiani dove erano nati”. E, tuttavia, quell’appello aveva un sapore profetico perché proprio in quegli anni si avviava quel lento processo spontaneo di trasferimento di tante persone dalle città nelle aree periurbane e nei territori rurali, soprattutto giovani e donne, che avrebbero ricostruito su basi nuove l’agricoltura contadina, riproducendone le virtù civiche: cultura del dono nella reciprocità e senso profondo dei legami comunitari. Un fenomeno esteso e vivace che nessuno ha voluto e vuole vedere e che andava e andrebbe solo accompagnato. 

 

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