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Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

Diario | La vetrina | I paesaggi | I fatti | Le cantate | I passaggi |
 
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4 novembre 2013

Alfonso Pascale recensisce "L'equivoco del Sud" di Carlo Borgomeo

L’equivoco del Sud di Carlo Borgomeo (Laterza 2013) è un buon libro perché ci fa capire quello che non ha funzionato e continua a non funzionare nel Mezzogiorno. Sostiene una tesi che mi sento di condividere: per avviare, consolidare e qualificare percorsi di sviluppo auto-propulsivo è necessario che le comunità locali abbiano un sufficiente livello di coesione sociale. Insomma, il consolidamento dei legami comunitari sono una premessa, non un effetto dello sviluppo. E’ la debolezza del capitale sociale a condizionare lo sviluppo. E’ lo scaricare da parte di noi meridionali le responsabilità sempre sugli altri e l’abitudine a non prenderci mai le nostre che rende il Sud incapace di guardare al futuro. Solo la crescita di una nuova società civile può far evolvere positivamente le istituzioni e il mercato. E’ dunque dalla comunità - che si dà regole condivise e le rispetta perché le sente proprie – che si può e si deve ripartire.

Se si riparte dalla costruzione delle comunità si può finanche aprire una seria riflessione sul federalismo e guardare con maggiore coraggio al ruolo che il Sud può giocare nel Mediterraneo. Ma bisogna riprendere l’idea federalista di Cattaneo che concepiva l’autonomia come interdipendenza. Rilanciare il concetto di economia civile che Antonio Genovesi contrapponeva all’economia politica di Adam Smith. E fare nostra la lezione del grande storico Fernand Braudel di un Mediterraneo che sviluppa scambi culturali ancor prima di quelli commerciali e mutua saperi scientifici ed esperienziali in una logica di reciproca integrazione e contaminazione.

Per Borgomeo la coesione sociale non è qualcosa che si colloca in una dimensione etico-solidaristica. Ma attiene a contenuti concreti che vanno verso una più coerente offerta politica.

L’autore elenca una serie molto articolata di ambiti di intervento che sostanzia la coesione sociale: da quello del capitale umano e quindi dell’educazione a quello riguardante gli investimenti in ricerca e istruzione. E molti altri. Senza sottovalutare – devo annotare con piacere - quello del welfare produttivo che combina erogazione di servizi sociali qualificati e creazione di economie civili. In tale ambito possono svolgere una funzione essenziale nel promuovere legami comunitari anche le agricolture che tornano, in forme moderne, a generare beni relazionali e valori di reciprocità e mutuo aiuto.

La parte del volume che ho trovato di maggiore interesse è però quella in cui viene fatto un bilancio politico sull’intervento pubblico per il Sud partendo dall’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno e dalla prima fase della sua operatività.

Il giudizio dell’autore è articolato. Positiva è la fase iniziale della riforma fondiaria e dell’intervento straordinario. Le opere infrastrutturali, quelle di bonifica e gli interventi di riforma agraria predispongono nel giro di pochissimi anni le condizioni per avviare uno sviluppo autopropulsivo del Sud. Ma esso si sarebbe dovuto accompagnare con un’azione lenta e complessa sul capitale umano. Molti operatori di comunità, infatti, si mettono in moto, da Danilo Dolci ad Adriano Olivetti, da Giorgio Ceriani Sebregondi a Manlio Rossi-Doria, da Umberto Zanotti-Bianco ad Angela Zucconi. Ma invece di perseguire questo obiettivo si sceglie frettolosamente un’altra prospettiva: puntare su una forte – e rapida – industrializzazione guidata dall’alto. E su questa linea – che ebbe in Pasquale Saraceno il più grande e lucido interprete – il giudizio dell’autore è nettamente negativo.

Borgomeo afferma senza mezzi termini che fino a quando tutte le forze politiche e sociali non riconosceranno in modo inequivocabile questo errore di fondo non sarà possibile correggere la rotta. Un errore che rimane come un retropensiero duro a morire, una sorta di maledizione che avvolge ogni volta qualsiasi tipologia di intervento per il Sud.

L’autore sostiene in modo convincente che lo sbaglio non riguardò solo le forze di governo, che evidentemente ebbero le maggiori responsabilità, ma anche quelle di opposizione. Il Pci fece propria la scelta di promuovere una intensa e veloce industrializzazione per due motivi: il primo è condiviso con la Dc e con le altre forse di governo e attiene all’urgenza di contenere il dramma dell’emigrazione di massa verso il triangolo industriale; il secondo è più specificamente politico e riguarda la mitizzazione di una classe operaia meridionale intesa come elemento decisivo per far crescere i livelli di democrazia tra le popolazioni.

Insomma per motivazioni solo in parte diverse si volle quasi unanimemente forzare la crescita senza una visione complessiva dello sviluppo. Ma fu un fallimento. Totale. E l’autore analizza una per una le motivazioni addotte dai maggiori protagonisti per dimostrare – dati alla mano - che nessuna delle esigenze considerate furono soddisfatte. L’occupazione non aumentò ma diminuì. Le grandi industrie non furono per nulla in grado di contaminare in senso imprenditoriale il territorio. Anzi la loro dimensione, la loro portanza, la loro capacità di assicurare (e spesso solo promettere) “posti stabili” finì per scoraggiare i percorsi imprenditoriali minuti. E infine la creazione di fattori esterni richiesti dall’impianto di un grande stabilimento in pochissimi punti ben delineati non solo non si rivelò più agevole che creare, per una parte estesa dell’area meridionale, e quindi in modo diffuso, condizioni propizie allo sviluppo economico, ma si trattò di una prospettiva del tutto campata in aria.

L’errore di fondo non riguarda, tuttavia, solo la dimensione o l’articolazione dell’intervento ma ha a che vedere con il percorso che lo caratterizza. Anche successivamente, negli anni Ottanta e Novanta, l’intervento pubblico per il Sud – connotato da azioni più attente alle piccole dimensioni e alle specificità territoriali - non ha prodotto risultati positivi. E dunque non ha senso – sostiene persuasivamente l’autore - dividersi tra quanti vogliono pochi e grandi interventi e quanti prospettano tanti piccoli interventi “attenti al territorio”.

La vera distinzione – scrive Borgomeo - è tra quanti pensano che le politiche di sviluppo si fanno investendo sulla domanda, mestiere faticoso e necessariamente “lento”, e quanti pensano che tutto si gioca sul versante dell’offerta.

Nei processi di sviluppo in cui vince la logica dell’offerta, cioè quella che ci impone di diventare semplici destinatari o incettatori di finanziamenti pubblici, non produce alcun risultato. Occorre, dunque, ripartire dalla domanda. E qui l’autore ricorda alcune esperienze che lo hanno visto in prima linea come responsabile delle misure per l’imprenditorialità giovanile e poi del prestito d’onore. In tale veste e in collaborazione con il sociologo Aldo Bonomi, ha promosso per sei anni il programma Missioni di sviluppo, con 54 punti territoriali e 712 idee progettuali trasformatesi in realtà imprenditoriali. E tale esperienza anticipa quella dei Patti territoriali promossi dal Cnel presieduto da De Rita.

E’ noto che la pratica dei Patti territoriali si è rivelata un fallimento. E sicuramente ci sono stati difetti di conduzione e tradimenti dello spirito iniziale, che era fortemente innovativo e sperimentale. Ma Borgomeo avanza anche un’altra ipotesi che mi pare fondata. Egli riconduce la sconfitta dei Patti territoriali a motivazioni squisitamente politiche: “il meccanismo aveva messo in moto, e rischiava di mettere sempre più in moto, spinte non facilmente governabili, incontrollabili e da un certo punto di vista eversive. Chi aveva in quella fase la maggiore responsabilità in materia, a livello politico e istituzionale, preferì non rischiare nuove mediazioni, nuove sintesi, nuovi percorsi”.

E’ così che si chiude la parentesi della progettazione “dal basso” e si torna di nuovo alla logica tranquillizzante dell’offerta con la cosiddetta “Nuova Programmazione”. E il Sud perde una grande occasione per migliorare la propria condizione.

Solo se si rimette al centro la domanda e si lavora sulla coesione sociale – è questo il succo del libro - si potrà riprendere il percorso che si era smarrito e che ci può ricondurre verso uno sviluppo possibile.

3 novembre 2013

Intervento di Maurizio Di Mario in occasione della presentazione di Radici & Gemme tenutasi a Fondi il 25 ottobre 2013

Radici & Gemme è la riscrittura di un intero pezzo di storia italica, dal Risorgimento fino ai nostri giorni. Un pezzo di storia, come già molto bene evidenziato da Franco Ferrarotti nella sua prefazione al volume, riscritto però sotto una luce nuova, “altamente originale”, rispetto alla tradizionale storiografia.

L’originalità del lavoro di Alfonso Pascale risiede infatti nel ribaltamento del punto di vista geografico da cui sono ripercorse le vicende storiche; ossia guardando “dall’esterno”, dalla campagna e dal mondo agricolo e rurale, a differenza di quello più consueto di marca urbano-industriale.

L’originalità del lavoro sta però, soprattutto, nell’aver assunto il territorio come protagonista assoluto della storia; il territorio interpretato non più soltanto come il sostrato fisico degli avvenimenti, ma piuttosto quale spazio materiale e immateriale esito del millenario intreccio di usi e relazioni umane; inteso cioè come il paradigma stesso dell’inestricabile ed indissolubile rapporto natura-uomo.

Il diverso punto di vista e il nuovo protagonista della narrazione storica proposta non sono tuttavia escludenti. In Radici & Gemme, infatti, la lettura olistica dei fenomeni e delle vicende - spaziando dall’agronomia all’urbanistica, dalla politica all’economia, dalla sociologia alla letteratura, dall’ecologia alla tecnologia, dalla genetica alla medicina, fino alle scienze che si occupano dei comportamenti degli animali - ci restituisce un quadro storico dei periodi trattati più ricco e più complesso di quanto finora tramandato.

Un altro requisito fondamentale di Radici & Gemme è la narrazione delle idee – e delle persone che le hanno incarnate – che nel processo storico - benché abbiano concorso a costruire la spina dorsale stessa del nostro “Bel Paese” – sono risultate sconfitte.

Si tratta di tutte quelle idee - sconfitte sì, ma non ancora vinte - che guardavano al territorio e ai suoi abitanti nella loro integralità, senza steccati culturali o funzionali tra città e campagna, tra industria ed agricoltura, tra mondo operaio e mondo contadino. Ossia a tutte quelle idee che rimandavano al concetto di “comunità”.

È un lungo filo rosso quello che lega in Radici & Gemme figure come Carlo Cattaneo, Stefano Jacini, Adriano Olivetti, Carlo Levi, Manlio Rossi Doria, Danilo Dolci, Umberto Zanotti Bianco, Ruggero Grieco, Emilio Sereni, Rocco Scotellaro, Giuseppe Avolio e molte altre; un filo rosso che si dispiega ininterrotto nel tempo della rivoluzione industriale, del socialismo utopico, del risorgimento italiano, delle crisi tra le due guerre mondiali, del dopoguerra, del ’68 fino ai nostri giorni.

Emblematiche in tal senso sono le pagine dedicate all’esperienza urbanistica di Adriano Olivetti - dal Piano della Valle d’Aosta ai progetti per il Canavese e per Matera – o alle teorizzazioni della “progettazione integrata zonale”, o del recupero del demanio agro-silvo-pastorale montano scaturite dalla Scuola Agraria di Portici sotto la guida di Manlio Rossi Doria.

Oggigiorno, nel tempo della cosiddetta globalizzazione, quando per ciclicità – o forse nemesi – storica si stanno riproducendo fenomeni già vissuti - dall’abbandono delle montagne con conseguente dissesto idrogeologico al riversamento nelle pianure e nelle gronde di fondovalle di milioni di persone che si spostano in fuga dalle città e dalle lande più povere e desolate dell’Italia e del mondo intero; dalla dismissione inesorabile delle attività agricole per effetto delle oscillazioni del mercato planetario alla devastazione dei paesaggi metropolitani; dagli enormi problemi sociali alla crisi energetica fino agli inquietanti scenari di una civiltà post-carbon -, la storia riscritta da Alfonso Pascale getta una luce malinconica e sinistra sulle tante occasioni perdute come sull’ignoranza e la miopia della nostra attuale classe politica e dirigente.

Difatti, le impostazioni olivettiane sono rimaste una chimera, mentre la “progettazione integrata zonale” è ancora sepolta al tempo delle sperimentazioni della Scuola di Portici. E oggi, nonostante a quei criteri e a quegli strumenti di governo del territorio spinga anche l’Unione Europea con la rimodulazione in corso degli obiettivi del finanziamento comunitario per le politiche agricole, infrastrutturali, sociali e di innovazione tecnologica, le esperienze di “progettazione integrata territoriale” che si stanno sviluppando anche alle nostre italiche latitudini faticano invece a farsi spazio, mortificando così anche quel potenziale che in queste stesse esperienze risiede per orientare quelle riforme a carattere multidisciplinare di cui la vigente programmazione e legislazione urbanistica, di tutela ambientale e paesaggistica, per lo sviluppo economico-sociale e delle reti di welfare tout court avrebbe urgentissimo bisogno.

Purtroppo, il recente varo da parte del Governo del Disegno di legge presentato dal Ministro delle Politiche Agricole Nunzia De Girolamo, dal titolo Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato, dimostra il grave ritardo culturale che si sta ancora scontando nell’affrontare i problemi del nostro tempo.

In barba agli obiettivi dichiarati, questa proposta legislativa - che riassume in sé il comune denominatore “urbanocentrico” anche delle precedenti proposte del Ministro Mario Catania al tempo del Governo Monti, nonché di quelle n. 70/2013 e n. 1050/2013 presentate nella odierna legislatura, rispettivamente, dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle – conferma infatti l’approccio completamente separato tra spazi rurali e spazi urbani, dove i primi vengono cristallizzati e paralizzati mediante la reiterazione di prassi burocratico-vincolistiche nonché condannati al ruolo di “ambiti di riserva” da conservare per una “consumazione” edificatoria differita nel tempo, mentre i secondi restano l’unico e incontrastato dominus dell’attenzione legislativa, densi come sono di interessi in gioco, vuoi per la loro “espansione” vuoi per la loro “densificazione”, comunque da gestire.

A fronte di questo ennesimo desolante (perché rapinoso o semplicemente ottuso) trionfo della visione “urbanocentrica”, penso che il lavoro di Alfonso Pascale abbia i requisiti per poter scuotere le intelligenze e rianimare un dibattito da troppo tempo mortificato.

Ecco perché mi auguro che Radici & Gemme consegua non solo il successo editoriale che merita, ma, soprattutto, che possa divenire uno dei punti di riferimento, un faro, teorico e pratico insieme, per la rinascita culturale e politica che da troppo tempo attendiamo.

14 aprile 2013

Post di Alfonso Pascale: "I distretti culturali hanno più a che fare coi distretti rurali che con quelli industriali"

In Italia il distretto culturale è stato spesso visto come un modello equivalente di quello industriale. E su questa erronea analogia si è diffusa la credenza che la peculiare ricchezza del nostro patrimonio storico-culturale nazionale fosse di per sé sufficiente a creare sviluppo territoriale. Quanto più elevato è il patrimonio storico-artistico, tanto più sarebbe possibile far leva sull’attrazione di elevati flussi turistici capaci di assicurare livelli importanti di domanda pagante per fruire di tale patrimonio e della filiera allargata di beni e servizi indotti. Di fatto il distretto culturale è spesso inteso come un cluster di attività orientate al turismo culturale. E purtroppo questa convinzione molto diffusa è più volte foriera di cocenti delusioni.


Le differenze tra i due ambiti sono invece notevoli. Nel caso del distretto industriale, una manifattura è principalmente legata ai mercati di esportazione. Per il distretto culturale, i beni e soprattutto i servizi sono fortemente localizzati e quindi legati alla capacità di attrazione di flussi turistici. Ma c’è una differenza ancor più marcata. Il potenziale di sviluppo della cultura non nasce dalla specializzazione mono-tematica e dalla caratterizzazione pressoché esclusiva dell’accoglienza turistica, ma al contrario dalla capacità di inserire le filiere culturali all’interno di una dinamica locale di innovazione sociale, della quale la cultura diviene un formidabile collante strutturale e un acceleratore dei processi innovativi, compresi quelli tecnologici.


Si tratta, infatti, di promuovere un nuovo tessuto imprenditoriale centrato sull’industria creativa e sulla complementarietà con le imprese ad alta tecnologia, e nella quale il turismo culturale rappresenta appunto una dimensione complementare più che centrale. L’innovazione sociale è nel produrre non tanto integrazione verticale mono-filiera, ma integrazione orizzontale tra una pluralità di filiere.


Occorre sollecitare livelli elevati di partecipazione culturale dei residenti in grado di generare risultati importanti in termini di capacità innovativa, di benessere percepito, di coesione sociale. In tale contesto, il turismo si trasforma da turismo di massa generico in turismo più specificamente motivato, meno interessato agli stereotipi dell’identità locale, più concentrato sull’offerta culturale di qualità.


La cultura non è, dunque, il “petrolio” del paese. Non basta saperla estrarre dal “sottosuolo” dei nostri territori e renderla fruibile. La cultura è, invece, una componente fondamentale della cittadinanza attiva e deve pervadere ogni piega della società per poter produrre processi reali capaci di creare valore.


Lo stesso discorso vale per la nuova ruralità e per i distretti rurali.


La nuova ruralità esprime il riemergere di bisogni ancestrali legati alle relazioni uomo-terra e uomo-cibo che si erano determinate nell’ambito di assetti comunitari e di forme collettive di utilizzazione delle risorse naturali, considerate da tempi immemorabili come beni comuni.


Tale fenomeno si manifesta in modo differenziato a seconda delle tradizioni della ruralità.


Nelle regioni continentali la nuova ruralità è prevalentemente conservazionistica e ricreativa perché fa leva su di una tradizione rurale di tipo naturalistica e agraria.


Nelle regioni mediterranee si pone, invece, in continuità con una tradizione che si caratterizza per una maggiore integrazione tra città e campagna, nonché per una diffusa presenza della pluriattività e dell’economia informale. Non sono le città a nascere dalla campagna: è la campagna a nascere dalle città, appena sufficiente ad alimentarle.


La nuova ruralità mediterranea non si manifesta come “nostalgia del mondo rurale”, ma come rinnovata combinazione di attività in più settori e di soggetti sociali di diversa estrazione e provenienza, legati tra loro da relazioni di tipo collaborativo.


Affonda, inoltre, le sue radici in un rapporto molto intenso con il mare che è per l’area mediterranea una fonte alimentare importante, benché parca e mai esaustiva. E’ dunque una ruralità che vede, lungo la costa, una presenza di pescatori-artigiani, i quali sono anche agricoltori intenti a coltivare il proprio campo.


La cultura della nuova ruralità – come la cultura in generale –non è in grado di innescare, per il solo fatto che in un determinato territorio esiste l’agricoltura, processi di sviluppo locale. La nuova ruralità può svolgere una funzione propulsiva se l’agricoltura non è intesa come mero settore produttivo e come insieme di imprese agricole, ma anche come componente fondamentale della cittadinanza attiva che coinvolge gli individui singolarmente e le comunità locali in quanto tali, sia in ambiti propriamente rurali che in ambiti urbani, senza distinzione alcuna o soluzione di continuità. E’ in una tale visione che la nuova ruralità può contribuire a creare economia civile attraverso percorsi partecipativi dal basso, uscendo dalle logiche settoriali e degli interventi “a pioggia”.


La nuova ruralità può produrre innovazione sociale se diventa un’opportunità per sperimentare nuovi modelli di welfare in cui produzione di ricchezza ed erogazione di servizi alla persona coincidono, come nel caso dell’agricoltura sociale (fattorie sociali, orti urbani, terapie con le piante e con gli animali).


I distretti rurali – come i distretti culturali – non vanno fondati sull’idea di valorizzare i prodotti agricoli del territorio facendo leva sull’attrazione di elevati flussi turistici capaci di assicurare livelli importanti di domanda pagante per fruire dell’ospitalità delle aziende agricole e della filiera allargata di beni e servizi indotti.


In sostanza, i distretti rurali non sono semplicemente distretti di turismo rurale. Così concepiti generano “cattedrali” o meglio “cappelle nel deserto”. I distretti rurali sono comunità locali che si autorganizzano in reti sociali mediante percorsi partecipativi. Si tratta di far sì che la cultura della nuova ruralità possa permeare ogni attività territoriale e promuovere nuova imprenditorialità in ogni ambito, compresi quelli riguardanti le alte tecnologie, per creare valore e innovazione sociale.

11 agosto 2012

Articolo di Alfonso Pascale: "Prodotti etici o prodotti tossici?"

Da quando un grande studioso dei temi della giustizia e della democrazia, John Rawls, ha individuato nel maximin, ovvero nel massimizzare il benessere degli ultimi, il modo migliore per risolvere congiuntamente il problema individuale della povertà di senso e quello sociale della creazione di valore economico, si sono moltiplicate le iniziative di imprese e organizzazioni per introdurre elementi di moralità nell’economia e creare mercati di prodotti etici. Si tratta di percorsi utili a ridurre la povertà,  l’esclusione delle persone svantaggiate e le cause del dissesto ambientale e del problema demografico.

Un tale approccio impone, tuttavia, coerenza di comportamenti da parte delle imprese e delle organizzazioni della società civile che intendono adottarlo, per evitare di far passare per maximin azioni nocive per i più diseredati e di camuffare  prodotti tossici per i poveri  - perché li impoveriscono ancor di più - con prodotti etici. Proviamo, dunque, asviscerare succintamente il tema della moralità nell’economia per individuare opportunità, problemi e criticità.   

 

Fraternità anche negli scambi

Uno dei più deleteri fraintendimenti del mondo contemporaneo si è concretizzato quando l’idea di libertà, contenuta nella teoria politica del liberalismo, è stata trasferita nell’omonima teoria economica. In realtà, Adam Smith collocava la libera concorrenza nell’ambito di scambi tra uomini liberi, in contesti cioè dove libertà individuale e libero commercio vanno di pari passo. Ma quando, successivamente, nelle filiere agroalimentari, ad esempio, la grande distribuzione,  l’industria di trasformazione e gli innumerevoli intermediari si appropriavano della parte più consistente del valore del prodotto a discapito dei produttori delle materie prime, si è compreso che la libertà di scelta del produttore agricolo era seriamente compromessa.

In tali condizioni, continuare a trasferire la nozione di libertà allo scambio in quanto tale piuttosto che farne un criterio di qualità di uno scambio tra uomini liberi costituisce un mutamento di senso profondo. Le caratteristiche del concetto di libertà degli uomini non possono essere attribuite al concetto di scambio commerciale. Adoperare, pertanto, il concetto di libertà in riferimento allo scambio economico in modo avulso dalla libertà degli uomini è un’impostura. In economia questa idea deve essere riportata al suo significato originario: la libertà delle persone in carne ed ossa  (PhilippeKourilsky).

Se si riconduce la nozione di libertà al suo vero significato è possibile introdurre nel sistema economico il complemento della libertà, che è la fraternità. Quest’ultima va intesa non nella sua dimensione affettiva o religiosa, ma universale e doverosa, come impegno intenzionale ad agire razionalmente per preservare e rinforzare le libertà degli altri individui o della collettività. Si tratta, in sostanza, di accrescere le libertà altrui mentre accresciamo le nostre.

In un’economia civile il valore della libertà dovrebbe coniugarsi con il dovere della fraternità e a quel punto è possibile distinguere il valore etico di un prodotto dal suo valore commerciale.  Le parti dello scambio – che ridiventa libero perché le persone che lo compiono sono libere – potranno valutare in modo indipendente il loro dovere di fraternità.  

Bisogna, tuttavia, considerare che i contenuti etici di un prodotto sono assimilabili alle esternalità, cioè agli effetti indiretti, positivi o negativi, indotti dall’azione degli agenti economici ma che non sono considerati nella dimensione economica dello scambio. Sicché, tali contenuti etici possono avere un valore positivo ma anche un valore mediocre o negativo.E i prodotti, anziché etici, diventano tossici qualora, invece di ampliare, restringono le libertà degli altri individui o quelle della collettività.

Per far crescere  un’economia civile va, pertanto, introdotta nello scambio una tappa di negoziazione aggiuntiva, fondata sul dovere di fraternità. In tal modo si creano mercati di prodotti etici.

 

Ilcommercio equo e solidale

Tra gli esempi di economia civile nell’ambito del risparmio vanno menzionati il microcredito,la finanza etica e i fondi etici, mentre nell’ambito del consumo, va ricordata innanzitutto l’esperienza pioneristica del commercio equo e solidale.  Esaminiamo velocemente quest’ultima.

Qualche decennio fa, per ovviare al basso potere contrattuale dei produttori di materie prime nei pressi della soglia della povertà, alcuni cittadini olandesi hanno creato un’impresa importatrice di prodotti da paesi ex coloniali con l’obiettivo di costruire una filiera alternativa, nella quale gli agricoltori vengono remunerati fino a due volte di più di quanto avviene nella filiera tradizionale. Per evitare la trappola di un sussidio statico, gli stessi ideatori del circuito investono una parte di risorse derivanti dalla vendita del prodotto finale nel finanziamento in sanità, istruzione, formazione professionale e assistenza tecnica, al fine di dare ai produttori primari l’opportunità di aumentare la loro produttività e di svolgere un ruolo di maggiore protagonismo sul mercato che consenta di farli uscire dalla situazione di povertà in cui si trovano.

I prodotti equosolidali, proprio per queste caratteristiche “costose” di acquisizione di una parte maggiore di valore da parte dei produttori di base e di investimento per promuovere una loro maggiore inclusione nei circuiti produttivi, vengono venduti nei mercati finali a prezzi non inferiori e spesso leggermente più elevati di quelli tradizionali. Nonostante ciò, molti consumatori decidono di acquistarli riconoscendo il valore etico incorporato nei prodotti.

Proponendo rapporti volontari di fraternità e tutoraggio tra importatori e produttori e dando l’opportunità ai consumatori di “votare con il proprio portafoglio” e così promuovere le libertà di chi sta ai margini del sistema economico, si restituisce al mercato la sua vera funzione civilizzatrice di strumento che rende gli uomini e la collettività più liberi.

Dopo alcuni decenni di sperimentazione, il commercio equo e solidale si è rivelato un’innovazione sociale di grande interesse e non sono pochi i competitori, compresa la grande distribuzione, che amano avere nei propri scaffali i  prodotti con questo marchio. Oggi il maggior distributore di caffe equosolidale non sono le “botteghe del mondo”, ovvero i punti vendita al dettaglio dedicati esclusivamente al commercio equo e solidale, ma la catena Starbucks, presente in modo capillare dappertutto. Sicché l’effetto contagio ha ampliato ulteriormente il mercato.

Gli studi d’impatto hanno evidenziato molti aspetti positivi, ma hanno messo in risalto anche alcune criticità. Un aspetto trascurato nei criteri d’individuazione dei prodotti sono le condizioni di lavoro degli eventuali dipendenti dei produttori. Non è infrequente, infatti, che i produttori a più alto reddito occupino degli stagionali e nessun criterio equosolidale si preoccupa delle loro condizioni. E’ evidente che la pressione per rispettare tutti gli altri criteri rischia di ridurre l’attenzione nei confronti di questo aspetto trascurato. Bisogna dunque migliorare il rating per ridurre il gap informativo tra produttori e consumatori, aiutando questi ultimi a capire cosa effettivamente stanno comprando. 

 

Leagricolture sociali

Un altro esempio di economia civile è costituito dalle agricolture sociali. Esistono diversi modelli. Il più importante vede persone con svantaggi o disagi dare un senso alle proprie capacità e alle loro esistenze mediante l’attività agricola. Un altro modo di fare agricoltura sociale è quando una comunità locale si giova di servizi sociali, come agrinidi o attività d’integrazione interculturale nei confronti d’immigrati, forniti da aziende agricole.

La sostenibilità economica di siffatte iniziative è assicurata dalla loro principale risorsa competitiva, ossia, esattamente come nel caso del pioniere equosolidale, sulla loro responsabilità sociale (o meglio, si dovrebbe dire civile), per la quale le persone coinvolte sono disposte a pagare qualcosa (il “premio etico”), qualunque sia il loro ruolo. Lo sono gli operatori agricoli e sociali che accettano di lavorare, a parità di qualifica, a condizioni economicamente meno favorevoli di quelle tipiche dell’agricoltura o dei servizi sociali, perché compensati dalle motivazioni intrinseche e dalle soddisfazioni non monetarie. Lo sono le persone svantaggiate che passano da una condizione di essere curati a quella di prendersi cura di qualcuno o di qualcosa e che da utenti di un servizio si trasformano in agricoltori, perché consapevoli di puntare in tal modo alla propria autorealizzazione. Lo sono le reti locali dei servizi sociali e socio-sanitari che si fanno carico di affrontare la difficoltà di interagire con competenze diverse e risorse non usuali, perché convinti di conseguire risposte più efficaci ai bisogni delle persone con un minor costo per la collettività. Lo sono, infine, i consumatori che accettano di pagare un prezzo leggermente superiore dei prodotti che acquistano, perché sanno di sostenere in tal modo direttamente progetti sociali noti e condivisi.

La caratteristica fondamentale delle diverse agricolture sociali è che alla logica della concorrenza concepita come unaguerra di tutti contro tutti subentra l’idea della competizione cooperativa (cum-petere= dirigersi verso, incontrarsi, crescere insieme).  Si tratta di una modalità in cui tutti gliattori dello scambio - ognuno conservando il proprio ruolo - sono protagonisti attivi del progetto imprenditoriale e agiscono come un team. E il risultato concreto è che tutti ne ricavano un beneficioa partire dalla collettività.


Quali ulteriori percorsi diresponsabilità civile in agricoltura?

L’idea dell’economia tradizionale per la quale le imprese devono occuparsi solo della massimizzazione del profitto, mentre i problemi di bene comune devono essere risolti dalle istituzioni è sempre menosostenibile. La globalizzazione, con l’inevitabile deficit di istituzioni globali, rende non più valida questa separazione di attività. In un mondo in cui le imprese possono andare a produrre o ad approvvigionarsi di materie prime in “terre di nessuno”, e puntano esplicitamente alla ricerca di quei paesi dove l’asticella dei diritti sociali e ambientali è più bassa, la “separazione delle competenze” e i “due tempi” non hanno più senso.

Si tratta allora di puntare con maggiore determinazione allo sviluppo dell’economia civile in una dimensione globale. Occorre volontariamente legare il dovere di fraternità alla libertà, promuovendo – conrazionalità e in modo intenzionale -  condizioni più giuste per gli altri e per la collettività in una dimensione universale e non più particolaristica(corporativa, territoriale e nazionale).

Se l’agricolturaitaliana vuole evolvere come economia civile dovrà rinunciare  ad un approccio settoriale, protezionistico eautarchico e costruire relazioni fondate sulla fraternità civile con tutti gliattori della filiera agroalimentare e coi produttori di altri paesi.

L’idea che possiamo farcela da soli perché il mondo fuori ci è nemico è uno dei lasciti più avvelenati del fascismo. Così l’idea di sfruttare appieno le nostre potenzialità, il nostro ingegno italico, impegnarci a portare avanti i nostri prodotti e rifiutare quelli stranieri è la sostanza dell’autarchia. Non c’è ministro dell’agricoltura (di destra, di sinistra o dicentro) che non la sposa perché ha un largo consenso. Ma è la negazione della fraternità e l’affermazione di un atteggiamento egoistico, perché proprio il cibo è da sempre il veicolo con cui le culture si sono incontrate e integrate. Avremmo bisogno di tanti Artusi, che dopo aver creato una cucina italiana, facendo conoscere quelle regionali, ne creino una europea e mondiale valorizzando, promuovendo, scambiando e integrando le mille cucine del mondo.

L’innovazione non si fonda sullo scambio di prodotti autarchicamente pronti e finiti, ma sullo scambio di idee. E’ per questo che oggi si tende a chiamarla innovazione sociale. Solo mettendo insieme le idee, partecipando culturalmente a un processo, integrando apporti scientifici multidisciplinari, riusciamo a produrre un prodotto di uso collettivo. Questo avviene per i cellulari, per la mia bicicletta e per la maglietta che indosso: per tutte le cose. E perché per l’agricoltura dovrebbe essere diverso?

C’è poi un discorso che riguarda la giustizia sociale in un mondo alle prese con la povertà che aumenta e l’insicurezza alimentare che si dilata. Soprattutto dal 2008 con la crisi che viviamo. Continuare,pertanto, a chiedere riforme della Pac di tipo protezionistico significa impedire ai paesi poveri di sviluppare le proprie agricolture e nutrirsi. E l’aspetto più ipocrita e irritante di questa posizione difensiva è legarla al problema della fame nel mondo, cioè ad un discorso etico.

Perseverare in progetti economici all’insegna del “tutto e solo italiano” significa mettere sul mercaton on già prodotti etici ma prodotti tossici. Questi sono, infatti, nocivi per i produttori di altri paesi alla mercé di intermediari senza scrupoli che riforniscono i trasformatori e la grande distribuzione sfruttando la loro debolezza economica.

La strada da intraprendere per rafforzare l’eticità della nostra agricoltura è del tutto opposta: ideare e realizzare progetti commerciali che vedano la partecipazione di produttori e operatori italiani e stranieri, accomunati dalla volontà di aggiungere allo scambio economico anche un livello di negoziazione aggiuntiva, fondata sulla fraternità civile. L’obiettivo dev’essere quello di riconoscere una maggiore quota di valore ai produttori, specie quelli dei paesi più poveri del nostro, e di assicurare risorse perinvestimenti che permettano una loro maggiore inclusione nei mercati, affrontando gli aspetti igienico-sanitari, ambientali e di sicurezza del lavororelativi ai prodotti.

Progetti di questo tipo non solo riscuoterebbero l’interesse dei cittadini consumatori ma anche dei cittadini contribuenti. I quali potrebbero essere più propensi a mantenere integre le risorse pubbliche nazionali e comunitarie finora destinate all’agricoltura, qualora una  parte consistente di queste fosse orientata al sostegno di tali obiettivi.

Al momento non c’è nessuna forza politica o sociale che propone quest’idea. Eppure ogni giorno tutti si sciacquano la bocca con le parole “etica” e “comportamenti morali”.

 

11 settembre 2010

Gli allievi del Progetto FID visitano due fattorie sociali

Il Progetto FID – Formazione per l’Inclusione di Disabili, realizzato dall’Istituto Statale d’Arte “Roma 2”, il Consorzio Tiresia, la Fondazione “Parco della Mistica” e la Rete Fattorie Sociali, è entrato nel vivo del suo percorso. Si è, infatti, conclusa la fase di orientamento con la visita degli allievi alla Cooperativa “L’Orto Magico” di Roma e alla Fattoria Sociale “Fabioland” di Nerola (Rm) e presto si avvierà il corso di formazione per operatori dell’agricoltura sociale. Nella splendida cornice del Parco agricolo della Marcigliana, dove opera “L’Orto Magico”, vi è stato così un contatto diretto con le attività di raccolta dei pomodori ed altri ortaggi svolte dai giovani con varie forme di disagio soci della cooperativa, mentre sulle colline della Sabina Romana si sono potuti osservare gli ulivi, alcuni piantati addirittura all’epoca dell’antica Roma e ancora in produzione, nonché gli attrezzi per la raccolta e la molitura delle olive, che Fabio Bischetti, un ragazzo disabile, insieme ai suoi familiari utilizzano nella propria azienda.

 

Gli allievi hanno, in tal modo, verificato di persona come le molteplici funzioni dell’agricoltura - dalla coltivazione alla trasformazione e vendita dei prodotti, dalla produzione di energia rinnovabile alla fornitura di servizi sociali, educativi, ricreativi e di accoglienza - stimolano le capacità delle persone e creano maggiori opportunità per loro nel promuovere il proprio benessere fisico e psichico.

 

Il percorso formativo – previsto dal Progetto promosso dalla Provincia di Roma e cofinanziato dall’Unione Europea - verterà nella costruzione di inserimenti lavorativi di diverso tipo, non solo assunzioni in aziende agricole ma anche autoimprenditorialità su terreni pubblici e privati. Si tratta di valorizzare sia l’agricoltura professionale, esercitata dalle imprese agricole e dalle cooperative, sia il part-time e l’agricoltura amatoriale, che oggi si praticano in modo diffuso su una miriade di piccoli appezzamenti coltivati a fini di autoconsumo e di benessere fisico e intorno a cui gravita un indotto fatto di tante attività economiche e di servizi.

 

A tale fine, varanno creati laboratori di confronto con enti locali, fattorie sociali, agricoltori, proprietari di tenute e casali, familiari e amici degli allievi per progettare reti di economia civile, inclusiva e sostenibile con lo scopo di rivitalizzare interi territori rurali e periurbani, coniugando sviluppo economico, tutela ambientale e welfare locale.

 

28 luglio 2010

Agricoltura Sociale in Provincia di Roma: dal Progetto FID alle Strade della Solidarietà

E’ partito il percorso formativo di 55 giovani con varie forme di disabilità nell’ambito del Progetto FID - Formazione per l’Inclusione Disabili, realizzato dall’Istituto Statale d’Arte “Roma 2”, il Consorzio Tiresia, la Fondazione “Parco della Mistica” e la Rete Fattorie Sociali.

Alla fase di orientamento di 100 ore seguiranno altre 200 ore di formazione e ulteriori 300 ore di tirocini nelle aziende. Una ventina di allievi si stanno orientando a diventare operatori dell’agricoltura sociale. In sostanza, riceveranno una formazione e un accompagnamento per lavorare in aziende agricole come dipendenti o imprenditori.


Questo progetto della Provincia di Roma, cofinanziato dall’Unione Europea, si basa infatti sull’idea che l’agricoltura  sia in grado di includere persone con svantaggi o disagi. Le molteplici attività agricole - dalla coltivazione alla trasformazione e vendita dei prodotti, dalla produzione di energia rinnovabile alla fornitura di servizi sociali, educativi, ricreativi e di accoglienza - stimolano le capacità delle persone e creano maggiori opportunità per loro nel promuovere il proprio benessere fisico e psichico.


Il progetto prevede una serie di incontri con enti locali, fattorie sociali, agricoltori, familiari e amici degli allievi per costruire insieme sbocchi lavorativi di diverso tipo, non solo assunzioni in aziende agricole ma anche autoimprenditorialità su terreni pubblici e privati. Una formula da sperimentare con le famiglie e le loro reti di relazioni è quella di valorizzare il part-time e l’agricoltura amatoriale, che oggi si praticano in modo diffuso su una miriade di piccoli appezzamenti coltivati a fini di autoconsumo e di benessere fisico e intorno a cui gravita un indotto fatto di tante attività economiche e di servizi.


Si potrebbero, in tal modo, creare le “Strade della Solidarietà”, da intrecciare con le “Strade dei Vini e degli Oli”, al fine di collegare piccole e medie unità produttive che tanti cittadini proprietari potrebbero mettere a disposizione per dar vita, insieme alle persone provate da svantaggi e disagi, a veri e propri distretti di economia civile, inclusiva e sostenibile.     

1 novembre 2008

Un articolo di Alfonso Pascale e Maurizio Di Mario: "L'edilizia sociale a Roma e il nuovo mondo"

L’aggressione subita in agosto da una coppia di turisti olandesi in un casale abbandonato dell’Agro romano ha riproposto il tema del rapporto tra città e campagna nell’area metropolitana della capitale, rimasto da sempre un nodo non sciolto nel dibattito pubblico cittadino, e delle nuove funzioni che gli spazi aperti potrebbero svolgere non più soltanto per migliorare la qualità della vita dei cittadini ma soprattutto per avviare concreti progetti di inclusione sociale e fronteggiare la crisi economica che incombe.


E’ stata l’Assessora all’Agricoltura della Regione Lazio, Daniela Valentini, a lanciare immediatamente l’idea di un piano per rendere vive le campagne urbane attraverso la creazione di una fitta rete di attività sociali e civili nelle aziende agricole attrezzandole per produrre congiuntamente beni alimentari di qualità e servizi alle fasce più deboli della popolazione. Vendita diretta di alimenti aziendali a prezzi contenuti nei luoghi di produzione e nei mercati rionali; percorsi educativi in collaborazione con le scuole per scoprire gli intrecci millenari tra cultura rurale e tesori naturalistici, archeologici e architettonici; attività riabilitative e terapeutiche mediante l’utilizzo di processi produttivi agricoli con cui le persone in difficoltà ridanno un senso alla propria esistenza. Insomma una campagna viva per una metropoli da vivere.


Il tema era già emerso in occasione dell’elaborazione del nuovo Programma di Sviluppo Rurale (PSR) della Regione Lazio, che nella originaria stesura prevedeva la possibilità di incentivare l’agricoltura di servizi nelle campagne di Roma. Ma nel corso del negoziato con la Commissione europea per l’approvazione del documento programmatico è purtroppo prevalsa una visione arretrata dei rapporti tra città e campagna, che non ha permesso di cogliere le nuove funzioni che svolgono le aree agricole periurbane. E così oggi il bando regionale del PSR per la presentazione dei progetti di agricoltura multifunzionale è precluso alle aziende agricole romane.


Da questa difficoltà nasce la proposta della Giunta Marrazzo di varare un bando specifico per finanziare, con fondi propri della Regione, una rete di servizi alla città da insediare nelle aziende agricole romane; proposta che in prospettiva, se raccolta e fatta propria dagli altri soggetti deputati al governo del territorio, Comune di Roma in primis, potrebbe utilmente concretizzarsi in nuovi strumenti di  governance, come il Distretto della Campagna Romana o il Progetto Integrato delle Aree Agricole Romane, per esempio.


L’annunciata pubblicazione da parte della Giunta Alemanno di un bando per reperire anche in zona agricola aree necessarie alla realizzazione di interventi di edilizia sociale nell’ambito del “Piano casa” nazionale ha, tuttavia, indebolito il senso di questa lungimirante proposta, spostando l’attenzione dalle nuove funzioni delle aree agricole, entro cui inquadrare anche l’emergenza abitativa, e innescando invece una disputa sulle previsioni del nuovo PRG della Capitale che ripropone ancora una volta la vecchia visione del rapporto tra aree urbane e aree agricole.

In campo vi sono, da una parte, le posizioni di chi, in nome della resistenza ai processi di “consumo di suolo” e agli interessi degli speculatori del momento, ritiene che i nuovi interventi debbano circoscriversi solo nell’ambito della città compatta, nelle zone a ciò destinate nel nuovo PRG di Roma, anche a costo di riconsiderare le effettive esigenze in termini di nuovi alloggi da destinarsi ai “senza casa”; dall’altra, quelle di chi, considerando necessario e prioritario dar corso alla realizzazione dei nuovi programmi finanziati di edilizia sociale e valutando già insufficiente il potenziale edificatorio residuo che il PRG mette a disposizione (compreso quello delle cosiddette “aree di riserva”), non esclude, se necessario, l’impegno di nuove aree attualmente con destinazione agricola.


Ebbene, da qualsiasi prospettiva si guardi, il dibattito pare ruotare asfitticamente soltanto intorno ai criteri di localizzazione dei nuovi interventi di edilizia sociale finanziati dal “Piano casa”: come se tutta la questione possa risolversi su dove - e chi debba decidere dove -, costruire le “nuove borgate”.

Le straordinarie mutazioni del territorio e della società a cui ormai da tempo stiamo assistendo imporrebbero, invece, una valutazione più integrata del tema del Social Housing e dell’Agricoltura Multifunzionale, come pure del cosiddetto “consumo di suolo”. E in tal senso proponiamo alcune riflessioni.

Innanzitutto bisognerebbe osservare con maggiore attenzione le trasformazioni che negli ultimi decenni stanno progressivamente avvenendo nell’Agro romano, ai brandelli dell’urbanizzazione senza regole che scardinando i tradizionali confini tra città compatta e spazi aperti si stanno via via sovrapponendo, cancellandole, alle articolazioni storiche delle tenute e dei casali della Campagna romana come alle trame degli interventi di bonifica.

L’instabilità dei tradizionali sistemi agricoli generata dalla globalizzazione dei mercati sta, infatti, alimentando importanti fenomeni di dismissione produttiva (dal Censimento dell’Agricoltura del 2000 risulta che la superficie agricola utilizzata era pari a circa il 53% del territorio della Provincia di Roma, rispetto al 66% del 1990, al 73% del 1982, al 78% del 1970, all’85% del 1961!), mentre, obbedendo a un automatico e generalmente spontaneo processo di ricolonizzazione degli ambiti agricoli dismessi, si sta simmetricamente sviluppando la dispersione insediativa, che spinta da altri fattori, tra cui le sproporzionate plusvalenze del mercato immobiliare urbano ma anche una nuova domanda di ruralità, vede spostare migliaia e migliaia di persone, di famiglie, dai centri urbani verso il “vuoto” dello spazio metropolitano.

Dalla concomitanza di questi due principali fenomeni, che mettono in discussione il semplicistico slogan del “consumo di suolo”, dipende quel mix spaziale e funzionale di attività diverse che sta avanzando dagli ambiti di frontiera periurbana. Un mix costituito non solo dalle “villettopoli” dei ricchi; ma anche, e soprattutto, dalle nuove attività rurali svolte da coloro che rifuggono l’impazzimento urbano e dalle nebulose di surrogati abitativi di poveri, di emarginati, di immigrati, di tutte quelle persone tanto sconosciute quanto derelitte che vivono lungo le sponde dei corsi d’acqua, tra i relitti post industriali, nei nuovi ghetti della metropoli contemporanea.

Un Agro romano che non è più campagna e che non può definirsi città, una periferia urbana e metropolitana che è oltre la città e oltre la campagna: un “nuovo mondo” dunque,  in cui, sfuggendo al controllo di ormai inadeguati strumenti di governo del territorio, si condensano e annidano problemi spaventosi di organizzazione e gestione dei servizi alla popolazione, di degrado materiale e spirituale, di giustizia e di sicurezza sociale.


L’immagine zenitale dell’area metropolitana di Roma mostra tutti i connotati geografici di questo nuovo scenario, sotto la forma di estese conurbazioni che muovono e si saldano dal perimetro ormai frantumato di Roma Capitale verso il mare, verso i Colli Albani, verso Civitavecchia, lungo le direttrici della Pontina, della Tiburtina e delle altre strade consolari, verso Anguillara Sabazia e il Lago di Bracciano.

Un’immagine che, tuttavia, se guardata ad occhi socchiusi in una visione sgranata e pulviscolare,  riporta  alla memoria le ipotesi di assetto del territorio romano e regionale elaborate nella prima metà del secolo scorso (dal Programma urbanistico di Roma del 1929, al  Progetto di massima del Piano Regionale di Roma del 1930, allo Schema preliminare del piano regolatore della zona da Roma al mare del 1938-39, fino alla cosiddetta Variante del ventennale del 1942), a tutti quei progetti irrealizzati che, per unanime convinzione del pensiero urbanistico del tempo, avrebbero dovuto rispondere ai gravi problemi generati dalle grandi crisi agricole degli anni Venti e dalla crisi economica mondiale all’indomani del crollo di Wall Street del 1929 attraverso la programmata e progettata dissoluzione del confine tra città e campagna, sulla scia dell’esperienza delle garden cities inglesi e del Back to the land dell’America di Roosevelt. Progetti di alto spessore che immaginavano la trasformazione della città e del territorio extraurbano in una confederazione di elementi ordinati e in reciproca relazione e la perfetta coincidenza tra assetto del territorio e organizzazione dei servizi, del welfare state diremmo oggi.

Ma il sogno è finito, e ciò che resta è solo la “marmellata insediativa” delle attuali conurbazioni metropolitane, che contraddicono e annullano l’organizzazione policentrica e reticolare un tempo immaginata.


Eppure, il riproporsi per ciclicità storica di situazioni analoghe a quelle di quasi un secolo fa, dall’instabilità dei sistemi agricoli produttivi alla recente grave crisi finanziaria mondiale, e i segnali di una nuova capacità - come in particolare nel caso dell’Agricoltura Sociale e dell’Agricivismo -  di reagire “dal basso” alla staticità degli attuali modelli di organizzazione e gestione del territorio, del Welfare Locale e dei sistemi produttivi,  rappresentano condizioni che stimolano ad una riconsiderazione dei principi e degli obiettivi che avevano animato le idee e le esperienze della prima metà del secolo scorso: integrazione tra città e campagna e tra economie agricole e industriali; decentramento e sviluppo policentrico; coincidenza tra politiche di assetto territoriale, di Welfare e, più in generale, di sviluppo socio-economico.

Ecco perché, rispetto a quanto emerge dal dibattito in corso, la realizzazione in forma intensiva di nuovi quartieri di edilizia sociale non ci sembra affatto l’unica risposta possibile, mentre al contrario, così come avvenne al tempo della Città-giardino Aniene e della Garbatella, sarebbe più che mai utile e interessante la sperimentazione di nuove forme di urbanità, a bassa e bassissima densità, anche di autocostruzione, capaci di generare maggiore integrazione tra città e campagna, sfruttando e capitalizzando le contiguità con gli ambiti rurali e agricoli in termini di approvvigionamento alimentare  e di scambio di servizi.

Come pure l’incentivazione dell’Agricoltura  Multifunzionale potrebbe rivelarsi utile, in termini sia di maggiore equilibrio ecologico tra natura e città, sia di accentuazione dello scambio virtuoso di beni e benefici tra le dimensioni rurali e urbane, sia di consolidamento delle reti di protezione e di inclusione sociale  nello spazio metropolitano.

Ma al di là delle diverse ipotesi concrete che si possono fare, quel che preme qui affermare è l’esigenza di rispondere alla domanda di più matura interpretazione dei nuovi fenomeni demografici e sociali in atto, di una più profonda conoscenza del nuovo mondo che abbiamo di fronte, di una riconsiderazione senza veli ideologici di idee belle ma dimenticate e, nel complesso, di una visione del futuro possibilmente più integrata, interdisciplinare e istituzionalmente corale.

Insomma, ci anima la speranza che il tema del Social Housing e quello dell’agricoltura di servizi possano toccarsi, contaminarsi e produrre una scintilla che accenda finalmente una nuova stagione di conoscenza e di pianificazione.

 

 

15 ottobre 2008

Aperitivo con l'agricoltura sociale

Piaceri unici - Eco Shop per appassionati di prodotti biologici, tipici, del commercio equo e solidale e dell'agricoltura sociale - via Orvieto 30 (S. Giovanni) organizza per giovedì 23 ottobre, dalle ore 18 alle 21, un  Aperitivo biosolidale sul tema "Agricoltura sociale per una metropoli da vivere".


Ne parleranno Matteo Amati, Presidente Cooperativa Consortium, Teresa Bernardini, coordinatrice Progetto REMI, Jeanette de Knegt, Presidente Associazione La Fattoria Verde, Marina Fronduti, Presidente Associazione Esperantia, Marco Marcocci, Presidente Cooperativa Sinergie.


Ci sarà una degustazione di specialità naturali e di vini provenienti dall'agricoltura sociale

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