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Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

Diario | La vetrina | I paesaggi | I fatti | Le cantate | I passaggi |
 
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3 novembre 2013

Intervento di Maurizio Di Mario in occasione della presentazione di Radici & Gemme tenutasi a Fondi il 25 ottobre 2013

Radici & Gemme è la riscrittura di un intero pezzo di storia italica, dal Risorgimento fino ai nostri giorni. Un pezzo di storia, come già molto bene evidenziato da Franco Ferrarotti nella sua prefazione al volume, riscritto però sotto una luce nuova, “altamente originale”, rispetto alla tradizionale storiografia.

L’originalità del lavoro di Alfonso Pascale risiede infatti nel ribaltamento del punto di vista geografico da cui sono ripercorse le vicende storiche; ossia guardando “dall’esterno”, dalla campagna e dal mondo agricolo e rurale, a differenza di quello più consueto di marca urbano-industriale.

L’originalità del lavoro sta però, soprattutto, nell’aver assunto il territorio come protagonista assoluto della storia; il territorio interpretato non più soltanto come il sostrato fisico degli avvenimenti, ma piuttosto quale spazio materiale e immateriale esito del millenario intreccio di usi e relazioni umane; inteso cioè come il paradigma stesso dell’inestricabile ed indissolubile rapporto natura-uomo.

Il diverso punto di vista e il nuovo protagonista della narrazione storica proposta non sono tuttavia escludenti. In Radici & Gemme, infatti, la lettura olistica dei fenomeni e delle vicende - spaziando dall’agronomia all’urbanistica, dalla politica all’economia, dalla sociologia alla letteratura, dall’ecologia alla tecnologia, dalla genetica alla medicina, fino alle scienze che si occupano dei comportamenti degli animali - ci restituisce un quadro storico dei periodi trattati più ricco e più complesso di quanto finora tramandato.

Un altro requisito fondamentale di Radici & Gemme è la narrazione delle idee – e delle persone che le hanno incarnate – che nel processo storico - benché abbiano concorso a costruire la spina dorsale stessa del nostro “Bel Paese” – sono risultate sconfitte.

Si tratta di tutte quelle idee - sconfitte sì, ma non ancora vinte - che guardavano al territorio e ai suoi abitanti nella loro integralità, senza steccati culturali o funzionali tra città e campagna, tra industria ed agricoltura, tra mondo operaio e mondo contadino. Ossia a tutte quelle idee che rimandavano al concetto di “comunità”.

È un lungo filo rosso quello che lega in Radici & Gemme figure come Carlo Cattaneo, Stefano Jacini, Adriano Olivetti, Carlo Levi, Manlio Rossi Doria, Danilo Dolci, Umberto Zanotti Bianco, Ruggero Grieco, Emilio Sereni, Rocco Scotellaro, Giuseppe Avolio e molte altre; un filo rosso che si dispiega ininterrotto nel tempo della rivoluzione industriale, del socialismo utopico, del risorgimento italiano, delle crisi tra le due guerre mondiali, del dopoguerra, del ’68 fino ai nostri giorni.

Emblematiche in tal senso sono le pagine dedicate all’esperienza urbanistica di Adriano Olivetti - dal Piano della Valle d’Aosta ai progetti per il Canavese e per Matera – o alle teorizzazioni della “progettazione integrata zonale”, o del recupero del demanio agro-silvo-pastorale montano scaturite dalla Scuola Agraria di Portici sotto la guida di Manlio Rossi Doria.

Oggigiorno, nel tempo della cosiddetta globalizzazione, quando per ciclicità – o forse nemesi – storica si stanno riproducendo fenomeni già vissuti - dall’abbandono delle montagne con conseguente dissesto idrogeologico al riversamento nelle pianure e nelle gronde di fondovalle di milioni di persone che si spostano in fuga dalle città e dalle lande più povere e desolate dell’Italia e del mondo intero; dalla dismissione inesorabile delle attività agricole per effetto delle oscillazioni del mercato planetario alla devastazione dei paesaggi metropolitani; dagli enormi problemi sociali alla crisi energetica fino agli inquietanti scenari di una civiltà post-carbon -, la storia riscritta da Alfonso Pascale getta una luce malinconica e sinistra sulle tante occasioni perdute come sull’ignoranza e la miopia della nostra attuale classe politica e dirigente.

Difatti, le impostazioni olivettiane sono rimaste una chimera, mentre la “progettazione integrata zonale” è ancora sepolta al tempo delle sperimentazioni della Scuola di Portici. E oggi, nonostante a quei criteri e a quegli strumenti di governo del territorio spinga anche l’Unione Europea con la rimodulazione in corso degli obiettivi del finanziamento comunitario per le politiche agricole, infrastrutturali, sociali e di innovazione tecnologica, le esperienze di “progettazione integrata territoriale” che si stanno sviluppando anche alle nostre italiche latitudini faticano invece a farsi spazio, mortificando così anche quel potenziale che in queste stesse esperienze risiede per orientare quelle riforme a carattere multidisciplinare di cui la vigente programmazione e legislazione urbanistica, di tutela ambientale e paesaggistica, per lo sviluppo economico-sociale e delle reti di welfare tout court avrebbe urgentissimo bisogno.

Purtroppo, il recente varo da parte del Governo del Disegno di legge presentato dal Ministro delle Politiche Agricole Nunzia De Girolamo, dal titolo Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato, dimostra il grave ritardo culturale che si sta ancora scontando nell’affrontare i problemi del nostro tempo.

In barba agli obiettivi dichiarati, questa proposta legislativa - che riassume in sé il comune denominatore “urbanocentrico” anche delle precedenti proposte del Ministro Mario Catania al tempo del Governo Monti, nonché di quelle n. 70/2013 e n. 1050/2013 presentate nella odierna legislatura, rispettivamente, dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle – conferma infatti l’approccio completamente separato tra spazi rurali e spazi urbani, dove i primi vengono cristallizzati e paralizzati mediante la reiterazione di prassi burocratico-vincolistiche nonché condannati al ruolo di “ambiti di riserva” da conservare per una “consumazione” edificatoria differita nel tempo, mentre i secondi restano l’unico e incontrastato dominus dell’attenzione legislativa, densi come sono di interessi in gioco, vuoi per la loro “espansione” vuoi per la loro “densificazione”, comunque da gestire.

A fronte di questo ennesimo desolante (perché rapinoso o semplicemente ottuso) trionfo della visione “urbanocentrica”, penso che il lavoro di Alfonso Pascale abbia i requisiti per poter scuotere le intelligenze e rianimare un dibattito da troppo tempo mortificato.

Ecco perché mi auguro che Radici & Gemme consegua non solo il successo editoriale che merita, ma, soprattutto, che possa divenire uno dei punti di riferimento, un faro, teorico e pratico insieme, per la rinascita culturale e politica che da troppo tempo attendiamo.

28 settembre 2013

Mario Campli: l'agricoltura non è un mondo a parte. A proposito di un libro di Alfonso Pascale


Mi auguro che questo libro possa dare un piccolo contributo a chiunque voglia guardare al futuro con più consapevolezza, continuando a coltivare ragionevoli speranze”.


Così conclude, Alfonso Pascale, la Introduzione al suo Radici & Gemme.


Il libro di Alfonso Pascale, può essere letto da tanti lettori (ed io me lo auguro fortemente) e con diversi approcci e aspettative: per farsi una conoscenza di massima,  e nello stesso tempo accurata, della partecipazione (o del coinvolgimento) del cosiddetto “mondo agricolo” (economia e società, persone e sviluppi storici, tecnologici e politici) alla storia e alla vita di questo paese; per ricostruire, attraverso la lettura dell’evoluzione delle dinamiche  sociali, economiche, politiche,  il percorso della progressiva contaminazione di un “settore” della economia e della società (una volta, definito “primario”; quando l’industria veniva definita “secondario” e tutto  il resto, “terziario”)  che da “autonomo”, via via, si è ritrovato interconnesso e contaminato a tutti i livelli. Oppure ci si può accostare al bel volume di Pascale per amore della terra e/o  per stanchezza del vivere nei tessuti urbani; per “saperne di più”; ecc. ecc.


Io (che di questa realtà ne ho una qualche consapevolezza per la compartecipazione alla vita, ad una famiglia e alle attività agricole nella mia tenera età e successivamente per la lunga professione di dirigente nelle organizzazioni di rappresentanza in Italia e nella Unione Europea) prediligo il secondo approccio.

Di più: credo che il valore, oggi,  di questa importante  fatica  di Alfonso Pascale  stia proprio nel prendere per mano il lettore (soprattutto i giovani e, in generale, i contemporanei) e fargli scoprire che quel mondo non è un mondo a parte. E, in un certo senso, non lo è mai stato.

Quello di pensare  l’agricoltura, il rurale, le campagne, gli agricoltori, un “mondo a parte”  (a volte con distacco altezzoso – tempo fa, altre volte con appassionata “amorevolezza” - di recente) è una manifestazione di inadeguatezza culturale e/o di ritornante fuga dall’esigenza di governo della complessità di una società.  Soprattutto ora, nel mezzo di una globalizzazione contraddittoria e non governata, ma reale e non aggirabile.

Faccio di questa lettura la più urgente lettura, non solo perché “oggi tutti i prodotti che troviamo sia al mercato sia sui banchi di un supermercato, negli orti come nelle colture intensive, sono ottenuti dall’ innovazione. Questo vuol dire che necessitano delle competenze di agronomi, patologi, entomologi….Senza scambio di sapere non si ottiene nulla”  (come ben afferma un altro Pascale, Antonio, nel suo: Pane e Pace - il cibo, il progresso, il sapere nostalgico, Chiarelettere editore, 2012).

 

Considero, questo,  il contributo più significativo del lavoro di Alfonso Pascale, in quanto proprio oggi  “nostalgici ritorni” – indotti  da normalissime  esigenze di sanità e qualità degli alimenti, certe, sicure e controllate,  spesso confondono le menti di tanti cittadini e cittadine. Spingendoli a pensare e dire: “una volta non era così”, “una volta tutto era genuino e sano”. Non è vero.


Il lavoro di Pascale  (anche con  l’ausilio della ottima “Guida bibliografica”, che – lo ricordo ai lettori – sostituisce la cosiddetta bibliografia;  è uno stile  diplomatico dell’autore per dirci:  alla base di questa, inevitabilmente veloce, galoppata ci sono a disposizione studi e ricerche puntuali per approfondire) ci dimostra che anche quando la separatezza del mondo/settore agricolo sembrava  “indiscutibile”, essa era espressione non del settore/mondo in quanto tale, ma di un assetto della società complessiva, pensata e governata (e perciò, vissuta) come “mondi” separati. I conflitti sociali e la organizzazione del potere, infatti, si incaricavano di collegare  e tenere in ordine mondi che apparivano distanti o separati. C’erano  anche “agenzie speciali” (ad esempio, ma non solo, la religione e le chiese) che si incaricavano della omogeneizzazione dell’ordine e del sistema, organizzati  per compartimenti, riconducendo il tutto ad un unicum del potere costituito; anche attraverso la elaborazione di ben finalizzate dottrine generali (il diritto naturale, la teologia della volontà di Dio e dell’ordine, ecc.).


L’andamento della ricerca di Pascale  ha, dunque, questo filo rosso conduttore: un mondo creduto ( e “persino” credutosi) a parte, si presenta  come mondo sempre intrecciato con la grande  società, sempre “vitale”, anche nelle sue specifiche inadeguatezze, anche con le transitorie “assenze” che rinviavano e rinviano (e questo vale anche per lo studioso che si accosta alle fonti) ad assetti e complessi storico-sociali generali.


Stiamo parlando, ovviamente, della storia moderna.


Scrive Pascale a margine della conferenza economica della Confcoltivatori: “i limiti della conferenza economica andrebbero ricercati nell’analisi ancora parziale delle modificazioni che si erano prodotte nell’economia e nella società e che avevano trasformato i rapporti tra città e campagne. Erano, infatti, cambiati in modo vistoso i comportamenti degli agricoltori e deisoggetti rurali che ormai non si distinguevano più dagli altri soggetti degli ambienti urbani. (…) il cambiamento più profondo avrebbe meritato un’analisi più accurata per individuare con maggiore precisione i soggetti e la molteplicità di relazioni e integrazioni che si stavano producendo” (p. 268).


E non si tratta, da parte dell’autore, di una notazione en passant.


E’ tutta la impostazione del lavoro che è situata in questa consapevolezza, a cominciare dal sottotitolo, dove l’autore usa la terminologia e la configurazione socio-economica di “società civile”, per indagare lo stato e l’evoluzione degli assetti  sociali, le dinamiche  delle sue componenti e le interrelazioni. Non ricorre, per essere più espliciti, alla consunta terminologia di “categoria” o ad altre similari.


D’altra parte, se i protagonisti principali dell’agricoltura sono gli agricoltori e le agricoltrici, essa (l’agricoltura) appartiene alla società e  vive nelle articolazioni di società complesse.


Su questa “evidente” appartenenza dovranno essere impostati sempre di più i vari  “negoziati” tra i protagonisti dell’agricoltura e la società, a partire da quella Politica agricola comune che ancora oggi necessita di una reimpostazione integrale e integrata.


Sono certo che la lettura di questo libro può contribuire a  coltivare quelle ragionevoli speranze di cui parla Alfonso Pascale, a cui faccio i migliori complimenti per questa sua impegnativa e meditata ricerca. E complimenti anche a Cavinato editore, per il coraggio civile che ha manifestato dando alle stampe un libro che si rivela importante nell’editoria di studi e ricerche collegate al cosiddetto “mondo agricolo”. Di queste Gemme abbiamo bisogno, per riscoprire  con più consapevolezze anche le Radici.

 

Mario Campli

(Consigliere del Comitato Economico e Sociale Europeo)


Alfonso Pascale, Radici & Gemme. La società civile delle campagne dall'Unità ad oggi, Cavinato Editore International, 2013


8 agosto 2013

Un libro di memorie per una storia del Pci meridionale. Alfonso Pascale recensisce l'ultimo libro di Piero Di Siena

Il Pci del Mezzogiorno ha manifestato alcuni caratteri specifici nell’evoluzione del “partito nuovo” voluto da Togliatti dopo la caduta del fascismo e, successivamente, ha continuato a coltivare, nel bene e nel male, una sua peculiarità lungo l’intera parabola di quella formazione politica conclusasi con la morte del comunismo reale. Dobbiamo essere grati a Piero Di Siena che - con il suo libro “Nel Pci del Mezzogiorno. Frammenti di storia sul filo della memoria” (Calice Editori, 2013) – fornisce uno dei primi e più significativi contributi alla ricostruzione del comunismo meridionale, individuando alcuni elementi essenziali per tracciare il profilo di quella specificità a partire dal secondo Dopoguerra e, soprattutto, in seguito al “miracolo economico”.


L’A. è stato un dirigente del Pci, dapprima nella sezione universitaria di Bari e, dal 1978 in Basilicata, in qualità di segretario della Federazione di Potenza e poi di segretario regionale.  In gioventù aveva coltivato gli studi storici sull’evoluzione del pensiero di dirigenti e intellettuali comunisti, a partire da Emilio Sereni. E ora, in questo suo ultimo lavoro, riscopre questa sua antica “vocazione” e fornisce un contributo storiografico di notevole spessore.


La forma non è quella autobiografica, né quella della ricostruzione obiettiva delle vicende sulla base di fonti scritte. Si tratta, invece, della raccolta ragionata di alcuni elaborati d’occasione – articoli apparsi su “L’Unità” e “Rinascita” o saggi pubblicati in opere collettanee – che riguardano talune figure emblematiche del Pci meridionale o ad esso vicine, come Michele Mancino, Michele Preziuso, Francesco Laudadio, Nino Calice, Raffaele Giura Longo, Paolo Laguardia, e alcuni snodi cruciali del rapporto tra Pci e Mezzogiorno, come la creazione del centro siderurgico di Taranto e l’emergenza post-terremoto. In appendice è riprodotta la relazione che Di Siena svolse al III congresso regionale del Pci nel 1986, che testimonia anch’essa, in modo nitido, il valore e i limiti della cultura politica e, soprattutto, il vasto campo d’iniziativa del partito in una regione particolare del Mezzogiorno. Il tutto è sorretto da un’ampia introduzione in cui l’A. ragiona in modo persuasivo sull’inevitabilità – nella memorialistica politica odierna – di una ricostruzione della memoria come occasione essa stessa per tracciare bilanci storici e pone, altresì, l’esigenza di approfondire “il nesso nuovo da stabilire tra memorialistica e fonti di archivio, scritte e audiovisive”, invitando gli storici di professione a riformulare “lo stesso statuto epistemologico della ricerca storica e il suo rapporto con le fonti”. Se altre personalità, che hanno svolto funzioni dirigenti nel Pci e, in generale, nella sinistra del Mezzogiorno, seguissero l’esempio di Di Siena, si potrebbe pervenire ad un mosaico di straordinario valore per rielaborare criticamente la vicenda storica delle formazioni politiche della sinistra meridionale, interrompendo l’infruttuoso e avvilente stillicidio di novità, che pretendono di affermarsi mediante solamente cesure e rimozioni, e dotandoci di strumenti culturali più efficaci per tentare proficuamente vie d’uscita dalla crisi morale, economica, politica e istituzionale.


L’A. parte dall’assunto che il Pci – anche nel Mezzogiorno – ha rappresentato un’originale evoluzione del partito di classe, nel senso che esso si costituisce entro un esplicito rapporto tra classi sociali diverse attraverso l’esercizio di una funzione egemonica di una classe sulle altre”. Il Pci sarebbe stato lo strumento per realizzare il “blocco storico” di cui parlava Gramsci. E dunque la sua ascesa e il suo declino non sarebbero dipesi solo dalla capacità di svolgere una funzione nazionale nel quadro dei mutevoli rapporti internazionali, ma anche di costituire la forma politica organizzata di blocchi sociali costituiti da classi che nascono e si esauriscono continuamente. In tale quadro concettuale si spiegherebbero sia il carattere di massa - sebbene a macchia di leopardo - del Pci come strumento ed espressione del ruolo egemonico assunto dai contadini nell’immediato Dopoguerra, sia la progressiva incapacità di quel partito di ricostituire nuovi “blocchi storici” quando quello iniziale, a seguito del “miracolo economico”, si sfalda.


Si tratta, a mio modo di vedere, di una rappresentazione molto parziale del conflitto sociale e politico che si è sviluppato nel Mezzogiorno; rappresentazione che andrebbe discussa e ridefinita in una dimensione di lunga durata, partendo almeno dall’Unità d’Italia e ripercorrendo criticamente il tormentato rapporto tra società civile delle campagne, sistema politico, Stato e mercato. Per la particolare conformazione e articolazione del capitalismo italiano, specie nel Mezzogiorno le contrapposizioni di interessi hanno riguardato solo marginalmente il conflitto tra capitale e lavoro. Qui più che altrove la costruzione dei partiti di massa è avvenuta sulla base di distinti ma convergenti progetti di educazione alla democrazia, che hanno dapprima promosso una nuova società civile e che dopo non hanno saputo o voluto liberarla e farla crescere autonomamente, invischiandola così in rapporti deleteri con le istituzioni. I partiti di massa e, soprattutto, il Pci dove si era dotato di gruppi dirigenti capaci, hanno svolto nei primi anni di vita della Repubblica, e almeno fino alla nascita delle Regioni, una primaria funzione di ricostituzione in forme moderne di comunità locali e di legami sociali solidali, come premessa fondamentale per la democratizzazione delle istituzioni. Ma poi, qui più che altrove si è passati direttamente da un’economia prevalentemente contadina ad una potenziale economia della conoscenza, indotta dai progressi in campo educativo e dall’affermarsi in modo diffuso del sapere, come fattore dominante che permea di sé il processo produttivo di beni e servizi. Qui più che altrove si è, in altre parole, saltata la fase del capitalismo fordista per ragioni che attengono non a presunti ritardi – come si è voluto pervicacemente continuare a credere - ma a peculiari tratti della nostra vicenda civile di lunga durata,  nonostante i costosissimi, lunghi, inconcludenti e un po’ patetici sforzi per favorirne il suo insediamento diffuso.


Quanto è avvenuto si poteva già intravedere nella fase della “grande trasformazione” e del “boom economico” e non è stato colpevolmente intravisto? Ecco una domanda che potrebbe condurci forse alle radici dei ritardi e della lunga crisi politica e sociale che si è aperta negli anni Settanta del secolo scorso e che non si è più riusciti a farvi fronte.


Il libro di Di Siena ha il merito di avviare la riflessione su temi che sembrano antichi ma sono, in realtà,  di scottante attualità. Alla sinistra del Mezzogiorno manca un progetto dello stesso spessore di quello elaborato dal “partito nuovo” di Togliatti: un progetto politico ispirato dagli eterni valori della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità civile, cioè aperta e universalistica, e dalle nuove domande di senso, capace di selezionare nella società le forze interessate a farsene interpreti e potenzialmente in grado di assumere una funzione egemone nel processo di cambiamento. Ma se non svolgiamo questo lavoro di scavo nel nostro vissuto personale e collettivo, a cui ci invita Di Siena, non riusciremo mai ad elaborarlo e soprattutto a farci intendere dalle forze disponibili a cambiare lo stato di cose esistente.


10 agosto 2009

Alfonso Pascale recensisce il libro di Ettore Combattente "Rosso antico"

Ettore Combattente non ha scritto semplicemente un libro di memorie sebbene Rosso antico abbia come sottotitolo “Memorie di vita di sezione e di sindacato”.

E’ un bilancio severo del proprio percorso di dirigente del Pci e della Cgil a Napoli, senza narcisismi, senza nostalgie, senza acrimonia, senza pentimenti, ma tracciato con affetto, ironia ed un forte senso critico. Un bilancio che i gruppi dirigenti attuali non hanno mai nemmeno avviato, approfittando di congiunture che li hanno favoriti.

Si tratta, infatti, della presa d’atto che il Pci, non volendo rompere mai in via definitiva con l’Urss, fallì storicamente il suo tentativo di trasformarsi in un normale partito democratico in grado di portare il suo contributo pieno alla storia del governo della repubblica.

Nonostante fosse un grande partito di massa, capillarmente diffuso nelle pieghe della società italiana, esso si conservò in un involucro anacronistico e avverso alla sua natura. E quindi contribuì a tenere bloccato il sistema politico ancora negli anni  Settanta e Ottanta, quando era diventato terribilmente urgente rispondere politicamente alla domanda di rinnovamento che la società italiana aveva posto nei decenni precedenti.


Non è questione da lasciare solo agli storici, per catalogare gli eventi in base ad esigenze di perfezione filologica: investe in pieno il dibattito politico attuale perché alle nuove generazioni servono le immagini vive – non necessariamente “fedeli” ma vissute - dell’esperienza comunista, con il grande carico di umanità che essa portava con sé insieme alla diffusa capacità  di assumersi come propria la sofferenza di tanti,  che solo i protagonisti - e a maggior ragione chi tra essi ancora oggi fa politica - possono trasmettere attingendo alla propria memoria.


Non mi soffermerò sulle molteplici attività svolte da Combattente: dai “congressi del popolo per la rinascita” lanciati da Amendola nel 1954 all’impegno in prima fila nelle sezioni del Pci di Chiaia Vetriera e di Miano; dall’organizzazione dentro la Cgil degli “orchestrali liberi”, quelli che non avevano un posto fisso in un teatro, alla fondazione di nuove associazioni come quelle dei commercianti e degli ambulanti; dalla collaborazione fornita a Rosi per le riprese de “Le mani sopra la città”, a cui partecipò anche il segretario della Camera del lavoro, Carlo Fermariello, per un ruolo di co-protagonista a fianco di Rod Steiger, all’esperienza di insegnante elementare per tre anni a S. Giovanni a Teduccio; dall’attività di dirigente della Cgil Scuola  a quella tra i portuali  e poi, con il terremoto del 1980, alla direzione del Comprensorio Vesuviano Esterno per passare successivamente allo Spi Cgil.


Mi ha colpito l’insistenza su di un punto che sembra a me – e forse anche a Combattente - cruciale per comprendere la vicenda dei comunisti.


Nelle sezioni di partito si svolgevano negli anni Cinquanta e Sessanta attività sociali di grande rilevanza. Vi erano medici che gratuitamente assistevano persone bisognose in laboratori di fortuna, come il cardiologo Vittorio De Franciscis, o personalità come Rascid Kemali, figlio di un funzionario dello Stato italiano in Libia, di origine turca, che aveva la fama di “avvocato dei poveri”. Centinaia di  attivisti garantivano ogni forma di accompagnamento a individui e famiglie nel disbrigo di pratiche e di ogni altra incombenza.


A seguito delle nevicate del 1956, coi cantieri fermi e la città nella morsa di un freddo insolito, si aprì una vertenza cittadina per avviare lavori socialmente utili come la spalatura della neve.  

Quando a Napoli scoppiò il colera del 1973, le sezioni del Pci, diversamente dalle amministrazioni pubbliche,  dimostrarono una grande efficienza  nel realizzare una vaccinazione di massa  in poco tempo  grazie alla mobilitazione di centinaia di giovani.


Questa forte capacità di aderire al tessuto connettivo dei ceti più poveri di Napoli, il cosiddetto popolino, che viveva in modo precario e privo di servizi essenziali, si traduce nella stagione dei movimenti della seconda metà degli anni Sessanta in una partecipazione attiva – da parte di questi ceti - alle lotte sociali.


Nel suo racconto Combattente insiste molto nella funzione educativa svolta dal Pci e dalla Cgil per far acquisire al popolino la cultura dei diritti e ottenere, dunque, una larga partecipazione alle lotte che hanno portato alle conquiste legislative sul lavoro e sui diritti sociali.

Andrebbe però sottolineato anche un altro aspetto. L’ansia di rinnovamento insita in quelle lotte  era alimentata da una forte carica liberatoria: la soggettività, che non metteva in discussione solo il legame tra consumi e bisogni essenziali ma anche il rapporto tra politica e società.

Dinanzi a processi di sviluppo in cui l’innovazione tecnologica aveva assunto un finalismo totalizzante, gli spazi aperti venivano cementificati senza alcun criterio razionale e l’organizzazione politica e sociale assumeva forme dirigistiche e di massificazione indistinta e anonima, i nuovi soggetti sociali che provenivano in gran parte da sub-culture fortemente individualistiche (sia nelle città che nelle campagne) hanno reagito per sollecitare la riconduzione del modello di sviluppo al fondamento individuale della democrazia occidentale, riproponendo la centralità della persona.


Combattente mette in risalto il dissenso dei ceti intellettuali nei confronti del Pci, che si attarda nel mantenere i legami con l’Est, ma non sottolinea abbastanza un disagio più diffuso che investe tutte le pieghe della società e che si rivolge criticamente anche verso la sinistra.


Quella domanda latente di cambiamento i comunisti non avrebbero potuto né suscitarla né alimentarla perché riguardava proprio le loro rigidità ideologiche con cui affrontavano i temi del mercato e dello sviluppo capitalistico, del nesso tra eguaglianza e libertà, del ruolo della donna nella coppia e nella società, dell’etica della responsabilità, della libertà religiosa e delle relazioni tra chiesa e società, dei diritti civili, della salvaguardia del merito, del rapporto uomo-natura.  Certo vi erano differenze e sensibilità diverse tra “operaisti” e “riformisti” ma vi era anche un enorme ritardo culturale complessivamente, soprattutto a livello di base, e i gruppi dirigenti non vollero mai avviare una decisa azione per superarlo. 


Quella domanda di adeguamento è rimasta inevasa fino ai giorni nostri perché richiedeva e richiede un confronto politico aperto tra posizioni diverse e una capacità di gestire processi di democrazia partecipata per pervenire a posizioni condivise.


E’ forse in questo modo che si può spiegare perché negli anni Settanta  la spinta al lavoro si traduce nella richiesta del “posto stabile e sicuro” e nel principio “del lavoro a chi lotta” dei comitati  dei disoccupati organizzati.

Nel libro si raccontano episodi raccapriccianti che denotano il livello di illegalità e di violenza raggiunto da questi organismi nei rapporti con le amministrazioni comunali capeggiate da Maurizio Valenzi, con il Pci e coi sindacati. Come si fa ad intervenire per dare pari opportunità e capacità a partire dai più deboli sotto una pressione fatta di ricatti, prepotenze, violenze, prevaricazioni, collusioni con la camorra? Eppure il Pci e la Cgil hanno preferito convivere con tali spinte per non cimentarsi con l’elaborazione e la pratica di adeguate politiche del lavoro e per lo sviluppo e si sono fatti travolgere dalla continua emergenza.

Il sistema politico complessivamente  ha utilizzato i comitati come forme nuove di organizzazione del consenso, ma fu esso stesso strumentalizzato subendo pressioni sulle istituzioni da parte della camorra.


Nella prefazione di Biagio De Giovanni si afferma senza mezzi termini che “l’Italia non ha mai avuto un’esperienza socialdemocratica, e oggi è troppo tardi, sarebbe come una ‘minestra maritata’ (noi napoletani sappiamo che cosa è) riscaldata e sostanzialmente immangiabile”. C’è infatti bisogno di una cultura politica democratica che ricostruisca il concetto di eguaglianza non come appiattimento delle differenze ma come valorizzazione delle diverse capacità delle persone, da sostenere non solo nelle condizioni di partenza ma nel corso della vita di ciascuno, e dia il giusto peso al merito nel riconoscere e valorizzare le capacità delle persone.

Da questi principi non era distante  solo la cultura politica del Pci ma è lontana anche quella della sinistra europea. Tuttavia, solo se saremo capaci di impostare le nostre proposte di governo sulla base di tali principi, potremo tornare a riprogettare il futuro assumendoci concretamente su di noi le sofferenze di tanti, come avveniva nelle sezioni comuniste e nelle camere del lavoro di un tempo. 

      

Quel clima che Combattente ci racconta con così intensa partecipazione può apparire un "idiotismo della vita rurale" (di cui parlano Marx ed Engels, nel "Manifesto" del 1848, quando elevano l'inno ditirambico all'emergente borghesia), ma le generazioni che sono venute dopo sappiano che la sua perdita è un tragico impoverimento dell'esperienza umana.

 

10 dicembre 2008

Alfonso Pascale recensisce l'ultimo libro di Massimo Montanari "Il formaggio con le pere"

“Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere”. Quante volte abbiamo ripetuto questo proverbio senza mai chiederci cosa significhi realmente? Nell’enunciarlo si prova, tuttavia, una difficoltà a decifrarlo come se ci trovassimo dinanzi ad un enigma. E per offrire una spiegazione plausibile oggi si è soliti attribuirgli un senso burlesco ed ironico: “Non abbiamo alcun bisogno di farglielo sapere perché il contadino, che produce sia il formaggio che le pere, già lo sa”. E’ senz’altro questo il significato che nel Novecento è prevalso. C’è addirittura una versione allungata del proverbio, rivendicativa e liberatoria, diffusa ancora oggi nella campagna senese, che fa emergere in modo chiaro il senso che noi oggi gli attribuiamo: “Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere. Ma il contadino, che non era coglione, lo sapeva prima del padrone”. Ed ecco spuntare, in questa versione campagnola, i termini di un conflitto sociale da incuriosire lo storico e indurlo ad indagare non solo le origini del proverbio, ma anche il diverso significato che questo assume a seconda della provenienza sociale di chi lo enuncia.

 

La ricerca accurata e ricca di riferimenti bibliografici e documentari di Massimo Montanari ci restituisce la storia complessa del formaggio e delle pere: il ruolo essenziale svolto dal primo nella mensa dei pastori e dei contadini e quello prestigioso e di lusso che i frutti delicati e deperibili assumevano nell’alimentazione dei signori; la difficile ascesa sociale del primo e la funzione salutistica assolta dall’accostamento dei due cibi consumati alla fine del pasto.

 

Per un lungo periodo il formaggio è stato emblema degli umili, per i quali rappresentava la fonte primaria di nutrizione, ed ha svolto una funzione di puro abbellimento nelle mense dei ricchi. Dagli antichi romani al Medioevo è il cibo che serve a sfamare i contadini e che vede tra le classi superiori molti pregiudizi, ancor più confermati dalle perplessità della scienza medica che ne consiglia un uso moderato.

Ma proprio dal Medioevo inizia la riabilitazione del formaggio. Esso diventa il cibo dei monasteri, dove per ragioni di penitenza ci si astiene dalla carne, e viene consumato dai cristiani nei periodi "di magro" prescritti dal calendario liturgico.

 

La pera, invece, è per il nostro Autore il simbolo dell’effimero, di gusti e piaceri non necessari. Coltivare alberi da frutto è una realtà economica di pregio e le pere sono doni preziosi che solo i nobili si scambiano. Siccome si conservano poco a causa della loro delicatezza, meglio non coltivarne troppe e destinarle appunto solo alle tavole dei signori. Nel Seicento si ha una vera e propria infatuazione per le pere, che vengono paragonate addirittura al corpo di una gentildonna.

 E a questo punto si può meglio intuire come nasce l'abbinamento audace tra i due cibi. Il contadino formaggio, una volta accolto nella mensa dei signori, poteva essere nobilitato solo unendosi in matrimonio con una gentildonna. E la scelta cade appunto sulla pera.

 

La scienza medica del tempo è, tuttavia, diffidente nei confronti del formaggio e ancor più nei confronti dei frutti. E solo quando un medico italiano, Castor Durante da Gualdo, afferma in un testo scientifico che il “nocumento” del cacio si può ridurre “mangiandosi seco in compagnia di pere”, cadono le perplessità e la pratica gastronomica viene finalmente confortata dal riconoscimento della sua convenienza dietetica. Ancora una volta sono le pere a venire in soccorso del formaggio. E a questo punto le classi alte possono adottare, senza preoccupazione, l’accoppiata formaggio/pere a fine pasto.

 

Ma come la mettiamo con la rigida distinzione sociale del cibo? Qui il saggio di Montanari offre argomenti di notevole interesse per farci comprendere come i signori tentano di risolvere il dilemma. Tra il Medioevo e il XVI Secolo si riteneva che, da un lato, il bisogno di mangiare genera il desiderio e che , dall’altro, la natura di un cibo genera il suo sapore; e quando il desiderio e il sapore si incontrano positivamente nell’atto gustativo – vale a dire, quando il cibo piace -  significa che la natura di quel cibo si addice al bisogno fisiologico di chi lo sta mangiando. Tutta la letteratura medica e filosofica  del tempo è pervasa da questa convinzione.  

Ma posta in questi termini la questione del gusto, per l’Autore  non si poteva non riconoscere a chiunque  - perfino ai contadini -  la capacità di accedere  a un sapere istintivo, naturale, pre-culturale, che non nasce dalla teoria e neppure dalla pratica.

La cultura medievale credette di risolvere il problema con un assioma semplicistico: essendo il gusto istintivo, ma gli uomini diversi, a ciascuno ‘naturalmente’ piacciono cose diverse. Ma  ben presto venne il sospetto che anche al contadino potesse piacere il cibo del signore. E ciò avrebbe sconvolto l’ordine ‘naturale’ della società.

 

E’ a quel punto che, accanto al gusto, viene elaborata la nozione di buongusto, come capacità di scegliere il cibo. Da allora non è più vero che “è buono ciò che piace” ma che “piace ciò che è buono”,  ciò che convenzionalmente è giudicato tale dalla cerchia degli intenditori. Il gusto in tal modo si configura  come “dispositivo di differenziazione sociale”.

Diventa necessario allora negare il sapere a chi non ne è socialmente degno. Imponendo un sistema d’ignoranza nelle campagne, i proprietari terrieri pensano di conservare il proprio potere. Da qui “al contadino non far sapere...”. Il proverbio esprime questa cultura. E’ costruito a uso e consumo della classe dominante che vuole negare l’istruzione di quelle subalterne. Il senso viene capovolto, dove si ha l’ardire di farlo, solo in segno di rivalsa.

Ma una volta risolti i conflitti di classe nelle campagne e venuta meno la contrapposizione tra città e campagna, anche i binomi sapore/sapere e gusto/buongusto perdono il connotato di coppie conflittuali e diventano termini complementari. E il senso del proverbio si carica quindi di una forte carica di  ambivalenze.

 

Conoscere la storia che è dentro il proverbio non è, dunque, un mero esercizio di erudizione, come si potrebbe pensare. Noi che non siamo più né contadini né nobili rischiamo di enunciarlo rimanendo perplessi se non ne comprendiamo la connaturata ambiguità.

 

M. Montanari, “Il formaggio con le pere. La storia in un proverbio”, Editori Laterza, 2008, pagg. 162, Euro 15

15 gennaio 2008

Appio Latino e Tuscolano nel 1943-44: frammenti di storie a Roma

Giovedì 24 gennaio 2008

 

In occasione della pubblicazione del volume

 

Giuseppe Mogavero e Antonio Parisella (a cura di)

MEMORIE DI QUARTIERE

Frammenti di storie di guerra e di Resistenza nell’Appio Latino e Tuscolano. 1943-1944

EDILAZIO

 

Piazza di Villa Fiorelli – Ingresso Giardini - ore 16.00

Inaugurazione del cippo con targa ai Caduti civili del bombardamento del 13 agosto 1943

 

Parrocchia SS. Fabiano e Venanzio -  Sala S. Venanzio – Via Terni 92 – ore 16.30

Presentazione del volume con

Enrico Gasbarra

Roberto Morassut

Alessandro Portelli

Susana Fantino

Massimiliano Massimiliani

 

Una copia del volume si può ritirare presso la sede dell’Assessorato all’Urbanistica

del IX Municipio in via Fortifiocca 71

 

La ricerca ricostruisce il nesso tra una serie di testimonianze di luoghi, persone ed eventi del 1943-44 nell’Appio Latino e Tuscolano e la nostra vita odierna nei territori che di quelle vicende furono teatro.

E’ un tentativo riuscito di affrontare dal basso, cioè attraverso non solo le fonti scritte, cartografiche, fotografiche e audiovisive, ma anche le testimonianze orali di donne e uomini che l’hanno abitata, la scrittura della storia del nostro quartiere.

Ne vien fuori un quadro suggestivo ed emozionante delle condizioni estremamente difficili in cui fu riconquistata quella libertà che il nostro Paese aveva perduto, schiacciata dal peso di vent’anni di dittatura, e che grazie agli Alleati e ai ragazzi che scelsero con enorme coraggio e forte tensione morale la Resistenza tornò ad animare Roma.

Non ci potrà essere ansia di cambiamento e nuova linfa allo spirito civico, oggi compresso da un senso diffuso di frustrazione e di impotenza, se non si trasmette, soprattutto ai giovani, la memoria storica degli avvenimenti che affermarono i principi di libertà  ed eguaglianza su cui si poggia la nostra carta costituzionale.

Il lavoro è frutto dell’impegno del Museo Storico della Liberazione. Antonio Parisella ha assicurato la direzione scientifica della ricerca, che si è svolta sulla base di una proposta di Teresa Andreoli e del coordinamento organizzativo di Giuseppe Mogavero.

L’iniziativa editoriale si è potuta realizzare per iniziativa del IX Municipio e con il contributo finanziario della Provincia di Roma e del Comune di Roma.

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