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Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

Diario | La vetrina | I paesaggi | I fatti | Le cantate | I passaggi |
 
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8 ottobre 2013

Franco Paolinelli: DAI CONTADINI AGLI ORTISTI URBANI

La scala dei processi e dei cambiamenti economico-sociali e la loro velocità sono, oggi, tali da ampliare enormemente la visione necessaria a fare scelte, siano esse quelle dei politici, degli imprenditori, degli scienziati, o quelle del quotidiano di ognuno di noi.


Il libro “Radici & Gemme” di Alfonso Pascale ha, nel suo specifico, questa vastità. Abbraccia, infatti, la storia socio – economica dell’agricoltura italiana, nel suo percorso evolutivo dal’Unità d’Italia ad oggi.

Si può, in un’estrema sintesi, dire che il libro narri la fase cruciale e centrale del percorso che ha portato le comunità italiane dal vivere nelle campagne all’ammassarsi nelle città, come, peraltro, è successo in tutti i paesi sviluppati.

Traccia, quindi, il passaggio dalle lotte dei contadini per la terra, al superamento della centralità del primario nell’economia, quindi all’abbandono della terra stessa, per arrivare poi alla nostalgia per il mondo rurale ed alla sua evoluzione verso il terziario turistico e socio-terapeutico.


Oggi, infatti, nelle nostre campagne, ormai per lo più peri-urbane, alle poche imprese di produzione alimentare, si associa un mondo complesso legato ai servizi che la ruralità può offrire, incluso il teatro di se stessa.


Se le prime, legate al mercato dei prodotti ed integrate nelle filiere di riferimento, frutto di un pluridecennale percorso di liberazione socio-economica e culturale, ben poco hanno, ormai, di “contadino”, le seconde, paradossalmente, ne conservano il valore simbolico, avendone, però, perduto la rilevanza come fonte di produzione primaria.


Si basa su questo valore, infatti, la realizzazione di servizi che ha luogo negli agriturismi, nelle fattorie sociali e didattiche, negli orti sociali e terapeutici….


Ma, a ben vedere, nasce da questo valore anche la spesa che ha luogo nelle micro aziende agricole, quelle nate dalla riscoperta della campagna o quelle conservate dai nonni, insieme che sfuma, senza soluzione di continuità nel vastissimo mondo delle case in campagna. Vi si fruisce, infatti, dell’atmosfera rurale e si spende, e tanto, per poterlo fare.


Paradossalmente, è, quindi, in questo secondo ambito, più che nel primo, che persistono, più di quanto non si possa immaginare, le forme ed i comportamenti del mondo “contadino”.


Infatti, sia chi ha conservato, sia chi ha ricomprato, affida, ai pochi metri quadri di terra accanto al paese, alla rappresentazione della ruralità, la propria identità, la ricerca di “radici”, elemento simbolico che la metropoli oggi non riesce più a dare.


L’evoluzione dell’idea di ”imprenditore agricolo” e le tappe del percorso di liberazione dalle tante tutele onerose che gravavano sul mondo rurale sono ottimamente tracciate, ma la riflessione, con buona pace di chi ancora non vuole né vedere, né crescere, non si ferma.


Apre, infatti, con l’allargarsi dell’obbiettivo, al presente ed al futuro. Vede, quindi, come l’agricoltura possa e debba andare ancora oltre, diventando, in un’ottica globale, nuovamente centrale, per la qualità della vita, per la sicurezza alimentare globale, per l’ambiente. Suscita, quindi, la domanda: l’agro-teatro di questi anni sarà forse l’humus della rinascita agricola?


Il volume così diventa, o dovrebbe diventare, strumento di riflessione per tutti coloro che possono contribuire all’evoluzione dell’economia del territorio, che siano nella politica, nell’amministrazione, nell’assistenza tecnica, nella formazione, nella ricerca o nelle imprese.


Perché abbiano il coraggio di capire la scala delle trasformazioni in atto, quindi di accettare ed affrontare la realtà di un settore che non può più contare sull’assistenzialismo e deve riscoprire il proprio ruolo economico, culturale e sociale e gli spazi d’impresa che questo determina.


Perché abbiano il senso di responsabilità globale necessario a rinunciare ai loro piccoli o grandi snodi di potere, ai loro potenziali di veto, che finora hanno venduto caro. Cosicché il settore possa, con le semplificazioni di cui ha bisogno, alzarsi in volo e conquistare la sua nuova, possibile, dignità, assumendo in pieno il proprio ruolo, primario e terziario.


Ne raccomando, peraltro, la lettura a quei tanti ragazzi che, motivati, per lo più, da sogni, si iscrivono alle Facoltà d’Agraria. Perché li possa aiutare a conservare e rafforzare la loro “mission”, ma con la consapevolezza della complessità del settore e della sua storia. Perché, quindi, possano, nei loro studi, puntare agli spazi reali che la trasformazione apre, oltre il replicarsi di cattedre e sgabelli inutili.


Per le stesse ragioni spero che il volume arrivi tra le mani di quegl’altri ragazzi, per lo più di città che, di nuovo, sognano il “ritorno alla terra”, ma lo vivono nei vuoti della metropoli stessa. Perché non siano ingenui e sognatori, com’è stata gran parte dei loro genitori o nonni del tempo delle cooperative e delle comuni, ma non perdano neanche la loro freschezza, eventualmente trascinati ed invischiati da chi promette spartizioni per il solo obbiettivo di avere un piedistallo ed una corte.


Franco Paolinelli, presidente Ass. Cult. Silvicultura Agrocultura Paesaggio



Alfonso Pascale, "Radici & Gemme. La società civile delle campagne", Cavinato Editore International, 2013, pp. 360, Euro 20

26 maggio 2012

Convegno a Roma su CIBO TERRA ACQUA SOSTENIBILITA'. QUALE FUTURO PER 10 MILIARDI DI PERSONE

La rivista culturale l’albatros ha organizzato il Convegno sul tema CIBO TERRA ACQUA SOSTENIBILITA’. QUALE FUTURO PER 10 MILIARDI DI PERSONE.

L’iniziativa si svolgerà giovedì 31 maggio 2012, dalle ore 15,30 alle 19,30, a Roma nella Biblioteca del Senato, Sala degli Atti Parlamentari, in Piazza della Minerva 38.

Aprirà i lavori Agostino Bagnato, direttore della rivista.

Le relazioni saranno svolte da Alfonso Pascale, studioso di politica agraria, ed Ettore Ianì, presidente di Lega Pesca.

Interverranno Paolo Russo, presidente della Commissione Agricoltura della Camera, Leana Pignedoli della Commissione Agricoltura del Senato, Giorgio Tonini della Commissione Affari Esteri del Senato, Corrado Barberis, presidente dell’INSOR, Franco Chiriaco del CESE, Piero Conforti della FAO, Marco Berardo Di Stefano, presidente della Rete Fattorie Sociali, Enzo Lo Scalzo, presidente Agorà Ambrosiana, Luigi Rossi, presidente della FIDAF, Michele Zannini, presidente di ACLI Terra.

L’intervento conclusivo sarà svolto da Franco Ferrarotti, sociologo, scrittore, Accademia dei Lincei..

L’invito-programma si può scaricare da questo link: http://www.lalbatros.it/index.php?option=com_content&view=article&id=267:cibo-terra-acqua-sostenibilita&catid=3:ambiente

 

4 marzo 2012

Alfonso Pascale recensisce l'ultimo libro di Paolo De Castro "Corsa alla terra"

L’ultimo libro del presidente della commissione agricoltura del Parlamento europeo, Paolo De Castro, s’intitola “Corsa alla terra. Cibo e agricoltura nell’era della nuova scarsità”. E’ un saggio agile e accessibile anche ai non addetti ai lavori che affronta il problema più grave esploso negli ultimi anni, quello riguardante le persone denutrite nel mondo, il cui numero ha ripreso a crescere.

Si è, infatti, improvvisamente invertita una tendenza che aveva alimentato la speranza in un futuro migliore, tanto da spingere agli inizi di questo nuovo millennio le grandi organizzazioni internazionali a porsi l’obiettivo di dimezzare, entro il 2015, la percentuale della popolazione mondiale in condizioni di estrema povertà.

Le cause di questa nuova situazione sono molteplici e De Castro racconta in questo libro quanto sta accadendo, analizzando con grande competenza fenomeni nuovi, come il boom dei prezzi delle derrate alimentari, la speculazione finanziaria sul cibo, la modificazione delle diete nei paesi emergenti, le conseguenze del cambiamento climatico, l’accaparramento delle terre in Africa e in America Latina da parte di soggetti provenienti da altre aree del pianeta, la produzione di biocombustibili in competizione con la produzione agricola. Tutti fenomeni che s’intrecciano con una crescita demografica inarrestabile: già tra meno di vent’anni la terra avrà un miliardo in più di bocche da sfamare e gli incrementi riguarderanno i paesi poveri e quelli emergenti.

La Fao sostiene da tempo che, per venire incontro alla domanda di cibo di una popolazione in aumento e che sarà più ricca e più urbanizzata, la produzione agricola destinata ad usi alimentari dovrebbe aumentare del 70 per cento da qui al 2050. Ma questo obiettivo si allontana con la recente turbolenza dei mercati delle derrate agricole e con l’accentuarsi dei divari tra il Nord e il Sud del mondo.

Da tutti questi elementi viene fuori un’esigenza non più rinviabile: quella di dotarci di una politica di sicurezza alimentare coordinata a livello globale. Ma il libro non offre, purtroppo, indicazioni in merito a questo punto cruciale, limitandosi a riportare lo stato del dibattito a livello di G20.

Fin dalle prime pagine del volume e poi in modo sempre più netto in quelle conclusive, l’autore sostiene, invece, una tesi che non mi sembra condivisibile: lo scenario di nuova scarsità del cibo avrebbe un impatto non solo nei paesi più poveri ma anche in quelli ricchi; e, dunque, secondo De Castro, tutte le aree del mondo dovrebbero concorrere a produrre più cibo per fronteggiare l’era della nuova scarsità.

In sostanza, l’insicurezza alimentare viene presa a pretesto per giustificare un nuovo ciclo di politiche agricole protezionistiche nei paesi ricchi al fine di produrre più derrate agricole. E dunque la nuova PAC dovrebbe essere congegnata in modo tale da risolvere il “paradosso” di dover liberalizzare i mercati agricoli e, nello stesso tempo, proteggere gli agricoltori, sostenendo l’agricoltura europea nel produrre di più per fronteggiare la nuova scarsità alimentare.

Ma è facile notare che questa soluzione sia del tutto contraddittoria con gli obiettivi che, invece, dovrebbero perseguire i paesi in via di sviluppo per affrontare la loro insicurezza alimentare, che non è dovuta tanto alla scarsità di cibo ma alla scarsità degli investimenti per risolvere il problema dell’accesso al cibo.

Il relatore speciale dell’Onu sul diritto al cibo, Olivier De Schutter, ha denunciato ancora di recente il carattere protezionistico delle proposte della Commissione europea sulla riforma della PAC, perché i sussidi agli agricoltori dei paesi industrializzati generano distorsioni nei mercati internazionali. E le vittime principali sono gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo che si vedranno sempre più tagliati fuori dai mercati delle derrate agricole.

“L’UE – ha dichiarato De Schutter – ha aperto le porte alle esportazioni del mondo in via di sviluppo, ma questa apertura è inutile se i piccoli agricoltori del Sud non possono vendere i loro prodotti alimentari nei loro mercati interni. Dobbiamo aiutare i paesi a basso reddito a non dipendere dalle importazioni a basso prezzo ma a ricostruire i loro sistemi alimentari. Non dobbiamo dar loro da mangiare, ma aiutarli a nutrirsi. Se la produzione alimentare aumenta con una ulteriore marginalizzazione dei piccoli agricoltori nei paesi in via di sviluppo, si perde la battaglia contro la fame e la malnutrizione”.

Non poteva essere più netta la presa di posizione del relatore speciale Onu sul diritto al cibo per far cadere l’impalcatura su cui si è costruito il teorema della PAC 2014-2020. Un falso teorema che dice in sostanza: siccome il mondo ha bisogno di più cibo, gli agricoltori europei vanno sostenuti per fare in modo che producano di più, col solo vincolo di inquinare di meno.

A questa conclusione non perviene solo De Castro, che dà voce all’insieme delle lobby agroalimentari europee che difendono le proprie rendite di posizione, ma sembra accodarsi ad essa lo stesso Romano Prodi, che firma l’introduzione con parole elogiative senza rilevare la palese contraddizione. E devo confessare che sono rimasto spiacevolmente colpito dalla leggerezza con cui politici intelligenti, come il parlamentare europeo Roberto Gualtieri in occasione della presentazione del libro a Roma, si siano adeguati acriticamente a questa tesi.

Se davvero ci sta a cuore il problema della fame nel mondo, come si sostiene nel libro, si fa ancora in tempo a proporre di spostare una parte delle risorse che sono destinate ai sussidi diretti ai nostri agricoltori, per finanziare invece la ricerca e l’innovazione e sostenere la crescita produttiva dei paesi in via di sviluppo. Dobbiamo, cioè, finalizzare una parte delle risorse per accrescere la capacità delle popolazioni locali ad investire nelle loro agricolture.

Gli agricoltori europei non hanno bisogno di grandi risorse per sostenere i propri redditi, ma di redistribuirle in modo più equo tra grandi e piccoli produttori e tra aree forti ed aree deboli, agganciando i sussidi alla produzione effettiva di beni pubblici, ambientali e relazionali, e ai rischi derivanti dagli eventi climatici estremi e dalla volatilità dei prezzi.

L’agricoltura europea ha, invece, estrema necessità – per fronteggiare seriamente la crisi economica che stiamo vivendo e contribuire a farvi fronte - di adeguare e rafforzare la politica di sviluppo rurale perché punti effettivamente allo sviluppo economico territoriale, all’ammodernamento delle politiche di welfare, al miglioramento della qualità della vita e all’inclusione sociale nelle aree rurali, al contributo che l’agricoltura può dare per rendere vivibili le aree urbane, nonché alla costruzione di sistemi agroalimentari, organizzati a livello locale e nazionale per cogliere le opportunità dei nuovi mercati nei paesi emergenti.

Manca un dibattito serio sulle difficoltà gestionali che stiamo incontrando in questo ciclo di programmazione per rivedere procedure e strumenti in quello che sta per aprirsi e trovare il modo giusto per integrare davvero i diversi fondi strutturali europei.

Il “paradosso” di dover liberalizzare i mercati e, nello stesso tempo, proteggere gli agricoltori coi sussidi si può risolvere solo in un modo: con liberalizzazioni e protezioni a geometria variabile.

I paesi più poveri dei nostri hanno bisogno, per un certo periodo, di proteggersi dalle importazioni dei nostri prodotti agricoli e puntare al proprio sviluppo autoctono. E noi dovremmo dichiararci disponibili a favorire queste legittime e irrinunciabili esigenze.

I paesi industrializzati, invece, qualora le crisi alimentari dovute ai prezzi alti del cibo colpissero le fasce povere della popolazione, non dovrebbero provvedervi producendo di più localmente, ma dovrebbero farvi fronte con adeguate politiche di welfare in grado di lottare effettivamente contro le povertà.

Il bilancio comunitario va, pertanto, riequilibrato in questa direzione: meno sussidi agricoli e più politiche per lo sviluppo economico, il welfare e l’innovazione.

Ma dove sono finite le voci liberaldemocratiche che un tempo denunciavano in Italia e in Europa il protezionismo della PAC, che ora riemerge con maggiore vigore ammantato addirittura di false motivazioni etiche?

16 dicembre 2011

Alfonso Pascale recensisce il libro di Pierre Rabhi "Manifesto per la terra e per l'uomo"

Anche chi è allergico ai toni estremi degli ecologisti apocalitticifarebbe bene a leggere il libro di Pierre Rabhi intitolato “Manifesto per laterra e per l’uomo” (add editore, Torino, 2011). L’Autore è un contadinofrancese di origine algerina. Prima di trasferirsi nell’Ardèche per coltivarela terra, lavorava a Parigi come operaio specializzato. Fa dunque parte diquella schiera di nuovi agricoltori che provengono dalla città e hanno sceltodi vivere in campagna non come ripiego ma come adozione di un diverso stile divita. Negli anni Novanta ha fondato l’associazione “Terre & Humanisme” perla trasmissione dell’etica e della pratica agroecologica e nel 2006 “Colibris”.Con questo libro, egli intende lanciare un appello alle persone di buona volontàperché assumano comportamenti responsabili nei confronti del pianeta avantaggio delle generazioni future.

Rabhi pone sotto accusa l’agricoltura industrializzata,tacciandola senza mezzi termini come meccanismo perverso “che può produrre solodistruggendo” e come “una delle grandi responsabili della fame nel mondo”. E ilmangiare, che ha la funzione di conservare la vita, nelle forme che ha assuntonella contemporaneità viene indicato come un vettore non secondario di morte. Esecondo questa visione, un’agricoltura che non potrebbe produrre senzadistruggere porterebbe in sé anche i germi della propria distruzione.

Dopo aver tratteggiato a tinte così fosche gli scenari presentie futuri, Rabhi indica l’ecologia come uno stato di coscienza e ossatura di unanuova etica individuale. Non è sufficiente – si può sintetizzare così il suopensiero – mangiare biologico, riciclare l’acqua, riscaldarci con l’energiasolare, decidere aggiustamenti o approvare leggi restrittive e repressive persalvaguardare il pianeta, ma occorre riformare profondamente il nostro modo dipensare e di comportarci. La bellezza potrebbe salvare il mondo se per bellezzaintenderemo la compassione, la condivisione, la moderazione, l’equità, lagenerosità, il rispetto della vita in tutte le sue forme. E si può averesuccesso perché questo tipo di bellezza “si nutre di quel fluido misterioso dicui niente può eguagliare la potenza costruttiva, e che noi chiamiamo Amore”.

Nella prima parte del libro questi temi sono affrontati daun punto di vista diciamo teorico. Si tenta, in sostanza, di costruire un nuovoparadigma di umanesimo universale, innervandolo in una concezione dell’ecologiache da scienza diventa etica. Nella seconda parte sono indicate le scelteconcrete che ogni individuo dovrebbe compiere per assumere gli stili di vita egli impegni corrispondenti agli imperativi morali che la presa di coscienza propone. Sono così indicate le modalità dicoltivare la terra ispirandosi ai principi e alle tecniche dell’agroecologia; imodelli educativi per modificare le logiche di consumo e sostituire lacompetizione con la collaborazione, la dipendenza con l’autonomia, ilrendimento con il rigoglio; i percorsi per costruire iniziative individuali coerenticoi principi ecologici e reti di economia solidale. L’originalità del libro staproprio nella presentazione di esperienze concrete e di realizzazioni indiversi contesti territoriali.

Molte indicazioni che il libro offre appaiono senz’altrocondivisibili; ed io le sento particolarmente mie perché esse sono in pienasintonia coi principi a cui già i padri costituenti, nel redigere l’art. 44della Costituzione riguardante la terra come bene comune, fecero esplicitoriferimento: la salvaguardia del territorio e il conseguimento della giustiziasociale.

Ma tali suggerimenti possono benissimo essere recepiti dachiunque, senza tuttavia doverle giustificare con la previsione di scenariallarmistici e con accuse non fondate nei confronti dell’agricolturaindustrializzata. Condividere e praticare stili di vita, modelli produttivi edi consumo alternativi a quelli usuali, non significa essere più buoni mentregli altri che non adottano tali scelte sono i cattivi. E’ falso affermarlo ed èpericoloso lasciarlo intendere. Nel momento in cui s’inculca questa idea scattail meccanismo amico/nemico che tanto orrore ha provocato nel Novecento.

Questo non vuol dire che i comportamenti irresponsabilidelle imprese non debbano essere stigmatizzati ma bisogna farlo nonappellandosi a scelte etiche individuali o di gruppo, bensì costruendo unalegislazione, un’autoregolamentazione e una collaborazione mediante il dialogocostruttivo con tutti i soggetti coinvolti in un determinato problema.

Non usciremo dalle difficoltà economiche e non contribuiremoa salvare il pianeta, dividendoci aprioristicamente tra chi vuole costruire unmondo migliore e chi invece vorrebbe distruggerlo. Vi è bisogno di approfondirei problemi, dedicandoci all’ascolto reciproco per trovare soluzioni condiviseche ci permettano di acquisire consapevolezza del mondo in cui viviamo eaccrescere così ciascuno la nostra libertà.

Leggere il libro di Rabhi è importante perché,indipendentemente dalle nostre convinzioni personali, induce a riflettere e acomprendere meglio i punti di vista che sono in campo.

   

17 aprile 2007

In Cina la barca vorrebbe affondare l'acqua



Due giornalisti cinesi, Chen Guidi e Wu Chuntao, hanno visitato per tre anni consecutivi oltre cinquanta villaggi lungo tutta la provincia dello Anhui ed hanno intervistato migliaia di contadini. Al termine del lavoro hanno scritto un’inchiesta sulle disuguaglianze che affliggono 900 milioni di contadini cinesi, il 40 per cento di tutti i contadini del pianeta.
Il reportage ha avuto una risonanza notevole perché ha posto in risalto la dura realtà della Cina rurale; una situazione drammatica che costituisce la principale questione che quel paese deve oggi affrontare e che gli autori hanno riassunto nella formula delle “tre agri”: il problema dell’agricoltura, il problema delle aree rurali e il problema degli agricoltori.
Il libro ha venduto più di 150 mila copie prima che improvvisamente, nel marzo del 2004, le autorità lo portassero via dagli scaffali delle librerie. Da quel momento è stato possibile trovarlo solo in edizioni pirata lungo le strade. Così, nonostante la censura, sono state vendute in ogni parte della Cina 8 milioni di copie. Ora il libro è stato tradotto in italiano con il titolo “Può la barca affondare l’acqua?” che allude ad un motto dell’imperatore Taizong: “L’acqua sostiene la barca; l’acqua può anche affondare la barca”. Ebbene, quando parlava dell’acqua, l’imperatore si riferiva ai contadini. Più di mille anni fa, Taizong capiva infatti la loro importanza. Ma oggi i governanti cinesi pensano che la barca possa fare a meno dell’acqua.
Nella Cina di oggi si è allargata la distanza tra ricchi e poveri “Dinanzi alle descrizioni ottimistiche e ammirate del «miracolo cinese» questo libro richiama bruscamente alla realtà” ha scritto nella prefazione Federico Rampini, corrispondente a Pechino de “La Repubblica” e autore di saggi importanti sulla straordinarietà dello sviluppo impetuoso di paesi come la Cina e l’India.
Nella Cina di oggi la distanza tra ricchi e poveri è più ampia di quella che si registra negli Stati Uniti di Bush e nella Russia di Putin. Le testimonianze raccolte compongono, infatti, una sorta di lamento corale di un esercito di afflitti e di disperati. E il filo conduttore che lega le sofferenze descritte è l’estorsione sistematica di imposte e balzelli fiscali – spesso pretesi in modo illegale – da parte di una classe dirigente locale dispotica e cinica. Sembrano le immagini di un paese dove il regime feudale non è mai stato scardinato. Ma non è così: in Cina si è compiuta la rivoluzione comunista all’insegna dell’egualitarismo; si è dato luogo all’eliminazione fisica dei proprietari terrieri, alla collettivizzazione dell’agricoltura, all’esperienza delle comuni. Ma la sbornia ideologica di egualitarismo maoista ha paradossalmente prodotto un individualismo spietato dai connotati razzisti. Sicché ai mandarini di un tempo sono subentrati i capi locali del partito comunista che in molte regioni povere agiscono come veri e propri boss mafiosi con la copertura omertosa di ogni autorità dello Stato, dalla magistratura alla polizia. Ancora oggi si chiamano contee le cento Cine in cui è decentrato il potere statale e contro le autorità locali continuano a scoppiare innumerevoli rivolte contadine soffocate sul nascere né più né meno come nel passato.
Nel libro si dà conto della vasta rete di attivisti, nata per tutelare i diritti civili nelle campagne, ma questo commovente tessuto di solidarietà non ha nulla a che vedere con un movimento organizzato. Le proteste che si manifestano nelle campagne sono sistematicamente sedate con violenze arbitrarie ed infami ricatti. Le Chinatown diffuse in ogni parte del mondo ora sorgono in Cina Fuggendo verso le città i contadini cinesi non trovano affatto un modo per uscire dallo stato di soggezione perché restano privi dei diritti di cui godono i residenti urbani, come l’assistenza sanitaria e la scuola per i figli. In realtà vengono considerati dai ceti medioalti che vivono nelle città come dei nuovi barbari. Stanno sorgendo all’interno del paese più Chinatown di quelle sparse per il mondo, ma con un tasso di conflittualità tra locali e immigrati pari a quello che si manifestò a San Francisco quando a metà ‘800 sorsero i primi nuclei del “quartiere cinese”.
Gli esecrandi episodi di xenofobia contro la comunità cinese a Milano ha giustamente suscitato l’immediata reazione di forze politiche e sociali e dello stesso ambasciatore della Repubblica popolare. Ma agli atti di teppismo contro i contadini che addensano le periferie delle megalopoli cinesi non reagisce nessuno.
E' urgente la proprietà della terra ai contadini La Cina avrebbe bisogno di una vera riforma agraria, che permetta a milioni di contadini di accedere alla proprietà della terra, come base su cui avviare un processo di democratizzazione del paese. Ma purtroppo tra le tante misure ultimamente annunciate dal presidente Hu Jintao e dal premier Wen Jiabao per riconquistare il consenso sociale, ormai dissoltosi nelle aree più arretrate, quella che è finora mancata è proprio la riforma del regime di proprietà terriera nelle campagne. E’ infatti la collettivizzazione delle terre la causa scatenante della ribellione contadina perché costringe le famiglie agricole a subire le angherie delle autorità locali. Come per le democrazie occidentali proprietà diffusa della terra e ordinamento democratico sono state due facce della stessa medaglia, così per uno sviluppo equilibrato della Cina la prima misura che potrebbe avviare una stagione di diritti individuali e coniugare finalmente crescita economica e giustizia sociale è la distribuzione della terra ai contadini per farne dei proprietari. E’ evidente che questa nuova condizione per milioni e milioni di cittadini significherebbe la fine della sudditanza, la nascita di raggruppamenti politici in competizione per il potere e l'avvento della democrazia.
Ma a questo si oppongono in modo virulento i poteri oligarchici che intendono conservare i propri privilegi. E il governo di Pechino all’alternativa tra rimettere in discussione il monopolio del partito unico o consentire che continuino a dilagare la corruzione e la prepotenza si ostina a rifiutare la prima opzione. Non solo. Per impedire che questa alternativa diventi dialettica politica tra forze che potrebbero organizzarsi liberamente si ricorre senza ritegno alla censura. Si impedisce che la gente che vive in città possa essere informata su quanto accade nelle campagne. Ma fortunatamente Chen e Wu hanno deciso di non piegarsi alle minacce e alle persecuzioni e stanno scrivendo il seguito della loro inchiesta.

Chen Guidi, Wu Chuntao, “Può la barca affondare l’acqua? Vita dei contadini cinesi”, Marsilio Editori, 2007, pagg. 240, Euro 15

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