.
Annunci online

 
lostruscio 
<%if foto<>"0" then%>
Torna alla home page di questo Blog
 
  Ultime cose
Il mio profilo
  Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
  Wind Rose Hotel
LibertàEGUALE
le nuove ragioni del Socialismo
l'albatros
La Voce
Caffè Europa
Reset
Partire dal territorio
Quaderni Radicali
Italia Oggi
akiko
Panther
Sannita
Sonia
aldotorchiaro
bazarov
miele98
ereticoblog
Viaggio
Punta Campanella
Corradoinblog
Tommaso
Nunzia
frine
castellidiparole
Nuvolese
Meno Stato
  cerca



Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

Diario | La vetrina | I paesaggi | I fatti | Le cantate | I passaggi |
 
Diario
1visite.

15 ottobre 2013

Roberto Finuola recensisce "Radici & Gemme" di Alfonso Pascale

Il ponderoso volume di Alfonso Pascale intitolato "Radici & Gemme" costituisce un suggestivo e rigoroso affresco dell’evoluzione della società civile - nelle campagne italiane dall’Unità ad oggi - nel quale il rigore scientifico della narrazione si unisce ad una, non sempre comune, capacità di descrizione pittorica degli avvenimenti in grado di rendere vive e vicine al lettore le dinamiche descritte.

Il grande mosaico che ne deriva fa scomparire nel lettore il luogo comune dell’agricoltura come settore arretrato, luogo di povertà e di sottosviluppo, e gli lascia al contrario, alla fine della lettura, la vivida sensazione di una vitalità del contesto rurale che ha radici lontane con esperienze di eccellenza in ogni periodo (le “radici” e le “gemme” del titolo), vitalità che non si è mai sopita anche nei periodi più difficili e che oggi, finalmente, riemerge con la riscoperta dei valori della campagna che ha nel nostro Paese caratteri tanto peculiari quanto unici in termini di ricchezza e di diversità.
L’aspetto certamente più caratterizzante del lavoro è quello di offrire una visione multidimensionale dei fenomeni descritti: di ciascun periodo storico vengono contestualmente esaminati gli aspetti economici, quelli sociali, quelli sociologici, quelli politici, quelli storici,…. evidenziandone in ogni occasione le interrelazioni e le interdipendenze. Questa capacità di cogliere i vari aspetti della storia agricola e di analizzarli sotto diverse angolazioni nel medesimo tempo e senza perdere l’unitarietà della narrazione, trae certamente origine dalla storia stessa dell’Autore che proviene, lui medesimo, da quel mondo rurale che tanto sapientemente descrive e che al mondo contadino ha dedicato tutta la sua vita come dirigente sindacale prima e come acuto studioso poi.

Ne consegue una visione a tutto tondo della evoluzione della società civile delle campagne che caratterizza l’opera e ne fa un unicum nel panorama delle analisi storiche, sociologiche ed economiche dell’agricoltura italiana. Economisti agrari, sociologi, storici, studiosi della politica troveranno infatti nel volume un indubbio arricchimento delle loro specifiche conoscenze con in più la possibilità di leggere la storia agricola nazionale anche sotto altri punti di vista spesso obliterati da quelle logiche di analisi parcellizzata troppo spesso presenti nell’Accademia.

In più, l’Autore, attraverso una rigorosa e documentata analisi della storia dell’agricoltura italiana nei diversi periodi esaminati, (dall’Unità alla prima guerra mondiale, dal primo dopoguerra al fascismo ed alla II guerra mondiale, dal secondo dopoguerra alle crisi degli anni ’70, dalle vicende della prima e della seconda Repubblica ad oggi), offre più di uno spunto originale per una reinterpretazione di tali vicende in grado di superare visioni stereotipate, come ad esempio nel caso delle presunte “arretratezze” della nostra agricoltura che hanno caratterizzato tanti lavori di ricerca anche recenti, o come nel caso delle analisi relative agli squilibri territoriali.

Dall’analisi di Pascale emerge, infatti, chiaramente come quelli che venivano un tempo definiti elementi di debolezza dell’agricoltura italiana (forte presenza di piccole aziende basate spesso sull’autoconsumo e/o part-time, bassa meccanizzazione con l’utilizzo di tecniche di coltivazione tradizionali,...) costituiscono invece oggi il presupposto dell’attuale fase di rivalorizzazione e di ritorno di molti giovani all’agricoltura.
I guasti ambientali e le ricadute sulla qualità degli alimenti dovuti a orientamenti produttivistici estremi stimolati in un primo tempo dalla stessa UE, nonché la crescita della consapevolezza della società civile non rurale circa i costi di una tale agricoltura, hanno infatti per converso portato a rivalorizzare quell’agricoltura tradizionale non inquinante, largamente diversificata e fortemente radicata nel territorio che in passato veniva additata come arretrata. L’analisi storica di Pascale ci porta così, passo dopo passo, a scoprire quei pionieri che in tutte le epoche e un po’ dovunque nel territorio - e fortemente anche nel Mezzogiorno - si sono fatti paladini e conservatori di quelle metodiche e di quelle tradizioni rurali che oggi tanto vengono vantate dai più.

Altrettanto stimolante è la disamina del periodo immediatamente successivo all’Unità d’Italia nel quale molte verità storiche, finora lette alla luce della visione dei vincitori, vengono portate alla ribalta minando fortemente il mito del Nord progressista ed illuminato contrapposto al buio ed alla arretratezza borbonica. Ne sono esempi l’uso collettivo delle terre nel Regno delle Due Sicilie e le opere di bonifica nell’Appennino meridionale realizzate dal Regno Borbonico. Ne è esempio l’interessate rilettura che l’Autore fa della prima guerra civile nazionale (la cosiddetta “lotta al brigantaggio”) vista nel volume essenzialmente come reazione del mondo contadino totalmente escluso dalle dismissioni delle terre demaniali e dell’asse ecclesiastico.

Un discorso a parte merita la ricostruzione della storia della rappresentanza sindacale del mondo agricolo che vanta tradizioni elevatissime. Mosso certamente dalla propria storia personale di dirigente di un’organizzazione agricola, l’Autore fa rivivere i grandi personaggi del sindacalismo ricordando con motivato orgoglio che proprio nel mondo agricolo nasce, ai primi del Novecento, la prima organizzazione di rappresentanza sociale con la Federazione nazionale dei lavoratori della terra (Federterra, 1901).

Si stagliano quindi nella ricostruzione di Pascale le grandi figure che, nelle loro grandezze e nelle loro contraddizioni, hanno popolato le campagne a partire da quella Argentina Altobelli che, nel 1905 viene eletta segretaria nazionale di Federterra a testimonianza del ruolo primario che le donne hanno rivestito da sempre nel settore primario e che le vede ancora oggi in primo piano nel presente “ritorno alla terra”.

Un altro merito del volume è, infine, quello di non limitarsi ad una analisi storica, ancorché ampiamente documentata e largamente innovativa nell’approccio, bensì di tentare un aggancio con le attuali dinamiche facendo intravvedere possibili futuri sviluppi per un mondo rurale che può e deve porsi nuovi traguardi globali per una alimentazione equamente distribuita e sicura, per il superamento della dicotomia fra città e campagne, per un nuovo possibile sistema di welfare basato sui tradizionali valori contadini della mutua assistenza e della reciprocità.

Le problematiche relative al cibo ed alla sicurezza alimentare, alle contraddizioni dello sviluppo agricolo capace di raggiungere elevati valori produttivi troppo spesso a scapito dell’ambiente e della qualità della vita, al difficile rapporto fra città e campagne con la prima che finisce per depauperare la seconda attraendone gli abitanti e riducendo gli spazi verdi con la cementificazione, portano a recuperare modelli antichi che per fortuna il mondo rurale non ha mai totalmente perso.

Così vengono valorizzate quelle che Pascale chiama le “reti della consapevolezza”, che, intorno ai temi del cibo, della solidarietà e dell’accoglienza, si organizzano silenziosamente mettendo in discussione i vecchi modelli dando vita ad una nuova società civile di cui sono espressione, ad esempio, quelle fattorie sociali in grado di offrire servizi ed assistenza a soggetti deboli (disabili, anziani, …) cui il tradizionale sistema di welfare non sembra più in grado di offrire i servizi necessari.
Significativamente il volume si conclude con una domanda: “ci sarà un futuro per l’agricoltura?” A questa domanda Pascale risponde che spontaneamente si sono delineate tre prospettive (“traiettorie”) di sviluppo, apparentemente contraddittorie fra loro ma in realtà complementari: l’agricoltura industrializzata che adegua continuamente la crescita della dimensione di scala e adotta strategie di sostenibilità per sopravvivere; l’agricoltura multifunzionale che realizza economie di scopo e crea nuovi mercati; l’agricoltura che disattiva la funzione produttiva per privilegiare altre attività (creazione di energia, fornitura di servizi sociali, ambientali, ricreativi,…).

Oggi “in maniera suicida” queste tre agricolture sono viste in contrapposizione fra loro mentre, secondo L’Autore, potrebbero convivere se si esaltassero i rispettivi aspetti positivi a scapito di quelli negativi, alimentando le loro interconnessioni al fine di accrescere la coesione sociale e superando gli interessi egoistici che, almeno in Italia, hanno quasi sempre guidato il settore.

Il volume si chiude quindi con un appello a “quegli elementi tipici del mondo contadino che appartengono al Dna della nostra società ma che sono da tempo latenti”: legami sociali, conoscenza, fraternità civile, solidarietà,… valori che sentiamo di condividere e che, dopo la lettura del saggio di Pascale, sentiamo di conoscere meglio in vista di una loro realizzazione.

(Tratto da "SPECIALE CULTURA" dell'Agenzia quotidiana "agra press" 15 ottobre 2013)

21 aprile 2013

Post di Alfonso Pascale: "Il PD, la crisi della rappresentanza e le possibili soluzioni"

E’ la prima volta che l’elezione del presidente della repubblica suscita un così vasto interesse tra i cittadini al punto che i contrasti politici – che ci sono quasi sempre stati nei rinnovi dell'inquilino al Quirinale – dall’aula di Montecitorio questa volta sono tracimati nella piazza. La molla è scattata con la consultazione on line organizzata dal M5S per individuare la propria rosa di candidati. Il nome di Rodotà - eminente giurista con un lungo percorso politico nella sinistra - proposto da Grillo ha trovato consensi non solo in SEL ma anche nella sinistra del PD. Quando il comico ha compreso che il suo candidato univa i suoi, spaccava il centrosinistra e isolava Berlusconi, non gli è sembrato vero usare la proposta come una clava per suscitare disorientamento nella base del PD. E così questa, dapprima, si è ribellata alla candidatura di Marini e, successivamente, ha mostrato profonda delusione per l’iniziativa di cento franchi tiratori volta ad azzoppare quella di Prodi. A corto di proposte risolutive convergenti, i leader di PD-PDL-SC hanno interrotto un percorso accidentato che stava degenerando in un clima conflittuale pesante, facendo rieleggere Napolitano.

E’ difficile comprendere quello che è avvenuto in questi giorni se non si ricostruisce storicamente lo scenario in cui si colloca la crisi della rappresentanza che ha investito il sistema politico.

La nostra repubblica è nata in un contesto politico-culturale fortemente condizionato dal timore di una insufficiente capacità della nostra democrazia di resistere a nuove spinte autoritarie. Un timore indotto dal ricordo vivido del fascismo e dalla presenza del più forte partito comunista d’Occidente.

Le norme costituzionali sull’architettura delle nostre istituzioni riflettono questo clima politico-culturale. La forma di governo prevede, infatti, contrappesi più gravosi del peso rappresentato dal governo e dalla sua leadership: il presidente del consiglio è solo un primus inter pares tra i ministri e, a differenza della maggior parte dei suoi colleghi europei, non può neppure nominare e revocare i ministri, tanto meno sciogliere le Camere; il governo in parlamento è debole, non dispone di alcun potere formale di agenda se non quello che gli deriva dalla decretazione d’urgenza e dalla questione di fiducia, delle quali si fa infatti da sempre largo uso e abuso; l’Italia è l’unica democrazia europea nella quale vige il bicameralismo perfetto; il presidente della repubblica è un potere di controllo sul governo, più forte e penetrante di quello previsto negli altri sistemi parlamentari europei.

La radice di questa connotazione della forma di governo è squisitamente politica. Durante i lavori dell’assemblea costituente, De Gasperi e Togliatti s’incontrarono su una linea di forte convergenza quanto agli obiettivi programmatici della repubblica nata dalla Resistenza contro il nazifascismo, ma anche su una non meno forte reciproca diffidenza quanto ad affidabilità democratica. La preoccupazione maggiore di De Gasperi era che il Pci potesse diventare maggioranza. Non dissimile era l’atteggiamento di Togliatti. La seconda parte della Costituzione nasce, pertanto, da un eccesso di paura l’uno dell’altro. La medesima paura fu alla base anche della scelta del sistema proporzionale, nella versione più pura tra i grandi paesi europei.

Queste dinamiche politiche hanno reso stabilmente instabili i governi e complessivamente debole il sistema politico italiano. La mancanza di un primo ministro forte significava affidare esclusivamente al gioco parlamentare e alle dinamiche dei suoi equilibri – con il presidente della repubblica come garante – la traduzione del voto popolare in termini propriamente politici, di governo.

Si è consolidato, di conseguenza, il ruolo assolutamente preponderante dei partiti, sospeso tra principi e prassi, tra costituzione formale e costituzione materiale. I partiti gestivano i gruppi parlamentari, determinavano la durata dei gabinetti, selezionavano il ceto politico e di governo. I loro segretari erano percepiti come leader – sebbene la loro carica non avesse alcun rilievo costituzionale –molto di più di presidenti del consiglio spesso scialbi e incolori. Da organizzatori e cinghie di trasmissione della sovranità popolare, i partiti ne sono diventati ben presto i depositari e i padroni.

Ma fino a quando i partiti sono stati davvero i tessitori del rapporto tra società e politica, l’equilibrio tra architettura debole delle istituzioni e forte regia dei partiti ha retto. Dagli anni Settanta questo equilibrio si è rotto e si è sempre più allargato il distacco tra partiti, parlamento e popolo.

La crisi della rappresentanza ha in Italia alcune cause specifiche: la lunga durata di una democrazia bloccata, la partitocrazia e i fenomeni di corruzione. Ma bisogna considerare anche un’altra causa della crisi della rappresentanza che è di dimensione globale: la sfasatura macroscopica fra i tempi della politica - i ritmi della democrazia rappresentativa – e i tempi di formazione dell’opinione pubblica e delle esigenze che in essa si esprimono; fra il tempo delle domande e dei bisogni e quello delle risposte e delle decisioni.

Tale sfasatura ha reso difficoltoso il meccanismo della delega all’interno della democrazia rappresentativa. I cittadini non sono più disposti ad una cessione illimitata e incontrollata della sovranità. Vogliono contare nelle decisioni o almeno in quelle ritenute essenziali. Ma mentre altrove si è potuto far fronte, almeno in parte, all’accresciuto bisogno di rapidità e di vicinanza della politica, utilizzando meglio alcuni strumenti istituzionali già esistenti (elezioni dirette, bipartitismi più solidi,tradizioni di partecipazione intermedia più sviluppate), da noi il bisogno di contare nelle decisioni - non trovando validi ammortizzatori istituzionali ma solo palliativi mass-mediali - ha ulteriormente aggravato la crisi della rappresentanza che ha assunto ormai l’aspetto di un vero e proprio problema di legittimazione.

La rappresentanza non basta più a legittimare la democrazia.La delega (vota e dimentica) non coincide più con una democrazia percepita come una cosa più profonda. La delega resta comunque uno strumento indispensabile, ma non è più considerato sufficiente per soddisfare la nostra attuale sensibilità democratica.

Nonostante i tentativi effettuati - dalla caduta del Muro di Berlino in poi - di dotare il paese di nuovi partiti, legittimati da un ampio consenso popolare, il sistema politico italiano è diventato sempre più fragile. Il PD è nato proprio come risposta – nell’area del centrosinistra – alla crisi della rappresentanza avendo come miti fondativi le primarie (risposta al bisogno diffuso di contare) e la vocazione maggioritaria (ambizione a svolgere il ruolo di polo attrattore nel sistema bipolare). Ma le scelte recenti che lo hanno portato alla disfatta sono legate ad una gestione contraddittoria delle primarie e alla rinuncia della vocazione maggioritaria. Dalla caduta dell’ultimo governo Berlusconi alla rielezione di Napolitano, l’insieme del ceto politico è giunto così alla sua completa decomposizione. E il suo unico punto di riferimento pare essere l’irresistibile pulsione a conservare a ogni costo se stesso.

Sicché è esplosa in modo eclatante la contraddizione tra un popolo che sempre più vuole contare (in un paesaggio politico privo di partiti efficienti) e un sistema istituzionale che non ha alcuna possibilità di rapportarsi con il popolo (perché privo dei canali istituzionali diretti e della mediazione dei partiti).

I cittadini vogliono contare ma non possono eleggere direttamente i propri rappresentanti, compresi i vertici delle istituzioni. E pretendono dai parlamentari che hanno eletto di far proprie anche le loro indicazioni di voto per le cariche istituzionali. Ma le funzioni delle istituzioni sono state disegnate prevedendo un equilibrio che non reggerebbe più qualora si utilizzasse brutalmente il voto, senza alcuna possibilità di mediazione tra le forze politiche. Mediazione significa dialogo e accordo, non inimicizia. Ed è per questo che la pretesa della sinistra di “occupare” le più alte cariche dello Stato, senza preoccuparsi se la cosa suscita l'inimicizia con una parte molto ampia del parlamento, è incompatibile con un assetto istituzionale fatto di pesi e contrappesi da mantenere in equilibrio.

E’ qui il cortocircuito che si è venuto a creare. Ed è qui che occorre apportare quelle correzioni per soddisfare il bisogno di contare, che sempre più il popolo esprime, e per rafforzare la forma di governo al fine di rispondere rapidamente ai problemi della gente.


Le riforme istituzionali diventano, dunque, il terreno su cui andrebbe concentrata l’iniziativa di quelle forze che si battono per un reale cambiamento. Si tratta di prendere atto che l’architettura istituzionale elaborata dai padri costituenti va adattata alla nuova situazione. Ma occorre abbandonare il complesso del tiranno e rispondere al diffuso bisogno di contare nella decisione politica senza necessariamente il filtro dei partiti e rinunciando – per quanto è possibile –allo strumento della delega per esercitare la democrazia diretta. Insomma, si tratta di accorciare la filiera della rappresentanza.

Quali riforme sono necessarie? Ecco un possibile elenco: elezione diretta del presidente della repubblica, secondo il modello del semipresidenzialismo francese; corsia parlamentare preferenziale per le proposte del governo; statuto dell’opposizione e del governo ombra, presieduto dal capo dell’opposizione; severe norme antitrust nel controllo dei media; riduzione dei parlamentari a quattrocento deputati e cento senatori, questi ultimi eletti contestualmente ai presidenti di regione; superamento del bicameralismo perfetto con la creazione di una camera politica e un senato delle autonomie; legge elettorale uninominale maggioritaria a doppio turno per la camera; regolamentazione per legge delle primarie di collegio per i parlamentari e per tutti i livelli istituzionali monocratici, dal sindaco fino al presidente della repubblica, con forte penalizzazione in sede di finanziamento pubblico delle campagne elettorali – da ridurre in ogni caso drasticamente - per i partiti che non le adottino come mezzo ordinario di selezione dei candidati; previsione di una proporzionata sanzione politica per il cattivo esercizio del potere di nomina da parte di ministri, presidenti di regione o di provincia e sindaci.

Poche cose si potranno realizzare con l’attuale quadro politico. Ma bisogna provarci se vogliamo uscire dal pantano. Si tratta, in molti casi, di riforme costituzionali che comportano maggioranze ampie. Per scegliere le soluzioni più condivise ci vorrebbe, però, un dibattito pubblico approfondito sulle singole proposte e una capacità delle forze politiche di ricercare compromessi con il dialogo e la mediazione. Il congresso del PD discuterà anche di questo?

11 gennaio 2013

Di Stefano (Rete Fattorie Sociali) incontra Capoulas Santos (Parlamento Europeo)

Si è tenuto ieri a Bruxelles, nella sede del Parlamento Europeo, un incontro sul ruolo dell'Agricoltura Sociale in Europa nella prossima programmazione agricola 2014/2020, tra il relatore per la riforma della PAC, Luis Manuel Capoulas Santos, e il presidente della Rete Fattorie Sociali, Marco Berardo Di Stefano.

Il relatore Capoulas Santos ha sottolineato che l'Inclusione Sociale è il primo degli obiettivi dello Sviluppo Rurale definito dalla proposta di Regolamento che la Commissione Agricoltura approverà il 23-24 gennaio e ricomprende perfettamente il ruolo e le attività dell'Agricoltura Sociale in Europa.

Il relatore ha, inoltre, precisato che, in particolare con l'art.15, potranno essere finanziate le attività formative per le persone addette alle attività specifiche dell'Agricoltura Sociale.
Gli Stati Membri, nella programmazione a livello nazionale ("Piani nazionali o regionali di sviluppo rurale"), dovranno raccogliere le indicazioni già previste a livello comunitario.

Viva soddisfazione è stata espressa dal presidente Di Stefano per l'orientamento assunto dalla Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo, considerandolo una tappa importante per lo sviluppo dell'Agricoltura Sociale in Europa, e ha auspicato l'impegno dei gruppi politici nel sostenere e rafforzare tale posizione anche nell'Assemblea Plenaria prevista per l'11-14 marzo.
 
 

12 maggio 2011

Un articolo di Alfonso Pascale: "La profezia di Rossi-Doria in una lettera a Nuto Revelli

La modernizzazione dell’Italia avvenne tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso producendo un doloroso e intenso processo di spopolamento delle campagne. In pochi anni circa tre milioni di persone cambiarono residenza. Questa storia è stata recentemente raccontata da Sandro Rinauro nel documentato volume “Il cammino della speranza: l’emigrazione clandestina degli italiani nel secondo dopoguerra” (Einaudi, 2009). Finiva il mondo contadino che aveva retto con le sue regole dal Medio Evo fino alla metà del Novecento, permeando di sé sia gli eventi tragici della storia unitaria che i momenti di tenuta della nazione, dalla Grande Guerra alla costruzione dell’Italia repubblicana. E nasceva l’agricoltura moderna; quella che vediamo, taciturna e ferace, percorrendo l’autostrada o affacciandoci al finestrino del treno che attraversa la penisola.

Quella svolta epocale avvenne senza un governo o una qualche forma di accompagnamento per renderla meno traumatica. Così avrebbe annotato Nuto Revelli, a metà degli anni Settanta, nella prefazione al “Mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina” (Einaudi, 1977), con riferimento a quanto era accaduto nel cuneese: “E’ il terremoto dell’industrializzazione che negli anni Sessanta ha sconvolto irrimediabilmente la campagna (…). Tutti i problemi di allora si sono poi risolti da soli, con l’esodo che si è trasformato in valanga”. Nell’opera sono raccolte centinaia di lunghe interviste che testimoniano il profondo disagio di quel passaggio della nostra vita nazionale. Il dramma dell’esodo degli emigranti dalle regioni interne del meridione alle aree ricche d’Europa è raccontato anche dalle inchieste sociali di Giovanni Russo, che nel 1964 pubblicò per i tipi di Laterza il saggio “Chi ha più santi in paradiso”.

 Lo studioso meridionalista Manlio Rossi-Doria si sforzò, in quella fase, di far comprendere all’opinione pubblica italiana quanto lo svuotamento delle campagne meridionali fosse già scritto nel processo di modernizzazione e che sarebbe stato illusorio pensare di scansare quell’evento doloroso. Senza una riduzione degli addetti non sarebbe stato possibile ottenere una crescita della produttività in agricoltura e un innalzamento dei redditi agricoli. Tuttavia, egli si rendeva conto che mentre l’emigrazione dalle zone ad agricoltura intensiva aveva prodotto benefici evidenti, lo spopolamento delle zone interne era stato traumatico perché aveva procurato un’accentuazione dei divari, che solo una politica di programmazione globale avrebbe potuto attutire. Di qui il suo impegno nell’ideare una metodologia di analisi economica fondata sulla zonizzazione dell’agricoltura da porre a base della programmazione economica. Una bella e completa biografia dello studioso, in cui si parla di questi argomenti, è stata appena data alle stampe da Simone Misiani (“Manlio Rossi-Doria. Un riformatore del Novecento”, Rubbettino, 2010).

L’economista di Portici volle leggere l’emigrazione in positivo, invitando il mondo politico dell’epoca a trovare soluzioni innovative al problema come elemento qualificante di un disegno di sviluppo delle zone interne. Sicché, in un convegno organizzato a Torino dalla giovane Fondazione Einaudi, agli inizi degli anni Sessanta, per iniziativa di Francesco Compagna e Franco Venturi, Rossi-Doria propose al centrosinistra una politica di assistenza agli emigrati-operai che popolavano il triangolo industriale, individuandoli come i soggetti sociali che avrebbero potuto guidare nel Mezzogiorno il processo di crescita economica e civile delle aree depresse. A conforto della sua impostazione riprese le suggestioni del programma di sostegno per il ritorno degli emigranti elaborato nel 1910 da Leopoldo Franchetti e Pasquale Villari e lo aggiornò alla condizione dell’Italia del benessere. Diede così veste di sistematicità ad un progetto pilota per il ritorno degli emigrati qualificati come volano di sviluppo nelle aree in ritardo.

Ma tale impegno da parte dello studioso non suscitò interesse né a sinistra né nel mondo cattolico. Invano nel 1971, in occasione del convegno svoltosi a Potenza sul tema “Emigrazione e sviluppo delle zone interne”, organizzato dalla Chiesa locale, egli annunciò una ricerca del Centro di Portici con cui veniva avviato un censimento degli emigranti nei comuni di origine. L’indagine conoscitiva modificava radicalmente la metodologia fino ad allora adoperata. Spostava, infatti, il censimento dai luoghi di arrivo a quelli di partenza. Questa impostazione forniva elementi fondamentali per una conoscenza  del fenomeno migratorio e avrebbe potuto dare, nell’idea rossidoriana, un ritorno operativo. In sostanza, la raccolta di tali dati avrebbe reso possibile programmare un rientro degli emigrati nelle zone particolarmente segnate dal fenomeno migratorio. Le indagini si svolsero in Alta Irpinia e nella Sicilia interna, in collaborazione con il Formez, e i risultati vennero pubblicati nel 1978.

La ricerca condotta da un gruppo di studiosi guidato da Rossi-Doria  suscitò l’indignazione di Nuto Revelli che espresse allo studioso, suo amico, questo suo sentimento in una lettera con la quale gli annunciava di voler studiare in futuro i matrimoni tra i contadini del Nord e le donne emigranti del Sud nel cuneese. Un’esperienza che avrebbe poi raccolto nel volume “L’anello forte. La donna: storie di vita contadina” (Einaudi, 1985). “E’ la realtà sociale delle campagne che sta cambiando tra l’indifferenza di tutti” scrisse lo scrittore piemontese a Rossi-Doria . “Far parlare questa gente, scoprire queste due Italie povere che si incontrano, questo il mio interesse di oggi”.

A queste considerazioni seguì una risposta dello studioso di Portici in cui invitò lo scrittore ad avere fiducia nei segnali di rivitalizzazione del mondo rurale, attraverso un processo di ricostruzione dell’agricoltura contadina nel quadro di un’economia mista agricolo-industriale-decentrata anche attraverso le opportunità dell’avvio delle misure di sostegno comunitario. Attraverso tale via si sarebbe potuto far rivivere in forme diverse i valori umani e civili di un mondo che solo in apparenza era scomparso. “Oggi – anche se di difficile sviluppo e bisognose di essere sorrette da un vigoroso slancio civile – tali premesse ci sono. Non bisogna, quindi, disperare. C’è nell’aria e nelle cose, e c’è particolarmente in molti giovani, qualcosa che giunge in questa direzione. Fino all’ultimo fiato persone come te e me sono tenute a dare sostanza a questo che a molti appare irrealistico disegno. Il tuo lavoro – sia quello precedente sulla guerra sia quello raccolto sul grande esodo – è e sarà essenziale per dar forza ad altri nel lavorare in questa direzione. E’ mia convinzione – e oggetto di fantasiose costruzioni mentali – che tra gli esiliati all’estero o nelle grandi città dell’industrializzazione selvaggia e caotica, la nostalgia oscura di quello che hanno perduto  possa – non dico in tutti, ma in molti – trasformarsi in interessamento e fors’anche in partecipazione a razionali processi di riordino, di rimessa e di sviluppo delle contrade, nelle quali hanno ancora il cuore e le radici. Mi chiedo, quindi, per il tuo Piemonte – come per la mia Irpinia e Lucania o Calabria – se non si possa andare tra coloro che sono partiti, per rilegarli tra loro in associazioni aperte ai problemi delle valli e degli altipiani dove sono nati. Sarebbe questo lo sbocco al quale - anche se non hai voluto confessarlo a te stesso – hai sempre pensato”.

Quell’appello di Rossi-Doria, ripetuto più volte in quel periodo nelle sedi più svariate, non venne raccolto né dalla politica né dai sindacati. Nessuno andò tra gli emigrati “per rilegarli tra loro in associazioni aperte ai problemi delle valli e degli altopiani dove erano nati”. E, tuttavia, quell’appello aveva un sapore profetico perché proprio in quegli anni si avviava quel lento processo spontaneo di trasferimento di tante persone dalle città nelle aree periurbane e nei territori rurali, soprattutto giovani e donne, che avrebbero ricostruito su basi nuove l’agricoltura contadina, riproducendone le virtù civiche: cultura del dono nella reciprocità e senso profondo dei legami comunitari. Un fenomeno esteso e vivace che nessuno ha voluto e vuole vedere e che andava e andrebbe solo accompagnato. 

 

12 maggio 2011

Un articolo di Alfonso Pascale: "Quando i percorsi di Rossi-Doria e Dolci sembrarono incrociarsi

Manlio Rossi-Doria e Danilo Dolci ebbero modo di incontrarsi a metà del secolo scorso ma il loro contatto non sfociò in collaborazione. Li dividevano i differenti approcci ai temi dello sviluppo e soprattutto le diverse visioni del rapporto tra autogoverno della società civile e pubbliche istituzioni. Il professore di Portici riteneva che lo sviluppo del Mezzogiorno poteva avvenire nel solco di una programmazione pubblica degli interventi e poi di una gestione concreta delle azioni da realizzare in un rapporto di collaborazione tra lo Stato e la società civile. Il sociologo che dal Piemonte si era trasferito in Sicilia contrapponeva, invece, ad un modello di intervento dall’alto finalizzato allo sviluppo, una pianificazione dal basso affidata alla crescita degli strumenti dell’auto-educazione e della pedagogia attiva e militante. Decisero ad un certo punto dei loro percorsi, che si muovevano in parallelo, di verificare la possibilità di integrare i due diversi approcci, ma non ci riuscirono.

La scuola di Portici si proponeva l’ambizioso obiettivo di rinnovare il metodo di pianificazione territoriale, sperimentando la possibilità di dar luogo ad uno sviluppo a misura d’uomo. Aveva stretto un rapporto privilegiato con Angela Zucconi, fondatrice del Cepas, la scuola laica per assistenti sociali, e interloquiva costantemente con il movimento di Adriano Olivetti sui temi urbanistici. Nello stesso periodo, aveva avviato un intenso rapporto intellettuale con Ceriani Sebregondi della sezione sociologica della Svimez. Ma il vivo interesse di Rossi-Doria per le indagini sociali si era manifestato durante il soggiorno in Italia dell’antropologo americano, Edward Banfield, con cui aveva avuto diversi momenti di confronto nel corso delle ricerche che quest’ultimo aveva condotto in un comune della Basilicata. Tuttavia, il professore di Portici non era tanto interessato alle questioni teoriche degli antropologi e sociologi statunitensi, quanto invece alle ricadute pratiche delle indagini sociologiche come mezzo per correggere i limiti applicativi delle politiche pubbliche. In tal modo l’approccio rossidoriano si avvicinava a quello di Albert Hirschman, che conduceva in quegli stessi anni le sue ricerche in Colombia e che cominciava a mettere in discussione i fondamenti dell’economia dello sviluppo. Per entrambi gli studiosi non era scontato lo sviluppo lineare fondato sul nesso automatico tra investimenti pubblici e crescita del livello di democrazia del benessere. Il gruppo di Portici assegnava, pertanto, all’antropologia e alla sociologia rurale il compito di condurre un’opera di educazione rivolta a rendere i contadini consapevoli delle loro opportunità di crescita economica e civile, una funzione complementare alle riforme economiche e sociali, da esercitare mediante l’attivazione delle leve della democrazia, e non una funzione di rottura anticapitalistica, avversa alla logica dello sviluppo.

Negli stessi anni, Danilo Dolci aveva intrapreso una battaglia non violenta di ispirazione gandhiana per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul disagio economico e civile della popolazione di Trappeto e Partinico, comuni di una zona della Sicilia occidentale dove il sociologo si era trasferito. Praticando il digiuno e le forme dello “sciopero alla rovescia”, tentava di ottenere l’avvio dei lavori pubblici e dare risposta alla disoccupazione. Nel febbraio del 1956 era stato arrestato, processato e condannato. Attorno all’iniziativa di Dolci si era mobilitata l’opinione pubblica internazionale ed era sorto un comitato che aveva raccolto il sostegno attivo delle principali associazioni di volontariato laico italiano ed estero. Dalle principali città del Nord si erano trasferiti a Partinico giovani appartenenti alla borghesia: richiamati dal fascino messianico esercitato da Dolci erano entrati a far parte del suo movimento gandhiano.

Tra il 1954 e il 1955 l’Italia aveva ottenuto dalla Banca mondiale la concessione di un prestito di 300 milioni di dollari per realizzare il cosiddetto “Schema Vanoni”, dal nome del ministro del Bilancio che lo aveva proposto. Lo Schema era finalizzato allo sviluppo del Sud e il finanziamento rappresentava l’investimento più importante della Banca mondiale in Europa. Nel frattempo, era stata rinnovata la legge istitutiva della Cassa per il Mezzogiorno che assumeva lo Schema come principale strumento attuativo: in sostanza come piano nazionale per il coordinamento di piani regionali.

Rossi-Doria venne coinvolto nell’iniziativa di Dolci da Umberto Zanotti Bianco, fondatore dell’Animi – Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia, proprio mentre partiva la fase di attuazione dello Schema Vanoni e al gruppo di Portici veniva affidata la redazione del piano campano, che doveva fungere da modello per gli altri piani regionali. L’economista agrario propose, pertanto, di ricondurre l’azione promossa da Dolci nel quadro della politica a favore delle zone depresse. Sicché, nell’estate del 1956, egli si recò in Sicilia, accompagnato da Angela Zucconi e Rocco Mazzarone, per una prima indagine e il 30 settembre consegnò una relazione in cui veniva posta l’esigenza di costituire un comitato nazionale per coordinare le energie del volontariato dirette dall’iniziativa individualista e disordinata di Dolci. La relazione indicò, nel merito, l’opportunità di concentrare lo sforzo nel solo comune di Trappeto, centro più piccolo e governabile con le forze esistenti, che poteva assumere il ruolo di comune pilota. Inoltre, suggerì di promuovere un più stretto coordinamento tra l’iniziativa di intervento sociale con gli organi della regione siciliana e dello Stato.

Nel gennaio del 1957, in un incontro a Sermoneta, ospiti dei Caetani, un gruppo di sostenitori della causa di Dolci decise la costituzione dell’Associazione per l’iniziativa sociale (Ais). In rappresentanza del sociologo parteciparono Goffredo Fofi, Antonino Romano e Pietro Nuccio. La guida effettiva dell’Associazione fu assunta da Rossi-Doria, Angela Zucconi e Paolo Balbo, segretario dell’Animi. E fu decisa come prima tappa una nuova inchiesta in Sicilia  per mettere a punto il precedente piano tecnico per poter integrare gli elementi socio-educativi con quelli economici.

Dolci rifiutò di rispondere alle direttive dell’Associazione perché non accettava di soggiacere ad alcuna autorità nella gestione della sua iniziativa locale. Non intendeva collaborare con la Regione Siciliana e con lo Stato, nei confronti dei quali voleva conservare il massimo di autonomia. E così il 3 giugno si riunì il comitato direttivo dell’Ais a Roma, nella sede dell’Animi, a Palazzo Taverna. Rossi-Doria, Angela Zucconi e Balbo si presentarono dimissionari. Dolci fu irremovibile nella sua posizione. E così fu deciso con voto unanime di sciogliere l’Ais  e di affidare all’Animi la gestione delle risorse raccolte dai diversi comitati. La collaborazione tra i tecnici agrari e gli operatori sociali si spostò in Abruzzo nel progetto pilota diretto dalla Zucconi. Gli operatori sociali avrebbero dovuto agire nell’ambito della pianificazione territoriale promossa dalle istituzioni. Il problema non si risolse nemmeno in  questa nuova esperienza abruzzese.  Nel frattempo, Rossi-Doria e Dolci si erano persi di vista definitivamente.

  

11 settembre 2010

Gli allievi del Progetto FID visitano due fattorie sociali

Il Progetto FID – Formazione per l’Inclusione di Disabili, realizzato dall’Istituto Statale d’Arte “Roma 2”, il Consorzio Tiresia, la Fondazione “Parco della Mistica” e la Rete Fattorie Sociali, è entrato nel vivo del suo percorso. Si è, infatti, conclusa la fase di orientamento con la visita degli allievi alla Cooperativa “L’Orto Magico” di Roma e alla Fattoria Sociale “Fabioland” di Nerola (Rm) e presto si avvierà il corso di formazione per operatori dell’agricoltura sociale. Nella splendida cornice del Parco agricolo della Marcigliana, dove opera “L’Orto Magico”, vi è stato così un contatto diretto con le attività di raccolta dei pomodori ed altri ortaggi svolte dai giovani con varie forme di disagio soci della cooperativa, mentre sulle colline della Sabina Romana si sono potuti osservare gli ulivi, alcuni piantati addirittura all’epoca dell’antica Roma e ancora in produzione, nonché gli attrezzi per la raccolta e la molitura delle olive, che Fabio Bischetti, un ragazzo disabile, insieme ai suoi familiari utilizzano nella propria azienda.

 

Gli allievi hanno, in tal modo, verificato di persona come le molteplici funzioni dell’agricoltura - dalla coltivazione alla trasformazione e vendita dei prodotti, dalla produzione di energia rinnovabile alla fornitura di servizi sociali, educativi, ricreativi e di accoglienza - stimolano le capacità delle persone e creano maggiori opportunità per loro nel promuovere il proprio benessere fisico e psichico.

 

Il percorso formativo – previsto dal Progetto promosso dalla Provincia di Roma e cofinanziato dall’Unione Europea - verterà nella costruzione di inserimenti lavorativi di diverso tipo, non solo assunzioni in aziende agricole ma anche autoimprenditorialità su terreni pubblici e privati. Si tratta di valorizzare sia l’agricoltura professionale, esercitata dalle imprese agricole e dalle cooperative, sia il part-time e l’agricoltura amatoriale, che oggi si praticano in modo diffuso su una miriade di piccoli appezzamenti coltivati a fini di autoconsumo e di benessere fisico e intorno a cui gravita un indotto fatto di tante attività economiche e di servizi.

 

A tale fine, varanno creati laboratori di confronto con enti locali, fattorie sociali, agricoltori, proprietari di tenute e casali, familiari e amici degli allievi per progettare reti di economia civile, inclusiva e sostenibile con lo scopo di rivitalizzare interi territori rurali e periurbani, coniugando sviluppo economico, tutela ambientale e welfare locale.

 

28 luglio 2010

Agricoltura Sociale in Provincia di Roma: dal Progetto FID alle Strade della Solidarietà

E’ partito il percorso formativo di 55 giovani con varie forme di disabilità nell’ambito del Progetto FID - Formazione per l’Inclusione Disabili, realizzato dall’Istituto Statale d’Arte “Roma 2”, il Consorzio Tiresia, la Fondazione “Parco della Mistica” e la Rete Fattorie Sociali.

Alla fase di orientamento di 100 ore seguiranno altre 200 ore di formazione e ulteriori 300 ore di tirocini nelle aziende. Una ventina di allievi si stanno orientando a diventare operatori dell’agricoltura sociale. In sostanza, riceveranno una formazione e un accompagnamento per lavorare in aziende agricole come dipendenti o imprenditori.


Questo progetto della Provincia di Roma, cofinanziato dall’Unione Europea, si basa infatti sull’idea che l’agricoltura  sia in grado di includere persone con svantaggi o disagi. Le molteplici attività agricole - dalla coltivazione alla trasformazione e vendita dei prodotti, dalla produzione di energia rinnovabile alla fornitura di servizi sociali, educativi, ricreativi e di accoglienza - stimolano le capacità delle persone e creano maggiori opportunità per loro nel promuovere il proprio benessere fisico e psichico.


Il progetto prevede una serie di incontri con enti locali, fattorie sociali, agricoltori, familiari e amici degli allievi per costruire insieme sbocchi lavorativi di diverso tipo, non solo assunzioni in aziende agricole ma anche autoimprenditorialità su terreni pubblici e privati. Una formula da sperimentare con le famiglie e le loro reti di relazioni è quella di valorizzare il part-time e l’agricoltura amatoriale, che oggi si praticano in modo diffuso su una miriade di piccoli appezzamenti coltivati a fini di autoconsumo e di benessere fisico e intorno a cui gravita un indotto fatto di tante attività economiche e di servizi.


Si potrebbero, in tal modo, creare le “Strade della Solidarietà”, da intrecciare con le “Strade dei Vini e degli Oli”, al fine di collegare piccole e medie unità produttive che tanti cittadini proprietari potrebbero mettere a disposizione per dar vita, insieme alle persone provate da svantaggi e disagi, a veri e propri distretti di economia civile, inclusiva e sostenibile.     

10 dicembre 2008

Alfonso Pascale recensisce l'ultimo libro di Massimo Montanari "Il formaggio con le pere"

“Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere”. Quante volte abbiamo ripetuto questo proverbio senza mai chiederci cosa significhi realmente? Nell’enunciarlo si prova, tuttavia, una difficoltà a decifrarlo come se ci trovassimo dinanzi ad un enigma. E per offrire una spiegazione plausibile oggi si è soliti attribuirgli un senso burlesco ed ironico: “Non abbiamo alcun bisogno di farglielo sapere perché il contadino, che produce sia il formaggio che le pere, già lo sa”. E’ senz’altro questo il significato che nel Novecento è prevalso. C’è addirittura una versione allungata del proverbio, rivendicativa e liberatoria, diffusa ancora oggi nella campagna senese, che fa emergere in modo chiaro il senso che noi oggi gli attribuiamo: “Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere. Ma il contadino, che non era coglione, lo sapeva prima del padrone”. Ed ecco spuntare, in questa versione campagnola, i termini di un conflitto sociale da incuriosire lo storico e indurlo ad indagare non solo le origini del proverbio, ma anche il diverso significato che questo assume a seconda della provenienza sociale di chi lo enuncia.

 

La ricerca accurata e ricca di riferimenti bibliografici e documentari di Massimo Montanari ci restituisce la storia complessa del formaggio e delle pere: il ruolo essenziale svolto dal primo nella mensa dei pastori e dei contadini e quello prestigioso e di lusso che i frutti delicati e deperibili assumevano nell’alimentazione dei signori; la difficile ascesa sociale del primo e la funzione salutistica assolta dall’accostamento dei due cibi consumati alla fine del pasto.

 

Per un lungo periodo il formaggio è stato emblema degli umili, per i quali rappresentava la fonte primaria di nutrizione, ed ha svolto una funzione di puro abbellimento nelle mense dei ricchi. Dagli antichi romani al Medioevo è il cibo che serve a sfamare i contadini e che vede tra le classi superiori molti pregiudizi, ancor più confermati dalle perplessità della scienza medica che ne consiglia un uso moderato.

Ma proprio dal Medioevo inizia la riabilitazione del formaggio. Esso diventa il cibo dei monasteri, dove per ragioni di penitenza ci si astiene dalla carne, e viene consumato dai cristiani nei periodi "di magro" prescritti dal calendario liturgico.

 

La pera, invece, è per il nostro Autore il simbolo dell’effimero, di gusti e piaceri non necessari. Coltivare alberi da frutto è una realtà economica di pregio e le pere sono doni preziosi che solo i nobili si scambiano. Siccome si conservano poco a causa della loro delicatezza, meglio non coltivarne troppe e destinarle appunto solo alle tavole dei signori. Nel Seicento si ha una vera e propria infatuazione per le pere, che vengono paragonate addirittura al corpo di una gentildonna.

 E a questo punto si può meglio intuire come nasce l'abbinamento audace tra i due cibi. Il contadino formaggio, una volta accolto nella mensa dei signori, poteva essere nobilitato solo unendosi in matrimonio con una gentildonna. E la scelta cade appunto sulla pera.

 

La scienza medica del tempo è, tuttavia, diffidente nei confronti del formaggio e ancor più nei confronti dei frutti. E solo quando un medico italiano, Castor Durante da Gualdo, afferma in un testo scientifico che il “nocumento” del cacio si può ridurre “mangiandosi seco in compagnia di pere”, cadono le perplessità e la pratica gastronomica viene finalmente confortata dal riconoscimento della sua convenienza dietetica. Ancora una volta sono le pere a venire in soccorso del formaggio. E a questo punto le classi alte possono adottare, senza preoccupazione, l’accoppiata formaggio/pere a fine pasto.

 

Ma come la mettiamo con la rigida distinzione sociale del cibo? Qui il saggio di Montanari offre argomenti di notevole interesse per farci comprendere come i signori tentano di risolvere il dilemma. Tra il Medioevo e il XVI Secolo si riteneva che, da un lato, il bisogno di mangiare genera il desiderio e che , dall’altro, la natura di un cibo genera il suo sapore; e quando il desiderio e il sapore si incontrano positivamente nell’atto gustativo – vale a dire, quando il cibo piace -  significa che la natura di quel cibo si addice al bisogno fisiologico di chi lo sta mangiando. Tutta la letteratura medica e filosofica  del tempo è pervasa da questa convinzione.  

Ma posta in questi termini la questione del gusto, per l’Autore  non si poteva non riconoscere a chiunque  - perfino ai contadini -  la capacità di accedere  a un sapere istintivo, naturale, pre-culturale, che non nasce dalla teoria e neppure dalla pratica.

La cultura medievale credette di risolvere il problema con un assioma semplicistico: essendo il gusto istintivo, ma gli uomini diversi, a ciascuno ‘naturalmente’ piacciono cose diverse. Ma  ben presto venne il sospetto che anche al contadino potesse piacere il cibo del signore. E ciò avrebbe sconvolto l’ordine ‘naturale’ della società.

 

E’ a quel punto che, accanto al gusto, viene elaborata la nozione di buongusto, come capacità di scegliere il cibo. Da allora non è più vero che “è buono ciò che piace” ma che “piace ciò che è buono”,  ciò che convenzionalmente è giudicato tale dalla cerchia degli intenditori. Il gusto in tal modo si configura  come “dispositivo di differenziazione sociale”.

Diventa necessario allora negare il sapere a chi non ne è socialmente degno. Imponendo un sistema d’ignoranza nelle campagne, i proprietari terrieri pensano di conservare il proprio potere. Da qui “al contadino non far sapere...”. Il proverbio esprime questa cultura. E’ costruito a uso e consumo della classe dominante che vuole negare l’istruzione di quelle subalterne. Il senso viene capovolto, dove si ha l’ardire di farlo, solo in segno di rivalsa.

Ma una volta risolti i conflitti di classe nelle campagne e venuta meno la contrapposizione tra città e campagna, anche i binomi sapore/sapere e gusto/buongusto perdono il connotato di coppie conflittuali e diventano termini complementari. E il senso del proverbio si carica quindi di una forte carica di  ambivalenze.

 

Conoscere la storia che è dentro il proverbio non è, dunque, un mero esercizio di erudizione, come si potrebbe pensare. Noi che non siamo più né contadini né nobili rischiamo di enunciarlo rimanendo perplessi se non ne comprendiamo la connaturata ambiguità.

 

M. Montanari, “Il formaggio con le pere. La storia in un proverbio”, Editori Laterza, 2008, pagg. 162, Euro 15

3 aprile 2007

Con Ivaldi l'agricoltura sociale nell'Ordine al Merito della Repubblica

Il Presidente Napolitano ha recentemente conferito l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica a Luigi Cesare Ivaldi, Presidente della Cooperativa Sociale Somarkanda e dell'Associazione per la valorizzazione e tutela dell'asino "Asini si nasce... e io lo nakkui". La motivazione dell'onorificenza fa esplicito riferimento ai meriti sociali acquisiti da Ivaldi nello svolgimento delle molteplici e proficue attività a beneficio di persone svantaggiate. Con il Cav. Ivaldi l'agricoltura sociale viene per la prima volta considerata tra le attività meritorie della Repubblica.




permalink | inviato da il 3/4/2007 alle 1:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

15 aprile 2006

La "Buona Pasqua!" di Nadia

 
 
.....E il mio "piglio"..davanti alla PIETA' RONDANINI, quasi dovesse essere Lei..a giustificare la sua  "esistenza".
Quanta  grazia e meraviglia per la mia superbia..
La parabola dorata del tramonto  scavava sui volti e sui corpi un tormento di piani di luce in perfetta sintesi con il procedere
del Dolore della Madre Curva sul Figlio Morto.
Solo le ombre della sera e una fresca brezza mi fecero accorgere che stavo lì davanti ..da molte ore....
 
 
 
 
 
BUONA PASQUA
DI
"RESURREZIONE"
 

 

 Grazie Nadia!




permalink | inviato da il 15/4/2006 alle 19:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
sfoglia
aprile