.
Annunci online

 
lostruscio 
<%if foto<>"0" then%>
Torna alla home page di questo Blog
 
  Ultime cose
Il mio profilo
  Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
  Wind Rose Hotel
LibertàEGUALE
le nuove ragioni del Socialismo
l'albatros
La Voce
Caffè Europa
Reset
Partire dal territorio
Quaderni Radicali
Italia Oggi
akiko
Panther
Sannita
Sonia
aldotorchiaro
bazarov
miele98
ereticoblog
Viaggio
Punta Campanella
Corradoinblog
Tommaso
Nunzia
frine
castellidiparole
Nuvolese
Meno Stato
  cerca



Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

Diario | La vetrina | I paesaggi | I fatti | Le cantate | I passaggi |
 
La vetrina
1visite.

7 aprile 2015

Emanuele Bernardi recensisce "Radici & Gemme" di Alfonso Pascale

"Radici & Gemme" di Alfonso Pascale costituisce un contributo importante, a metà tra analisi scientifica e partecipazione personale, sulla storia del nostro paese. È un testo complesso, che copre un lungo arco di tempo, dall’Unità d’Italia ai giorni nostri. E che cerca di tenere assieme tanti aspetti di questa storia, adottando punti di vista a volte eterodossi rispetto alla storiografia più conosciuta: uno di questi è dato dall’attenzione alla “nuova ruralità” e ai beni comuni, alla società civile, a quella parte del paese che pur non esprimendo direttamente “potere” ha comunque svolto – e continua a svolgere – una funzione importante di coesione sociale. È una società fatta di contadini, di tecnici, di funzionari, laici e cattolici, che vivono l’agricoltura come momento di aggregazione, di tenuta del territorio, di condivisione. 


Il testo è di 360 pagine e si divide in otto parti, seguendo l’andamento ondulatorio dell’evoluzione della società civile delle campagne, tra periodi di eclisse e quelli di emersione che si susseguono in alternanza.

La prima parte riguarda la fase in cui le istituzioni della società civile sorte prima della Rivoluzione francese vengono assorbite oppure oscurate dallo Stato liberale. La seconda è quella in cui sorgono le moderne organizzazioni politiche e sociali tra la grande crisi agricola degli anni Ottanta del diciannovesimo secolo e la fine dell’età giolittiana. La terza riguarda il rapido declino di questa nuova società civile - che si stava faticosamente formando - per effetto della Grande Guerra e lo spegnersi della democrazia con l’avvento del fascismo al potere. La quarta prende avvio con il sorgere della democrazia repubblicana e con l’occupazione da parte dei nuovi partiti di massa degli spazi propri della società civile. La quinta riguarda il profondo disagio sociale che si manifesta tra il boom economico e il ’68 in concomitanza coi governi di centro-sinistra. Nella sesta vengono descritti gli aspetti salienti della lunga crisi politica e sociale che si apre agli inizi degli anni Settanta e che esplode negli anni Novanta. La settima parte è dedicata al declino delle forme della rappresentanza delle campagne. E l’ultima prende in considerazione questo primo decennio del nuovo secolo, caratterizzato dalla grave crisi economica e finanziaria e dall’esplosione dei problemi alimentari e della sostenibilità ambientale a livello globale, in cui pare emergere – sebbene ancora a livello embrionale - una nuova società civile, completamente diversa da quella precedente.

Fin dal Risorgimento, sostiene l’A. (p. 27-28), il problema della terra si pose come problema dei beni comuni. E la cultura risorgimentale nata dall’unificazione rimuove poi nei fatti addirittura la memoria di quella particolare forma di autorganizzazione dei cittadini, volta a garantire percorsi inclusivi anche agli ultimi della scala sociale. Con particolare sensibilità, l’unificazione è letta come momento dilaniante di quella società rurale: la repressione del brigantaggio è la «prima guerra civile italiana» (p. 38), una frattura prodotta tra i contadini meridionali e lo Stato difficile da sanare.

Il giudizio critico sul processo di unificazione non si estende tuttavia all’operato di governo delle classi dirigenti liberali, le quali ebbero il merito di avviare e sostenere il progresso tecnologico nelle campagne (le cattedre ambulanti) - favorito pure dalla peculiare assistenza tecnica svolta dalla Chiesa e da organizzazioni religiose a livello locale -, di diffondere l’istruzione agraria e professionale, realizzare bonifiche, forestazione e irrigazioni e interventi antimalarici come il chinino di Stato. Le attività associative dei cattolici costituiscono, in questo quadro, l’ulteriore segnale di un mondo rurale quanto mai attivo e operoso. Nel quale si muovono anche, alla fine dell’800, forze operaie e contadine socialiste che perseguono non la valorizzazione dei beni collettivi, degli usi civici – che prevendono la partecipazione e la responsabilizzazione dell’individuo – quanto la statalizzazione della terra (p. 81). Le terre collettive sono secondo l’a. una sorta di welfare ante-litteram che i contadini cercano di tutelare:
«La differenza di fondo tra la percezione del diritto privatistico al godimento della terra da parte dei contadini e quella dei ceti borghesi sta nella finalità che deve avere l’uso del bene. Nella cultura contadina, la terra è sempre stata considerata un bene particolare, perché, a differenza di altri beni, essa va utilizzata e sfruttata senza mai impoverirla o “consumarla” al punto tale da pregiudicarne l’uso futuro [..] Non potei fare a meno di stupirmi quando sentii dire per la prima volta da un contadino che la terra in determinate condizioni si stanca […]» (p. 82)

Per tutto l’arco dell’Ottocento fino alla metà del Novecento permangono dunque grandi tensioni intorno a due problemi: la terra come bene comune; le modalità della modernizzazione capitalistica, «che erode i bene relazioni e gli spazi di socialità» (p. 125). Queste tensioni assumeranno forme peculiari durante la guerra fredda, nel periodo cioè di massima contrapposizione politica e ideologica tra le forze governative (guidate dalla Democrazia cristiana) e quelle di opposizione (capeggiate dal Partito comunista italiano).

Dopo la fine della II guerra mondiale, la Dc in particolare costruì una sistema di relazioni col mondo della campagne, tramite la Coldiretti e la Federconsorzi, tale da consentirle un rapido e duraturo insediamento tra quelle fasce sociali della popolazione. I modi di tale costruzione del consenso, e la contrapposizione dicotomica col Pci che se ne generò, ebbero un particolare effetto divisivo nelle campagne: «permarrà nelle campagne – osserva giustamente l’A. – una debolezza endemica delle forme di rappresentanza della società civile, fortemente subordinate agli schemi ideologici dei partiti e alle loro pratiche di organizzazione del consenso» (p. 146). I partiti di sinistra, in particolare, soffriranno di una particolare forma di «strabismo» culturale (p. 157): mancheranno infatti di vedere i legami sociali pur presenti nella piccola proprietà contadina, le relazioni tra agricoltura e industria, la pluriattività di un settore che veniva semplicemente contrapposto a quello delle città e delle forze operaie. È anche per questo che un’organizzazione sindacale di coltivatori diretti nascerà a sinistra solo nel 1955 (l’Alleanza nazionale dei contadini). L’Italia agricola, in altre parole, è una realtà di appartenenze separate: l’agricoltura mostra tutti i limiti del processo di unificazione e la mancanza di una piena identificazione nazionale (pp. 158-159).

Contro queste fratture agirono gruppi sociali spesso dimenticati dalla storia, come i tecnici agrari. Figure fondamentali per capire la modernizzazione novecentesca, essi avevano una profonda consapevolezza di cosa stesse avvenendo nelle campagne, e dei nessi esistenti tra progresso tecnico e problemi sociali. Il loro impiego da parte delle forze governative fu fondamentale per la ricostruzione post-bellica; e svolsero anche una funzione, poco conosciuta, nell’impostare le coordinate dello sviluppo economico innescatosi alla fine degli anni ’50. Sono gli anni dell’intervento dello Stato, dal Piano Ina-Casa alla riforma agraria, alla Cassa per il Mezzogiorno; e dei grandi meridionalisti e degli imprenditori con sensibilità sociale, da Manlio Rossi-Doria ad Adriano Olivetti, a Umberto Zanotti-Bianco, solo per citarne alcuni. Dalla Svimez all’Animi, le diverse organizzazioni meridionalistiche studiano progetti di sviluppo per favorire l’afflusso degli aiuti americani e internazionali (Unrra, Erp, Banca Mondiale), con l’idea che la ricostruzione post-bellica costituisca una fase cruciale nelle traiettorie future del paese.

La modernizzazione dell’agricoltura che si realizza durante gli anni ’50 e ’60 ha tuttavia un’importante peculiarità: essa convive con la molteplicità dei sistemi agricoli territoriali. Le aziende italiane sono per lo più molto più piccole di quelle degli altri paesi europei; e occupano più manodopera. Quello che per moltissimi autori è stato il segno di una modernizzazione incompiuta (alla luce del mito della grande azienda meccanizzata), per Pascale è invece, più semplicemente, il modo attraverso il quale l’agricoltura italiana ha attraversato la modernità nel ‘900. L’agricoltura che non entra nei circuiti dei mercati nazionali o internazionali, ragiona l’A., non svolge funzioni per questo meno importanti: attività come il presidio delle montagne, l’azione contro il dissesto idrogeologico, ma più in generale l’esistenza di economie “miste” (oggi diremmo multifunzionali), sono state largamente disconosciute dalle classi dirigenti del nostro paese, maggiormente attente alle aree di pianura, considerate le uniche suscettive di sviluppo (p. 179).

L’A. ripercorre quindi le tappe principali della storia dell’agricoltura – e non solo – del nostro paese. Durante gli anni ’60, la classe dirigente che pure aveva innescato il cambiamento alla fine degli anni quaranta, non riesce a decifrare le novità di un processo di trasformazione che esse stesse avevano prodotto. Le politiche governative (i due Piani Verdi), la cultura della Dc e quella del Psi, sono incapaci di contrastare le contraddizioni insite nel processo di liberalizzazione commerciale e di integrazione europea (il Mec). Anche le organizzazioni sindacali agricole si trovano in queste strettoie. Durante gli anni ’70, la critica situazione economica dettata dalla svalutazione del dollaro, dalle crisi petrolifere, s’intreccia alla crisi della Federconsorzi e della bilancia agricolo alimentare. La situazione politica, come quella sindacale, è in dinamico cambiamento. Sono soprattutto la Confcoltivatori (con Giuseppe Avolio) e la Confagricoltura a manifestare le maggiori novità: la prima con una forte spinta verso l’unità contadina e il rinnovamento delle categorie di analisi e azione del sindacalismo di sinistra; la seconda con un occhio rivolto all’Europa e alla modernizzazione dell’impresa. La Coldiretti è in questa fase invece in difficoltà, e sono molteplici le spinte per superare gli steccati ideologici della fase centrale della guerra fredda.


La Politica agricola comunitaria (Pac) fa sentire sempre più il proprio peso. I movimenti del ’68 che attraversano pure le campagne ne fanno emergere sempre più le contraddizioni strutturali. Il ministro dell’Agricoltura Giovanni Marcora, alla metà degli anni ’70, ne riconosce pubblicamente le storture. E’ una figura dal forte dinamismo, come riconosce l’A. (pp. 242-244), deciso a incidere sulle relazioni con gli altri partner europei, consapevole allo stesso tempo dell’emergere di questioni extraeconomiche, come quella ambientale e regionale, che molto influiranno sullo sviluppo del settore primario. È un ministro pure interessato a dialogare con tutte le organizzazioni sindacali, promotore della cosiddetta Legge di programmazione “Quadrifoglio”.

In un contesto di trasformazioni sociali (quella che per alcuni è stata definita “La fine dei contadini”) e di difficoltà crescenti dell’agricoltura nei confronti dell’industria e del processo di affermazione delle multinazionali, esplode la crisi della Federconsorzi, e di un “sistema di potere” che aveva caratterizzato quasi tutta la seconda metà del Novecento. L’A., che ha vissuto da protagonista e attento osservatore queste vicende negli anni Novanta, fornisce al lettore preziose indicazioni circa le discussioni e le trattative intorno alla Fedit: dallo scontro tra i sindacati per l’accesso ai consorzi agrari, al suo commissariamento e liquidazione, tuttora discussa. Sono i tratti di una storia difficile, per certi versi ancora insoluta, entro la quale si ridefinisce pure la funzione della Coldiretti.

Morta la Democrazia cristiana con la crisi dei partiti di massa, definitivamente spazzati via da “Tangentopoli”, la Coldiretti assume di fatto, soprattutto dopo il 2000, quella che l’autore definisce una posizione “autarchica”, riecheggiante alcune fasi del fascismo, di difesa acritica del made in Italy, ostile alla ricerca scientifica e all’innovazione. Una politica in altre parole contraria all’idea del multilateralismo che ha invece contraddistinto, tra mille limiti, lo sviluppo economico e sociale successivo alla II guerra mondiale.

Una questione, in particolare, costituisce per l’autore un elemento caratterizzante il nuovo secolo, intorno a cui comprendere molti dei fili intessuti in precedenza, e le loro discontinuità: gli OGM. E’ un punto come noto assai controverso. Molte parti del libro sono attraversate dalla “questione tecnologica”. Un’attenzione particolare è rivolta dall’A. al rapporto tra uomini, risorse e innovazioni tecnologiche, all’ampiezza del sapere tecnico ed esperienziale accumulato nelle campagne riguardante il lavoro dei campi, l’uso delle acque, l’adattamento del territorio, la cura delle piante e degli animali. La tesi principale che egli sostiene è che per fronteggiare i problemi odierni (insicurezza alimentare, cambiamenti climatici, questione energetica, crisi finanziaria), l’agricoltura, nella sua dimensione non solo produttiva ma anche culturale, può svolgere una funzione essenziale a patto, però, che recuperi la sua originaria funzione di generatrice di comunità.

Ma non può farlo senza mantenersi aperta alla ricerca scientifica, anche quella dunque sugli OGM. Ma, come dimostra lo stesso A., l’Italia agricola ha molto spesso assimilato acriticamente tecnologia dall’estero. Perché dunque, proprio alla luce di questa attenta e stimolante ricostruzione storica, non pensare di coniugare la libertà della ricerca con il governo dell’innovazione? E’, con ogni probabilità, una delle sfide del futuro, per ricostruire anche un’idea di comunità nazionale, cui questo libro dà un profondo e originale contributo.

(La recensione è stata pubblicata nel n. 4 -2014 di "QA Rivista dell'Associazione Rossi-Doria")

6 agosto 2014

Alfonso Pascale commenta la vicenda del Lago ex Snia

Occorre produrre un’innovazione sociale per la gestione del Lago ex Snia.

Il vicesindaco di Roma Luigi Nieri ha tentato “in articulo mortis” di scongiurare l’esercizio del diritto di retrocessione da parte della società proprietaria dell’area in cui si trova il Lago ex Snia dopo un decennio di inerzia della pubblica amministrazione.

Sull’efficacia giuridica di quanto sta facendo il Comune di Roma per tutelare l’interesse generale sarà necessario un approfondimento tecnico.

È aperto, invece, il confronto sulle soluzioni da dare ai problemi gestionali dell’intera area parco, in cui oggi sono insediate le attività del Comitato ex Snia, quelle svolte all’interno della Casa del Parco delle Energie e quelle che potranno nascere con la valorizzazione del Lago naturale.

Si confrontano due linee.

La prima è quella tradizionale che punta alla gestione diretta del parco da parte dell’Amministrazione comunale con affidamenti di singole attività ad associazioni locali, mediante bandi pubblici o incarichi diretti.

Una linea che a Roma è stata fallimentare, se si guardano alle esperienze delle aziende agricole pubbliche Castel di Guido e Tenuta del Cavaliere o a quella dell’Ente Roma Natura. E tuttavia ancora trova difensori tra coloro che non intendono innovare il rapporto tra politica e società.

La seconda soluzione è quella di promuovere, mediante un processo partecipativo dal basso, un soggetto gestore del parco, la cui assemblea sia formata da tutti i cittadini residenti del quartiere e i cui amministratori siano eletti democraticamente, sulla base di un confronto sul piano di valorizzazione dell’area.

Con la seconda ipotesi sarà possibile far confluire e valorizzare in un’innovazione sociale le esperienze di autogestione realizzate in questi anni, con l’impegno e la passione di decine e decine di volontari.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Nieri Snia Lago Parco Pascale

permalink | inviato da lostruscio il 6/8/2014 alle 15:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

4 novembre 2013

Alfonso Pascale recensisce "L'equivoco del Sud" di Carlo Borgomeo

L’equivoco del Sud di Carlo Borgomeo (Laterza 2013) è un buon libro perché ci fa capire quello che non ha funzionato e continua a non funzionare nel Mezzogiorno. Sostiene una tesi che mi sento di condividere: per avviare, consolidare e qualificare percorsi di sviluppo auto-propulsivo è necessario che le comunità locali abbiano un sufficiente livello di coesione sociale. Insomma, il consolidamento dei legami comunitari sono una premessa, non un effetto dello sviluppo. E’ la debolezza del capitale sociale a condizionare lo sviluppo. E’ lo scaricare da parte di noi meridionali le responsabilità sempre sugli altri e l’abitudine a non prenderci mai le nostre che rende il Sud incapace di guardare al futuro. Solo la crescita di una nuova società civile può far evolvere positivamente le istituzioni e il mercato. E’ dunque dalla comunità - che si dà regole condivise e le rispetta perché le sente proprie – che si può e si deve ripartire.

Se si riparte dalla costruzione delle comunità si può finanche aprire una seria riflessione sul federalismo e guardare con maggiore coraggio al ruolo che il Sud può giocare nel Mediterraneo. Ma bisogna riprendere l’idea federalista di Cattaneo che concepiva l’autonomia come interdipendenza. Rilanciare il concetto di economia civile che Antonio Genovesi contrapponeva all’economia politica di Adam Smith. E fare nostra la lezione del grande storico Fernand Braudel di un Mediterraneo che sviluppa scambi culturali ancor prima di quelli commerciali e mutua saperi scientifici ed esperienziali in una logica di reciproca integrazione e contaminazione.

Per Borgomeo la coesione sociale non è qualcosa che si colloca in una dimensione etico-solidaristica. Ma attiene a contenuti concreti che vanno verso una più coerente offerta politica.

L’autore elenca una serie molto articolata di ambiti di intervento che sostanzia la coesione sociale: da quello del capitale umano e quindi dell’educazione a quello riguardante gli investimenti in ricerca e istruzione. E molti altri. Senza sottovalutare – devo annotare con piacere - quello del welfare produttivo che combina erogazione di servizi sociali qualificati e creazione di economie civili. In tale ambito possono svolgere una funzione essenziale nel promuovere legami comunitari anche le agricolture che tornano, in forme moderne, a generare beni relazionali e valori di reciprocità e mutuo aiuto.

La parte del volume che ho trovato di maggiore interesse è però quella in cui viene fatto un bilancio politico sull’intervento pubblico per il Sud partendo dall’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno e dalla prima fase della sua operatività.

Il giudizio dell’autore è articolato. Positiva è la fase iniziale della riforma fondiaria e dell’intervento straordinario. Le opere infrastrutturali, quelle di bonifica e gli interventi di riforma agraria predispongono nel giro di pochissimi anni le condizioni per avviare uno sviluppo autopropulsivo del Sud. Ma esso si sarebbe dovuto accompagnare con un’azione lenta e complessa sul capitale umano. Molti operatori di comunità, infatti, si mettono in moto, da Danilo Dolci ad Adriano Olivetti, da Giorgio Ceriani Sebregondi a Manlio Rossi-Doria, da Umberto Zanotti-Bianco ad Angela Zucconi. Ma invece di perseguire questo obiettivo si sceglie frettolosamente un’altra prospettiva: puntare su una forte – e rapida – industrializzazione guidata dall’alto. E su questa linea – che ebbe in Pasquale Saraceno il più grande e lucido interprete – il giudizio dell’autore è nettamente negativo.

Borgomeo afferma senza mezzi termini che fino a quando tutte le forze politiche e sociali non riconosceranno in modo inequivocabile questo errore di fondo non sarà possibile correggere la rotta. Un errore che rimane come un retropensiero duro a morire, una sorta di maledizione che avvolge ogni volta qualsiasi tipologia di intervento per il Sud.

L’autore sostiene in modo convincente che lo sbaglio non riguardò solo le forze di governo, che evidentemente ebbero le maggiori responsabilità, ma anche quelle di opposizione. Il Pci fece propria la scelta di promuovere una intensa e veloce industrializzazione per due motivi: il primo è condiviso con la Dc e con le altre forse di governo e attiene all’urgenza di contenere il dramma dell’emigrazione di massa verso il triangolo industriale; il secondo è più specificamente politico e riguarda la mitizzazione di una classe operaia meridionale intesa come elemento decisivo per far crescere i livelli di democrazia tra le popolazioni.

Insomma per motivazioni solo in parte diverse si volle quasi unanimemente forzare la crescita senza una visione complessiva dello sviluppo. Ma fu un fallimento. Totale. E l’autore analizza una per una le motivazioni addotte dai maggiori protagonisti per dimostrare – dati alla mano - che nessuna delle esigenze considerate furono soddisfatte. L’occupazione non aumentò ma diminuì. Le grandi industrie non furono per nulla in grado di contaminare in senso imprenditoriale il territorio. Anzi la loro dimensione, la loro portanza, la loro capacità di assicurare (e spesso solo promettere) “posti stabili” finì per scoraggiare i percorsi imprenditoriali minuti. E infine la creazione di fattori esterni richiesti dall’impianto di un grande stabilimento in pochissimi punti ben delineati non solo non si rivelò più agevole che creare, per una parte estesa dell’area meridionale, e quindi in modo diffuso, condizioni propizie allo sviluppo economico, ma si trattò di una prospettiva del tutto campata in aria.

L’errore di fondo non riguarda, tuttavia, solo la dimensione o l’articolazione dell’intervento ma ha a che vedere con il percorso che lo caratterizza. Anche successivamente, negli anni Ottanta e Novanta, l’intervento pubblico per il Sud – connotato da azioni più attente alle piccole dimensioni e alle specificità territoriali - non ha prodotto risultati positivi. E dunque non ha senso – sostiene persuasivamente l’autore - dividersi tra quanti vogliono pochi e grandi interventi e quanti prospettano tanti piccoli interventi “attenti al territorio”.

La vera distinzione – scrive Borgomeo - è tra quanti pensano che le politiche di sviluppo si fanno investendo sulla domanda, mestiere faticoso e necessariamente “lento”, e quanti pensano che tutto si gioca sul versante dell’offerta.

Nei processi di sviluppo in cui vince la logica dell’offerta, cioè quella che ci impone di diventare semplici destinatari o incettatori di finanziamenti pubblici, non produce alcun risultato. Occorre, dunque, ripartire dalla domanda. E qui l’autore ricorda alcune esperienze che lo hanno visto in prima linea come responsabile delle misure per l’imprenditorialità giovanile e poi del prestito d’onore. In tale veste e in collaborazione con il sociologo Aldo Bonomi, ha promosso per sei anni il programma Missioni di sviluppo, con 54 punti territoriali e 712 idee progettuali trasformatesi in realtà imprenditoriali. E tale esperienza anticipa quella dei Patti territoriali promossi dal Cnel presieduto da De Rita.

E’ noto che la pratica dei Patti territoriali si è rivelata un fallimento. E sicuramente ci sono stati difetti di conduzione e tradimenti dello spirito iniziale, che era fortemente innovativo e sperimentale. Ma Borgomeo avanza anche un’altra ipotesi che mi pare fondata. Egli riconduce la sconfitta dei Patti territoriali a motivazioni squisitamente politiche: “il meccanismo aveva messo in moto, e rischiava di mettere sempre più in moto, spinte non facilmente governabili, incontrollabili e da un certo punto di vista eversive. Chi aveva in quella fase la maggiore responsabilità in materia, a livello politico e istituzionale, preferì non rischiare nuove mediazioni, nuove sintesi, nuovi percorsi”.

E’ così che si chiude la parentesi della progettazione “dal basso” e si torna di nuovo alla logica tranquillizzante dell’offerta con la cosiddetta “Nuova Programmazione”. E il Sud perde una grande occasione per migliorare la propria condizione.

Solo se si rimette al centro la domanda e si lavora sulla coesione sociale – è questo il succo del libro - si potrà riprendere il percorso che si era smarrito e che ci può ricondurre verso uno sviluppo possibile.

3 novembre 2013

Intervento di Maurizio Di Mario in occasione della presentazione di Radici & Gemme tenutasi a Fondi il 25 ottobre 2013

Radici & Gemme è la riscrittura di un intero pezzo di storia italica, dal Risorgimento fino ai nostri giorni. Un pezzo di storia, come già molto bene evidenziato da Franco Ferrarotti nella sua prefazione al volume, riscritto però sotto una luce nuova, “altamente originale”, rispetto alla tradizionale storiografia.

L’originalità del lavoro di Alfonso Pascale risiede infatti nel ribaltamento del punto di vista geografico da cui sono ripercorse le vicende storiche; ossia guardando “dall’esterno”, dalla campagna e dal mondo agricolo e rurale, a differenza di quello più consueto di marca urbano-industriale.

L’originalità del lavoro sta però, soprattutto, nell’aver assunto il territorio come protagonista assoluto della storia; il territorio interpretato non più soltanto come il sostrato fisico degli avvenimenti, ma piuttosto quale spazio materiale e immateriale esito del millenario intreccio di usi e relazioni umane; inteso cioè come il paradigma stesso dell’inestricabile ed indissolubile rapporto natura-uomo.

Il diverso punto di vista e il nuovo protagonista della narrazione storica proposta non sono tuttavia escludenti. In Radici & Gemme, infatti, la lettura olistica dei fenomeni e delle vicende - spaziando dall’agronomia all’urbanistica, dalla politica all’economia, dalla sociologia alla letteratura, dall’ecologia alla tecnologia, dalla genetica alla medicina, fino alle scienze che si occupano dei comportamenti degli animali - ci restituisce un quadro storico dei periodi trattati più ricco e più complesso di quanto finora tramandato.

Un altro requisito fondamentale di Radici & Gemme è la narrazione delle idee – e delle persone che le hanno incarnate – che nel processo storico - benché abbiano concorso a costruire la spina dorsale stessa del nostro “Bel Paese” – sono risultate sconfitte.

Si tratta di tutte quelle idee - sconfitte sì, ma non ancora vinte - che guardavano al territorio e ai suoi abitanti nella loro integralità, senza steccati culturali o funzionali tra città e campagna, tra industria ed agricoltura, tra mondo operaio e mondo contadino. Ossia a tutte quelle idee che rimandavano al concetto di “comunità”.

È un lungo filo rosso quello che lega in Radici & Gemme figure come Carlo Cattaneo, Stefano Jacini, Adriano Olivetti, Carlo Levi, Manlio Rossi Doria, Danilo Dolci, Umberto Zanotti Bianco, Ruggero Grieco, Emilio Sereni, Rocco Scotellaro, Giuseppe Avolio e molte altre; un filo rosso che si dispiega ininterrotto nel tempo della rivoluzione industriale, del socialismo utopico, del risorgimento italiano, delle crisi tra le due guerre mondiali, del dopoguerra, del ’68 fino ai nostri giorni.

Emblematiche in tal senso sono le pagine dedicate all’esperienza urbanistica di Adriano Olivetti - dal Piano della Valle d’Aosta ai progetti per il Canavese e per Matera – o alle teorizzazioni della “progettazione integrata zonale”, o del recupero del demanio agro-silvo-pastorale montano scaturite dalla Scuola Agraria di Portici sotto la guida di Manlio Rossi Doria.

Oggigiorno, nel tempo della cosiddetta globalizzazione, quando per ciclicità – o forse nemesi – storica si stanno riproducendo fenomeni già vissuti - dall’abbandono delle montagne con conseguente dissesto idrogeologico al riversamento nelle pianure e nelle gronde di fondovalle di milioni di persone che si spostano in fuga dalle città e dalle lande più povere e desolate dell’Italia e del mondo intero; dalla dismissione inesorabile delle attività agricole per effetto delle oscillazioni del mercato planetario alla devastazione dei paesaggi metropolitani; dagli enormi problemi sociali alla crisi energetica fino agli inquietanti scenari di una civiltà post-carbon -, la storia riscritta da Alfonso Pascale getta una luce malinconica e sinistra sulle tante occasioni perdute come sull’ignoranza e la miopia della nostra attuale classe politica e dirigente.

Difatti, le impostazioni olivettiane sono rimaste una chimera, mentre la “progettazione integrata zonale” è ancora sepolta al tempo delle sperimentazioni della Scuola di Portici. E oggi, nonostante a quei criteri e a quegli strumenti di governo del territorio spinga anche l’Unione Europea con la rimodulazione in corso degli obiettivi del finanziamento comunitario per le politiche agricole, infrastrutturali, sociali e di innovazione tecnologica, le esperienze di “progettazione integrata territoriale” che si stanno sviluppando anche alle nostre italiche latitudini faticano invece a farsi spazio, mortificando così anche quel potenziale che in queste stesse esperienze risiede per orientare quelle riforme a carattere multidisciplinare di cui la vigente programmazione e legislazione urbanistica, di tutela ambientale e paesaggistica, per lo sviluppo economico-sociale e delle reti di welfare tout court avrebbe urgentissimo bisogno.

Purtroppo, il recente varo da parte del Governo del Disegno di legge presentato dal Ministro delle Politiche Agricole Nunzia De Girolamo, dal titolo Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato, dimostra il grave ritardo culturale che si sta ancora scontando nell’affrontare i problemi del nostro tempo.

In barba agli obiettivi dichiarati, questa proposta legislativa - che riassume in sé il comune denominatore “urbanocentrico” anche delle precedenti proposte del Ministro Mario Catania al tempo del Governo Monti, nonché di quelle n. 70/2013 e n. 1050/2013 presentate nella odierna legislatura, rispettivamente, dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle – conferma infatti l’approccio completamente separato tra spazi rurali e spazi urbani, dove i primi vengono cristallizzati e paralizzati mediante la reiterazione di prassi burocratico-vincolistiche nonché condannati al ruolo di “ambiti di riserva” da conservare per una “consumazione” edificatoria differita nel tempo, mentre i secondi restano l’unico e incontrastato dominus dell’attenzione legislativa, densi come sono di interessi in gioco, vuoi per la loro “espansione” vuoi per la loro “densificazione”, comunque da gestire.

A fronte di questo ennesimo desolante (perché rapinoso o semplicemente ottuso) trionfo della visione “urbanocentrica”, penso che il lavoro di Alfonso Pascale abbia i requisiti per poter scuotere le intelligenze e rianimare un dibattito da troppo tempo mortificato.

Ecco perché mi auguro che Radici & Gemme consegua non solo il successo editoriale che merita, ma, soprattutto, che possa divenire uno dei punti di riferimento, un faro, teorico e pratico insieme, per la rinascita culturale e politica che da troppo tempo attendiamo.

8 ottobre 2013

Franco Paolinelli: DAI CONTADINI AGLI ORTISTI URBANI

La scala dei processi e dei cambiamenti economico-sociali e la loro velocità sono, oggi, tali da ampliare enormemente la visione necessaria a fare scelte, siano esse quelle dei politici, degli imprenditori, degli scienziati, o quelle del quotidiano di ognuno di noi.


Il libro “Radici & Gemme” di Alfonso Pascale ha, nel suo specifico, questa vastità. Abbraccia, infatti, la storia socio – economica dell’agricoltura italiana, nel suo percorso evolutivo dal’Unità d’Italia ad oggi.

Si può, in un’estrema sintesi, dire che il libro narri la fase cruciale e centrale del percorso che ha portato le comunità italiane dal vivere nelle campagne all’ammassarsi nelle città, come, peraltro, è successo in tutti i paesi sviluppati.

Traccia, quindi, il passaggio dalle lotte dei contadini per la terra, al superamento della centralità del primario nell’economia, quindi all’abbandono della terra stessa, per arrivare poi alla nostalgia per il mondo rurale ed alla sua evoluzione verso il terziario turistico e socio-terapeutico.


Oggi, infatti, nelle nostre campagne, ormai per lo più peri-urbane, alle poche imprese di produzione alimentare, si associa un mondo complesso legato ai servizi che la ruralità può offrire, incluso il teatro di se stessa.


Se le prime, legate al mercato dei prodotti ed integrate nelle filiere di riferimento, frutto di un pluridecennale percorso di liberazione socio-economica e culturale, ben poco hanno, ormai, di “contadino”, le seconde, paradossalmente, ne conservano il valore simbolico, avendone, però, perduto la rilevanza come fonte di produzione primaria.


Si basa su questo valore, infatti, la realizzazione di servizi che ha luogo negli agriturismi, nelle fattorie sociali e didattiche, negli orti sociali e terapeutici….


Ma, a ben vedere, nasce da questo valore anche la spesa che ha luogo nelle micro aziende agricole, quelle nate dalla riscoperta della campagna o quelle conservate dai nonni, insieme che sfuma, senza soluzione di continuità nel vastissimo mondo delle case in campagna. Vi si fruisce, infatti, dell’atmosfera rurale e si spende, e tanto, per poterlo fare.


Paradossalmente, è, quindi, in questo secondo ambito, più che nel primo, che persistono, più di quanto non si possa immaginare, le forme ed i comportamenti del mondo “contadino”.


Infatti, sia chi ha conservato, sia chi ha ricomprato, affida, ai pochi metri quadri di terra accanto al paese, alla rappresentazione della ruralità, la propria identità, la ricerca di “radici”, elemento simbolico che la metropoli oggi non riesce più a dare.


L’evoluzione dell’idea di ”imprenditore agricolo” e le tappe del percorso di liberazione dalle tante tutele onerose che gravavano sul mondo rurale sono ottimamente tracciate, ma la riflessione, con buona pace di chi ancora non vuole né vedere, né crescere, non si ferma.


Apre, infatti, con l’allargarsi dell’obbiettivo, al presente ed al futuro. Vede, quindi, come l’agricoltura possa e debba andare ancora oltre, diventando, in un’ottica globale, nuovamente centrale, per la qualità della vita, per la sicurezza alimentare globale, per l’ambiente. Suscita, quindi, la domanda: l’agro-teatro di questi anni sarà forse l’humus della rinascita agricola?


Il volume così diventa, o dovrebbe diventare, strumento di riflessione per tutti coloro che possono contribuire all’evoluzione dell’economia del territorio, che siano nella politica, nell’amministrazione, nell’assistenza tecnica, nella formazione, nella ricerca o nelle imprese.


Perché abbiano il coraggio di capire la scala delle trasformazioni in atto, quindi di accettare ed affrontare la realtà di un settore che non può più contare sull’assistenzialismo e deve riscoprire il proprio ruolo economico, culturale e sociale e gli spazi d’impresa che questo determina.


Perché abbiano il senso di responsabilità globale necessario a rinunciare ai loro piccoli o grandi snodi di potere, ai loro potenziali di veto, che finora hanno venduto caro. Cosicché il settore possa, con le semplificazioni di cui ha bisogno, alzarsi in volo e conquistare la sua nuova, possibile, dignità, assumendo in pieno il proprio ruolo, primario e terziario.


Ne raccomando, peraltro, la lettura a quei tanti ragazzi che, motivati, per lo più, da sogni, si iscrivono alle Facoltà d’Agraria. Perché li possa aiutare a conservare e rafforzare la loro “mission”, ma con la consapevolezza della complessità del settore e della sua storia. Perché, quindi, possano, nei loro studi, puntare agli spazi reali che la trasformazione apre, oltre il replicarsi di cattedre e sgabelli inutili.


Per le stesse ragioni spero che il volume arrivi tra le mani di quegl’altri ragazzi, per lo più di città che, di nuovo, sognano il “ritorno alla terra”, ma lo vivono nei vuoti della metropoli stessa. Perché non siano ingenui e sognatori, com’è stata gran parte dei loro genitori o nonni del tempo delle cooperative e delle comuni, ma non perdano neanche la loro freschezza, eventualmente trascinati ed invischiati da chi promette spartizioni per il solo obbiettivo di avere un piedistallo ed una corte.


Franco Paolinelli, presidente Ass. Cult. Silvicultura Agrocultura Paesaggio



Alfonso Pascale, "Radici & Gemme. La società civile delle campagne", Cavinato Editore International, 2013, pp. 360, Euro 20

28 settembre 2013

Mario Campli: l'agricoltura non è un mondo a parte. A proposito di un libro di Alfonso Pascale


Mi auguro che questo libro possa dare un piccolo contributo a chiunque voglia guardare al futuro con più consapevolezza, continuando a coltivare ragionevoli speranze”.


Così conclude, Alfonso Pascale, la Introduzione al suo Radici & Gemme.


Il libro di Alfonso Pascale, può essere letto da tanti lettori (ed io me lo auguro fortemente) e con diversi approcci e aspettative: per farsi una conoscenza di massima,  e nello stesso tempo accurata, della partecipazione (o del coinvolgimento) del cosiddetto “mondo agricolo” (economia e società, persone e sviluppi storici, tecnologici e politici) alla storia e alla vita di questo paese; per ricostruire, attraverso la lettura dell’evoluzione delle dinamiche  sociali, economiche, politiche,  il percorso della progressiva contaminazione di un “settore” della economia e della società (una volta, definito “primario”; quando l’industria veniva definita “secondario” e tutto  il resto, “terziario”)  che da “autonomo”, via via, si è ritrovato interconnesso e contaminato a tutti i livelli. Oppure ci si può accostare al bel volume di Pascale per amore della terra e/o  per stanchezza del vivere nei tessuti urbani; per “saperne di più”; ecc. ecc.


Io (che di questa realtà ne ho una qualche consapevolezza per la compartecipazione alla vita, ad una famiglia e alle attività agricole nella mia tenera età e successivamente per la lunga professione di dirigente nelle organizzazioni di rappresentanza in Italia e nella Unione Europea) prediligo il secondo approccio.

Di più: credo che il valore, oggi,  di questa importante  fatica  di Alfonso Pascale  stia proprio nel prendere per mano il lettore (soprattutto i giovani e, in generale, i contemporanei) e fargli scoprire che quel mondo non è un mondo a parte. E, in un certo senso, non lo è mai stato.

Quello di pensare  l’agricoltura, il rurale, le campagne, gli agricoltori, un “mondo a parte”  (a volte con distacco altezzoso – tempo fa, altre volte con appassionata “amorevolezza” - di recente) è una manifestazione di inadeguatezza culturale e/o di ritornante fuga dall’esigenza di governo della complessità di una società.  Soprattutto ora, nel mezzo di una globalizzazione contraddittoria e non governata, ma reale e non aggirabile.

Faccio di questa lettura la più urgente lettura, non solo perché “oggi tutti i prodotti che troviamo sia al mercato sia sui banchi di un supermercato, negli orti come nelle colture intensive, sono ottenuti dall’ innovazione. Questo vuol dire che necessitano delle competenze di agronomi, patologi, entomologi….Senza scambio di sapere non si ottiene nulla”  (come ben afferma un altro Pascale, Antonio, nel suo: Pane e Pace - il cibo, il progresso, il sapere nostalgico, Chiarelettere editore, 2012).

 

Considero, questo,  il contributo più significativo del lavoro di Alfonso Pascale, in quanto proprio oggi  “nostalgici ritorni” – indotti  da normalissime  esigenze di sanità e qualità degli alimenti, certe, sicure e controllate,  spesso confondono le menti di tanti cittadini e cittadine. Spingendoli a pensare e dire: “una volta non era così”, “una volta tutto era genuino e sano”. Non è vero.


Il lavoro di Pascale  (anche con  l’ausilio della ottima “Guida bibliografica”, che – lo ricordo ai lettori – sostituisce la cosiddetta bibliografia;  è uno stile  diplomatico dell’autore per dirci:  alla base di questa, inevitabilmente veloce, galoppata ci sono a disposizione studi e ricerche puntuali per approfondire) ci dimostra che anche quando la separatezza del mondo/settore agricolo sembrava  “indiscutibile”, essa era espressione non del settore/mondo in quanto tale, ma di un assetto della società complessiva, pensata e governata (e perciò, vissuta) come “mondi” separati. I conflitti sociali e la organizzazione del potere, infatti, si incaricavano di collegare  e tenere in ordine mondi che apparivano distanti o separati. C’erano  anche “agenzie speciali” (ad esempio, ma non solo, la religione e le chiese) che si incaricavano della omogeneizzazione dell’ordine e del sistema, organizzati  per compartimenti, riconducendo il tutto ad un unicum del potere costituito; anche attraverso la elaborazione di ben finalizzate dottrine generali (il diritto naturale, la teologia della volontà di Dio e dell’ordine, ecc.).


L’andamento della ricerca di Pascale  ha, dunque, questo filo rosso conduttore: un mondo creduto ( e “persino” credutosi) a parte, si presenta  come mondo sempre intrecciato con la grande  società, sempre “vitale”, anche nelle sue specifiche inadeguatezze, anche con le transitorie “assenze” che rinviavano e rinviano (e questo vale anche per lo studioso che si accosta alle fonti) ad assetti e complessi storico-sociali generali.


Stiamo parlando, ovviamente, della storia moderna.


Scrive Pascale a margine della conferenza economica della Confcoltivatori: “i limiti della conferenza economica andrebbero ricercati nell’analisi ancora parziale delle modificazioni che si erano prodotte nell’economia e nella società e che avevano trasformato i rapporti tra città e campagne. Erano, infatti, cambiati in modo vistoso i comportamenti degli agricoltori e deisoggetti rurali che ormai non si distinguevano più dagli altri soggetti degli ambienti urbani. (…) il cambiamento più profondo avrebbe meritato un’analisi più accurata per individuare con maggiore precisione i soggetti e la molteplicità di relazioni e integrazioni che si stavano producendo” (p. 268).


E non si tratta, da parte dell’autore, di una notazione en passant.


E’ tutta la impostazione del lavoro che è situata in questa consapevolezza, a cominciare dal sottotitolo, dove l’autore usa la terminologia e la configurazione socio-economica di “società civile”, per indagare lo stato e l’evoluzione degli assetti  sociali, le dinamiche  delle sue componenti e le interrelazioni. Non ricorre, per essere più espliciti, alla consunta terminologia di “categoria” o ad altre similari.


D’altra parte, se i protagonisti principali dell’agricoltura sono gli agricoltori e le agricoltrici, essa (l’agricoltura) appartiene alla società e  vive nelle articolazioni di società complesse.


Su questa “evidente” appartenenza dovranno essere impostati sempre di più i vari  “negoziati” tra i protagonisti dell’agricoltura e la società, a partire da quella Politica agricola comune che ancora oggi necessita di una reimpostazione integrale e integrata.


Sono certo che la lettura di questo libro può contribuire a  coltivare quelle ragionevoli speranze di cui parla Alfonso Pascale, a cui faccio i migliori complimenti per questa sua impegnativa e meditata ricerca. E complimenti anche a Cavinato editore, per il coraggio civile che ha manifestato dando alle stampe un libro che si rivela importante nell’editoria di studi e ricerche collegate al cosiddetto “mondo agricolo”. Di queste Gemme abbiamo bisogno, per riscoprire  con più consapevolezze anche le Radici.

 

Mario Campli

(Consigliere del Comitato Economico e Sociale Europeo)


Alfonso Pascale, Radici & Gemme. La società civile delle campagne dall'Unità ad oggi, Cavinato Editore International, 2013


8 agosto 2013

Un libro di memorie per una storia del Pci meridionale. Alfonso Pascale recensisce l'ultimo libro di Piero Di Siena

Il Pci del Mezzogiorno ha manifestato alcuni caratteri specifici nell’evoluzione del “partito nuovo” voluto da Togliatti dopo la caduta del fascismo e, successivamente, ha continuato a coltivare, nel bene e nel male, una sua peculiarità lungo l’intera parabola di quella formazione politica conclusasi con la morte del comunismo reale. Dobbiamo essere grati a Piero Di Siena che - con il suo libro “Nel Pci del Mezzogiorno. Frammenti di storia sul filo della memoria” (Calice Editori, 2013) – fornisce uno dei primi e più significativi contributi alla ricostruzione del comunismo meridionale, individuando alcuni elementi essenziali per tracciare il profilo di quella specificità a partire dal secondo Dopoguerra e, soprattutto, in seguito al “miracolo economico”.


L’A. è stato un dirigente del Pci, dapprima nella sezione universitaria di Bari e, dal 1978 in Basilicata, in qualità di segretario della Federazione di Potenza e poi di segretario regionale.  In gioventù aveva coltivato gli studi storici sull’evoluzione del pensiero di dirigenti e intellettuali comunisti, a partire da Emilio Sereni. E ora, in questo suo ultimo lavoro, riscopre questa sua antica “vocazione” e fornisce un contributo storiografico di notevole spessore.


La forma non è quella autobiografica, né quella della ricostruzione obiettiva delle vicende sulla base di fonti scritte. Si tratta, invece, della raccolta ragionata di alcuni elaborati d’occasione – articoli apparsi su “L’Unità” e “Rinascita” o saggi pubblicati in opere collettanee – che riguardano talune figure emblematiche del Pci meridionale o ad esso vicine, come Michele Mancino, Michele Preziuso, Francesco Laudadio, Nino Calice, Raffaele Giura Longo, Paolo Laguardia, e alcuni snodi cruciali del rapporto tra Pci e Mezzogiorno, come la creazione del centro siderurgico di Taranto e l’emergenza post-terremoto. In appendice è riprodotta la relazione che Di Siena svolse al III congresso regionale del Pci nel 1986, che testimonia anch’essa, in modo nitido, il valore e i limiti della cultura politica e, soprattutto, il vasto campo d’iniziativa del partito in una regione particolare del Mezzogiorno. Il tutto è sorretto da un’ampia introduzione in cui l’A. ragiona in modo persuasivo sull’inevitabilità – nella memorialistica politica odierna – di una ricostruzione della memoria come occasione essa stessa per tracciare bilanci storici e pone, altresì, l’esigenza di approfondire “il nesso nuovo da stabilire tra memorialistica e fonti di archivio, scritte e audiovisive”, invitando gli storici di professione a riformulare “lo stesso statuto epistemologico della ricerca storica e il suo rapporto con le fonti”. Se altre personalità, che hanno svolto funzioni dirigenti nel Pci e, in generale, nella sinistra del Mezzogiorno, seguissero l’esempio di Di Siena, si potrebbe pervenire ad un mosaico di straordinario valore per rielaborare criticamente la vicenda storica delle formazioni politiche della sinistra meridionale, interrompendo l’infruttuoso e avvilente stillicidio di novità, che pretendono di affermarsi mediante solamente cesure e rimozioni, e dotandoci di strumenti culturali più efficaci per tentare proficuamente vie d’uscita dalla crisi morale, economica, politica e istituzionale.


L’A. parte dall’assunto che il Pci – anche nel Mezzogiorno – ha rappresentato un’originale evoluzione del partito di classe, nel senso che esso si costituisce entro un esplicito rapporto tra classi sociali diverse attraverso l’esercizio di una funzione egemonica di una classe sulle altre”. Il Pci sarebbe stato lo strumento per realizzare il “blocco storico” di cui parlava Gramsci. E dunque la sua ascesa e il suo declino non sarebbero dipesi solo dalla capacità di svolgere una funzione nazionale nel quadro dei mutevoli rapporti internazionali, ma anche di costituire la forma politica organizzata di blocchi sociali costituiti da classi che nascono e si esauriscono continuamente. In tale quadro concettuale si spiegherebbero sia il carattere di massa - sebbene a macchia di leopardo - del Pci come strumento ed espressione del ruolo egemonico assunto dai contadini nell’immediato Dopoguerra, sia la progressiva incapacità di quel partito di ricostituire nuovi “blocchi storici” quando quello iniziale, a seguito del “miracolo economico”, si sfalda.


Si tratta, a mio modo di vedere, di una rappresentazione molto parziale del conflitto sociale e politico che si è sviluppato nel Mezzogiorno; rappresentazione che andrebbe discussa e ridefinita in una dimensione di lunga durata, partendo almeno dall’Unità d’Italia e ripercorrendo criticamente il tormentato rapporto tra società civile delle campagne, sistema politico, Stato e mercato. Per la particolare conformazione e articolazione del capitalismo italiano, specie nel Mezzogiorno le contrapposizioni di interessi hanno riguardato solo marginalmente il conflitto tra capitale e lavoro. Qui più che altrove la costruzione dei partiti di massa è avvenuta sulla base di distinti ma convergenti progetti di educazione alla democrazia, che hanno dapprima promosso una nuova società civile e che dopo non hanno saputo o voluto liberarla e farla crescere autonomamente, invischiandola così in rapporti deleteri con le istituzioni. I partiti di massa e, soprattutto, il Pci dove si era dotato di gruppi dirigenti capaci, hanno svolto nei primi anni di vita della Repubblica, e almeno fino alla nascita delle Regioni, una primaria funzione di ricostituzione in forme moderne di comunità locali e di legami sociali solidali, come premessa fondamentale per la democratizzazione delle istituzioni. Ma poi, qui più che altrove si è passati direttamente da un’economia prevalentemente contadina ad una potenziale economia della conoscenza, indotta dai progressi in campo educativo e dall’affermarsi in modo diffuso del sapere, come fattore dominante che permea di sé il processo produttivo di beni e servizi. Qui più che altrove si è, in altre parole, saltata la fase del capitalismo fordista per ragioni che attengono non a presunti ritardi – come si è voluto pervicacemente continuare a credere - ma a peculiari tratti della nostra vicenda civile di lunga durata,  nonostante i costosissimi, lunghi, inconcludenti e un po’ patetici sforzi per favorirne il suo insediamento diffuso.


Quanto è avvenuto si poteva già intravedere nella fase della “grande trasformazione” e del “boom economico” e non è stato colpevolmente intravisto? Ecco una domanda che potrebbe condurci forse alle radici dei ritardi e della lunga crisi politica e sociale che si è aperta negli anni Settanta del secolo scorso e che non si è più riusciti a farvi fronte.


Il libro di Di Siena ha il merito di avviare la riflessione su temi che sembrano antichi ma sono, in realtà,  di scottante attualità. Alla sinistra del Mezzogiorno manca un progetto dello stesso spessore di quello elaborato dal “partito nuovo” di Togliatti: un progetto politico ispirato dagli eterni valori della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità civile, cioè aperta e universalistica, e dalle nuove domande di senso, capace di selezionare nella società le forze interessate a farsene interpreti e potenzialmente in grado di assumere una funzione egemone nel processo di cambiamento. Ma se non svolgiamo questo lavoro di scavo nel nostro vissuto personale e collettivo, a cui ci invita Di Siena, non riusciremo mai ad elaborarlo e soprattutto a farci intendere dalle forze disponibili a cambiare lo stato di cose esistente.


6 agosto 2013

Tommaso Russo recensisce "Radici & Gemme" di Alfonso Pascale

Alfonso Pascale da Tito appartiene a quella numerosa schiera di lucani in Italia che non farà più ritorno al paese. Vive e lavora a Roma. Alfonso è però anche l’autore di un libro molto bello: "Radici & Gemme". Attenzione. Non è l’ennesimo repertorio di piante officinali e neppure un trattato di erboristeria, ma un vero e proprio lavoro di storia sociale dell’agricoltura. Lo conferma il sottotitolo: "La società civile delle campagne dall’Unità ad oggi" (Cavinato Editore International, Brescia, 2013, pp. 11-359, 2013). Franco Ferrarotti, padre della sociologia italiana, noto in Basilicata dai tempi dell’olivettiano Movimento di Comunità e dei Circoli eponimi, regala al suo amico autore una densa prefazione in cui, fra le altre cose, ribadisce la fine della “mitica civiltà contadina” e non solo. Il libro non contiene note (anche Croce non ne usava) a piè di pagina e ciò farà dire a qualche accademico locale che il testo è privo "di metodologia scientifica" e pertanto non va letto. Tanto peggio per lui. Non sa cosa si perde. Le otto parti in cui è suddiviso il volume sono sostenute da un’aggiornatissima e ragionata bibliografia che spazia da Braudel a Della Peruta, da Sereni a James O’Connor, il politologo californiano che per primo indagò la crisi fiscale dello Stato e il complesso militar-industriale come sua valvola di salvezza (che Einaudi pubblicò nel 1979), fino a Crainz e Malanima, giusto per fare dei nomi che valgono una sintesi persuasiva per i lettori. Nel parterre dei ringraziamenti fatti dall’A. si segnalano due lucani emigrati: Mimmo Guaragna e Michele Padula, prodighi di incoraggiamenti e consigli specifici.


La mancanza di note rende leggera la lettura. La cifra linguistica utilizzata, piana e vagamente anglosassone, contribuisce a dare un tocco narrativo all’esposizione di fatti e circostanze. La scrittura si ripiega spesso sul racconto, sull’affabulazione, e concorre a rendere meno faticoso salire i tornanti degli oltre 100 anni di storia patria che, muovendo dalla centralità dell’agricoltura e dei contadini, si avvolgono intorno a veri e propri nodi tematici e problematici. E così si parte da quel grande e ancora irrisolto corpo tematico che a qualche palato pruriginoso o a qualche mente labile può apparire irritante. Si tratta della violenza e delle alleanze nella lotta di classe nelle campagne (il soggetto stizzoso suggerisca un altro concetto se lo possiede) ovvero quello che Pascale chiama “il conflitto tra forze egemoni e soggetti sociali subalterni”. Tema questo che l’A. inserisce nell’alveo della democrazia moderna di cui il Risorgimento italiano ne costituì una manifestazione sui generis. L’Unità, dice Pascale, nacque “con un vizio d’origine” vale a dire la logica dell'“esclusione di altre élite importanti”. Di qui il brigantaggio postunitario che egli presenta come “ultima guerra contadina dell’Occidente e, nel contempo, prima guerra civile italiana”.

L’altro tema è il rapporto tra i contadini e la natura: qui si vede che l’A. sa il fatto suo e le pagine dedicate sono tutte molto belle. Vengono al pettine nodi come il rapporto mezzi- fini, le relazioni tra la terra e l’uomo, l’ambiente, i bisogni e le risorse con conseguente trasformazione da “ ecosistemi naturali in agrosistemi”. E anche se Pascale delle volte cerca di tenerlo a freno, Monsieur le Capital fa la sua rumorosa e mortifera comparsa cercando di trasformare l’agricoltura in un comparto “all’aperto” del sistema di produzione capitalistico. Poi c’è l’altro legame, quello tra agricoltura e saperi specialistici ovvero “la nascita dell’agricoltura, combinandosi con l’uso di simboli, misure, calcolo, scritture, rese possibile lo sviluppo della scienza applicata”. Pascale non lo confessa esplicitamente ma qui c’è un amore coltivato a lungo e in silenzio, testardo come un mulo avrebbe detto Prévert, per la fisiocrazia o se si preferisce per la supremazia di terra, agricoltura e natura come fattori di sviluppo, di buone pratiche produttive, di positive relazioni fra gli uomini. Infatti, il diverso modo di concepire i termini di quei rapporti è frutto di un riposizionamento al centro dell’agricoltura che in tal modo può svolgere la sua funzione di “ generatrice di comunità”. In questa visione di uno sviluppo mite, di un’agricoltura umanizzante e a suo compimento e corollario sembra porsi un nuovo topos narrativo: la paesologia di Franco Arminio, scrittore nato a Bisaccia nell’Irpinia d’Oriente come ama dire di se stesso.

Non si pensi che Pascale s’incammini solo su sentieri sociologici e narrativi. La sua ricostruzione dell’agricoltura si storicizza e si contestualizza nei passaggi più importanti della storia italiana e ad essi si lega intimamente: dall’età liberale, attraverso il fascismo, all’occupazione delle terre, fino al centro-sinistra. Decenni questi che vedono il passaggio e la definitiva trasformazione dell’Italia da paese agricolo a paese industriale, dalla parsimonia dei consumi al boom economico e con esso all’eclissi della civiltà contadina. Qui, dentro questi tormentati decenni del Novecento, vi sono momenti ed episodi cruciali e importanti: le lotte per la terra e per una diversa sintassi dei rapporti giuridici e sociali tra le classi, le bonifiche, le trasformazioni produttive…. fino alla domanda del terzo millennio: ci sarà un futuro per l’agricoltura? Pascale è ottimista. Individua tre direttrici: quella industrializzata, quella multifunzionale, quella che serve per produrre servizi ed energia. Questa triplice scansione per l’agricoltura può offrire un orizzonte di senso solo se “si recupera il valore dei legami sociali, delle capacità individuali e del senso del limite”. Soprattutto quest’ultimo viene da dire; ma fino a quando la pedagogia della menzogna e l’egolatria (qualche politico nazionale ne è affetto a dismisura) costituiranno un ostacolo occorrerà ancora lottare per vedere realizzato “ il sogno di una cosa”.

TOMMASO RUSSO

(Da "LA NUOVA DEL SUD" 3 agosto 2013)

28 giugno 2013

La Rete Fattorie Sociali incontra le istituzioni: presto una legge quadro sull'agricoltura sociale

 L’Incontro pubblico della Rete Fattorie Sociali che si è svolto a Roma, nella sala Convegni della Città dell’Altra Economia, coi rappresentanti delle istituzioni è stato un successo. Hanno infatti partecipato, oltre a numerosi imprenditori e operatori dell’agricoltura sociale,  per la Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati, il Vice Presidente Massimo Fiorio e poi Paolo Russo, Franco Bordo, Alessandra Terrosi e Veronica Tentori. Per la Commissione Agricoltura del Senato è intervenuta Elena Ferrara. Ha rappresentato il Comitato Economico e Sociale Europeo, Mario Campli, membro della Sezione Agricoltura, Sviluppo Rurale e Ambiente. Erano presenti anche rappresentanti del Ministero delle Politiche Agricole e dell’Assessorato all’Agricoltura della Regione Lazio, nonché delle organizzazioni nazionali aderenti alla Rete, Acli Terra, Confagricoltura e Associazione Nazionale Giovani Agricoltori.


Dopo l’introduzione di Marco Berardo Di Stefano, Presidente della Rete, che ha illustrato le proposte dell’Associazione e dato conto dei primi risultati conseguiti a seguito delle iniziative dei mesi scorsi, ha preso la parola Massimo Fiorio che ha descritto lo stato della discussione parlamentare sulle  proposte di legge in materia di agricoltura sociale e si è fatto interprete dell'unanime volontà espressa in Commissione Agricoltura da tutti i suoi componenti a varare il provvedimento prima della pausa estiva. Alle dichiarazioni di Fiorio si è associato Paolo Russo con un breve indirizzo di saluto.


Ha preso poi la parola la senatrice Ferrara per confermare l’impegno della Commissione Agricoltura del Senato a contribuire immediatamente alla formulazione del testo di legge in modo da rendere più spedito l’iter di approvazione del provvedimento.


Per le istituzioni europee è intervenuto Mario Campli che ha illustrato il contesto entro cui si è sviluppata l’iniziativa del CESE con l’approvazione del Parere sull’agricoltura sociale e i passi successivi per coinvolgere la Commissione e il Parlamento Europeo.


Roberto Finuola, esperto della Rete Fattorie Sociali, ha completato il quadro europeo analizzando le novità della Programmazione 2014-2020 e ponendo con forza l’esigenza di recepire nell’Accordo di Partenariato nazionale e nei Programmi operativi regionali l’approccio integrato nell’utilizzo dei Fondi e lo strumento della progettazione territoriale.


Successivamente hanno preso la parola Fabio Comunello, fondatore della Fattoria Sociale “Conca d’Oro” di Bassano del Grappa, Andrea Zampetti, cofondatore della Fattoria Solidale del Circeo, e Stefania Corrocher della Fattoria Sociale “Oasi di Baugiano” , che hanno dato conto dei risultati più recenti delle loro esperienze.


Infine, Eugenio De Crescenzo, Presidente nazionale di AGCI Federsolidarietà, ha parlato del contributo del movimento cooperativo allo sviluppo dell’agricoltura sociale.


Al termine dell’Incontro, i partecipanti si sono recati nel negozio del Consorzio delle Fattorie Sociali per degustare i prodotti e inaugurare la nuova attività con un brindisi. Negli spazi assegnati al Consorzio nella Città dell’Altra Economia saranno ospitati i Prodotti delle Fattorie Sociali di tutta Italia per rifornire i Gruppi di Acquisto Solidale della Capitale.




permalink | inviato da lostruscio il 28/6/2013 alle 21:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

22 giugno 2013

Alfonso Pascale ricorda Giovanni Li Volti

Giovanni Li Volti se ne è andato in punta di piedi, lasciando in chi come me ha avuto la fortuna di essergli amico una tristezza profonda. Aveva 71 anni e da alcuni mesi combatteva contro un male incurabile. Nonostante avesse un’età per nulla avanzata, appariva come una persona d’altri tempi. Determinato ma sempre garbato e gentile. Colto ma privo del tutto di albagia. Intransigente nel difendere il proprio punto di vista ma senza visioni dogmatiche e sempre attento alle opinioni degli altri. Generoso e disponibile con tutti ma senza aspettarsi nulla in cambio.

Giovanni è stato un autorevole e apprezzato dirigente di primo piano dell’Alleanza dei Contadini prima e della Confederazione Italiana Agricoltori poi. Non solo nel Lazio ma anche a livello nazionale. Negli ultimi anni, con entusiasmo giovanile aveva fondato “Promoverde”, l’Associazione per la qualità del Paesaggio e il Florovivaismo di cui era Presidente.

Aveva aderito al Psi nel 1965 nel vivo delle lotte studentesche culminate nell’uccisione dello studente di Architettura de “La Sapienza” di Roma, Paolo Rossi, iscritto alla Gioventù socialista. E il suo impegno politico si era subito caratterizzato nella battaglia delle idee, collaborando con “L’Astrolabio” di Ferruccio Parri.

Il percorso intellettuale e politico di Giovanni è stato segnato dal sodalizio quasi ventennale con Riccardo Lombardi, il suo maestro e compagno di tante battaglie nella sinistra socialista. Si era potuto così giovare dell’esempio di una delle personalità di maggiore spicco della lotta antifascista e della Resistenza, caratterizzate sempre da una profonda umanità e lealtà anche quando lo scontro politico era aspro e ci si divideva in modo netto.

Frequentando quell’alta scuola di politica, aveva potuto coltivare un elevato senso critico nell’osservare la realtà e un’autonomia di pensiero che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita.

Un elemento essenziale della sua cultura politica era la centralità del progetto rispetto alle alleanze. Ed è per questo che il suo rapporto coi comunisti è stato sempre unitario ma mai subalterno. Rigoroso e determinato, non cedeva dinanzi a qualsivoglia atteggiamento prevaricante. Si considerava “acomunista” per segnalare appunto la disponibilità unitaria e, allo stesso tempo, il rifiuto dell’egemonia comunista. La sua idea di unità della sinistra non aveva il valore di un feticcio da difendere ad ogni costo, ma quella di una continua costruzione politica che doveva avvenire nel fuoco delle lotte politiche e sociali.

Di questa esperienza giovanile Giovanni era orgoglioso. E negli ultimi tempi richiamava di continuo quella fase per tentare di darsi una spiegazione del suo isolamento e della sua difficoltà a rapportarsi con la politica odierna. Come Lombardi aveva pagato con l’emarginazione la sua origine azionista, così gli sembrava di dover pagare, con la discriminazione e l’allontanamento da ogni incarico, la sua origine socialista e lombardiana, come una sorta di marchio infamante.

Con Giovanni mi scontrai nel corso del V° congresso della Confcoltivatori, nel lontano 1992, quando l’organizzazione mutò la sua denominazione in Confederazione Italiana Agricoltori. Lui era contrario al cambio del nome. Ed era del suo stesso avviso un nutrito gruppo di delegati del Lazio, della Romagna e di qualche altra regione. Egli vedeva in quella modifica una sorta di tradimento del progetto fondativo della Confederazione, una presa di distanza da alcuni riferimenti sociali e una considerazione indifferenziata dell’imprenditore agricolo in modo avulso dalla qualità dei suoi legami territoriali. Io invece condividevo la proposta di Avolio di dare finalmente alla Confederazione il nome che avrebbe già dovuto portare dal 1977, quando l’avevamo fondata, per fare in modo che chiunque operasse in agricoltura, a qualsiasi titolo e in qualunque forma, potesse sentirsi a casa propria con pari dignità.

Eppure, in quella discussione che fu molto aspra, entrambi percepivamo che c’era un’insufficienza di analisi delle trasformazioni che erano avvenute e stavano avvenendo nelle campagne a partire dalla seconda metà degli anni Settanta. E non riuscivamo a esplicitare nel dibattito l’esigenza di un approfondimento. Sfuggivano, infatti, i termini della nuova ruralità e il modo come questo fenomeno interagiva, nelle diverse aree del Paese, con le agricolture che si erano modernizzate in vario modo tra gli anni Cinquanta e Sessanta.

Col senno di poi potrei dire che quello scontro non divideva chi difendeva il passato e chi voleva aprire al nuovo – come poteva apparire a molti di noi – ma faceva emergere diversi gradi di sensibilità nel cogliere il “nuovo”, un “nuovo” con radici antiche. In realtà sfuggivano a tutti i tratti veri che si venivano delineando nelle campagne da almeno un quindicennio. E lo scontro sul nome celava un ritardo nell’analisi e nell’approntamento di politiche adeguate.

Il senso di quel ritardo – intuito ma non tematizzato - e la successiva consapevolezza di quella insufficienza politica ci hanno permesso negli ultimi anni di ritrovarci sullo stesso terreno di impegno: i temi del paesaggio e delle campagne urbane.

Ma Giovanni aveva intuito per primo che bisognava approfondire tali questioni e si attirava le ironie e le canzonature di chi riteneva tali argomenti del tutto marginali. Su questi problemi, ha scritto molti articoli su giornali e riviste ed è auspicabile che un giorno i suoi interventi e saggi siano raccolti e pubblicati in un volume. Egli aveva, infatti, connotato il suo impegno più recente come un’azione educativa. Tant’è che aveva sottolineato in un saggio: “La cultura del verde intesa come parte della natura e a sua volta componente determinante dell’ambiente anche in relazione con il paesaggio, non deve essere un tema riservato solo a pochi, ma va esteso il più possibile ai molti per difenderlo fino a farlo diventare una cultura prevalente nel cittadino, affinché sia un dovere e una battaglia di tutti”.

Egli precisava ogni volta che il suo approccio ai temi ambientali non aveva nulla di naturalistico ma prendeva le mosse dalla concezione di un grande intellettuale italiano del Novecento, Emilio Sereni, per il quale il paesaggio agrario è “quella forma che l’uomo, nel corso e ai fini delle sue attività produttive agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale”.

Sereni era stato un dirigente comunista e per un certo periodo aveva svolto il ruolo di Presidente dell’Alleanza dei Contadini. Giovanni ne era rimasto profondamente segnato. E per questo non poteva non rilevare con orgoglio, ogni qualvolta gli capitava l’occasione, che la Convenzione europea sul paesaggio, approvata a Firenze nel 2000, si richiamava a quel nostro comune Maestro.

Ciao Giovanni e grazie per tutto quello che ci lasci.




permalink | inviato da lostruscio il 22/6/2013 alle 22:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
agosto