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Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

Diario | La vetrina | I paesaggi | I fatti | Le cantate | I passaggi |
 
I fatti
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30 agosto 2014

Co.Pro.N.E.L. a Renzi e Marino: fermate il tentativo di svuotare la Città Metropolitana

Il Co.Pro.N.E.L. (Coordinamento Promotori Nuovi Enti Locali) ha inviato una lettera aperta al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e al Sindaco di Roma, Ignazio Marino, in merito alla procedura per la costituzione della Citta Metropolitana di Roma Capitale, per chiedere al primo di disciplinare la materia nel rispetto delle norme costituzionali e al secondo di revocare o, almeno, sospendere l’ordinanza con cui illegittimamente sono state indette le elezioni del Consiglio Metropolitano per il 5 ottobre prossimo.

Nella lettera si sollevano forti dubbi sulla regolarità del procedimento adottato, “figlio di una vecchia visione burocratica e politica – si sottolinea - che ha bloccato per un lungo periodo l’istituzione del nuovo ente e non vuole che siano i cittadini ad avere un ruolo attivo“.

La normativa per Roma Capitale e, di conseguenza, per la sua Città Metropolitana – si legge nella missiva - deve essere “speciale”, cioè “autonoma” e “diretta” e “non confondibile con la disciplina che riguarda le altre Città Metropolitane”.

Il Co.Pro.N.E.L. mette in risalto che “la scelta di far coincidere la Città Metropolitana con l’intero territorio della Provincia avrà conseguenze disastrose che ricadranno soprattutto sui cittadini romani in quanto i problemi complessi e specifici che Roma Capitale deve affrontare diventano insolubili in un’area metropolitana troppo ampia e disomogenea”.

“La procedura adottata – rileva inoltre il Co.Pro.N.E.L. – impedisce ai Municipi di svolgere il ruolo primario che ad essi compete perché li esclude dalla partecipazione alla fase costituente della Città Metropolitana”.

Nella lettera si propone, pertanto, che “L’Assemblea capitolina adotti una delibera d’indirizzo con cui, in modo transitorio, si riconoscano i Municipi come zone omogenee dotate di autonomia amministrativa per fare in modo che i Presidenti e i consiglieri municipali partecipino alle elezioni del nuovo organismo”.

L’obiettivo indicato dal Co.Pro.N.E.L. è di puntare nel tempo ad uno Statuto della Città Metropolitana da sottoporre a referendum approvativo e che preveda l’elezione diretta del Sindaco e del Consiglio Metropolitano e una delimitazione territoriale del nuovo ente corrispondente alle sue funzioni”.

“È proprio tale esito che la vecchia politica vuole scongiurare – denuncia il Co.Pro.N.E.L. – per poter trattare sottobanco la scelta di un Vice Sindaco Metropolitano che sia espressione del territorio ‘non capitolino’ a cui affidare il compito di condizionare il Sindaco di Roma Capitale per conto di forti e incalliti gruppi d’interesse politico-economici”.

31 gennaio 2010

Ad un mese da Rosarno. Un articolo di Alfonso Pascale

Com’era stato preannunciato all’indomani dei fatti di Rosarno, il consiglio dei ministri si è effettivamente riunito a Reggio Calabria per approvare il cosiddetto “piano straordinario contro le mafie”. Tra le misure del piano figurano l’istituzione dell'agenzia per la gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata e l’intensificazione delle attività ispettive nelle aziende agricole contro il lavoro nero, il caporalato e le truffe ai danni dell’INPS realizzate mediante l’instaurazione di fittizi rapporti di lavoro.

L’agenzia dovrà censire, amministrare, custodire e destinare i beni sequestrati e confiscati alle mafie e avrà la sede principale a Reggio Calabria. Per quanto riguarda, invece, l’azione di vigilanza nei territori del Mezzogiorno più coinvolti dal fenomeno del lavoro irregolare in agricoltura, l’obiettivo è quello di verificare circa 10 mila aziende agricole.

Queste misure potrebbero anche avere un senso se vi fosse un minimo di coerenza nei comportamenti  del governo e della maggioranza. Un’agenzia nazionale dei beni confiscati si istituisce, infatti, per accorciare i tempi di assegnazione degli immobili alle cooperative che ne fanno richiesta per scopi sociali; ma il governo continua imperterrito sulla strada della vendita all’asta delle proprietà sottratte alle mafie. E allora a cosa serve l’agenzia se si agevolano i boss a riappropriarsi dei beni confiscati? Forse a snellire le procedure di recupero da parte delle mafie dei beni ad esse confiscati in precedenza? Il dubbio è legittimo. 

Paradossale appare anche l’atteggiamento nei confronti della lotta al lavoro nero in agricoltura. Da una parte, si programmano 10 mila ispezioni  e, dall’altra, si stralcia in Senato, su richiesta del governo, l'art. 48 della legge comunitaria, che contiene la delega all’esecutivo per l'attivazione della direttiva 2009/52/ce, la quale introduce norme minime per la tutela dei lavoratori dei paesi terzi irregolari e sanzioni per i datori di lavoro che li sfruttano.

Ma anche qui, se si vedono a fondo le cose, traspare subito il vero obiettivo del governo. L’azione di vigilanza che interessa al centrodestra è solo quella che permette di rispedire nei propri paesi d’origine gli extracomunitari irregolari. L’Unione europea ci invita, invece, a favorire quei lavoratori stranieri che denunciano le condizioni di violazione delle norme sul lavoro, dotandoli di un permesso di soggiorno temporaneo. Una modalità che appare la più efficace per far emergere quote rilevanti di lavoro nero diffuse in agricoltura, in particolare nelle attività stagionali di raccolta dei prodotti agricoli. Ma questo strumento non interessa al governo italiano perché contraddice il suo vero intento: mostrare i muscoli contro gli immigrati senza affrontare in alcun modo le cause che hanno scatenato i fatti di Rosarno.

 

Vediamo ora cosa ha fatto l’opposizione. La presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro, che è anche a capo della Fondazione Cloe, ha organizzato un dibattito su “Immigrazione e agricoltura”.

In questa iniziativa della Fondazione, la posizione dei senatori democratici è stata espressa da Colomba Mongiello. A suo giudizio "è necessario un approccio multilivello, un’azione che comprenda da un lato il rafforzamento o l’effettivo utilizzo degli strumenti già esistenti e dall’altro un mix di nuove proposte e nuove linee di intervento”. Fra le proposte premiali e gli incentivi che dovrebbero accompagnare l’intensificarsi dei controlli e delle sanzioni, la senatrice ha fatto riferimento “alla tracciabilità occupazionale, alla certificazione etica e al supporto agli accordi fra produttori e grande distribuzione". Ottimi propositi ma non si sa chi dovrebbe realizzarli in territori abbandonati dalla Repubblica.

Sono poi intervenuti i rappresentanti delle organizzazioni professionali agricole che hanno parlato della crisi del settore e dei problemi di redditività che affliggono gli agricoltori italiani. I fatti di Rosarno, a loro dire,  sono un aspetto del fenomeno mafioso che non riguarda affatto la rappresentanza agricola; le aziende associate rispettano le leggi e non sfruttano la manodopera straniera. Ci pensi lo Stato a risolvere i problemi, ma senza esagerare coi controlli, per non mettere ulteriormente in difficoltà gli agricoltori.

C’era anche un rappresentante del governo, il sottosegretario alle politiche agricole Buonfiglio, che ha proposto di destinare i sussidi comunitari solo alle aziende agricole che hanno una partita IVA e sono in regola con le leggi sul lavoro. Ma non ha spiegato se si tratta di una sua opinione personale o di un orientamento del governo da tramutare in un provvedimento legislativo.

Alla fine la presidente Finocchiaro ha rinviato il tutto ad un’indagine sul fenomeno che la commissione agricoltura del Senato dovrebbe aprire formalmente per studiare le misure più appropriate per fronteggiarlo. Non c’erano né le associazioni degli immigrati né le organizzazioni di volontariato che operano nei luoghi dello sfruttamento e dello schiavismo. Non erano state invitate. E dunque al termine dell’incontro la sensazione era di aver partecipato ad un convegno diverso da quello annunciato: il tema era stato infatti solo sfiorato. Un’occasione mancata da parte del maggior partito del centrosinistra per avviare un minimo di lavoro politico su questo tema.

 

Infine, vediamo cosa hanno fatto i sindacati. Un comunicato delle organizzazioni agricole aderenti a Cgil, Cisl, Uil ha annunciato uno sciopero di 8 ore in agricoltura. Ma il motivo della protesta non era il ritiro della norma che dà la possibilità al lavoratore extracomunitario irregolare di ottenere un permesso di soggiorno provvisorio quando denuncia le proprie condizioni di sfruttamento, bensì la minaccia di un parlamentare leghista di presentare un emendamento che sopprime gli elenchi anagrafici dei braccianti agricoli.

E si capisce il motivo dell’agitazione. Migliaia di falsi lavoratori agricoli italiani sono iscritti in questi elenchi e truffano l’INPS percependo sussidi di disoccupazione e assegni familiari senza averne titolo. Bastano 51 giornate in un anno attestate da un proprietario di terreni per ottenere le prestazioni. E ne bastano solo 5 in caso di calamità atmosferiche. Un diritto che i disoccupati meridionali dovrebbero esercitare senza dover ricorrere a sotterfugi e senza coinvolgere il settore agricolo proprio per la gravità dei problemi che si trova ad affrontare. Ma c’è una delega sindacale che le associazioni riscuotono anche quando il lavoratore non percepisce una paga ma solo il sussidio di disoccupazione; e le organizzazioni di categoria non sono disponibili a rinunciarvi.

 

In realtà, i problemi dell’immigrazione agiscono sull’agricoltura (e sull’intera società) come uno specchio, mettendone in evidenza le contraddizioni. I fatti di Rosarno segnalano che quando queste contraddizioni incrociano un tessuto sociale estremamente disgregato e invecchiato, una sostanziale assenza dei partiti e delle organizzazioni sociali e un proliferare dei poteri malavitosi, è più facile che riemergano i venti di violenza che hanno caratterizzato anche in altre epoche storiche i rapporti sociali nelle campagne e che solo con un impegno diffuso di edificazione di strutture democratiche si sono potuti ricondurre in un alveo di civilizzazione.

C’è, dunque, bisogno di avviare un’inchiesta militante per conoscere la realtà e un processo di lunga lena per ricomporre legami sociali in territori ormai privi di comunità, di ricostruire una nuova rappresentanza politica e sociale, di riprogettare il futuro partendo dal senso dei luoghi che si è andato smarrendo.

Si tratta di riflettere sulle politiche pubbliche (PAC, previdenza agricola, welfare locale, ecc.) per verificare il loro impatto nei territori a rischio di esplosione e i possibili percorsi di riforma, nell’ambito del dibattito nazionale ed europeo sulle prospettive finanziarie dell’UE 2013-2020 e sulla transizione dal welfare state al welfare community (Libro Verde Sacconi). Vanno, inoltre, avviati progetti territoriali per sperimentare buone pratiche di agricoltura multifunzionale e di integrazione sociale degli immigrati.

Questi sono compiti che possono assolvere solo soggetti politici che hanno l’ambizione di rappresentare effettivamente le realtà territoriali e di guidarne l’evoluzione. Ma dove sono?

 

12 gennaio 2010

Alfonso Pascale commenta i fatti di Rosarno

Quanti sono gli immigrati che lavorano nelle campagne italiane?
Nel nostro Paese tutti gli occupati in agricoltura sono 923 mila. Erano un milione e 120 mila nel 2000. Nello stesso anno, gli immigrati che lavoravano nel settore agricolo si contavano in 102 mila unità. Erano 23 mila dieci anni prima e oggi raggiungono le 172 mila unità.
In Calabria erano meno di un migliaio 20 anni fa e sono arrivati a 9 mila. In Puglia da 6 mila sono passati nel ventennio a circa 26 mila. Gli incrementi più consistenti si sono verificati nelle regioni del Centro e del Nord, dove si sono decuplicati. Oggi in Lombardia sono 17 mila, in Veneto 19 mila, nel Trentino 15 mila, in Emilia Romagna 18 mila, in Toscana 10 mila, nel Lazio 6 mila.
Ma questi sono i risultati di un’indagine dell’INEA (2009) che ha potuto elaborare solo dati ufficiali. Non sono considerati i tanti immigrati irregolari che spesso vengono sfruttati soprattutto nelle regioni del Sud, dove arrivano con la speranza di racimolare un po’ di denaro raccogliendo pomodori, pulendo le vigne dalle erbacce, strappando frutti alla terra, e si ritrovano invece in condizioni da incubo, alla mercè di caporali, intenti a regolare e controllare non solo il lavoro ma la vita dei nuovi schiavi. Questi, infatti, negli ultimi anni spesso sono scomparsi nel nulla o sono morti in circostanze misteriose. I giornali ne hanno parlato nella cronaca nera ma il giorno dopo si è voltato pagina.

Nel Rapporto di Medici Senza Frontiere (2007) si dice senza mezzi termini che ad avallare siffatta situazione di profonda illegalità e ingiustizia sociale troviamo “un atteggiamento ambiguo o ipocrita del sistema istituzionale italiano nei confronti dell’immigrazione irregolare. Da una parte si registrano misure di contenimento del fenomeno migratorio con politiche dal pugno di ferro tese a combattere la clandestinità a difesa della legalità. Dall’altra le stesse istituzioni nazionali e locali si tappano occhi, orecchie e bocche dinanzi al massiccio sfruttamento di stranieri nelle produzioni agricole del Meridione perché necessari al sostentamento delle economie locali. L’utilizzo di forza lavoro a basso costo, il reclutamento in nero, la negazione di condizioni di vita decenti, il mancato accesso alle cure mediche sono aspetti ben noti e tollerati. I sindaci, le forze di Stato, gli ispettorati del lavoro, le associazioni di categoria e di tutela, i ministeri: tutti sanno e tutti tacciono”. E’ una denuncia che proviene da chi frequenta quei luoghi e cerca in solitudine di bagnare le labbra assetate di quei poveri cristi.


Nelle pianure meridionali, soprattutto polacchi, romeni, bulgari, e non più soltanto africani, hanno preso il posto dei vecchi contadini. E caporali spesso stranieri, al servizio dei proprietari italiani, si sono sostituiti ai vecchi caporali, dando vita alla più grande rivoluzione antropologica del Mezzogiorno rurale negli ultimi vent’anni.
I nuovi braccianti non sono più le donne e gli uomini dei paesi dell’interno che, privi di qualsiasi altra prospettiva, partivano d’estate ogni mattina coi pulmini verso le aree costiere, ma sono giovani maschi appena giunti in Italia, disposti a svolgere qualsiasi mansione pur di guadagnare un po’ di soldi per poi cercare un impiego più stabile in altri settori e in altre regioni europee.
E i nuovi caporali non sono i semplici intermediari che ci eravamo abituati a vedere nelle pianure meridionali al tempo di raccogliere i prodotti dalle piante, ma sono diventati - col tacito accordo dei proprietari dei terreni – gli asettici gestori di un “campo di lavoro”, dove i diritti minimi e ogni forma di ragionevolezza sono soppressi e i corpi delle persone sono ridotte a”nuda vita” da afferrare, manipolare, violentare, sopprimere.
Riempiendosi di questi “campi” fuori dalla legge, le campagne meridionali non sono regredite nell’Italia contadina di una volta, come potrebbe apparire ad un osservatore frettoloso, ma sono state catapultate nella postmodernità più cruenta, verso un grado di sfruttamento di quella “nuda vita” quasi totalitario, che gli stessi caporali vissuti ai tempi di Di Vittorio avrebbero faticato a ideare.

Gli atti di efferata aggressività, compiuti da alcuni anni a questa parte come uno stillicidio continuo da un caporalato siffatto, sono sfociati nella guerriglia che abbiamo visto svolgersi a Rosarno. Un’autentica jacquerie, una ribellione odiosa ma inevitabile quando la schiavitù diventa intollerabile. E come ci ha spiegato Antonio Cisterna, sostituto procuratore Antimafia, “quando la gente si è sentita aggredita, si è rivolta ai mafiosi che sono stati costretti ad intervenire per non perdere la faccia”. Sicché, alcune squadracce di giovani caporali sono stati inviati per incutere terrore.

Ma la jacquerie potrebbe diffondersi in altre aree del Mezzogiorno perché vicende come quella calabrese sono, in realtà, sedimenti di storia. Si tratta di una violenza irrisolta che ritorna ad esplodere in forme marcatamente diverse dal passato ma che trova linfa in comuni radici. E’ un’onda lunga che riaffiora. E siccome noi tutti – come ammonisce Alessandro Leogrande nel suo libro-inchiesta “Uomini e caporali” (2008) - chi per un verso e chi per un altro, veniamo da quella storia, conviene che insieme dipaniamo questi fili invisibili che portano alle matasse aggrovigliate del passato.
Nei primi anni Venti e alla fine degli anni Quaranta, gli agricoltori aggredivano di persona o facevano massacrare braccianti e contadini senza terra spinti dal timore di perdere i propri possedimenti. Tornando dal fronte affamati di un pezzo di terra dove ricominciare una vita degna di essere vissuta, i cafoni costituivano agli occhi di tanti proprietari terrieri, o di massari e fittavoli che si ingegnavano a diventarlo, una minaccia ineluttabile per la sicurezza dei loro beni. E le frequenti occupazioni di terre di proprietà privata, spesso condotte in forme spontanee e anarcoidi fuori dal controllo dei partiti di sinistra e dei sindacati, venivano percepite come prepotenze ingiustificate e finivano per alimentare odio e rancore.
Si sono così ulteriormente forgiate relazioni sociali che si manifestano solo con la violenza e l’aggressività specie nei periodi in cui le insicurezze si allargano a macchia d’olio.

Forse non è la miseria il principale retaggio del passato, ma la disumanità delle relazioni e la bestialità della sopraffazione. E’ la violenza quando non riesce ad essere contenuta da comportamenti improntati ai valori della reciprocità e della gratuità, che pure affondano le proprie radici nel mondo rurale.
E’ per questo che, nelle fasi più acute dei conflitti sociali del secolo scorso, quando la violenza non ha trovato canali di sbocco nella costruzione di organizzazioni sociali affidabili e di processi politici volti ad incivilire le contese, essa ha lasciato spazio ad involuzioni autoritarie. Quando viceversa, come nel secondo Dopoguerra, la violenza diffusa nelle campagne è stata incanalata dai partiti di massa nelle lotte per la democrazia, essa ha lasciato il campo al rigenerarsi di quei valori di mutuo aiuto e di solidarietà del mondo contadino che hanno potuto permeare le relazioni sociali nei decenni successivi.

Oggi tutto questo pare essere scomparso di nuovo. E nell’acuirsi dei conflitti sociali di un’Italia multietnica e multiculturale, nelle campagne meridionali non solo sono venute a mancare le lotte ma brillano per la loro assenza i partiti e le organizzazioni sociali. E vanno via i giovani, alcuni perché non trovano opportunità di impiego in dinamiche economiche sganciate dalle risorse territoriali, altri perché rinunciano ad avviare nuovi percorsi. E tutto è lasciato al degrado con l’arrivo di nuovi “cafoni”, nuovi “bravi” e nuovi signori feudali che stabiliscono la posta in gioco in territori ormai privi di comunità.

Forse solo un processo di ricomposizione dei legami comunitari nelle campagne, che veda protagoniste leve di giovani autoctoni e di giovani stranieri in nuove attività economiche legate all’agricoltura di servizi e alle reti relazionali in grado di ritessere le trame sociali di mutuo aiuto e di gratuità, potrebbe permettere al nostro Mezzogiorno di affrancarsi dagli atavici venti di violenza che soffiano impetuosi nelle sue lande e di produrre un’innovazione che si innesti sulle radici migliori della tradizione.
Tale processo non si avvia spontaneamente, ma solo se nascono nuovi movimenti, nuovi partiti e nuove organizzazioni sociali che si assumono il ruolo di promuoverlo.
E' per questo che, dopo i fatti di Rosarno, dobbiamo rimettere al centro dell'iniziativa politica e sociale il Mezzogiorno e i giovani, le due priorità che ci ha indicato Giorgio Napolitano la sera di S. Silvestro. Aggiungendo una terza priorità che il presidente ha tralasciato: l’agricoltura. Su questi tre temi prioritari dobbiamo elaborare obiettivi concreti su cui costruire movimenti che durino, progetti che innestino percorsi reali di sviluppo e di cambiamento.

 

 

4 maggio 2006

Sussidi agricoli: stallo al WTO

Lo scoglio agricolo non è stato superato entro la scadenza di fine aprile fissata ad Hong Kong e il negoziato Wto è ancora una volta in alto mare.

Si doveva infatti decidere sulle modalità dell’accordo agricolo: le percentuali di riduzione dei sostegni, delle tariffe doganali e il percorso per eliminare entro 2013 le restituzioni all’export. Dopodiché si sarebbe dovuto passare entro la fine di luglio alla definizione, più in dettaglio, degli impegni di ciascun paese.
A luglio si attende peraltro la decisione sulla delicata materia del mutuo riconoscimento delle denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari. Un aspetto questo che sta particolarmente a cuore all’Unione europea.

Ma qual è lo scoglio del negoziato?
Nonostante la riforma della politica agricola comune del 2003 che riduce gli aiuti agli agricoltori, gli altri Paesi, dagli Usa sino a Brasile, India, ecc., hanno continuato a chiedere a Bruxelles ulteriori riduzioni dei dazi e dei sostegni agli agricoltori.
I quattro mesi che ci separano dalla riunione ministeriale di Hong Kong si sono rivelati insufficienti a ricucire le differenti posizioni.
A questo punto, nelle prossime settimane, occorrerà verificare se e quanto Bruxelles è disposta a concedere di più. La Commissione europea sembra disponibile a tagliare i sostegni agli agricoltori più di quanto avesse promesso ad ottobre.

In realtà, sarebbe sufficiente spostare una parte delle risorse dai cosiddetti “aiuti diretti” allo sviluppo rurale, i cui benefici si spalmerebbero sull’intera collettività.

Ma l’Europa è in grado di prendere subito questa decisione? Oppure sono tali e tante le spinte corporative da impedire il decollo del negoziato sul commercio mondiale? Staremo a vedere.




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2 maggio 2006

Cronaca del 1° Maggio contro le mafie

Un segnale forte contro la mafia, un messaggio di speranza e di rinascita del territorio. Con lo slogan "Lavoro - Sviluppo - Costituzione - Libertà - Contro le mafie" Locri ha ospitato la manifestazione nazionale dei sindacati confederali per il Primo maggio. Dopo l'omicidio del vice presidente del Consiglio regionale calabrese Francesco Fortugno, una mobilitazione senza precedenti contro la 'ndrangheta. Non si tratta più della rivoluzione dal basso con il famoso slogan degli studenti “E allora ammazzateci tutti!”, ma abbraccia ora numerose esperienze di cittadinanza attiva, di cooperazione sociale e di economia solidale che animano tutta la Calabria.

Leggi la cronaca di Cristiano Morsolin su Vita.it





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8 maggio 2005

La lezione di Blair

Bertinotti è in buona compagnia nel considerare la vittoria di Blair un successo della destra o del centro, in ogni caso non della sinistra. Non solo Pecoraro Scanio, Diliberto e ciò che resta del Correntone Ds. Ma anche Prodi e Rutelli sembrano essere della partita se hanno inserito “nonostante l’Iraq e l’Europa” in calce ai loro messaggi di congratulazioni al leader britannico. Del resto il “distinguo” è molto piaciuto al leader di Rifondazione. D’altro canto Oscar Luigi Scalfaro ha insinuato che le recenti posizioni di D’Alema sulla legittimità dell’uso della forza per difendere la democrazia ammiccherebbero alla destra americana in vista di un possibile dialogo quando il centrosinistra assumerà responsabilità di governo. Insomma anche per un ex democristiano come Scalfaro la guerra è solo di destra. Egli converge di fatto con Bertinotti nel considerarla un tabù. Il primo dice: “Guerra mai!”. Il secondo: “Chi evoca una guerra giusta, oggi oscura etica e morale”. Ma questa posizione estrema - nel programma di Rifondazione -si integra coerentemente con quella che dipinge gli Stati Uniti come una forza imperialista. Secondo la vulgata bertinottiana l'Impero americano si può fermare solo se si abolisce il nesso tra uso della forza e tutela dei diritti e il concetto di guerra vine declassato nell’alveo delle azioni perennemente incivili. Stupisce che anche Scalfaro sposi il pacifismo totale e  consideri il rapporto con gli Usa un optional. Ma tant'è!

Dalla vittoria di Blair i riformisti di casa nostra farebbero bene a cogliere un insegnamento: si vince se si difendono fino in fondo le scelte in cui si crede. E’ questa coerenza che rende lo statista inglese degno di ogni rispetto e simpatia anche da parte di chi non ne condivide fino in fondo le opzioni politiche.

Non ha, invece, nulla di pedagogico l’oscillazione verbale di chi oggi parla di partito unico e poi lo identifica col partito federato o di chi pensa che vi sia una qualche differenza sostanziale tra il termine “guerra” e l’espressione “uso della forza”. Il popolo di sinistra non è più quello dei tempi di Togliatti, che lo aggirava con la retorica e i “distinguo” verbali. Oggi il popolo di sinistra è cresciuto e si divide in tre tronconi: quello riformista, quello che difficilmente si fa convincere da una coerente impostazione riformista e quella del ceto politico, sempre disponibile a seguire acriticamente le oscillazioni tattiche dei vertici. Ma il cane si morde la coda. E non usciamo dal pantano senza un minimo di coerenza. Per attirare consensi dal centrodestra al centrosinistra abbiamo bisogno di leader che sappiano difendere cocciutamente le scelte in cui credono senza tatticismi. Tergiversare pensando di  fidelizzare chi già vota a sinistra è una esercitazione non solo inutile ma controproducente. Blair questo lo ha capito dall’inizio ed ecco perché ha vinto per la terza volta consecutiva.




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16 febbraio 2005

E' morto Altan, decano dell'antropologia culturale

E' morto questa mattina a Palmanova (UD) all'età di 89 anni Carlo Tullio Altan , filosofo e antropologo culturale.
L'annuncio della scomparsa è stato dato dal figlio Francesco Tullio Altan, piu' noto semplicemente con il nome d'arte di Altan, disegnatore e vignettista satirico, creatore del personaggio di Cipputi.
Carlo Tullio Altan era nato il 30 marzo 1916 a San Vito al Tagliamento. Dopo aver preso parte alla seconda guerra mondiale come ufficiale in Albania e poi come partigiano in Italia, si era rivelato decisivo per i suoi studi l'incontro con Croce. Dopo la sua morte nel 1953 si dedicava alle ricerche di etnologia comparata e storia delle religiioni per seguire poi le tracce di Ernesto De Martino, il 'rifondatore' dell'antropologia italiana, sviluppando la disciplina dell'antropologia culturale. Di questo insegnamento, nel 1961, all'Università di Pavia, fu il primo titolare di una cattedra in Italia. In seguito ha insegnato nelle Università di Trento e Firenze. Ha concluso la sua carriera accademica all'Università di Trieste, di cui era professore emerito. Si è dedicato a una pluriennale ricerca sul campo sui valori degli italiani e negli anni '70 si è occupato in modo particolare della condizione giovanile. I suoi studi più recenti cercano una soluzione scientifica sul piano dell'antropologia al conflitto tra i vari etnocentrismi e indicano l'esigenza di un nuovo ordine mondiale. Autore di numerosi libri la sua opera piu' importante e diffusa rimane il 'Manuale di antropologia culturale' (Bompiani, Milano 1971).




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6 febbraio 2005

Iraq: la prima prova dei fondatori della Fed

Anche oggi i numerosi commenti sul congresso dei Ds si chiudono con l'incognita programmatica di Rifondazione comunista. Quale compromesso si potrà definire tra Uniti nell'Ulivo e il partito di Bertinotti? Cosa accadrà giovedì quando il parlamento docrà votare il rifinanziamento della missione dei nostri soldati?

Scrive Massimo Franco sul Corriere: "La politica estera e il rapporto con gli Stati Uniti si presentano come uno degli spartiacque più dirimenti fra le due sinistre". Il progetto della Federazione dell'Ulivo è alla sua prima prova concreta dopo il sì dei quattro partiti a costituire il nuovo soggetto politico ed a farlo presiedere da Romano Prodi.

E' bene distinguersi anche nel voto dalla sinistra antagonista, se non ci sarà accordo. Così si riavvìa il confronto nella chiarezza e nella trasparenza. Non ha senso attendersi dalla maggioranza una disponibilità al dialogo prima di compiere un atto che non va negoziato con nessuno. In politica estera le posizioni della maggioranza e quelle di un'opposizione che aspira a governare devono essere limpide e riferirsi agli interessi del paese e non già a calcoli politici interni.

C'è ancora un neo abbastanza vistoso nella posizione diessina sull'Iraq: l'appiglio all'Onu. Bisogna che in pochi giorni i partiti che si accingono a fondare la Federazione vadano in parlamento con una posizione chiara. E' più importante in questa occasione preoccuparsi delle reazioni degli altri paesi che di quelle di Bertinotti. "Finisce l'illusione, incomincia l'Iraq" per parafrasare lo slogan del congresso dei Ds. 




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5 febbraio 2005

Bravo Fassino, finalmente ce l'hai fatta!

Bravo Fassino. Alla fine è riuscito a portare la stragrande maggioranza delle truppe dove il paese ritiene debba stare una grande forza come la nostra. Il congresso diessino si è concluso confermando la prospettiva di un nuovo partito in cui amalgamare le differenti culture riformiste presenti in Italia. Quando questo partito sarà fondato (e la Federazione man mano che integrerà le diverse strutture esistenti ne costituisce l’atto e il percorso fondativi) si potrà dire che la crisi del sistema politico, apertasi alla fine degli anni Settanta, almeno dal versante dei soggetti politici sarà risolta.

I diessini presenti a Roma in questi tre giorni si possono dividere in due grandi gruppi. Il primo è costituito dai più giovani e da coloro che non hanno mai avuto in tasca la tessera del Pci. Essi si sentono felici perché finalmente i loro dirigenti, pur nella diversità delle loro culture,  incominciano a parlare la stessa lingua. Ed è per questo che stanno tornando a casa pervasi da un’autentica e gioiosa speranza che si possa ora fare sul serio ciò che finora si è detto solo a parole.

L’altro gruppo – in cui ahimè mi colloco anch’io - è quello degli “anziani”. Di chi è restio a fare i conti con la storia, di chi difficilmente ammette con onestà gli errori compiuti. Gran parte di questo secondo gruppo si porta dentro la drammatica contraddizione di chi parla di quegli stessi obiettivi politici che per lungo tempo ha criticato in passato presentandoli come nuovi. Non solo non fa onestamente autocritica. Ma non si rende nemmeno conto che questi ritardi – che non sono affatto oggettivi e inevitabili! - arrecano un danno enorme al paese. Nel 1989 dovette cadere il Muro di Berlino per dire ad alta voce ciò che in privato già si diceva nel Pci a metà degli anni Settanta. Oggi si sbandiera come una novità ciò che era già chiaro agli inizi degli anni Novanta.

Camminare sempre un passo o due indietro rispetto la società e la storia non è ineluttabile come si vuol far credere. E’ un difetto proprio di chi viene dalla nostra tradizione. E dunque esso si può correggere, accrescendo la cultura politica, sviluppando le attività formative, strutturando il monitoraggio dell’impianto programmatico.

Pertanto, alla soddisfazione per il recupero del terreno perduto vorrei unire anche l’augurio che uno dei primi compiti della Federazione dell’Ulivo sia proprio quello di diffondere a tutti i livelli quegli strumenti indispensabili per far maturare la nostra cultura politica e rendere così sincronici i nostri tempi con quelli della società. Per non aspettare altri quindici anni un partito che potrebbe non servire più.




permalink | inviato da il 5/2/2005 alle 19:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

28 gennaio 2005

Un contadino lucano internato nei lager nazisti

Due anni fa uscì per i tipi di RCE edizioni un libricino molto bello dal titolo "Impronte... rosse" di Giuseppe Meliante. E' il racconto autobiografico di un contadino lucano, che prestava servizio militare a Trieste. Egli fu catturato dai tedeschi il 10 settembre del 1943 e deportato in Germania e Polonia. Riuscì a fuggire dai campi di concentramento nell'aprile del 1945.

Perché "impronte rosse"? Il motivo è contenuto in un brano del libro:

"Il 20 settembre incaricarono il personale tedesco che parlava italiano di prenderci i connotati. E così dopo un paio di giorni eravamo tutti schedati. Ci costrinsero ad apporre sui nostri documenti l'impronta del pollice della mano sinistra utilizzando l'inchiostro rosso. Era il segno che avrebbero potuto disporre di noi per qualsiasi incombenza e dappertutto. Il colore rosso dell'impronta voleva essere un marchio infamante: ci eravamo rifiutati di collaborare e, quindi, eravamo considerati comunisti".

Nella introduzione c'è un breve inquadramento storico in cui si colloca la vicenda.




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