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che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
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e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
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è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
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31 maggio 2014

Alfonso Pascale: Ripensare Berlinguer al di là del mito e della nostalgia

Per chi come me ha fatto il percorso politico, fin dagli anni giovanili, prima nel Pci di Berlinguer e poi partecipando alla svolta e ai successivi esperimenti fino al PD, ripensare la cultura politica e l’azione dell’ultimo vero capo comunista – a trent’anni dalla morte - può essere un esercizio utile per comprendere meglio alcuni problemi politici di oggi.

Ho amato Berlinguer come tanti della mia generazione. L’ho amato per il suo carattere schivo e scabro, puntiglioso senza mai essere arrogante, per il suo modo di presentarsi antico e moderno al tempo stesso, umano, autentico, comunicativo.

È stato un leader carismatico di cui andavamo orgogliosi.

Ricordo la forte emozione che provai al suo funerale dopo la sua fine drammatica durante la campagna elettorale alle europee del 1984. Mi ero appena trasferito a Roma dalla Basilicata per assumere un incarico nazionale nella Confcoltivatori. Con la sua scomparsa si chiudeva una fase turbolenta della vita del paese. E, per molti di noi, anche un capitolo della nostra vita.

Il compromesso storico

Il mio primo impatto con Enrico Berlinguer era avvenuto con la lettura dei tre saggi diRinascita nei quali egli, tra il settembre e l’ottobre del 1973, aveva esposto la strategia del compromesso storico.

Venivo dal mondo cattolico ed ero rimasto affascinato da quella visione politica fortemente ideologica e organicistica, capace di interpretare l’ansia di cambiamento di ampi ceti produttivi. Avevo ritrovato nella casa comunista una sorta di storia sacra – che dovevo rispettare e conoscere - fatta di testi classici, racconti e icone. Una sorta di chiesa che mi aveva reso meno penoso il distacco da quella in cui ero vissuto dall’infanzia.

In quegli articoli, Berlinguer pone ai comunisti di un paese della Nato l’obiettivo del governo e, nello stesso tempo, quello di rimanere nel movimento comunista internazionale. Una proposta contraddittoria che egli giustifica fornendo una descrizione molto pessimistica della crisi.

La situazione del paese è, infatti, molto difficile: svalutazione della lira, caduta del reddito nazionale, restrizione dei consumi, aumento della disoccupazione. La Dc appare sempre più esposta a tentazioni di destra, il Psi è dilaniato da divisioni interne e i terroristi tentano di guidare gli operai e gli studenti individuando nel Pci un nemico non meno importante di quello rappresentato dai partiti di governo.

Nel descrivere questa situazione, Berlinguer parla esplicitamente di crisi di sistema che deriverebbe – a suo avviso – dallo stesso modello di sviluppo del paese, da cui si potrebbe uscire solo con un nuovo modello di sviluppo. Ma per far questo ci vuole il Pci perché è l’unica forza in grado di incanalare le lotte operaie verso obiettivi di riforma complessiva.

Da questa analisi viene fatta derivare la proposta del compromesso storico come strategia di collaborazione tra le grandi forze popolari, che può cambiare l’Italia fino a introdurre nella società “elementi di socialismo”.

Il capo comunista esclude la possibilità che il Pci possa andare al governo da solo. È consapevole che il legame con Mosca, che egli ha fortemente indebolito ma non spezzato del tutto, impedisce la strada del governo nell’ambito di una normale dialettica democratica. È convinto che il Pci può governare soltanto in una posizione subalterna ad un altro partito. Il Psi è da escludere perché i rapporti di forza tra i due partiti di sinistra sono tali che non permettono ai comunisti di subordinarsi ad un soggetto politico più piccolo. E dunque non resta che la Democrazia cristiana come partner principale di una coalizione di governo che lo può vedere dignitosamente partecipe.

Quando lessi i saggi di Rinascita ebbi la sensazione di trovarmi dinanzi non già all’apertura di una nuova fase politica ma all’enunciazione di un disegno teorico ancora lontano dall’attuazione pratica.

Il compromesso storico diventa solo dopo le elezioni regionali del 1975 in cui si registra una grande vittoria del Pci, tanto che si incomincia a parlare di un suo possibile sorpasso sulla Dc. Nelle politiche dell’anno successivo il sorpasso non ci sarà, anzi la Dc recupererà rispetto all’anno precedente, raggiungendo il 38,71 %.

Nonostante ciò, giustamente considerammo il risultato del Pci una vittoria: il 34,37% era e rimase il massimo mai raggiunto dal partito.

Ricordo l’euforia che circolava al comizio che Berlinguer tenne a Potenza, in Piazza Prefettura, all’indomani delle elezioni e in occasione della Festa dell’Unità. Leggendo lentamente, parola per parola, un testo limato fino all’ultimo momento, egli propose alla Dc e alle altre forze democratiche la formazione di un governo di solidarietà nazionale.

Venne così il periodo detto appunto della solidarietà nazionale. Una politica schiacciata dalle difficoltà - accentuate dopo la morte di Moro – e dal drammatico confronto con le Br. Servì a vincere la battaglia frontale contro il terrorismo. Ma in quella battaglia fu sconfitto anche il progetto berlingueriano, perché la sua realizzazione non riuscì ad andare oltre la condizione emergenziale che il paese stava attraversando.

Perché il compromesso storico fallì?

Sicuramente pesarono alcune circostanze particolari: il carattere emergenziale della solidarietà nazionale, le furbizie della Dc, le ingenuità del Pci, la tremenda reazione scatenata dalle Br.

Ma oltre a questi elementi vanno considerati altri due aspetti importanti evidenziati da Claudia Mancina nel suo saggio molto bello “Berlinguer in questione” (Laterza, 2014).

Il primo riguarda la lettura molto pessimistica della situazione fatta da Berlinguer per giustificare la strategia politica. In realtà, non tutto è negativo. Pci e Psi insieme raggiungono il 45 % e coi partiti laici superano il 50%. Un risultato molto promettente raggiunto perché si erano affacciati nuovi ceti sociali che spingevano per un cambiamento nella guida del paese.

Il secondo aspetto da considerare riguarda la distorta concezione comunista della democrazia. La debolezza democratica che Berlinguer vede nel paese non è altro che la debolezza democratica del Pci, cioè la sua idea di democrazia come condizione di partenza per raggiungere il socialismo e la sua concezione del socialismo come inveramento della democrazia.

Il capo del Pci ritiene che si possa governare e introdurre elementi di trasformazione della società solo mediante grandi alleanze organiche, storiche. Non è vero – come recentemente è stato affermato – che Berlinguer fosse per la democrazia dell’alternanza. Il suo è un modello di democrazia di tipo organicistico. Una democrazia protetta dai partiti in modo paternalistico e priva di conflitti. È questo un ultimo residuo del pensiero gramsciano-leninista sulla primazia del partito sulla società civile. Per fare in modo che i partiti possano svolgere la funzione di tutela della democrazia non bisogna ritoccare per nulla la Costituzione. La governabilità è assicurata dalla centralità del Parlamento dove i partiti hanno la possibilità di svolgere fino in fondo il proprio ruolo protettivo delle istituzioni. Proporzionalismo e assemblearismo sono visti come elementi più democratici dei meccanismi maggioritari propri delle democrazie occidentali.

E la Dc che risponde alla proposta di Berlinguer?

Berlinguer aveva trovato in Aldo Moro un interlocutore congeniale e affidabile. Il leader democristiano non intendeva certo rinunciare alla centralità del suo partito, ma vedeva con chiarezza che l’evoluzione della società italiana rendeva necessario aprire uno spazio politico al Pci. Moro puntava sull’accesso dei comunisti al governo con gradualità e il Pci condivideva questa impostazione. Accettava, dunque, condizioni che un partito già incluso in una normale dialettica democratica non avrebbe mai accettato. Il Pci aveva la necessità di essere legittimato per governare e la Dc aveva il potere di legittimarlo.

Per questo motivo Berlinguer entra in un governo che non vede la partecipazione di alcun esponente del suo partito.

Ma questo processo si interrompe con il rapimento e l’uccisione di Moro. Senza di lui le varie anime della Dc si ricompattano intorno ad un comune atteggiamento di non leale collaborazione coi comunisti. E Berlinguer decide di uscire dalla maggioranza con il dissenso di una buona parte del gruppo dirigente.

Nelle elezioni politiche del 1979 il Pci registra una pesante sconfitta. Perde i consensi che erano arrivati tre anni prima perché il compromesso storico è la risposta sbagliata alla domanda politica di quella fase.

Il governo degli onesti

All’indomani del terremoto che colpì la Basilicata e l’Irpinia nel 1980 e sull’onda dell’emozione per lo scandaloso ritardo con cui lo Stato organizzò i soccorsi, Berlinguer abbandonò bruscamente la proposta del compromesso storico per formulare invece quella di un governo “diverso”, composto da capaci e onesti di tutti i partiti, ma che non poteva essere più a guida democristiana.

Un governo a guida comunista?

Questo punto, ovviamente fondamentale, non era chiaro. Il Pci non poteva proporsi perché non aveva la legittimazione per farlo. Manteneva il legame con Mosca e Berlinguer non voleva romperlo definitivamente. Non voleva rinunciare all’identità comunista. La base del partito era stata educata al culto della tradizione, alla consapevolezza di una missione storica, all’orgoglio di partito, al mito della continuità e non aveva gli strumenti per affrontare un’elaborazione e ricostruzione della propria identità senza traumi.

Eppure, quel cambio identitario, già necessario negli anni settanta, diventava sempre più urgente negli anni ottanta per conquistare l’agognata legittimità a governare.

Berlinguer non volle nemmeno provarci e, dunque, si trovò del tutto disarmato dinanzi all’offensiva neoliberista di Reagan e Thatcher, che stava mettendo in difficoltà l’intera sinistra europea.

La società italiana aveva incominciato ad allinearsi, per valori e scelte di vita, alle società occidentali. Il forte investimento nella politica, proprio dell’Italia, si stava attenuando. Le passioni si spostavano dalla politica al privato, ai consumi, alla psicologia; la partecipazione diminuiva; il voto diventava più mobile. Stava finendo la repubblica dei partiti, l’unico ambiente politico che il Pci conosceva e riconosceva.

In tale situazione, l’appello alla diversità costituiva un rifugio rassicurante. La purezza dei diversi veniva preferita alla possibilità di vincere e di incidere davvero sulla realtà.

Ricordo la forte tensione etica che Berlinguer trasmetteva nell’enunciare i caratteri della svolta. Ascoltai un suo comizio nel mio comune terremotato, Tito, la cui amministrazione avevamo appena conquistato. Io ero il capogruppo della maggioranza comunista. E forse proprio quella funzione di governo da assolvere in una situazione straordinaria come quella determinata dal sisma provocò in me – mentre ascoltavo il capo del Pci - la sensazione netta di trovarci in un impasse. Ma non ne soffrii. L’impegno per la gestione dell’emergenza e poi per la ricostruzione dava comunque un forte senso alla politica, indipendentemente dal respiro strategico e dalla credibilità della proposta del partito e della sua effettiva possibilità di concretizzarsi.

La proposta di un governo “diverso” s’inscriveva nella medesima impalcatura strategica del compromesso storico. Per questo conservava l’alone di fascino che piaceva ai militanti. La solidarietà nazionale non era stata la realizzazione del compromesso storico, ma una sua limitata traduzione politica. Ora Berlinguer non poteva non riconoscere che i tempi non erano favorevoli per riproporre l’idea, ma non per questo l’aveva abbandonata. La metteva semplicemente da parte, in attesa di tempi migliori. Alla base della strategia vi erano sempre il profondo pessimismo sulla capacità del capitalismo di uscire dalla crisi e di affrontare gli storici mali della nazione; il “crollismo” e la necessità di fuoriuscire dal capitalismo.

Non a caso la proposta scaturita dalla Direzione che si svolge a Salerno negli ultimi giorni di novembre 1980 è quella dell’alternativa “democratica”, non “di sinistra”. Ma l’alternativa democratica è la stessa proposta avanzata nel 1973. Adesso rappresenta solo l’estremo tentativo di salvare la sostanza del compromesso storico: entrare nell’area di governo senza perdere nulla della propria cultura politica e della propria identità. Un’impresa impossibile a cui Berlinguer ha dedicato interamente la sua vita.

L’austerità

In siffatto quadro di sterilità strategica si collocano due importanti intuizioni di Berlinguer: l’austerità e la questione morale.

L’idea di austerità viene lanciata nel gennaio 1977, in pieno governo delle astensioni, come metafora ricca di significati etici per poter spiegare la necessità di sacrifici. Essa viene presentata come l’occasione per cambiare il modello di sviluppo e introdurre “elementi di socialismo”, come “mezzo di giustizia e di liberazione dell’uomo e di tutte le sue energie oggi mortificate, disperse, sprecate”.

Gli “elementi di socialismo” non sono dunque definiti in termini di politica economica, ma prevalentemente in termini etici: “elevazione dell’uomo nella sua essenza umana e sociale”, antindividualismo, anticonsumismo (“andare oltre l’appagamento di esigenze materiali artificiosamente indotte”, e anche oltre l’attuale modo di soddisfare bisogni essenziali); effettiva liberazione della donna; partecipazione dei lavoratori al controllo dell’economia e dello Stato; redistribuzione internazionale della ricchezza.

L’austerità viene, in sostanza, spiegata come scelta anticapitalistica in quanto conterrebbe stili di vita più umani e sociali che escono dal quadro e dalla logica del capitalismo. Più che un’idea cattolica appare un concetto azionista.

Nell’idea di austerità il tema del consumismo è cruciale. Berlinguer non può negare che la crescita e la diffusione dei consumi sono strettamente connesse alla libertà e alla democrazia. Allora tende a distinguere consumi buoni e consumi cattivi. Ma non esiste un’autorità in grado di giudicarli, né esiste un modo per favorire gli uni e scoraggiare gli altri. Solo uno Stato etico potrebbe adottare strumenti pianificatori autoritari di questo tipo. Mentre è giusto e necessario valutarne le conseguenze e introdurre regole di comportamento. Il consumismo è un problema di cultura e di educazione. Come si può affrontare nell’ambito di politiche economiche?

Collegato al consumismo è l’idea di individualismo. Anche qui: l’individualismo non va contrapposto alla comunità e alle relazioni. Tali elementi possono benissimo convivere. Individualismo significa soltanto questo: che nessun interesse comunitario può imporre il sacrificio della vita, dei diritti e del benessere di una persona.

Per Berlinguer l’individualismo restava una deviazione del capitalismo e i consumi si potevano riscattare solo se non erano individuali, ma collettivi. Per anni il Pci si oppose all’introduzione della tv a colori, considerata un consumo superfluo, un inutile lusso che il paese non poteva permettersi.

La critica radicale alla società contemporanea non ha nulla a che vedere con il marxismo. Eppure il Pci lo abbandona silenziosamente, senza una vera critica dei suoi limiti ed errori, per sostituirlo con vaghe ideologie pacifiste, ambientaliste, antiscientifiche e antitecnologiche. E lo fa con l’intento di avvicinare progressivamente la propria cultura a quella cattolica al fine di favorire il compromesso storico.

La questione morale

Sulla questione morale va detto che Berlinguer coglie un punto importante: il legame tra etica e politica. Due modi di guardare al mondo che sono e devono restare diversi ma irrelati. La politica non può essere insensibile all’etica, anche se necessariamente segue una logica propria. L’etica da parte sua deve comprendere la logica politica e non confondere il proprio ruolo con quello di un tribunale.

Ma per Berlinguer la questione morale non consiste soltanto negli episodi di corruzione, per gravi o numerosi che siano. I ladri ovviamente vanno scoperti e puniti. Ma per lui la vera questione morale “fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro”. Si tratta di un giudizio non molto diverso dalla retorica anticasta dei nostri giorni. Tanto che si è potuto dire che con queste affermazioni Berlinguer ha introdotto l’antipolitica nella politica italiana.

Egli pone tale questione per un motivo eminentemente politico: far emergere la funzione salvifica che il Pci attribuiva a se stesso e che era alla base del compromesso storico.

L’eredità di Berlinguer

Ebbene, l’eredità di Berlinguer ha fortemente condizionato il postcomunismo. L’idea della diversità dei comunisti, sia nei confronti dei partiti del sistema politico italiano, sia degli altri partiti comunisti, è stato un comodo alibi per non mettere in discussione la propria identità anche dopo il cambiamento del nome. Così anche il concetto di rinnovamento nella continuità, tipica delle chiese.

L’idea che la sinistra non possa governare con il 51 % è stata adottata da D’Alema nell’indicare Prodi come candidato premier, ma le tensioni che ne sono derivate non hanno condotto rapidamente alla costituzione del partito democratico.

La questione morale, che, dopo il ciclone di Tangentopoli non poteva non cambiare aspetto, è di fatto diventata un comodo surrogato dell’iniziativa politica, senza cogliere la necessità di intervenire sui nodi istituzionali come la definizione giuridica dei partiti, le forme del finanziamento pubblico, i regolamenti parlamentari, ecc.

La polemica contro il consumismo e la modernità ha fatto credere ai postcomunisti che l’idea marxiana della critica al capitalismo potesse proseguire mutuando temi ecologisti e noglobal e rincorrendo saperi nostalgici.

Infine, l’intoccabilità della Costituzione ha continuato ad essere ritenuta come percorso obbligato per non sfigurare la democrazia. Un tabù a cui restare fedeli anche a costo di rinunciare a un miglior funzionamento della nostra democrazia.

Nel Pd l’eredità berlingueriana è ancora visibile e potrebbe ancora provocare danni soprattutto dopo il successo conseguito alle ultime elezioni politiche. L’idea della diversità potrebbe riemergere per connotare una nuova fase di autoreferenzialità e di isolamento e il ruolo salvifico del partito potrebbe tornare in auge a giustificare la rinuncia a fare le necessarie riforme istituzionali.

Fare i conti con Berlinguer è un atto d’amore verso la nostra storia e un modo per guardare avanti senza ripetere gli stessi errori.




permalink | inviato da lostruscio il 31/5/2014 alle 23:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

10 agosto 2009

Alfonso Pascale recensisce il libro di Ettore Combattente "Rosso antico"

Ettore Combattente non ha scritto semplicemente un libro di memorie sebbene Rosso antico abbia come sottotitolo “Memorie di vita di sezione e di sindacato”.

E’ un bilancio severo del proprio percorso di dirigente del Pci e della Cgil a Napoli, senza narcisismi, senza nostalgie, senza acrimonia, senza pentimenti, ma tracciato con affetto, ironia ed un forte senso critico. Un bilancio che i gruppi dirigenti attuali non hanno mai nemmeno avviato, approfittando di congiunture che li hanno favoriti.

Si tratta, infatti, della presa d’atto che il Pci, non volendo rompere mai in via definitiva con l’Urss, fallì storicamente il suo tentativo di trasformarsi in un normale partito democratico in grado di portare il suo contributo pieno alla storia del governo della repubblica.

Nonostante fosse un grande partito di massa, capillarmente diffuso nelle pieghe della società italiana, esso si conservò in un involucro anacronistico e avverso alla sua natura. E quindi contribuì a tenere bloccato il sistema politico ancora negli anni  Settanta e Ottanta, quando era diventato terribilmente urgente rispondere politicamente alla domanda di rinnovamento che la società italiana aveva posto nei decenni precedenti.


Non è questione da lasciare solo agli storici, per catalogare gli eventi in base ad esigenze di perfezione filologica: investe in pieno il dibattito politico attuale perché alle nuove generazioni servono le immagini vive – non necessariamente “fedeli” ma vissute - dell’esperienza comunista, con il grande carico di umanità che essa portava con sé insieme alla diffusa capacità  di assumersi come propria la sofferenza di tanti,  che solo i protagonisti - e a maggior ragione chi tra essi ancora oggi fa politica - possono trasmettere attingendo alla propria memoria.


Non mi soffermerò sulle molteplici attività svolte da Combattente: dai “congressi del popolo per la rinascita” lanciati da Amendola nel 1954 all’impegno in prima fila nelle sezioni del Pci di Chiaia Vetriera e di Miano; dall’organizzazione dentro la Cgil degli “orchestrali liberi”, quelli che non avevano un posto fisso in un teatro, alla fondazione di nuove associazioni come quelle dei commercianti e degli ambulanti; dalla collaborazione fornita a Rosi per le riprese de “Le mani sopra la città”, a cui partecipò anche il segretario della Camera del lavoro, Carlo Fermariello, per un ruolo di co-protagonista a fianco di Rod Steiger, all’esperienza di insegnante elementare per tre anni a S. Giovanni a Teduccio; dall’attività di dirigente della Cgil Scuola  a quella tra i portuali  e poi, con il terremoto del 1980, alla direzione del Comprensorio Vesuviano Esterno per passare successivamente allo Spi Cgil.


Mi ha colpito l’insistenza su di un punto che sembra a me – e forse anche a Combattente - cruciale per comprendere la vicenda dei comunisti.


Nelle sezioni di partito si svolgevano negli anni Cinquanta e Sessanta attività sociali di grande rilevanza. Vi erano medici che gratuitamente assistevano persone bisognose in laboratori di fortuna, come il cardiologo Vittorio De Franciscis, o personalità come Rascid Kemali, figlio di un funzionario dello Stato italiano in Libia, di origine turca, che aveva la fama di “avvocato dei poveri”. Centinaia di  attivisti garantivano ogni forma di accompagnamento a individui e famiglie nel disbrigo di pratiche e di ogni altra incombenza.


A seguito delle nevicate del 1956, coi cantieri fermi e la città nella morsa di un freddo insolito, si aprì una vertenza cittadina per avviare lavori socialmente utili come la spalatura della neve.  

Quando a Napoli scoppiò il colera del 1973, le sezioni del Pci, diversamente dalle amministrazioni pubbliche,  dimostrarono una grande efficienza  nel realizzare una vaccinazione di massa  in poco tempo  grazie alla mobilitazione di centinaia di giovani.


Questa forte capacità di aderire al tessuto connettivo dei ceti più poveri di Napoli, il cosiddetto popolino, che viveva in modo precario e privo di servizi essenziali, si traduce nella stagione dei movimenti della seconda metà degli anni Sessanta in una partecipazione attiva – da parte di questi ceti - alle lotte sociali.


Nel suo racconto Combattente insiste molto nella funzione educativa svolta dal Pci e dalla Cgil per far acquisire al popolino la cultura dei diritti e ottenere, dunque, una larga partecipazione alle lotte che hanno portato alle conquiste legislative sul lavoro e sui diritti sociali.

Andrebbe però sottolineato anche un altro aspetto. L’ansia di rinnovamento insita in quelle lotte  era alimentata da una forte carica liberatoria: la soggettività, che non metteva in discussione solo il legame tra consumi e bisogni essenziali ma anche il rapporto tra politica e società.

Dinanzi a processi di sviluppo in cui l’innovazione tecnologica aveva assunto un finalismo totalizzante, gli spazi aperti venivano cementificati senza alcun criterio razionale e l’organizzazione politica e sociale assumeva forme dirigistiche e di massificazione indistinta e anonima, i nuovi soggetti sociali che provenivano in gran parte da sub-culture fortemente individualistiche (sia nelle città che nelle campagne) hanno reagito per sollecitare la riconduzione del modello di sviluppo al fondamento individuale della democrazia occidentale, riproponendo la centralità della persona.


Combattente mette in risalto il dissenso dei ceti intellettuali nei confronti del Pci, che si attarda nel mantenere i legami con l’Est, ma non sottolinea abbastanza un disagio più diffuso che investe tutte le pieghe della società e che si rivolge criticamente anche verso la sinistra.


Quella domanda latente di cambiamento i comunisti non avrebbero potuto né suscitarla né alimentarla perché riguardava proprio le loro rigidità ideologiche con cui affrontavano i temi del mercato e dello sviluppo capitalistico, del nesso tra eguaglianza e libertà, del ruolo della donna nella coppia e nella società, dell’etica della responsabilità, della libertà religiosa e delle relazioni tra chiesa e società, dei diritti civili, della salvaguardia del merito, del rapporto uomo-natura.  Certo vi erano differenze e sensibilità diverse tra “operaisti” e “riformisti” ma vi era anche un enorme ritardo culturale complessivamente, soprattutto a livello di base, e i gruppi dirigenti non vollero mai avviare una decisa azione per superarlo. 


Quella domanda di adeguamento è rimasta inevasa fino ai giorni nostri perché richiedeva e richiede un confronto politico aperto tra posizioni diverse e una capacità di gestire processi di democrazia partecipata per pervenire a posizioni condivise.


E’ forse in questo modo che si può spiegare perché negli anni Settanta  la spinta al lavoro si traduce nella richiesta del “posto stabile e sicuro” e nel principio “del lavoro a chi lotta” dei comitati  dei disoccupati organizzati.

Nel libro si raccontano episodi raccapriccianti che denotano il livello di illegalità e di violenza raggiunto da questi organismi nei rapporti con le amministrazioni comunali capeggiate da Maurizio Valenzi, con il Pci e coi sindacati. Come si fa ad intervenire per dare pari opportunità e capacità a partire dai più deboli sotto una pressione fatta di ricatti, prepotenze, violenze, prevaricazioni, collusioni con la camorra? Eppure il Pci e la Cgil hanno preferito convivere con tali spinte per non cimentarsi con l’elaborazione e la pratica di adeguate politiche del lavoro e per lo sviluppo e si sono fatti travolgere dalla continua emergenza.

Il sistema politico complessivamente  ha utilizzato i comitati come forme nuove di organizzazione del consenso, ma fu esso stesso strumentalizzato subendo pressioni sulle istituzioni da parte della camorra.


Nella prefazione di Biagio De Giovanni si afferma senza mezzi termini che “l’Italia non ha mai avuto un’esperienza socialdemocratica, e oggi è troppo tardi, sarebbe come una ‘minestra maritata’ (noi napoletani sappiamo che cosa è) riscaldata e sostanzialmente immangiabile”. C’è infatti bisogno di una cultura politica democratica che ricostruisca il concetto di eguaglianza non come appiattimento delle differenze ma come valorizzazione delle diverse capacità delle persone, da sostenere non solo nelle condizioni di partenza ma nel corso della vita di ciascuno, e dia il giusto peso al merito nel riconoscere e valorizzare le capacità delle persone.

Da questi principi non era distante  solo la cultura politica del Pci ma è lontana anche quella della sinistra europea. Tuttavia, solo se saremo capaci di impostare le nostre proposte di governo sulla base di tali principi, potremo tornare a riprogettare il futuro assumendoci concretamente su di noi le sofferenze di tanti, come avveniva nelle sezioni comuniste e nelle camere del lavoro di un tempo. 

      

Quel clima che Combattente ci racconta con così intensa partecipazione può apparire un "idiotismo della vita rurale" (di cui parlano Marx ed Engels, nel "Manifesto" del 1848, quando elevano l'inno ditirambico all'emergente borghesia), ma le generazioni che sono venute dopo sappiano che la sua perdita è un tragico impoverimento dell'esperienza umana.

 

17 aprile 2007

In Cina la barca vorrebbe affondare l'acqua



Due giornalisti cinesi, Chen Guidi e Wu Chuntao, hanno visitato per tre anni consecutivi oltre cinquanta villaggi lungo tutta la provincia dello Anhui ed hanno intervistato migliaia di contadini. Al termine del lavoro hanno scritto un’inchiesta sulle disuguaglianze che affliggono 900 milioni di contadini cinesi, il 40 per cento di tutti i contadini del pianeta.
Il reportage ha avuto una risonanza notevole perché ha posto in risalto la dura realtà della Cina rurale; una situazione drammatica che costituisce la principale questione che quel paese deve oggi affrontare e che gli autori hanno riassunto nella formula delle “tre agri”: il problema dell’agricoltura, il problema delle aree rurali e il problema degli agricoltori.
Il libro ha venduto più di 150 mila copie prima che improvvisamente, nel marzo del 2004, le autorità lo portassero via dagli scaffali delle librerie. Da quel momento è stato possibile trovarlo solo in edizioni pirata lungo le strade. Così, nonostante la censura, sono state vendute in ogni parte della Cina 8 milioni di copie. Ora il libro è stato tradotto in italiano con il titolo “Può la barca affondare l’acqua?” che allude ad un motto dell’imperatore Taizong: “L’acqua sostiene la barca; l’acqua può anche affondare la barca”. Ebbene, quando parlava dell’acqua, l’imperatore si riferiva ai contadini. Più di mille anni fa, Taizong capiva infatti la loro importanza. Ma oggi i governanti cinesi pensano che la barca possa fare a meno dell’acqua.
Nella Cina di oggi si è allargata la distanza tra ricchi e poveri “Dinanzi alle descrizioni ottimistiche e ammirate del «miracolo cinese» questo libro richiama bruscamente alla realtà” ha scritto nella prefazione Federico Rampini, corrispondente a Pechino de “La Repubblica” e autore di saggi importanti sulla straordinarietà dello sviluppo impetuoso di paesi come la Cina e l’India.
Nella Cina di oggi la distanza tra ricchi e poveri è più ampia di quella che si registra negli Stati Uniti di Bush e nella Russia di Putin. Le testimonianze raccolte compongono, infatti, una sorta di lamento corale di un esercito di afflitti e di disperati. E il filo conduttore che lega le sofferenze descritte è l’estorsione sistematica di imposte e balzelli fiscali – spesso pretesi in modo illegale – da parte di una classe dirigente locale dispotica e cinica. Sembrano le immagini di un paese dove il regime feudale non è mai stato scardinato. Ma non è così: in Cina si è compiuta la rivoluzione comunista all’insegna dell’egualitarismo; si è dato luogo all’eliminazione fisica dei proprietari terrieri, alla collettivizzazione dell’agricoltura, all’esperienza delle comuni. Ma la sbornia ideologica di egualitarismo maoista ha paradossalmente prodotto un individualismo spietato dai connotati razzisti. Sicché ai mandarini di un tempo sono subentrati i capi locali del partito comunista che in molte regioni povere agiscono come veri e propri boss mafiosi con la copertura omertosa di ogni autorità dello Stato, dalla magistratura alla polizia. Ancora oggi si chiamano contee le cento Cine in cui è decentrato il potere statale e contro le autorità locali continuano a scoppiare innumerevoli rivolte contadine soffocate sul nascere né più né meno come nel passato.
Nel libro si dà conto della vasta rete di attivisti, nata per tutelare i diritti civili nelle campagne, ma questo commovente tessuto di solidarietà non ha nulla a che vedere con un movimento organizzato. Le proteste che si manifestano nelle campagne sono sistematicamente sedate con violenze arbitrarie ed infami ricatti. Le Chinatown diffuse in ogni parte del mondo ora sorgono in Cina Fuggendo verso le città i contadini cinesi non trovano affatto un modo per uscire dallo stato di soggezione perché restano privi dei diritti di cui godono i residenti urbani, come l’assistenza sanitaria e la scuola per i figli. In realtà vengono considerati dai ceti medioalti che vivono nelle città come dei nuovi barbari. Stanno sorgendo all’interno del paese più Chinatown di quelle sparse per il mondo, ma con un tasso di conflittualità tra locali e immigrati pari a quello che si manifestò a San Francisco quando a metà ‘800 sorsero i primi nuclei del “quartiere cinese”.
Gli esecrandi episodi di xenofobia contro la comunità cinese a Milano ha giustamente suscitato l’immediata reazione di forze politiche e sociali e dello stesso ambasciatore della Repubblica popolare. Ma agli atti di teppismo contro i contadini che addensano le periferie delle megalopoli cinesi non reagisce nessuno.
E' urgente la proprietà della terra ai contadini La Cina avrebbe bisogno di una vera riforma agraria, che permetta a milioni di contadini di accedere alla proprietà della terra, come base su cui avviare un processo di democratizzazione del paese. Ma purtroppo tra le tante misure ultimamente annunciate dal presidente Hu Jintao e dal premier Wen Jiabao per riconquistare il consenso sociale, ormai dissoltosi nelle aree più arretrate, quella che è finora mancata è proprio la riforma del regime di proprietà terriera nelle campagne. E’ infatti la collettivizzazione delle terre la causa scatenante della ribellione contadina perché costringe le famiglie agricole a subire le angherie delle autorità locali. Come per le democrazie occidentali proprietà diffusa della terra e ordinamento democratico sono state due facce della stessa medaglia, così per uno sviluppo equilibrato della Cina la prima misura che potrebbe avviare una stagione di diritti individuali e coniugare finalmente crescita economica e giustizia sociale è la distribuzione della terra ai contadini per farne dei proprietari. E’ evidente che questa nuova condizione per milioni e milioni di cittadini significherebbe la fine della sudditanza, la nascita di raggruppamenti politici in competizione per il potere e l'avvento della democrazia.
Ma a questo si oppongono in modo virulento i poteri oligarchici che intendono conservare i propri privilegi. E il governo di Pechino all’alternativa tra rimettere in discussione il monopolio del partito unico o consentire che continuino a dilagare la corruzione e la prepotenza si ostina a rifiutare la prima opzione. Non solo. Per impedire che questa alternativa diventi dialettica politica tra forze che potrebbero organizzarsi liberamente si ricorre senza ritegno alla censura. Si impedisce che la gente che vive in città possa essere informata su quanto accade nelle campagne. Ma fortunatamente Chen e Wu hanno deciso di non piegarsi alle minacce e alle persecuzioni e stanno scrivendo il seguito della loro inchiesta.

Chen Guidi, Wu Chuntao, “Può la barca affondare l’acqua? Vita dei contadini cinesi”, Marsilio Editori, 2007, pagg. 240, Euro 15

7 febbraio 2007

"Mille anni che sto qui" di Mariolina Venezia



“Mille anni che sto qui” non è un romanzo storico come potrebbe lasciare intendere l’evocazione delle gesta di Carmine Crocco Donatelli, generale dei briganti lucani, che per tre anni conduce contro 120 mila soldati piemontesi l’ultima “guerra contadina” dell’Occidente, oppure di Giuseppe Novello ucciso senza motivo dalla polizia mentre con centinaia di braccianti occupa le terre nel materano, o ancora dei cittadini di Berlino che festeggiano la libertà ritrovata dopo la caduta del muro. Al centro del romanzo c’è la crisi esistenziale di Gioia, una ragazza lucana che dopo aver vissuto la breve stagione del movimento del 1977 nelle piazze di Roma, Bologna e Firenze ripara a Parigi accusata di un reato minore. Qui ha occasione di interrogare a lungo se stessa e scoprire che noi in definitiva siamo il frutto della storia che ci raccontiamo, la storia che abbiamo realmente vissuto e quella che avremmo potuto vivere se i percorsi fossero lineari e semplici. Anche la felicità e la tristezza vengono da lontano, da fatti e sensazioni che ci hanno coinvolto in tempi lontani, da emozioni sempre nuove che abbiamo provato ascoltando più volte gli stessi racconti, da stati d’animo che somigliano ai paesaggi agrari della nostra fanciullezza. La stessa libertà che abbiamo con fatica conquistato è l’esito di lotte combattute realmente o con l’aiuto dell’immaginazione, di riflessioni sulle nostre vicende per comprendere i deragliamenti della vita e guardare di nuovo con fiducia al futuro. Ne vien fuori un’opera letteraria del tutto originale, da cui emerge l’identità e la cultura della protagonista, la sua concezione della vita in cui non c’è più differenza tra presente, passato e futuro. Tutti gli eventi che riguardano lei e la sua famiglia scorrono nella mente di Gioia e segnano i suoi stessi tratti fisici come fotogrammi di un film, lì presenti contemporaneamente, in attesa di essere proiettati. E’ questa concezione della vita che fa dire ai contadini lucani: “Monnu è statu e monnu è”, “Mondo è stato e mondo è”, da non interpretare come rassegnata arrendevolezza ad una realtà immodificabile, ma come capacità di scorgere nei fatti della vita le linee e le cesure della lotta incessante per la libertà. Le quali non sono consumate dal tempo ma riemergono in fasi diverse della nostra esistenza come un fiume carsico. E’ questa concezione della vita che fa dire a nonna Candida: “Mi pare mille anni che sto qui”, non già per denunciare la stanchezza di esistere ma l’impazienza della novità, che si potrà inverare in un’altra vita o comunque in un futuro possibile. Con questo romanzo Mariolina Venezia ci consegna in tutte le sue sfaccettature sociali, culturali e antropologiche una Basilicata che nessun’altra opera letteraria ha finora raffigurato con pari compattezza e intensità. L’ha potuto fare proprio perché ha adottato l’ontologia parmenidea che fonde l’essere e il divenire in una forma di pensiero inconsapevolmente rimasta integra per millenni nella cultura contadina. Come “Furore” di John Steinbeck, l’odissea di una delle tante famiglie di contadini americani vittime della Grande Depressione, ha rappresentato per decenni l’opera letteraria in cui intere generazioni alle prese con le sfide del New Deal rooseveltiano si sono riconosciute sull’onda di una speranza, di una ineliminabile possibilità di bene che una forma di spontanea e irriflessa solidarietà ha fatto germogliare tra quei sofferenti, così il romanzo di Venezia può costituire un formidabile strumento di autocoscienza per le nuove generazioni meridionali. Il libro può aiutare a comprendere da dove proviene quel senso di frustrazione e di impotenza che ancora pervade la realtà meridionale e ne comprime lo spirito civico, sia quando si cade nella morsa di una rassegnata difesa della propria dignità, sia quando si cede alla cultura della dipendenza. E potrebbe accompagnare il dischiudersi di un protagonismo autentico della popolazione meridionale e di una effettiva stagione di fiducia nelle proprie capacità di riscatto, qualora davvero si disvelassero. Un fremito di felicità immotivata e istintiva prende infatti allo stesso modo sia Rosa Tea mentre offre il latte direttamente dal suo seno a un moribondo incontrato per caso dalla famiglia Joad sotto la tettoia di una stalla, sia Gioia mentre chiude gli occhi di nonna Candida morente e celebra in silenzio, aggrappata al finestrino del treno, il funerale senza lacrime di una campagna lucana deturpata da una modernità frettolosa e deludente. Mariolina Venezia MILLE ANNI CHE STO QUI Einaudi 2006 Euro 15.00




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4 gennaio 2007

Brigate Rosse, guerra fredda e '68

Un saggio di Roberto Bartali apparso sull’ultimo numero di “Nuova Storia Contemporanea”, dal titolo “Le Brigate Rosse, una storia della guerra fredda”, contribuisce in modo convincente a spazzare via una lettura del fenomeno terroristico come un frutto velenoso del ’68. Già ci eravamo accorti di quanto questa ricostruzione fosse traballante esaminando gli studi condotti da alcuni membri delle Commissioni parlamentari d’inchiesta su terrorismo e “Caso Moro”, che hanno invece posto l’accento sul ruolo giocato dai servizi d’intelligence occidentali. Ma ora, con l’accertamento della presenza di contatti tra i protagonisti delle bande armate in Italia coi servizi dei paesi dell’ex cortina di ferro, appare più chiara la storia delle Br come fenomeno che appartiene interamente alla tradizione insurrezionalista della sinistra italiana collegata al partito comunista sovietico e al Kgb. Un fenomeno sorto a prescindere dall’esplosione del ’68 e inserito in modo integrale all’interno dei conflitti tra i due blocchi che dominavano il mondo. Durante la guerra fredda, e dunque anche negli anni ’60 e ’70, i servizi di sicurezza di entrambe le aree d’influenza fecero il loro “mestiere” e interagirono da tutti e due i versanti con l’evoluzione del nucleo storico delle Br. La nuova documentazione va ad integrare le ricostruzioni storiche che puntano l’indice sulle infiltrazioni da parte dei servizi filo-occidentali, da non considerare affatto come “tesi dietologiche”, ma le completa facendo emergere con nitidezza i caratteri del fenomeno terroristico in Italia. I brigatisti imparavano la propria “arte” già a metà degli anni ‘60 in una serie di centri di addestramento a Doupov, Brno e Bochov, in Cecoslovacchia, che non erano semplici scuole di partito ma campi per esercitarsi nell’uso di armi e mortai e di tecniche di sabotaggio e di guerriglia. E lo facevano con le stesse modalità con cui centinaia di militanti comunisti italiani (in dissenso con il gruppo dirigente del Pci e legati al partito sovietico) avevano precedentemente seguito i corsi di addestramento a partire dal 1946. Accanto alla struttura legale il Pci ne aveva, infatti, una parallela e clandestina che dipendeva dal Kgb e il cui scopo principale era però di controllare proprio il Pci. Dopo la morte di Stalin e l’allontanamento di Secchia dall’Ufficio di organizzazione nel 1954, questa struttura era caduta in disuso, ma era sopravvissuta a livello informale; ed è proprio da quegli ambienti che pervennero alle future Br addestramento militare e logistico oltre che collegamenti di carattere internazionale. A partire dal 1964 il Pcus decise di aumentare in modo esponenziale gli stanziamenti a favore di gruppi estremisti di mezzo mondo con il preciso fine di “facilitare e accelerare i processi rivoluzionari nei paesi dell’occidente capitalista”. Tale azione non fu perseguita mediante un rigoroso controllo della linea politico-strategica delle diverse bande armate, ma piuttosto con un uso strumentale delle stesse. Nel caso italiano, il Kgb si servì dei gruppi terroristici per inviare messaggi alla dirigenza del Pci, come una sorta di pungolo. A ben vedere l’iniziativa di fiancheggiamento di gruppi sovversivi italiani da parte dei servizi d’oltrecortina si intensifica proprio quando il gruppo dirigente del Pci incomincia a criticare i comunisti sovietici ed a scontrarsi con essi. Già nel 1964 Berlinguer, che partecipava ad un incontro a Mosca coi sovietici, giunse a far irritare i interlocutori discutendo animatamente sui temi della democrazia. Ma è nel 1968, a seguito dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia e della ferma condanna da parte del Pci, che si aggravò la situazione di sfiducia. Da allora i comunisti italiani furono visti dai vertici di Mosca come una sorta di polo aggregante del dissenso alla linea del Pcus. Scattano così le cosiddette “azioni attive” contro la leadership di Berlinguer, che nel 1969 veniva eletto vice segretario del Pci e di fatto capo del partito dal momento che Longo era ammalato. Per le frange insurrezionaliste che operavano ai margini del Pci, la linea dell’autonomia da Mosca perseguita da Berlinguer era vissuta come la conclusione del processo iniziato con la destalinizzazione e dunque come un tradimento delle aspettative della classe operaia e della lotta partigiana. Pertanto, Giangiacomo Feltrinelli in contatto coi servizi cecoslovacchi e con le nascenti Br morì proprio nel tentativo di far mancare la corrente elettrica al congresso del Pci dove Berlinguer stava per essere eletto segretario. L’attentato al traliccio di Segrate, dove Feltrinelli perse la vita, non va ritenuto come il gesto isolato di un visionario, ma come una “misura attiva” posta in atto su ordine del campo sovietico per lanciare un avvertimento al Pci. L’altro “avviso” Berlinguer lo ebbe nel 1973 quando fu vittima di uno strano incidente automobilistico in Bulgaria, che a distanza di trent’anni si è rivelato essere nient’altro che un attentato. Dopo l’”incidente” di Sofia, Berlinguer ideò una serie di contromosse per reagire al fenomeno terroristico, che vedeva montare essenzialmente contro la sua politica di apertura alla Dc e di presa di distanza dai paesi del Patto di Varsavia. Mandò a Praga Salvatore Cacciapuoti a dire ai comunisti cecoslovacchi di smetterla di addestrare i brigatisti italiani perché il fatto poteva essere utilizzato contro il partito italiano. Collaborò attivamente durante le indagini relative al rapimento del giudice Sossi e successivamente con il generale Dalla Chiesa, che stava costituendo i nuclei antiterrorismo. Smontò definitivamente gli avanzi dell’apparato paramilitare del vecchio Pci. Pose fine alla tradizione che vedeva decine di giovani militanti fare ogni anno “viaggi di istruzione” a Mosca. E interruppe definitivamente il flusso di denaro con cui l’Urss sovvenzionava il Pci con l’intento di condizionarlo. Da questi fatti emerge con chiarezza che il fenomeno brigatista nacque e si sviluppò alimentato da paesi del Patto di Varsavia e dal Kgb contro la leadership di Berlinguer, che perseguiva una linea di rottura del principio di egemonia e guida di tutti i partiti comunisti da parte dell’Unione sovietica. E ciò fu possibile perché uno dei nuclei fondanti delle Br nasceva dall’ala stalinista presente all’interno del Pci, cui storicamente facevano riferimento i servizi segreti sovietici. Pertanto, il Pcus non fece altro che soffiare su di una brace mai spenta. Analizzando tali avvenimenti si comprende anche l’atteggiamento di intransigente difesa dello Stato tenuto dal partito di Berlinguer durante il rapimento di Moro; episodio che costituì il vero banco di prova per la transizione del Pci nei sistemi democratici occidentali. Ma da queste vicende viene fuori con nettezza un altro elemento di grande interesse: i movimenti del ’68 non ebbero alcuna influenza nella nascita del fenomeno terroristico. Il nesso tra i due episodi è stato costruito ad arte, da una parte, dai brigatisti e loro sostenitori per nobilitare le gesta di cui si resero protagonisti e, dall’altra, da storiografi zelanti di area comunista per nascondere le vere origini delle Br. Forse anche a questo alludeva Napolitano, quando un mese fa, nel consegnare i Premi dedicati al cinema, ha evocato proprio il ’68, “un'epoca che aveva le sue ragioni, la sua forza vitale, ma anche i suoi schematismi e furori", ed ha esortato a guardare a quell’evento e alle persone coinvolte "con maggiore serenità, senza negare la loro azione di rinnovamento ma anche liberandoci dai residui di impostazioni parziali o puramente negative".




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16 agosto 2006

Il liberale Vargas Llosa e la zia Julia

Ho trascorso un piacevole ferragosto alle prese con “La zia Julia e lo scribacchino”, un romanzo di formazione del peruviano Mario Vargas Llosa pubblicato nel 1977. Se si potesse sintetizzare in una frase il succo del libro direi che l’opera sta lì a ricordarci che  
bisogna talvolta dare un dispiacere anche alle persone più care pur di vivere pienamente la propria storia e non fare da mero specchio alle aspettative che altri hanno di noi. È questo, infatti, il caso di Mario, giovane studente limegno, che si innamora della zia divorziata e maggiore di lui di parecchi anni e, nonostante lo scandalo dei parenti, la sposa.

Si tratta del racconto autobiografico dei difficili inizi di una carriera letteraria, quando da giovane sbarbatello senz’arte né parte, l’autore, grazie anche all’amore della zia, diventa un adulto. Potrebbe sembrare una di quelle soap opera lacrimose in cui alla fine l’amore trionfa e in parte è così, ma solo in parte, perché il tutto è stemperato dall’ironia e da una sottotrama, che per lunghi tratti sembra il filo conduttore del racconto: quella dell’epopea dei radiodrammi in Perù; trasmissioni che, in un’epoca in cui la televisione quasi non esisteva, tenevano inchiodate migliaia di persone per sapere dalla voce degli attori che fine avrebbero fatto gli amori o gli odi dei protagonisti delle innumerevoli storie raccontate. Artefice delle sceneggiature di questo genere narrativo è il boliviano, spiritato, consacrato all’arte e un po’ arrogante, Pedro Camacho, dalla cui formidabile penna nascono intrecci che l’intero Perù si ferma ad ascoltare. Il giovane Mario lavora nella redazione della radio che ha l’onore di ospitare il genio creativo di Camacho. Ad un certo punto, però, qualcosa si rompe nella mente dello scribacchino; e Mario vede con sgomento l’ometto esaurirsi inaridito, incapace ormai di raccapezzarsi tra gli intrecci orditi nei molteplici radiodrammi, dapprima mischiando i personaggi di uno con quelli di un altro e poi facendo ricorso a “provvidenziali” catastrofi naturali per liberarsi di situazioni ormai ingestibili. Camacho finirà in una clinica pschiatrica,  mentre Mario, dopo un periodo in cui si farà le ossa svolgendo fino a sette lavori contemporaneamente, intraprenderà con successo la carriera di scrittore.

Questo romanzo è affascinante perché appartiene a quel formidabile filone letterario che riutilizza i generi popolari. I capitoli che hanno a che vedere con il mondo del teatro radiofonico sono a loro volta narrati in modo teatrale utilizzando i convenzionalismi, i clichés, gli stereotipi del linguaggio di questo genere. I personaggi principali sono tutti presentati all’inizio del capitolo con la medesima espressione, come nelle raccolte di fiabe: “Era un uomo giunto nel fiore dell’età, la cinquantina, e aveva fronte spaziosa, naso aquilino, sguardo penetrante, rettitudine e bontà nello spirito”. E’ noto che i romanzi popolari sono in se stessi tutto il contrario del grande romanzo creativo: sono banali, convenzionali, stereotipati, nascono da una visione elementare della vita e dell'amore. Però, in mano ad un grande creatore, tutto questo può diventare qualcosa di meraviglioso.

Già Antonio Gramsci ebbe modo di trattare l’argomento nei “Quaderni dal carcere”. Lo fece nel diciassettesimo quaderno, intitolato "Problemi di cultura nazionale italiana e letteratura popolare", in polemica con alcuni quotidiani italiani che avevano incominciato a pubblicare a puntate i romanzi d'appendice dell'ottocento francese, con lo scopo di vendere più copie. Gramsci critica  quella scelta editoriale perché considera il romanzo d’appendice un genere non artistico e attacca quegli intellettuali che sono incapaci di riprendere e riproporre con senso artistico il materiale popolare nostrano e si limitano a diffondere elaborati stranieri di scadente fattura. Egli  formula così una nuova definizione di letteratura nazionale e popolare, intesa come punto di contatto tra intellettuali e popolo, come contributo all'elevazione morale e culturale dei ceti popolari al fine di creare un'identità nazionale. I suoi intenti furono però travisati; e nel dopoguerra vennero pubblicate numerose opere di scarso valore artistico, catalogate impropriamente come letteratura nazional-popolare solo perché destinate ad un pubblico facilmente impressionabile coi toni da melodramma. Con la frase "Andate al popolo" evidentemente Gramsci intendeva sottolineare l’esigenza di riprendere i generi popolari del nostro Paese e, mediante l’esercizio artistico, fare cultura, che è sempre opera di promozione umana quando si tratta di buona letteratura.

E' il caso del “Don Chisciotte”, ad esempio. Questo romanzo nasce dall'utilizzo, da parte di un grande creatore, di un genere assolutamente popolare, l’equivalente di quello che sono oggi le telenovelas, gli sceneggiati televisivi, i romanzi radiofonici, ovvero dei romanzi epici. Potremmo dire che Cervantes fa compiere un salto creativo al genere, scrivendo un capolavoro assoluto.
Un altro esempio sono “I miserabili” di Victor Hugo, opera utilissima per capire come un romanziere riesca ad appropriarsi a poco a poco di tutto quello che gli si mette davanti o intorno. Questo romanzo occupò trent'anni della sua vita, forse addirittura di più. E la cosa affascinante è che ogni volta che Hugo riprendeva in mano e ritoccava il romanzo, esso cresceva in ambizione perché l'autore si alimentava di ciò che via via gli accadeva intorno.
Quando Hugo si trovava a metà di questa traiettoria trentennale, nacque in Francia la moda della letteratura a puntate, dei romanzi consegnati di giorno in giorno ai quotidiani o alle riviste, scritti da romanzieri - alcuni di talento, altri no - che erano più industrie del romanzo che scrittori. Fra questi romanzi, quello che riscosse un immenso successo, e che per questo motivo i giornali fecero durare per anni, fu “I misteri di Parigi” di Eugène Sue. In esso veniva anticipata quella che è la letteratura di massa: atrocità, melodrammi, magie; c'era un po' di tutto in “I misteri di Parigi”, in funzione dei gusti del pubblico. Questa non è grande letteratura, ci si chiede perfino se lo sia, perché si tratta di un oggetto costruito a mano a mano che viene consumato e in accordo con le esigenze del consumatore. Ebbene, con il suo fiuto straordinario volto a captare ciò che era degno di nota nell'attualità, Hugo, dopo il successo de “I misteri di Parigi”, inserisce ne “I miserabili” una vena d'appendice, filtrata però attraverso il suo genio, che aveva la straordinaria capacità di dare un'impronta personale a tutto ciò che raccontava.
Ebbene, quello che fece Victor Hugo con il romanzo di Eugène Sue, è quello che hanno fatto molti grandi scrittori nell'utilizzare i generi popolari come materiale di lavoro.
Nella letteratura latino-americana ci sono casi molto interessanti di riutilizzo di materiale popolare. Manuel Puig non sarebbe lo scrittore che è senza il cinema. La sua letteratura parte dal cinema, dal mito del cinema, i suoi stessi personaggi imitano quelli del cinema, vogliono vivere come loro, e perfino le tecniche cinematografiche informano il suo mondo stilistico.

Un altro caso di riutilizzo del materiale popolare con finalità letterarie è quello di Guillermo Cabrera Infante. Egli ha scritto sceneggiature cinematografiche ed è quindi uno scrittore che deve immensamente al mondo del cinema, tanto per quanto riguarda il materiale di lavoro, quanto per le tecniche della narrazione. Cabrera Infante deve altrettanto al mondo della musica popolare: i boleri, i danzón, i mambo e così via, sono ingredienti molto importanti nell'opera di questo scrittore, non solo in quanto aneddoti, ma anche come forma letteraria.

“La zia Julia e lo scribacchino” si inserisce,  dunque, a pieno titolo tra le opere letterarie di grande valore artistico che attingono abbondantemente a generi popolari. E vi assicuro che la lettura di questo romanzo è anche per questo motivo davvero godibile.

 

Uno scrittore latino-americano profondamente legato all’Europa

Vargas Llosa ha prodotto un’infinità di articoli, saggi, pièce teatrali, novelle, affrontando vari generi di narrativa, dal romanzo politico al romanzo comico, alla narrazione erotica. I suoi libri sono stati tradotti in più di venti lingue.

Nato ad Arquipa nel 1936, cresce con la madre e i nonni in Bolivia; poi a dieci anni, dopo la riconciliazione dei genitori, torna a vivere in Perù. Ma il rapporto col padre è talmente conflittuale che il futuro scrittore finisce in un collegio militare. La letteratura diventa così un'evasione che lo accompagnerà per tutti gli anni universitari.  A diciannove anni sposa la zia acquisita. Studia prima a Lima per poi trasferirsi a Madrid e lì concludere il percorso universitario.

Le collaborazioni giornalistiche si infittiscono. Cominciano ad arrivare i riconoscimenti letterari. Si trasferisce a Parigi con la moglie e scrive il suo primo romanzo “La città e i cani”. Il libro ottiene un notevole successo in Europa, ma viene considerato dissacrante dalla dittatura militare peruviana a tal punto da essere bruciato nelle piazze.

Nel 1964 divorzia dalla prima moglie e si sposa con la cugina Patricia Llosa, con la quale vive felicemente a Parigi. E' ormai lanciato sul mercato editoriale, gli vengono assegnati i premi più prestigiosi. In questi anni conosce Gabriel García Márquez e aderisce alla rivoluzione cubana, verso la quale però mantiene un atteggiamento critico. Sono anni di viaggi continui, di conferenze nelle università di tutto il mondo.

Nel 1975 è nominato membro dell’ “Accademia Peruana de la Lengua”. L’anno successivo è eletto presidente del PEN Club International. Nel 1994 viene nominato anche membro della “Real Accademia Espanola de la Lengua”. Accetta anche la cattedra “Simón Bolívar” a Cambridge per corsi di letteratura.

E’ però inesorabilmente attratto da Parigi, vero centro nevralgico di tutto ciò che di importante stava capitando in ambito artistico nei brillanti fine anni cinquanta, che segnerà profondamente la personalità dello scrittore, colorando la sua vena narrativa di tradizioni e disincanto europei. Si può senz’altro dire che Vargas Llosa non si è mai di fatto allineato a certi stilemi consunti e talvolta stereotipati della narrativa sudamericana, plasmata per molto tempo dal modello marqueziano. Ma subisce l’influenza di intellettuali europei del calibro di Sartre, che frequenta e ne difende le idee, tanto che i suoi amici gli affibbiano il nomignolo di "piccolo valoroso Sartre".

Oggi Vargas Llosa abita a Londra, da dove diffonde i suoi sempre acuti ed interessanti articoli sui più disparati argomenti.

 

Un liberale che si batte per una società più giusta

Fra gli scrittori che hanno  più approfonditamente riflettuto sulla complessa relazione tra politica e letteratura, Mario Vargas Llosa è portatore di una posizione particolarmente interessante. Egli non solo ha indagato tale rapporto nel corso della sua ormai vasta opera, ma ha voluto cimentarsi in prima persona con l'impegno politico, candidandosi nel 1990 alle elezioni presidenziali in Perù, quando venne battuto da Alberto Fujimori.

Egli scrive pagine molto belle sul rapporto tra politica e letteratura, convinto che la letteratura occupi un posto importante nella vita delle nazioni. “Senza di essa – afferma lo scrittore - il pensiero critico, vero motore dei cambiamenti storici e il miglior protettore della libertà, subirebbe un’irreparabile perdita. Questo perché tutta la buona letteratura è radicale, e pone domande radicali sul mondo in cui viviamo”. Egli ritiene che  in tutti i grandi testi letterari, spesso senza intenzionalità da parte degli autori, sia presente un’inclinazione sovversiva. “La letteratura – è il suo convincimento - non ha niente da dire a quegli esseri umani che sono soddisfatti del proprio destino, che sono contenti della vita che stanno conducendo”. E conclude: “La buona letteratura, la letteratura vera, riesce ad essere sempre sovversiva, indomabile, ribelle, una sfida all’esistente”.

Quando nel 1998 viene pubblicato il libro di Amartya Sen “Sviluppo è libertà”, Vargas Llosa lo recensisce condividendo totalmente il pensiero dell’economista indiano. “Il professor Sen è un liberale autentico – egli scrive - non solo perché crede nel libero mercato e nell'impresa privata, ma perché, al pari di tutti i pensatori classici del liberalismo, subordina metodicamente la libertà economica all' idea della democrazia, senza la quale, come dimostra in ogni momento delle sue ricerche, essa sarà sempre transitoria, condannata al deterioramento e alla corruzione”.

Nel 2005 lo scrittore peruviano viene onorato dall’American Enterprise Institute con il Premio Irving Kristal, il più alto riconoscimento concesso dal Council of Academic Advisers di questo istituto di ricerca. Lo Irving Kristal Award premia ogni anno le personalità che si sono maggiormente distinte per i contributi al miglioramento delle politiche pubbliche o della società. Nell’occasione Vargas Llosa pronuncia un discorso dal titolo “Confessioni di un liberale”, che è un condensato eloquente del suo pensiero politico. E colpisce la tensione culturale e morale che lo pervade.

 

 

 




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10 agosto 2006

Una petizione per riutilizzare i tratti ferroviari dismessi

Una petizione popolare a sostegno del progetto di legge sul riuso delle ferrovie dimesse è stata lanciata dalla Confederazione Mobilità Dolce (CoMoDo). Una lodevole iniziativa per sensibilizzare l’opinione pubblica sullo stato di abbandono in cui versa un imponente patrimonio storico e paesaggistico che potrebbe invece essere riattivato per fini di utilità sociale diversi da quelli originari.
Si tratta di 5000 km di sedimi ferroviari in abbandono o sottoutilizzati, a cui si aggiungono migliaia di chilometri di strade arginali, vie dismesse, sentieri storici, che potrebbero essere recuperati, sottoforma di piste ciclopedonali o di ‘vie verdi’. E potremmo così disporre, anche nel nostro Paese, di una rete di mobilità dolce, sicura e protetta, adatta non solo ai cicloturisti, ma anche agli anziani, ai disabili, ai bambini e a tutti coloro che amano passeggiare a piedi.
Mi auguro che l’iniziativa possa stimolare gli attuali gestori di questo patrimonio a predisporre progetti per la mobilità dolce, in collaborazione con le organizzazioni sociali e culturali. Del resto, la semplice cessione di tali beni agli enti pubblici e la loro equiparazione ai beni tutelati dal codice sul paesaggio non è una garanzia di una sua effettiva valorizzazione. Né “l’istituzione di un organismo preposto al coordinamento e alla promozione di una rete nazionale per la mobilità dolce”, come previsto dal progetto di legge, risolverebbe automaticamente il problema del reperimento delle risorse finanziarie necessarie per avviare progetti di riuso. Ma richiamare l’attenzione su tale problematica può senz’altro stimolare intese imprenditoriali e rapporti di collaborazione tra pubblico e privato per avviare attività di pubblico interesse.
E’ per questo che sottoscrivere la proposta può servire a smuovere le acque.





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17 giugno 2006

Contro il pregiudizio sulla naturalità della natura

Il pregiudizio sulla naturalità della natura accomuna gli ambientalisti integralisti e i cattolici tradizionalisti. Lo sostiene Corrado Ocone in un efficace e ben argomentato articolo apparso su "Il Riformista".
Non si tratta di negare il buon diritto di ognuno ad esprimersi ed a persuadere gli altri delle proprie buone ragioni in materia di ricerca sulle cellule staminali o di organismi geneticamente modificati. Ma di accordarci su di un punto essenziale: quando affrontiamo un problema concreto, facciamo appello esclusivamente alla nostra responsabilità di essere umani e sgombriamo il campo dal luogo comune secondo il quale esisterebbe una natura in sé intoccabile e separata dall'uomo.
L'eliminazione di un siffatto luogo comune non facilita certo la soluzione dei problemi come semplicisticamente si pensa in alcuni settori laicisti, perché i dubbi e le incertezze restano intatte. Ma un approccio integralmente laico ci aiuta ad affrontare con serietà una realtà complessa senza accantonarla pregiudizialmente e senza semplificarla con superficialità.




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11 giugno 2006

Un programma gandhiano per la scuola elementare

PROGRAMMA ISPIRATO DA GANDHI PER LE SCUOLE RURALI INDIANE
(ovvero il minimo che debbono sapere e saper fare gli allievi che terminano la scuola elementare)


A . Sapersi orientare:

1. nello spazio. Con l'aiuto di una mappa ritrovare un posto preciso in città o in campagna;

2. nel tempo. Calcolare il tempo necessario per percorrere una certa distanza ed eseguire una commissione semplice;

3. nelle dimensioni e nella quantità. Contare, misurare, pensare in unità ordinarie;

4. nella istituzioni pubbliche e sociali. Fare una inchiesta su di una istituzione pubblica o di utilità pubblica;

5. in tutte le forme di trasporto e di comunicazione. Servirsi dei treni, degli autobus, dei tram, della posta, del telegrafo e del telefono.


B. Sapersi esprimere:

1. tracciando la pianta di un villaggio, di una casa, di una strada, di una fattoria, di un giardino;

2. disegnando degli oggetti semplici;

3. preparando una relazione su ciò che si è fatto;

4. tracciando un piano di una cosa che ci si propone di fare;

5. rendendo conto di qualcosa che è successo;

6. preparando un bilancio dettagliato;

7. cantando in coro, o da soli, canzoni semplici;

8. raccontando una storia semplice e facendo un breve discorso.


C. Per la salute:

1. saper prendere per sé e per gli altri le precauzioni igieniche necessarie e saper prestare i primi soccorsi;

2. saper disinfettare, ventilare e mantenere pulita la casa e le sue vicinanze;

3. saper accomodare, spazzolare e lavare i propri vestiti;

4. in caso di epidemie e di malattie in famiglia, saper amministrare le misure preventive.


D. Per la vita pratica:

1. saper fare delle piccole riparazioni agli edifici, ai mobili e agli utensili casalinghi con gli strumenti abituali di un falegname e di un fabbro;

2. sapersi servire del gas e dell’elettricità;

3. saper preparare un pasto ordinario, fare o accomodare un capo di vestiario;

4. saper smontare, pulire, rimettere insieme delle macchine semplici, tipo bicicletta ecc;

5. saper fare i giochi più diffusi.


E. Per i campi:

1. saper curare gli animali domestici e le piante;

2. saper lavorare nei campi, nell'orto, nel frutteto, secondo le proprie forze.


F. Per la scienza

1. saper osservare esattamente e sistematicamente certi fenomeni;

2. saper raccogliere sistematicamente notizie in rapporto ad un argomento assegnato;

3. sapersi servire di un dizionario, dì un catalogo, dei giornali, di un calendario, di una guida;

4. saper trarre profitto da un museo, da una esposizione, da una biblioteca.


G. Per la comunità:

1. saper partecipare a una assemblea generale, dirigerla, redigere e presentare un verbale, svolgere le funzioni di membro, presidente, segretario;

2. saper svolgere, individualmente e collettivamente, diversi obblighi sociali. Per esempio in un consiglio comunale, in una cooperativa, ecc.;

3. sapersi comportare secondo le regole del galateo;

4. saper organizzare e far riuscire una cerimonia sociale o religiosa. Per esempio feste, fiere, incontri ricreativi, ecc.;

5. saper organizzare qualcosa di istruttivo. Per esempio mostre, manifesti murali, riviste, giornali, conversazioni con proiezioni, ecc.;

H. Per guadagnarsi da vivere:

1. saper guadagnare da 15 a 20 rupie al giorno con un lavoro manuale produttivo.




permalink | inviato da il 11/6/2006 alle 23:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

19 aprile 2006

Chi comanda davvero in Italia? Un saggio di Giancarlo Galli utile per orientarci dopo il voto

Dal gennaio scorso è in libreria l’ultimo libro di Giancarlo Galli, autore di inchieste e saggi di argomento economico-finanziario, tradotti anche all’estero. Si tratta di “Poteri deboli” in cui lo scrittore traccia “la nuova mappa del capitalismo nell’Italia del declino”, come recita il sottotitolo. La tesi che viene sostenuta nell’opera è che il nostro paese non soffrirebbe solo di recessione produttiva, perdita di prestigio internazionale, calo dei consumi e crisi sociale, ma anche di un impressionante vuoto di potere. E tale condizione nascerebbe dal fatto che i tradizionali protagonisti della vita nazionale, dai partiti ai sindacati, dalle organizzazioni imprenditoriali ai gruppi economici e finanziari, si sono nel tempo così frammentati da apparire come una miriade di soggetti deboli impegnati solo a sostenersi a vicenda.

L’analisi di Galli prende le mosse da un interrogativo molto serio che pochi oggi si pongono: chi comanda davvero in Italia? Nell’esaminare le vicende dell’ultimo decennio viene fuori un quadro raccapricciante: manca in Italia, più che in ogni altra democrazia dell’Occidente, un potere forte e credibile, legittimato da ogni componente della società. Coloro che hanno cercato di governare il Paese sono sempre stati messi nella condizione di non nuocere. L’impunità della burocrazia è assoluta. Gli industriali non solo appaiono scarsamente innovativi, ma si occupano soprattutto degli affari di famiglia e sono impegnati per lo più ad assicurarsi una rendita. Quelli che una volta erano considerati i “Poteri forti” dell’economia sono sommersi di debiti. Il ceto politico è sempre più retorico, rissoso e screditato. Le organizzazioni sindacali e imprenditoriali sono divenute corporazioni egoiste e autoreferenziali. La gloriosa Banca d’Italia ha perduto ogni credibilità non avendo impedito le disinvolture finanziarie che hanno polverizzato il risparmio di milioni di italiani. La società è pervasa d’indifferenza etica e sembra esaurita ogni tensione ideale. In tutti i settori del mondo economico e sociale si soffre di mancanza di progettualità. Nessuno vuole assumersi i rischi e le responsabilità di scelte coraggiose. Le istituzioni pubbliche sono perversamente intrecciate con gli interessi privati.

L’era Burlusconi ha solo esasperato i tratti di un Paese che si era volto al declino già da un bel pezzo. E’ infatti dagli inizi degli anni Novanta che una forte domanda di cambiamento è rimasta  inevasa.

Il libro di Galli, dicevo, è uscito a gennaio, quando era già nota la legge elettorale con cui si sarebbe votato. E nelle ultime pagine le previsioni per il 2006 sono sorprendentemente vicine alla realtà che si è poi verificata: in virtù delle alchimie del premio di maggioranza, a Montecitorio la coalizione vincente avrebbe ottenuto 340 parlamentari lasciandone 278 ai vinti (la Cassazione ha poi assegnato 348 seggi all'Unione e 281 alla Casa della Libertà); mentre al Senato la partita si sarebbe conclusa con un pari e patta.

Ma andando oltre il passaggio elettorale, viene previsto un periodo di governi che vanno-e-vengono. Galli ritiene che i gruppi parlamentari anziché aggregarsi si potrebbero frantumare ulteriormente. L’esito sarebbe una corsa al centro. Ciampi potrebbe essere riconfermato, sia pure a termine. E si profilerebbero governi deboli.

Nel fare l’ipotesi di una vittoria del centrosinistra, Galli individua alcuni punti deboli della coalizione che potrebbero farla esplodere. Dinanzi all’esigenza di realizzare le grandi opere pubbliche, gli ecologisti continueranno a dire che “il problema è sempre un altro”. Idem per gli altri temi caldi sul tappeto, dalla giustizia al mercato del lavoro. Per la riforma Moratti premiare il merito garba poco alle lobbies accademiche e ad una parte degli stessi studenti. Imprenditori e banchieri piangeranno  lacrime di coccodrillo per ottenere sconti fiscali, ma è forte il sospetto che gli utili delle maggiori aziende quotate in Borsa abbiano preso la stessa via dei 150 miliardi di euro rientrati dai paradisi fiscali coi condoni.

Certo, non tutto è nero. Il Paese ha grandi potenzialità. Gli italiani mostrano di volersi rimettere in moto. Allora cosa dovrebbe avvenire per farcela? Forse basterebbe si ponesse fine alle faide medioevali, con i politici a far politica, i banchieri a far banca, gli imprenditori a produrre innovando. Facendo piazza pulita delle corporazioni. Fuori dai denti: se i troppi poteri deboli in circolazione, facendo ammenda degli egoismi, trovassero unità d’intenti… Questa la vera scommessa.

Ma Galli conclude che “tanti poteri deboli non fanno una forza”; e, dunque, la scommessa il Paese la potrà vincere solo con un radicale ricambio della sua classe dirigente. Come dargli torto?

 




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