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Alfonso Pascale recensisce "L'equivoco del Sud" di Carlo Borgomeo

L’equivoco del Sud di Carlo Borgomeo (Laterza 2013) è un buon libro perché ci fa capire quello che non ha funzionato e continua a non funzionare nel Mezzogiorno. Sostiene una tesi che mi sento di condividere: per avviare, consolidare e qualificare percorsi di sviluppo auto-propulsivo è necessario che le comunità locali abbiano un sufficiente livello di coesione sociale. Insomma, il consolidamento dei legami comunitari sono una premessa, non un effetto dello sviluppo. E’ la debolezza del capitale sociale a condizionare lo sviluppo. E’ lo scaricare da parte di noi meridionali le responsabilità sempre sugli altri e l’abitudine a non prenderci mai le nostre che rende il Sud incapace di guardare al futuro. Solo la crescita di una nuova società civile può far evolvere positivamente le istituzioni e il mercato. E’ dunque dalla comunità - che si dà regole condivise e le rispetta perché le sente proprie – che si può e si deve ripartire.

Se si riparte dalla costruzione delle comunità si può finanche aprire una seria riflessione sul federalismo e guardare con maggiore coraggio al ruolo che il Sud può giocare nel Mediterraneo. Ma bisogna riprendere l’idea federalista di Cattaneo che concepiva l’autonomia come interdipendenza. Rilanciare il concetto di economia civile che Antonio Genovesi contrapponeva all’economia politica di Adam Smith. E fare nostra la lezione del grande storico Fernand Braudel di un Mediterraneo che sviluppa scambi culturali ancor prima di quelli commerciali e mutua saperi scientifici ed esperienziali in una logica di reciproca integrazione e contaminazione.

Per Borgomeo la coesione sociale non è qualcosa che si colloca in una dimensione etico-solidaristica. Ma attiene a contenuti concreti che vanno verso una più coerente offerta politica.

L’autore elenca una serie molto articolata di ambiti di intervento che sostanzia la coesione sociale: da quello del capitale umano e quindi dell’educazione a quello riguardante gli investimenti in ricerca e istruzione. E molti altri. Senza sottovalutare – devo annotare con piacere - quello del welfare produttivo che combina erogazione di servizi sociali qualificati e creazione di economie civili. In tale ambito possono svolgere una funzione essenziale nel promuovere legami comunitari anche le agricolture che tornano, in forme moderne, a generare beni relazionali e valori di reciprocità e mutuo aiuto.

La parte del volume che ho trovato di maggiore interesse è però quella in cui viene fatto un bilancio politico sull’intervento pubblico per il Sud partendo dall’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno e dalla prima fase della sua operatività.

Il giudizio dell’autore è articolato. Positiva è la fase iniziale della riforma fondiaria e dell’intervento straordinario. Le opere infrastrutturali, quelle di bonifica e gli interventi di riforma agraria predispongono nel giro di pochissimi anni le condizioni per avviare uno sviluppo autopropulsivo del Sud. Ma esso si sarebbe dovuto accompagnare con un’azione lenta e complessa sul capitale umano. Molti operatori di comunità, infatti, si mettono in moto, da Danilo Dolci ad Adriano Olivetti, da Giorgio Ceriani Sebregondi a Manlio Rossi-Doria, da Umberto Zanotti-Bianco ad Angela Zucconi. Ma invece di perseguire questo obiettivo si sceglie frettolosamente un’altra prospettiva: puntare su una forte – e rapida – industrializzazione guidata dall’alto. E su questa linea – che ebbe in Pasquale Saraceno il più grande e lucido interprete – il giudizio dell’autore è nettamente negativo.

Borgomeo afferma senza mezzi termini che fino a quando tutte le forze politiche e sociali non riconosceranno in modo inequivocabile questo errore di fondo non sarà possibile correggere la rotta. Un errore che rimane come un retropensiero duro a morire, una sorta di maledizione che avvolge ogni volta qualsiasi tipologia di intervento per il Sud.

L’autore sostiene in modo convincente che lo sbaglio non riguardò solo le forze di governo, che evidentemente ebbero le maggiori responsabilità, ma anche quelle di opposizione. Il Pci fece propria la scelta di promuovere una intensa e veloce industrializzazione per due motivi: il primo è condiviso con la Dc e con le altre forse di governo e attiene all’urgenza di contenere il dramma dell’emigrazione di massa verso il triangolo industriale; il secondo è più specificamente politico e riguarda la mitizzazione di una classe operaia meridionale intesa come elemento decisivo per far crescere i livelli di democrazia tra le popolazioni.

Insomma per motivazioni solo in parte diverse si volle quasi unanimemente forzare la crescita senza una visione complessiva dello sviluppo. Ma fu un fallimento. Totale. E l’autore analizza una per una le motivazioni addotte dai maggiori protagonisti per dimostrare – dati alla mano - che nessuna delle esigenze considerate furono soddisfatte. L’occupazione non aumentò ma diminuì. Le grandi industrie non furono per nulla in grado di contaminare in senso imprenditoriale il territorio. Anzi la loro dimensione, la loro portanza, la loro capacità di assicurare (e spesso solo promettere) “posti stabili” finì per scoraggiare i percorsi imprenditoriali minuti. E infine la creazione di fattori esterni richiesti dall’impianto di un grande stabilimento in pochissimi punti ben delineati non solo non si rivelò più agevole che creare, per una parte estesa dell’area meridionale, e quindi in modo diffuso, condizioni propizie allo sviluppo economico, ma si trattò di una prospettiva del tutto campata in aria.

L’errore di fondo non riguarda, tuttavia, solo la dimensione o l’articolazione dell’intervento ma ha a che vedere con il percorso che lo caratterizza. Anche successivamente, negli anni Ottanta e Novanta, l’intervento pubblico per il Sud – connotato da azioni più attente alle piccole dimensioni e alle specificità territoriali - non ha prodotto risultati positivi. E dunque non ha senso – sostiene persuasivamente l’autore - dividersi tra quanti vogliono pochi e grandi interventi e quanti prospettano tanti piccoli interventi “attenti al territorio”.

La vera distinzione – scrive Borgomeo - è tra quanti pensano che le politiche di sviluppo si fanno investendo sulla domanda, mestiere faticoso e necessariamente “lento”, e quanti pensano che tutto si gioca sul versante dell’offerta.

Nei processi di sviluppo in cui vince la logica dell’offerta, cioè quella che ci impone di diventare semplici destinatari o incettatori di finanziamenti pubblici, non produce alcun risultato. Occorre, dunque, ripartire dalla domanda. E qui l’autore ricorda alcune esperienze che lo hanno visto in prima linea come responsabile delle misure per l’imprenditorialità giovanile e poi del prestito d’onore. In tale veste e in collaborazione con il sociologo Aldo Bonomi, ha promosso per sei anni il programma Missioni di sviluppo, con 54 punti territoriali e 712 idee progettuali trasformatesi in realtà imprenditoriali. E tale esperienza anticipa quella dei Patti territoriali promossi dal Cnel presieduto da De Rita.

E’ noto che la pratica dei Patti territoriali si è rivelata un fallimento. E sicuramente ci sono stati difetti di conduzione e tradimenti dello spirito iniziale, che era fortemente innovativo e sperimentale. Ma Borgomeo avanza anche un’altra ipotesi che mi pare fondata. Egli riconduce la sconfitta dei Patti territoriali a motivazioni squisitamente politiche: “il meccanismo aveva messo in moto, e rischiava di mettere sempre più in moto, spinte non facilmente governabili, incontrollabili e da un certo punto di vista eversive. Chi aveva in quella fase la maggiore responsabilità in materia, a livello politico e istituzionale, preferì non rischiare nuove mediazioni, nuove sintesi, nuovi percorsi”.

E’ così che si chiude la parentesi della progettazione “dal basso” e si torna di nuovo alla logica tranquillizzante dell’offerta con la cosiddetta “Nuova Programmazione”. E il Sud perde una grande occasione per migliorare la propria condizione.

Solo se si rimette al centro la domanda e si lavora sulla coesione sociale – è questo il succo del libro - si potrà riprendere il percorso che si era smarrito e che ci può ricondurre verso uno sviluppo possibile.

Pubblicato il 4/11/2013 alle 22.54 nella rubrica La vetrina.

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