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Emanuele Bernardi recensisce "Radici & Gemme" di Alfonso Pascale

"Radici & Gemme" di Alfonso Pascale costituisce un contributo importante, a metà tra analisi scientifica e partecipazione personale, sulla storia del nostro paese. È un testo complesso, che copre un lungo arco di tempo, dall’Unità d’Italia ai giorni nostri. E che cerca di tenere assieme tanti aspetti di questa storia, adottando punti di vista a volte eterodossi rispetto alla storiografia più conosciuta: uno di questi è dato dall’attenzione alla “nuova ruralità” e ai beni comuni, alla società civile, a quella parte del paese che pur non esprimendo direttamente “potere” ha comunque svolto – e continua a svolgere – una funzione importante di coesione sociale. È una società fatta di contadini, di tecnici, di funzionari, laici e cattolici, che vivono l’agricoltura come momento di aggregazione, di tenuta del territorio, di condivisione. 


Il testo è di 360 pagine e si divide in otto parti, seguendo l’andamento ondulatorio dell’evoluzione della società civile delle campagne, tra periodi di eclisse e quelli di emersione che si susseguono in alternanza.

La prima parte riguarda la fase in cui le istituzioni della società civile sorte prima della Rivoluzione francese vengono assorbite oppure oscurate dallo Stato liberale. La seconda è quella in cui sorgono le moderne organizzazioni politiche e sociali tra la grande crisi agricola degli anni Ottanta del diciannovesimo secolo e la fine dell’età giolittiana. La terza riguarda il rapido declino di questa nuova società civile - che si stava faticosamente formando - per effetto della Grande Guerra e lo spegnersi della democrazia con l’avvento del fascismo al potere. La quarta prende avvio con il sorgere della democrazia repubblicana e con l’occupazione da parte dei nuovi partiti di massa degli spazi propri della società civile. La quinta riguarda il profondo disagio sociale che si manifesta tra il boom economico e il ’68 in concomitanza coi governi di centro-sinistra. Nella sesta vengono descritti gli aspetti salienti della lunga crisi politica e sociale che si apre agli inizi degli anni Settanta e che esplode negli anni Novanta. La settima parte è dedicata al declino delle forme della rappresentanza delle campagne. E l’ultima prende in considerazione questo primo decennio del nuovo secolo, caratterizzato dalla grave crisi economica e finanziaria e dall’esplosione dei problemi alimentari e della sostenibilità ambientale a livello globale, in cui pare emergere – sebbene ancora a livello embrionale - una nuova società civile, completamente diversa da quella precedente.

Fin dal Risorgimento, sostiene l’A. (p. 27-28), il problema della terra si pose come problema dei beni comuni. E la cultura risorgimentale nata dall’unificazione rimuove poi nei fatti addirittura la memoria di quella particolare forma di autorganizzazione dei cittadini, volta a garantire percorsi inclusivi anche agli ultimi della scala sociale. Con particolare sensibilità, l’unificazione è letta come momento dilaniante di quella società rurale: la repressione del brigantaggio è la «prima guerra civile italiana» (p. 38), una frattura prodotta tra i contadini meridionali e lo Stato difficile da sanare.

Il giudizio critico sul processo di unificazione non si estende tuttavia all’operato di governo delle classi dirigenti liberali, le quali ebbero il merito di avviare e sostenere il progresso tecnologico nelle campagne (le cattedre ambulanti) - favorito pure dalla peculiare assistenza tecnica svolta dalla Chiesa e da organizzazioni religiose a livello locale -, di diffondere l’istruzione agraria e professionale, realizzare bonifiche, forestazione e irrigazioni e interventi antimalarici come il chinino di Stato. Le attività associative dei cattolici costituiscono, in questo quadro, l’ulteriore segnale di un mondo rurale quanto mai attivo e operoso. Nel quale si muovono anche, alla fine dell’800, forze operaie e contadine socialiste che perseguono non la valorizzazione dei beni collettivi, degli usi civici – che prevendono la partecipazione e la responsabilizzazione dell’individuo – quanto la statalizzazione della terra (p. 81). Le terre collettive sono secondo l’a. una sorta di welfare ante-litteram che i contadini cercano di tutelare:
«La differenza di fondo tra la percezione del diritto privatistico al godimento della terra da parte dei contadini e quella dei ceti borghesi sta nella finalità che deve avere l’uso del bene. Nella cultura contadina, la terra è sempre stata considerata un bene particolare, perché, a differenza di altri beni, essa va utilizzata e sfruttata senza mai impoverirla o “consumarla” al punto tale da pregiudicarne l’uso futuro [..] Non potei fare a meno di stupirmi quando sentii dire per la prima volta da un contadino che la terra in determinate condizioni si stanca […]» (p. 82)

Per tutto l’arco dell’Ottocento fino alla metà del Novecento permangono dunque grandi tensioni intorno a due problemi: la terra come bene comune; le modalità della modernizzazione capitalistica, «che erode i bene relazioni e gli spazi di socialità» (p. 125). Queste tensioni assumeranno forme peculiari durante la guerra fredda, nel periodo cioè di massima contrapposizione politica e ideologica tra le forze governative (guidate dalla Democrazia cristiana) e quelle di opposizione (capeggiate dal Partito comunista italiano).

Dopo la fine della II guerra mondiale, la Dc in particolare costruì una sistema di relazioni col mondo della campagne, tramite la Coldiretti e la Federconsorzi, tale da consentirle un rapido e duraturo insediamento tra quelle fasce sociali della popolazione. I modi di tale costruzione del consenso, e la contrapposizione dicotomica col Pci che se ne generò, ebbero un particolare effetto divisivo nelle campagne: «permarrà nelle campagne – osserva giustamente l’A. – una debolezza endemica delle forme di rappresentanza della società civile, fortemente subordinate agli schemi ideologici dei partiti e alle loro pratiche di organizzazione del consenso» (p. 146). I partiti di sinistra, in particolare, soffriranno di una particolare forma di «strabismo» culturale (p. 157): mancheranno infatti di vedere i legami sociali pur presenti nella piccola proprietà contadina, le relazioni tra agricoltura e industria, la pluriattività di un settore che veniva semplicemente contrapposto a quello delle città e delle forze operaie. È anche per questo che un’organizzazione sindacale di coltivatori diretti nascerà a sinistra solo nel 1955 (l’Alleanza nazionale dei contadini). L’Italia agricola, in altre parole, è una realtà di appartenenze separate: l’agricoltura mostra tutti i limiti del processo di unificazione e la mancanza di una piena identificazione nazionale (pp. 158-159).

Contro queste fratture agirono gruppi sociali spesso dimenticati dalla storia, come i tecnici agrari. Figure fondamentali per capire la modernizzazione novecentesca, essi avevano una profonda consapevolezza di cosa stesse avvenendo nelle campagne, e dei nessi esistenti tra progresso tecnico e problemi sociali. Il loro impiego da parte delle forze governative fu fondamentale per la ricostruzione post-bellica; e svolsero anche una funzione, poco conosciuta, nell’impostare le coordinate dello sviluppo economico innescatosi alla fine degli anni ’50. Sono gli anni dell’intervento dello Stato, dal Piano Ina-Casa alla riforma agraria, alla Cassa per il Mezzogiorno; e dei grandi meridionalisti e degli imprenditori con sensibilità sociale, da Manlio Rossi-Doria ad Adriano Olivetti, a Umberto Zanotti-Bianco, solo per citarne alcuni. Dalla Svimez all’Animi, le diverse organizzazioni meridionalistiche studiano progetti di sviluppo per favorire l’afflusso degli aiuti americani e internazionali (Unrra, Erp, Banca Mondiale), con l’idea che la ricostruzione post-bellica costituisca una fase cruciale nelle traiettorie future del paese.

La modernizzazione dell’agricoltura che si realizza durante gli anni ’50 e ’60 ha tuttavia un’importante peculiarità: essa convive con la molteplicità dei sistemi agricoli territoriali. Le aziende italiane sono per lo più molto più piccole di quelle degli altri paesi europei; e occupano più manodopera. Quello che per moltissimi autori è stato il segno di una modernizzazione incompiuta (alla luce del mito della grande azienda meccanizzata), per Pascale è invece, più semplicemente, il modo attraverso il quale l’agricoltura italiana ha attraversato la modernità nel ‘900. L’agricoltura che non entra nei circuiti dei mercati nazionali o internazionali, ragiona l’A., non svolge funzioni per questo meno importanti: attività come il presidio delle montagne, l’azione contro il dissesto idrogeologico, ma più in generale l’esistenza di economie “miste” (oggi diremmo multifunzionali), sono state largamente disconosciute dalle classi dirigenti del nostro paese, maggiormente attente alle aree di pianura, considerate le uniche suscettive di sviluppo (p. 179).

L’A. ripercorre quindi le tappe principali della storia dell’agricoltura – e non solo – del nostro paese. Durante gli anni ’60, la classe dirigente che pure aveva innescato il cambiamento alla fine degli anni quaranta, non riesce a decifrare le novità di un processo di trasformazione che esse stesse avevano prodotto. Le politiche governative (i due Piani Verdi), la cultura della Dc e quella del Psi, sono incapaci di contrastare le contraddizioni insite nel processo di liberalizzazione commerciale e di integrazione europea (il Mec). Anche le organizzazioni sindacali agricole si trovano in queste strettoie. Durante gli anni ’70, la critica situazione economica dettata dalla svalutazione del dollaro, dalle crisi petrolifere, s’intreccia alla crisi della Federconsorzi e della bilancia agricolo alimentare. La situazione politica, come quella sindacale, è in dinamico cambiamento. Sono soprattutto la Confcoltivatori (con Giuseppe Avolio) e la Confagricoltura a manifestare le maggiori novità: la prima con una forte spinta verso l’unità contadina e il rinnovamento delle categorie di analisi e azione del sindacalismo di sinistra; la seconda con un occhio rivolto all’Europa e alla modernizzazione dell’impresa. La Coldiretti è in questa fase invece in difficoltà, e sono molteplici le spinte per superare gli steccati ideologici della fase centrale della guerra fredda.


La Politica agricola comunitaria (Pac) fa sentire sempre più il proprio peso. I movimenti del ’68 che attraversano pure le campagne ne fanno emergere sempre più le contraddizioni strutturali. Il ministro dell’Agricoltura Giovanni Marcora, alla metà degli anni ’70, ne riconosce pubblicamente le storture. E’ una figura dal forte dinamismo, come riconosce l’A. (pp. 242-244), deciso a incidere sulle relazioni con gli altri partner europei, consapevole allo stesso tempo dell’emergere di questioni extraeconomiche, come quella ambientale e regionale, che molto influiranno sullo sviluppo del settore primario. È un ministro pure interessato a dialogare con tutte le organizzazioni sindacali, promotore della cosiddetta Legge di programmazione “Quadrifoglio”.

In un contesto di trasformazioni sociali (quella che per alcuni è stata definita “La fine dei contadini”) e di difficoltà crescenti dell’agricoltura nei confronti dell’industria e del processo di affermazione delle multinazionali, esplode la crisi della Federconsorzi, e di un “sistema di potere” che aveva caratterizzato quasi tutta la seconda metà del Novecento. L’A., che ha vissuto da protagonista e attento osservatore queste vicende negli anni Novanta, fornisce al lettore preziose indicazioni circa le discussioni e le trattative intorno alla Fedit: dallo scontro tra i sindacati per l’accesso ai consorzi agrari, al suo commissariamento e liquidazione, tuttora discussa. Sono i tratti di una storia difficile, per certi versi ancora insoluta, entro la quale si ridefinisce pure la funzione della Coldiretti.

Morta la Democrazia cristiana con la crisi dei partiti di massa, definitivamente spazzati via da “Tangentopoli”, la Coldiretti assume di fatto, soprattutto dopo il 2000, quella che l’autore definisce una posizione “autarchica”, riecheggiante alcune fasi del fascismo, di difesa acritica del made in Italy, ostile alla ricerca scientifica e all’innovazione. Una politica in altre parole contraria all’idea del multilateralismo che ha invece contraddistinto, tra mille limiti, lo sviluppo economico e sociale successivo alla II guerra mondiale.

Una questione, in particolare, costituisce per l’autore un elemento caratterizzante il nuovo secolo, intorno a cui comprendere molti dei fili intessuti in precedenza, e le loro discontinuità: gli OGM. E’ un punto come noto assai controverso. Molte parti del libro sono attraversate dalla “questione tecnologica”. Un’attenzione particolare è rivolta dall’A. al rapporto tra uomini, risorse e innovazioni tecnologiche, all’ampiezza del sapere tecnico ed esperienziale accumulato nelle campagne riguardante il lavoro dei campi, l’uso delle acque, l’adattamento del territorio, la cura delle piante e degli animali. La tesi principale che egli sostiene è che per fronteggiare i problemi odierni (insicurezza alimentare, cambiamenti climatici, questione energetica, crisi finanziaria), l’agricoltura, nella sua dimensione non solo produttiva ma anche culturale, può svolgere una funzione essenziale a patto, però, che recuperi la sua originaria funzione di generatrice di comunità.

Ma non può farlo senza mantenersi aperta alla ricerca scientifica, anche quella dunque sugli OGM. Ma, come dimostra lo stesso A., l’Italia agricola ha molto spesso assimilato acriticamente tecnologia dall’estero. Perché dunque, proprio alla luce di questa attenta e stimolante ricostruzione storica, non pensare di coniugare la libertà della ricerca con il governo dell’innovazione? E’, con ogni probabilità, una delle sfide del futuro, per ricostruire anche un’idea di comunità nazionale, cui questo libro dà un profondo e originale contributo.

(La recensione è stata pubblicata nel n. 4 -2014 di "QA Rivista dell'Associazione Rossi-Doria")

Pubblicato il 7/4/2015 alle 0.43 nella rubrica La vetrina.

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